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mercoledì 11 dicembre 2024

CONDIVIDERE PER CRESCERE

 

La condivisione rafforza i legami sociali, accresce le conoscenze, felicita, feedback degli altri, permettendoci di conoscere meglio noi stessi.

La condivisione rafforza i legami sociali, accresce le nostre conoscenze sul mondo e, fattore forse più importante, elicita il feedback degli altri, permettendoci in qualche modo di vedere e conoscere meglio parti di noi stessi.

Cosa hanno in comune l’uso di Facebook, il cibo e l’attività sessuale? Sembrerà strano, ma tutte e tre queste attività coinvolgono le stesse aree del cervello, quelle legate al senso di gratificazione.

Diversi studi hanno dimostrato che il 30-40% delle conversazioni umane ha come scopo principale quello di fornire agli altri informazioni su di sé o condividere esperienze vissute personalmente (Dunbar, Marriott & Duncan, 1997; Landis & Burtt, 1924). Le ricerche condotte recentemente riguardo all’uso di internet indicano che ben l’80% dei nostri aggiornamenti di stato su Facebook o Twitter consistono in esperienze personali appena vissute (Naaman, Boase, & Lai, 2010).

Questo tasso così alto di “apertura agli altri” (self-disclosure), tipico della nostra specie, deriverebbe da una motivazione molto forte negli esseri umani a condividere i propri pensieri e convinzioni sul mondo: il motivo di questa spinta alla condivisione è che questa viene da noi esperita come una potente fonte di gratificazione personale. In altre parole, raccontiamo volentieri qualcosa di noi perché questo, in qualche modo, ci soddisfa (Tamir & Mitchell, 2012).

Nei decenni precedenti, studi di neuroimaging hanno evidenziato i circuiti cerebrali connessi proprio a questo senso di gratificazione. Sia negli animali sia negli umani il sistema mesolimbico dopaminergico – che include il nucleus accubens (NAcc) e l’area tegmentale ventrale (VTA) – risponde fortemente a stimoli gratificanti primari, come il cibo o il sesso (Hernandez, & Hoebel, 1988), a stimoli secondari, come il denaro (Schott et al., 2008) e persino a gratificazioni sociali come l’osservare come gli altri condividano le loro opinioni, l’esperire l’humor, o ricevere lo sguardo interessato di un membro del sesso opposto (Sabatinelli, Bradley, Lang, Costa, & Versace, 2007; Aharon et al., 2001).

Tamir e Mitchell, del dipartimento di psicologia di Harvard, hanno condotto una serie di studi, combinando tecniche di neuroimaging e metodi comportamentali al fine di testare l’ipotesi che le stesse aree cerebrali componenti il circuito della gratificazione fossero coinvolte anche nel processo di self-disclosure.

Tramite risonanza magnetica funzionale (fMRI) veniva analizzata l’attività cerebrale dei partecipanti allo studio durante due fasi: una prima fase in cui veniva chiesto ai soggetti di rivelare le proprie opinioni e i propri pensieri agli altri, ed una seconda fase in cui si chiedeva invece di speculare su ipotetiche opinioni o pensieri di un’altra persona.

Gli autori hanno inoltre elaborato un metodo “comportamentale” per rilevare il valore dato dai soggetti all’opportunità di parlare di sé: hanno sviluppato un questionario composto da domande suddivise in tre classi (domande “self”, “others” e “facts”). Ad ogni domanda è stato associato un piccolo guadagno in denaro (variabile da $ 0.01 a $0.04) che i partecipanti ricevevano alla fine dell’esperimento. Le domande di tipo “self” venivano associate ad un guadagno minore. Basandosi sull’ipotesi che dare informazioni personali fosse intrinsecamente gratificante, gli autori si aspettavano che i soggetti fossero disposti a rinunciare a somme di denaro maggiori per rispondere a domande su di sé (es. “Quanto ti piacciono gli sport invernali, come lo sci?”) rispetto che per rispondere a domande “others” (es. “Quanto pensi che a Barack Obama piacciano gli sport invernali, come lo sci?”) e a domande “facts” (es. “Leonardo Da Vinci ha dipinto la Mona Lisa?”).

Gli autori hanno così scoperto che non solo parlare di sé attivava il NAcc bilaterale e la VTA in modo molto più marcato rispetto al parlare di altri, ma anche che i soggetti erano disposti a rinunciare al 17% del guadagno che potevano ottenere per rispondere a domande relative a se stessi.

