“Le associazioni di
fedeli
nella Chiesa oggi”
- di d. Giovanni Buontempo
Condivido con voi alcune riflessioni sulla realtà
dell’associazionismo laicale oggi. Il nostro Dicastero, all’interno della Santa
Sede, ha la competenza di concedere il riconoscimento giuridico alle
associazioni internazionali di fedeli e di accompagnarle nel loro sviluppo e
nel loro apostolato. Al momento attuale vi sono 116 realtà aggregative laicali
riconosciute dalla Santa Sede. Sono molto diverse fra di loro, per origine,
natura, finalità. Mi concentro in particolare su quelle, come l’UMEC, che hanno
il carattere di associazioni di fedeli.
Alcune di queste associazioni
appartengono al gruppo delle ex Organizzazioni Internazionali Cattoliche (OIC),
dicitura non più utilizzata, e trovano la loro origine in quella corrente
associativa di carattere laicale che ha avuto un grande impulso tra la fine del
XIX secolo e i primi decenni del XX secolo. L’allora Pontificio Consiglio per i
Laici, in uno studio a loro dedicato, vedeva una duplice finalità delle OIC:
«la promozione della vita apostolica e missionaria dei propri membri» e insieme
«la capacità di organizzare e gestire una presenza cristiana incisiva nella
vita internazionale»[1].
L’ambiente ecclesiale e culturale che ha dato origine a questa “corrente
associativa” era contraddistinto da una nuova visione di Chiesa come “mistero
di comunione”, dal desiderio di portare l’annuncio cristiano in ambienti sempre
più secolarizzati, dalla crescente consapevolezza del protagonismo laicale.
Numerosi testi magisteriali hanno sostenuto e incoraggiato
tali realtà. Ne cito uno particolarmente significativo, la Gaudium et Spes, che afferma: «simili associazioni giovano non poco
a istillare quel senso universale, che tanto conviene ai cattolici, e a formare
la coscienza di una responsabilità e di una solidarietà veramente universali»
(n. 90). Con il nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983, si è resa necessaria
la revisione dello statuto giuridico di tali realtà, che hanno riformulato i
loro statuti, diventando “Associazioni Internazionali di fedeli”, rientrando
dunque sotto la competenza del Pontificio Consiglio per i Laici, e, a partire
dal 2016, del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita.
Dal testo del Pontificio Consiglio per i Laici e dal testo
conciliare Gaudium et Spes emergono
queste quattro finalità in relazione a quelle Associazioni di fedeli che hanno
raccolto l’eredità delle OIC: 1) promuovere una attività apostolica coordinata;
2) rendere incisiva la presenza cristiana nella vita internazionale, 3)
promuovere un senso internazionale tipicamente cattolico; 4) formare alla
corresponsabilità universale. Cosa è cambiato oggi rispetto a queste finalità?
Una prima differenza fondamentale è che ai tempi che hanno
visto nascere molte OIC, la formazione cristiana era previa all’appartenenza
all’associazione e la si riceveva altrove: in famiglia, nella parrocchia, persino
a scuola. Ora non è più così. Nell’attuale contesto culturale che caratterizza
molte delle società occidentali, tante persone – in alcuni paesi la stragrande
maggioranza – non ricevono più alcune formazione cristiana (e religiosa in
genere) né in famiglia, né in parrocchia o in altre strutture ecclesiali (che
non frequentano più) e, ancor meno, nelle scuole e nelle altre istituzioni
formative. Sorge dunque un nuovo compito e una nuova responsabilità per le
Associazioni di fedeli, quella di diventare luoghi di formazione cristiana per
i loro membri. Spesso le persone si avvicinano ad una associazione attratti da
qualche evento a cui prendono parte, più spesso per via di relazioni di
amicizia che si stringono con coloro che sono già membri, ma la fede di chi
oggi diventa membro di una qualsiasi associazione di fedeli non può più essere
data per scontata. Al giorno d’oggi, sempre più spesso, proprio l’associazione
diventa il luogo del primo incontro con il Signore, del primo incontro con la
fede e con la realtà viva della Chiesa. Prima ancora di promuovere un’azione
apostolica coordinata, prima di pensare alla presenza cristiana nella vita
internazionale e nella società, prima di rivolgere un appello alla
responsabilità internazionale, è necessario accompagnare le persone in un
graduale cammino di iniziazione alla vita cristiana. La grande sfida per molte
associazione è quella di offrire, in modo permanente, percorsi di
evangelizzazione e catechesi, di primo annuncio, di formazione alla fede, di
accompagnamento nella crescita spirituale. Sottolineo che per “formazione
cristiana” non bisogna limitarsi a conferenze scolastiche, ma catechesi vive e
kerigmatiche, introduzione alla vita sacramentale della Chiesa, celebrazioni
liturgiche, introduzione alla vita di preghiera, verifica della vita alla luce
della Parola di Dio, momenti di confronto e dialogo, esperienze di fraternità,
esperienze di servizio e di carità, esperienze missionarie etc. Il modello è la
“formazione alla fede” che Gesù fece con i suoi discepoli.