Il risultato forse più interessante è che il solo pensare introspettivamente a sé stessi era sufficiente a far provare ai soggetti un senso di gratificazione e ad attivare il loro sistema mesolimbico dopaminergico. Tuttavia, il comunicare agli altri i propri pensieri piuttosto che il tenerli per sé ne magnificava l’attivazione.

In altre parole, condividere pensieri ed esperienze con gli altri è per noi tanto importante quanto gratificante, molto più di quanto non accada quando, per motivi di varia natura, non abbiamo l’opportunità di farlo. E questo non dovrebbe sorprendere, dal momento che la condivisione rafforza i legami sociali (Dindia, 2000; Collins & Miller, 1994), accresce le nostre conoscenze sul mondo e, fattore forse più importante, elicita il feedback degli altri, permettendoci in qualche modo di vedere e conoscere meglio parti di noi stessi.

 

IL PIACERE DI CONDIVIDERE

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martedì 3 dicembre 2024

GENERAZIONI SENZA


 CON o SENZA?

-         


-di Alberto Caprotti



Togliere, limare, diminuire: alla fine, sono sempre questi i verbi del presente.

Che fanno bene alla testa prima ancora che al cuore, perché probabilmente aiutano a vivere meglio.

Ma che presuppongono di rimettere qualcosa “dentro” per compensare il vuoto cosmico che lasciano e che ci circonda fuori.

Vogliamo mangiare senza olio di palma, certamente, ma la nostra è anche la civiltà senza sentimenti, senza tempo, senza cortesia, senza confidenza, senza vita.

Eliminiamo, razionalizziamo, “ottimizziamo” come dicono quelli che parlano difficile e sanno fare i bilanci. 

E il conto finale è più magro, in tutti i sensi.

Mancano i contenuti, ma anche semplicemente i “con” e tutti gli accessori limitrofi. I confini allargati, i congiuntivi giusti, i consigli utili, le conseguenze positive, i contatti costruttivi, i concetti intelligenti.

Senza sale è diventato un modo di essere di troppi, un gusto amaro di rinuncia che non fa bene affatto.

Senza tanto, resta quasi nulla.

 E la certezza che si stava meglio solo quando c’era qualcosa che condiva il tutto.

Per questo la nostra generazione cresciuta a forza di “senza”, dovrebbe rivalutare il valore del “con”.

Prefisso di condividere, che poi è voce del verbo moltiplicare. 

Vorrei ricordarmi di non dimenticarmelo, con forza e senza dubbi.

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venerdì 30 agosto 2024

LA GRATITUDINE, DONO SOCIALE

 


«Le persone grate determinano una atmosfera, creano attorno a sé un senso di fiducia e di benessere che coinvolge gli altri»

  Parla suor Alessandra Smerilli, docente di economia e segretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale «È una delle parole chiave che guidano un’economia basata sulla condivisione, la solidarietà e il rispetto per l’ambiente»

 

-         di CRISTINA  UGUCCIONI

 

La fecondità della dimensione sociale della gratitudine è al centro della riflessione che in questa conversazione offre suor Alessandra Smerilli, salesiana, docente di Economia politica alla Pontificia Facoltà di scienze dell’educazione Auxilium e segretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale.

La gratitudine ha dimensione sociale e fecondità sociale: come le descriverebbe?

Credo ci siano molte implicazioni pubbliche della gratitudine. Sottolineo un aspetto che è ogni giorno alla portata di tutti. Anzitutto le persone grate determinano una atmosfera, creano attorno a sé un senso di fiducia e di benessere grazie al quale è più facile che anche altri passino dal lamento e dalla sfiducia a un atteggiamento costruttivo. Questo perché le persone grate fanno sentire importante chi hanno di fronte, sono portate a sintonizzarsi sul meglio che è negli altri e a chiamarlo in gioco. La loro capacità di concentrarsi sulla crescita e la loro natura altruistica creano spazio per far fiorire gli altri. Sono persone umili perché la gratitudine le porta a riconoscere il debito che le lega ai doni altrui. Ma “umile” rimanda all’humus, alla fertilità della terra che ogni ambiente umano può diventare. Chiaramente, “fertile” può farci pensare anche alle conseguenze economiche e sociali di una convivenza segnata da queste attenzioni, dal saper dire grazie. In effetti, se una comunità ha forte consapevolezza di ciò che uno deve all’altro e di come le sfide si vincono insieme, la sua crescita è più dinamica e felice rispetto alla situazione in cui si combatte tutti contro tutti.