Il Santo Padre afferma nella Evangelii Gaudium: «La formazione dei laici e l’evangelizzazione
delle categorie professionali e intellettuali rappresentano un’importante sfida
pastorale» (EG 102). In altri tempi la sfida sarebbe stata quella di “mobilitare”
le categorie professionali (con una identità cattolica già ben delineata) e di “orientare”
il loro impegni verso un fine apostolico comune. Ora la sfida pastorale è
quella di “evangelizzare” le categorie professionali.
Una seconda grande differenza
rispetto ai tempi delle origini delle OIC è data dal nuovo contesto culturale
che viviamo a livello globale. Cito le parole significative di Papa Francesco
pronunciate in occasione del lancio del grande progetto che va sotto il nome di
“Patto educativo globale”:
«Viviamo un cambiamento epocale: una metamorfosi non solo
culturale ma anche antropologica che genera nuovi linguaggi e scarta, senza
discernimento, i paradigmi consegnatici dalla storia. L’educazione si scontra
con la cosiddetta rapidación, che imprigiona l’esistenza nel
vortice della velocità tecnologica e digitale, cambiando continuamente i punti
di riferimento. In questo contesto, l’identità stessa perde consistenza e la
struttura psicologica si disintegra di fronte a un mutamento incessante che
contrasta con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica» (Messaggio del Santo Padre Francesco per il
lancio del Patto Educativo, 12 settembre 2019).
È
un testo molto denso. Papa Francesco, per caratterizzare il nostro tempo, ha affermato
più volte che si tratta non di “un’epoca di cambiamento” bensì di “un
cambiamento d’epoca” che trasforma «velocemente il modo di vivere, di
relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le
generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza».
Al tempo della nascita di molte OIC, c’era senza dubbio una maggiore uniformità
antropologica, persino fra credenti e non credenti. C’era una tacita
condivisione di una “visione d’insieme”, nel senso che esisteva un modo
fondamentale di intendere la persona, le relazioni, la vita famigliare, la vita
sociale, che era lo stesso per tutti. Ora, come dice il Papa, i “paradigmi
consegnatici dalla storia” non sono più accettati. Più che rifiutati, sono
semplicemente ignorati. Pensiamo, ad esempio al modo di concepire l’uomo (nella
sua costitutiva realtà corporea-spirituale), al modo di concepire la relazione
uomo-donna, la relazione genitori-figli, la relazione individuo-stato, la
relazione fra individuo e territorio di appartenenza (cfr ad esempio la
distinzione di D. Goodhart fra generazione degli “anywhere” rispetto a quella
dei “somewhere”).
Questo dissolvimento dei paradigmi
storici provoca la perdita di coesione sociale e la dissoluzione dell’identità
e della struttura psicologica delle persone (basta guardare allo smarrimento
dei giovani!). Proprio di fronte a tutto ciò il Papà ha proposto un “Patto
Educativo globale” che vorrebbe «costruire un “villaggio dell’educazione” dove
… trovare la convergenza globale per un’educazione che sappia farsi portatrice
di un’alleanza tra tutte le componenti della persona: tra lo studio e la vita;
tra le generazioni; tra i docenti, gli studenti, le famiglie e la società
civile con le sue espressioni intellettuali, scientifiche, artistiche,
sportive, politiche, imprenditoriali e solidali»,
e soprattutto dove al centro di tutto si torni a mettere la persona.