 In che modo la gratitudine può dare forma all’economia?

Già Adam Smith, padre fondatore della Scienza Economica, nel suo libro “ La teoria dei sentimenti morali” sostiene che la gratitudine giochi un ruolo vitale nel rendere il mondo un posto migliore. Benedetto XVI ha dedicato la Caritas in Veritate a mostrare come la gratuità, la logica del dono, non sia un di più, ma un aspetto fondante la dinamica economica. È un aspetto che le teorie economiche classiche hanno ampiamente sottovalutato e che la Chiesa ha contributo e sta contribuendo a portare in evidenza: protagonisti dell’economia sono gli esseri umani che, nonostante il peccato, non sono per natura irrimediabilmente egoisti e votati all’interesse proprio. I loro scambi, i loro progetti, le soluzioni che costruiscono per far fronte alla vita di ogni giorno, hanno in sé una continua vocazione al bene dell’incontro e della cooperazione. In questo ambito, la parola gratitudine può assumere la sfumatura della restituzione: a un territorio, alle generazioni successive, a coloro cui si deve la propria crescita. Gratitudine e restituzione implicano anche il superamento di quelle disuguaglianze che si devono alla storia e allo sfruttamento degli uni sugli altri. Noi dobbiamo ai poveri giustizia: questo è un aspetto drammaticamente attuale e poco riconosciuto della gratitudine. L’economia civile e altre ricerche di nuovi modelli di sviluppo vorrebbero manifestare più chiaramente come uno sguardo grato alla vita debba generare un’economia del dono, mostrando che si tratta di un’economia non di decrescita, ma di una crescita a più alta intensità: più inclusiva, più ecologica, più integrale.

Una delle parole chiave di The Economy of Francesco (EoF) è proprio gratitudine: questo processo/movimento, nato cinque anni fa, sta cominciando ad avere rilevanza sul piano internazionale?

Sì, ma è ancora un movimento in fase di sviluppo e di crescita. La gratitudine è una delle parole chiave che guida i giovani coinvolti, i quali promuovono un’economia basata sulla condivisione, la solidarietà e il rispetto dell’ambiente. Molti giovani imprenditori, economisti e attivisti stanno aderendo a questo movimento e contribuendo a diffondere i suoi principi e valori in tutto il mondo. Tuttavia, c’è ancora molto lavoro da fare per trasformare realmente il sistema economico attuale e portare avanti un’economia più equa e sostenibile. La gratitudine è uno dei punti di forza dell’EoF che i giovani possono capitalizzare per raggiungere questo obiettivo.

A chi desidera rivolgere parole di ringraziamento?

 Il primo pensiero va a coloro che mi hanno donato la vita e trasmesso una fede radicata nella semplicità della terra e della vita quotidiana. Si tratta dei miei genitori e di quelle persone a cui sono legate la mia infanzia e la mia adolescenza in Abruzzo. Desidero ringraziare anche chi, in oratorio, ha allargato la mia esperienza di fiducia e di casa, nell’amorevolezza del metodo educativo salesiano. Sono poi grata a coloro che mi hanno chiesto dei passi, a volte delle vere e proprie obbedienze, che hanno plasmato il cammino della mia vita adulta. La vita religiosa, in questo, credo sia per tutti una provocazione, l’invito a pensare che l’adulto non è chi si fa da sé, ma chi accoglie creativamente e attivamente anche le circostanze che non avrebbe pensato adatte a sé: da sola non avrei scelto di studiare Economia, ma poi mi sono accorta di quanto preziosa è stata l’intuizione delle mie formatrici. E da sola non avrei pensato alla Curia Romana come a un luogo di cura e di incontro.

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giovedì 8 agosto 2024

UBUNTU, UN'ETICA DELLA VITA


Umuntu ngumuntu ngabantu

 Il sudafricano Ramose illustra un concetto chiave nella struttura filosofica africana Anche rispetto alle grandi domande sulla giustizia sociale


-         -di DORELLA CIANCI

Umuntu ngumuntu ngabantu: tre parole, che racchiudono il senso della vita e che potremmo tradurre così: «Essere una persona significa affermare la propria umanità attraverso l’umanità degli altri» nella conseguente e infinita varietà di contenuto e forma. Questa traduzione (sicuramente imperfetta) di una parte della filosofia africana attesta, preliminarmente, un rispetto per la particolarità, l’individualità e la storicità, senza le quali la decolonizzazione di quel sapere non potrà mai avvenire fino in fondo. Dunque è finalmente arrivato il momento di metterci in ascolto di quel continente a cui fin troppo spesso abbiamo pensato, lungo il corso della storia, di insegnare, mentre avremmo dovuto limitarci a comprendere e apprendere. Uno dei momenti più significativi, ieri, del Congresso mondiale della filosofia sul tema della giustizia, dell’etica e del dialogo interculturale, si è avuto durante la sessione con Mogobe Ramose, docente presso il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pretoria, fra gli altri ospiti. Ramose è uno dei più importanti filosofi sudafricani, noto soprattutto per la sua elaborazione della filosofia ubuntu. Qual è la peculiarità di questo pensiero? Innanzitutto, va detto che il termine “ubuntu” è un concetto chiave nella struttura etico-filosofica africana, poiché indica la bellezza del vivere “con”, dell’esser-ci fra gli altri, dell’umanità che acquista senso nel concetto di solidarietà e vicinanza concreta. L’insegnamento di Ramose è, ancor più, di grandissimo rilievo nella società contemporanea, che – con fatica e non senza ipocrisie – tenta di raggiungere una maggiore giustizia sociale attraverso l’attenzione ai popoli e agli ambienti più fragili, in primis proprio le diverse zone africane. Per far questo, tuttavia, è necessario conoscere e rimettere al centro il pensiero critico per contrastare le apparenze del linguaggio politico globale.

Ramose, innamorato del suo popolo e delle tradizioni della sua gente, mostra, invece, anche nei tanti scritti filosofici, un impegno incrollabile verso le grandi questioni della giustizia sociale, della politica, dell’etica, nel tentativo di sollevare quei grandi veli preconcettuali, che oscurano le verità. Gran parte del suo lavoro pare esser stato influenzato dal pensiero politico del sudafricano Robert Sobukwe, fondatore del Pan-Africanist Congress. Ramose ha contribuito e continua a contribuire brillantemente al pensiero e all’attivismo panafricanista: nel corso degli anni è diventato uno dei filosofi più citati in Sudafrica e uno dei filosofi del continente africano più noti alla comunità scientifica internazionale, ma anche al dibattito pubblico sui media di tutto il mondo. Le sue parole ci riportano, innanzitutto, alla storia e al tempo della lotta contro l’oppressione razziale in Sudafrica. Ramose nella sua relazione, ha percorso, con leggerezza, la storia delle idee di un continente che ancora fatica a esser visto nella sua essenza, lontano da paragoni e da chiavi interpretative etnocentriche e malate di occidentalismo; ha menzionato intellettuali all’interno di organizzazioni come l’African National Congress e il Pan-Africanist Congress, arrivando al Black Consciousness Movement composto da gruppi intellettuali e politici, i quali hanno sviluppato risposte concettuali (anche discordanti) rispetto alle grandi domande sulla giustizia sociale.

Non è facile condensare tutto il substrato culturale che è dentro gli scritti di Ramose, ma – senza scadere in semplificazioni – è doveroso soffermarsi sulla centralità della forza vitale all’interno della filosofia africana, spesso indicata come “etica della vita”. Questo concetto ci riporta a una sovrapposizione tra lo stile di vita legato al pensiero ubuntu e una valutazione ‘decolonizzata’ di quell’incontro fisiologico, che si verifica, nel pensiero africano, fra religione e filosofia. Come detto da Ramose, la scala comune che consente un pensiero autenticamente panafricano emerge solo attraverso il dialogo interreligioso, interculturale e attraverso l’esposizione reciproca (e congiunta) di concetti religiosi collegati a nodi cruciali filosofici. Il pensiero ubuntu, in tal senso, è il pensiero della compassione, quello che ci invita a incontrare la differenza per arricchire la cosiddetta “etica della vita”, imperniata tanto nella filosofia quanto nelle diverse religioni. La filosofia, in tal senso, per una parte del continente africano, va al cuore del rispetto per le particolarità delle credenze e delle pratiche altrui. 