Le Associazioni di fedeli, e voi
dell’UMEC in particolare, sono chiamate in causa in questa sfida. Si tratta di
ridare senso all’esistenza di tante persone. Si tratta di ritrovare le
motivazioni profonde dell’essere persona, dello stare insieme, della relazione
uomo donna e della sfida di accogliere un progetto di vita coinvolgente e bello
come la famiglia. Si tratta di riflettere sull’interconnessione di tutti gli
uomini e dunque di ripensare la responsabilità dell’uomo nei confronti degli
altri, della società, della creazione. Si tratta, in fondo, di “ridire” l’uomo
e le sue dimensioni fondamentali, in modo creativo, avvincente e incoraggiante.
Con un linguaggio e degli stili che siano propositivi e generino entusiasmo,
non usando toni censori, risentiti e di condanna.
un compito che vi riguarda in prima persona poiché, gli
insegnanti sono appunto educatori, e molto spesso le figure educative più
importanti e autorevoli in assoluto nella vita di tanti giovani. Proprio la
fede cristiana dà uno slancio particolare al compito educativo, perché dalla
fede nasce un interesse, un amore particolare al bene della persona e al bene
del suo sviluppo integrale. La fede infatti porta con sé la carità divina, che
ci spinge dall’interno a cercare il bene degli altri e a considerare la loro
piena realizzazione e la loro felicità come nostra stessa felicità. Dunque, un
insegnante veramente cristiano è quasi sempre un educatore appassionato, che ha
particolare empatia con le persone, propenso a valorizzare i loro doni, a
sottolineare la loro dignità, a far emergere la loro unicità.
Per concludere, vorrei richiamare un pensiero di S.
Agostino. Nel libro X delle Confessioni, Agostino osserva che tutti gli uomini
desiderano la felicità, ma, si chiede, dove hanno conosciuto la verità?
Infatti, si desidera solo ciò che si conosce (Conf. X,20,29). Dunque per
desiderare la felicità gli uomini devono averne fatto in qualche modo
esperienza (X,21,31). Ma, si chiede ancora Agostino, qual è questa esperienza
che ha fatto provare loro felicità? Deve trattarsi di una esperienza che è alla
portata di tutti e che dunque tutti hanno fatto e che perciò ha lasciato in
tutti un “ricordo della felicità” che è rimasto impresso in modo indelebile
nell’animo umano. Secondo Agostino questa esperienza è la conoscenza della
verità! Conoscere la verità provoca una intima gioia nell’uomo, Agostino
afferma infatti che la felicità è essenzialmente il “piacere del vero” (Conf.
X, 23,33). Ma, andando ancora più a fondo, Agostino si spinge fino a dire che
ogni esperienza di verità è in fondo una esperienza di Dio. Egli afferma: «Dove
ho trovato una verità, là ho trovato il mio Dio, che è la verità stessa» (Conf
X,24,35) (Ubi enim inveni veritatem, ibi
inveni Deum meum, ipsam veritatem). Ogni esperienza di verità è una
esperienza di Dio che provoca un intimo gaudio nell’uomo e che lascia una
traccia di sé indelebile nella memoria. L’uomo desidera la felicità perché
desidera provare ancora quell’esperienza di appagamento e di gioia che ha
provato nel conoscere la verità. Dobbiamo notare che Agostino parlava di ogni
verità, non solo di verità religiose.
Capiamo dunque la grande opportunità che ha un insegnante.
Ogni insegnante, di qualsiasi materia, è una “guida verso la verità”, quella
verità che abbraccia tutti i campi del sapere umano: sia essa la verità
storica, la verità matematica e scientifica, la verità estetica, la verità
filosofica, ed ogni altra verità. Questa esperienza è così potente da lasciare
tracce di gioia nell’animo umano così profonde che diventano un richiamo
silenzioso di Dio stesso. La conoscenza, o meglio, l’“esperienza” della verità
accende nell’animo una segreta aspirazione dell’animo verso Dio che è la
pienezza della verità. Aiutare i giovani a cercare la verità, aiutarli ad
innamorarsi della verità, significa dunque indirizzarli verso Dio, significa
aprire il loro animo alla ricerca della vera felicità e dunque della vera pace.
Quale grande missione, quale grande responsabilità per ogni insegnante!