Il rispetto per l’unicità dell’altro è strettamente collegato al rispetto per l’individualità. Tuttavia l’individualità citata nella filosofia ubuntu non è di matrice cartesiana. Al contrario, contraddice direttamente la concezione cartesiana dell’individualità, secondo cui l’individuo può essere concepito senza necessariamente pensare l’altro. L’individuo cartesiano esiste prima, o separatamente e indipendentemente dal resto della comunità o della società. Al contrario, la concezione ubuntu definisce l’individuo in termini di relazione con gli altri: la parola “individuo” significa una pluralità di personalità corrispondente alla molteplicità di relazioni in cui si trova l’individuo in questione. Essere un individuo significa “essere- con-gli-altri”, decisamente ben al di là dell’individualismo occidentale. Il caso della filosofia ubuntu è una lezione per stare nel mondo e con gli altri in armonia, escludendo la logica competitiva del conflitto.

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venerdì 26 luglio 2024

PANI E PESCI

 


Domenica del pane che trabocca dalle mani, dalle ceste, che sembra non finire mai.

Commento di p. Ermes Ronchi

E mentre lo distribuivano, non veniva a mancare, e mentre passava di mano in mano, restava in ogni mano".

Quello del pane è l’unico segno riferito da tutti e quattro i Vangeli. Marco e Matteo ne riportano addirittura due redazioni. Si tratta, evidentemente, di un evento decisivo per capire la vita e il messaggio di Gesù.

 Con il segno del pane, più che davanti ad un eclatante miracolo siamo di fronte ad una fessura di mistero.

 Il racconto è pieno di simboli bellissimi: è ormai primavera; c’è molta erba che richiama i pascoli e il Salmo del buon pastore; c’è il monte grande simbolo della casa di Dio; è vicina la Pasqua; ci sono i numeri: cinque pani e due pesci che compongono il sette, simbolo della pienezza; c’è il pane d’orzo, pane di primizia perché l’orzo è il primo dei cereali che matura, primo pane nuovo; e c’è un ragazzo, neppure un uomo adulto, una primizia d’uomo.

 Un Vangelo pieno d’inizi e di gemme che fioriscono, per grazia.

 Modello del discepolo oggi è un ragazzo senza nome né volto, che dona ciò che ha, senza pensarci, e così innesca la spirale della condivisione, il miracolo del dono.

 Il problema del nostro mondo non è la penuria di pane, ma la povertà di quel lievito che incalza e spinge a condividere, a fare di ciò che hai un sacramento di comunione.

 “Al mondo, il cristiano non fornisce pane, fornisce lievito” (Miguel de Unamuno).

 “Credo sia più facile moltiplicare il pane che non distribuirlo. C’è tanto di quel pane sulla terra che a condividerlo basterebbe per tutti” (D. M. Turoldo).

 Prese i pani, ringraziò, diede.

 “Ricevimi, donami, donandomi mi otterrai di nuovo” (Rig Veda). L’uomo può solo ricevere, la vita, il creato, le persone che sono il suo pane. Può solo ringraziare, benedire, donare. E basteranno le briciole a riempire dodici ceste.

 Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato alla fame d’altri.

 Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò sul monte, lui da solo. Rifiuta di essere fatto re, ma non rifiuta l’acclamazione a profeta.

 La profezia gli si addice: lui è bocca di Dio e bocca dei poveri. Ma dal potere, da tutto ciò che circonda il nome di re, fugge lontano.

 La folla è religiosa solo in apparenza: cerca un Dio fornitore di pane a buon mercato, che plachi le fatiche, i pianti, le paure che popolano il cuore.

 Gesù non vuole regnare su nessuno, ma porre vita nelle nostre mani. La sua. E guidarci dalla fame di pane alla fame di Dio.

 Noi siamo fatti per la felicità, ma in questa furia di vivere che ci prende tutti, non ci preoccupiamo di moltiplicare dentro di noi le sorgenti che, sole, danno la felicità: saper accogliere, benedire, donare. 

 Cercoiltuovolto

giovedì 13 giugno 2024

UN CAMMINO DI SANTITA'


 Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita

LA SINODALITÀ

 E 

L’ESPERIENZA 

DEI MOVIMENTI

ABSTRACT

-        - di Elisa Lisiero*

Nei movimenti ecclesiali e, in generale, nelle realtà aggregative riconosciute dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, la dimensione della sinodalità procede dal loro essere e dalla loro natura comunionale e relazionale e tende ad una meta ben precisa, cioè la missione.

È quanto è emerso dalle sintesi della consultazione sinodale, realizzata durante la prima tappa del Sinodo nel 2022, in cui sono state coinvolte le realtà aggregative sotto la competenza diretta del Dicastero. 

Dai testi si evince una sinodalità tradotta in strutture e prassi concrete, sperimentate nel corso degli anni che, pur non essendo esenti da sfide e dalla necessità di un’ulteriore maturazione, costituiscono un’esperienza preziosa, posta al servizio della missione della Chiesa nelle sue differenti sfaccettature. Tali prassi e strutture possono essere ricondotte ad alcuni ambiti principali quali: la condivisione fraterna; il governo; la liturgia e la spiritualità; l’annuncio e la carità. Altre ineriscono al rapporto tra i vari movimenti e alla relazione con le chiese particolari.

Come si comprende dalla Relazione di sintesi della XVI  Assemblea Generale Ordinaria dei Sinodo dei Vescovi, Una Chiesa sinodale in missione, la pratica sinodale contiene in sé stessa una carica profetica: questo vale anche per le prassi e le strutture sinodali dei movimenti e delle realtà aggregative riconosciute dal Dicastero. 

In particolare, le strutture di condivisione fraterna, come piccoli gruppi e piccole comunità, che spesso costituiscono la trama associativa dei movimenti, testimoniano uno spirito di amicizia e di famiglia che sgorga da uno stesso carisma o da un ideale evangelico, in contrasto con l’individualismo e la solitudine che attanaglia la società odierna. Dalle modalità di governo, in cui si evidenziano pratiche di corresponsabilità, emerge un nuovo ideale di leadership partecipato e condiviso; la dimensione comunitaria della preghiera comunica la bellezza della fede vissuta secondo uno spirito di famiglia; l’annuncio, che procede in primo luogo dall’essere comunità, esprime la forza della comunione missionaria.

La dedizione ai poveri e agli esclusi, mediante azioni messe in campo insieme, trasmette uno sguardo nuovo di dignità e fraternità a chi è relegato nelle tante periferie del mondo. In questo momento storico non mancano certamente le sfide per le realtà aggregative postconciliari, sia al loro interno che all’esterno, in particolare nel rapporto con le chiese particolari in cui sono inserite. 

Tuttavia le “scintille profetiche”, evidenziate dalle strutture e prassi sinodali presenti al loro interno, continuano a essere fonte di ispirazione  e cammino di santità. 

*Facoltà di Diritto Canonico, Pontificia Università della Santa Croce, Roma, Italia



lunedì 27 maggio 2024

UN PANE DA CONDIVIDERE

 Un dramma cristiano è il pane senza la solidarietà.

Nelle fedi è da sempre simbolo di solidarietà. Mangiarne insieme significa condividere. Non averne nega, spesso, anche il diritto al nome e alla parola: evidenze di vuoto umano e spirituale


- di Andrea Ricciardi

 Mangiare insieme

Prendiamo il tema della tavola in comune che tocca i primi secoli del cristianesimo. La tavola unisce, nella memoria della cena, ma anche nell’agape condivisa, gente che si dice cristiana, di provenienza sociale e religiosa differente. Ebrei e non ebrei, gente di ceto diverso: le diversità, però, si fanno evidenti alla tavola comune, non solo per gli interdetti alimentari, ma per gli usi delle varie classi sociali e anche della qualità del cibo. A Corinto la comunanza di tavola suscita problemi gravi: si fatica a mangiare insieme.

Mangiare insieme vuol dire riconoscersi dello stesso mondo e solidali nella stessa famiglia. Ha avuto successo nei decenni dopo il Vaticano II un versetto della Didaché, testo tra la fine del I secolo e l’inizio del II, perduto e ritrovato a fine Ottocento: «Se condividiamo il pane del cielo, come non condivideremo quello della terra?». Il pane evidenzia distanze e divisioni, come pure la volontà di fraternità.

Condividere il pane della terra non è facile e spontaneo, come si vede anche in antiche comunità entusiaste come quella dei corinti. Paolo scrive, ammonendoli: «Ciascuno, infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame e l’altro è ubriaco. Non avete le vostre case per mangiare e per bere?» (I Cor 11, 21-22). Ci sono quelli che consumano il proprio cibo senza condividerlo con gli altri, nota l’esegeta Richard Hays. Per Paolo è un’umiliazione dei fratelli poveri e un oltraggio all’unità della Chiesa. La tavola, luogo d’intimità e di gusti e abitudini di gruppo, mette in luce il classismo dei vari gruppi sociali. Paolo lotta perché la comunanza alla tavola esprima l’uguaglianza e la fraternità dei cristiani.

La tavola è una prova per la fraternità.

 Plinio il Giovane, morto circa nel 114, illustra il classismo a tavola, quando parla di un ospite raffinato che esalta: «Per sé e per pochi imbandiva cibi ricercati, per tutti gli altri cibi di poco valore e dozzinali. Anche il vino in piccole bottiglie aveva suddiviso in tre categorie… l’una era per lui e per noi, un’altra per gli amici meno importanti (perché egli gradua le amicizie), l’ultima per i liberti suoi e nostri».

Le religioni, nella loro storia, con tutte le diversità dei tempi e delle situazioni, hanno dato il pane a chi aveva fame o hanno spinto i loro fedeli a darlo. Ma sono state sfidate dalla distanza, dal senso di superiorità, dal disprezzo, quando - lo dice Gregorio - non basta dare il pane ma bisogna dare la parola, che sola costruisce fraternità. Anche perché il povero ha bisogno di parlare e di essere chiamato per nome come ognuno, perché la povertà si accompagna alla solitudine.

Le vicende dei senza fissa dimora che popolano le nostre città e che hanno storie tanto diverse, sono quasi marcate da solitudine profonda. Senza fissa dimora e senza parole. Chi ha esperienza di questo mondo che popola le nostre città -a Roma ce ne sono circa 8.000 con storie e motivazioni diverse - sa bene come la deprivazione di quasi tutto (anche se talvolta si dorme all’aperto anche per motivi personali) sia accompagnata da un grande silenzio, mancanza di parole, dialogo, senza mai essere chiamati per nome.

Chi ha esperienza di questo mondo conosce la fame di parole e di conversazione che taluni hanno, espressa anche nella volontà di raccontare storie.

Universalità del pane.

Il pane, nel sentire comune, ha conservato per secoli un valore simbolico e sacro, con l’idea, viva fino a ieri in varie famiglie, che il pane non debba andare buttato. Ricordo della sacramentalità dell’Eucarestia, coscienza legata al fatto che è un alimento prezioso. C’è, rispetto al pane, così basilare nella dieta di molti, l’idea di una sua destinazione universale. David Maria Turoldo, in una raccolta di poesie, Il sapore del pane, scrive: «l’ultimo pane è per chi ha fame». È la tradizione che biso-gna lasciare qualcosa, un po’ di pane, per chi verrà. Il mio pane non è tutto mio. Una ribellione all’appropriazione totale del pane.

Pablo Neruda ne canta l’universalità: «Il pane… / di ogni uomo, / ogni giorno / arriverà perché andammo a seminarlo / …non per un uomo / ma per tutti, /…per tutti i popoli / e con esso ciò che ha / forma e sapore di pane / divideremo: / la terra, / la bellezza, / l’amore, / tutto questo ha sapore di pane». Pane non per uno solo, ma per ogni uomo, per tutti. Il sapore del pane è quello di una terra condivisa assieme all’amore e alla bellezza. Sembra quasi che il pane si trascenda. D’altra parte, pane significa anche intimità familiare. Edith Bruck, ragazza ebrea, ungherese e contadina, strappata dalla sua povera casa, mentre i gendarmi ungheresi irridevano il padre che aveva sul petto le medaglie di guerra, e stanno per portare gli ebrei nel ghetto e poi allo sterminio… sente la madre che, nell’istante della deportazione, grida: «Il pane, il pane!». Il ricordo della madre e della vita familiare del villaggio ungherese, discriminati tra i poveri, diventa il pane perduto, un romanzo-memoria.

Il sapore del pane.

Il sapore del pane è anche quello dell’intimità, ma allo stesso tempo il pane chiama a essere condiviso oltre, in solidarietà. Questo è il dramma che ha spaccato il cristianesimo. Il quale ha colto, in taluni momenti e personaggi, il valore di solidarietà che promana dal pane. Ma anche vissuto il divorzio tra pane e parola e ha generato un’elemosina univoca, che non crea solidarietà, incapace di cogliere la voglia di riscatto del mondo povero.

Il cristianesimo orientale, meno organizzato dei cattolici in opere caritative, ne ha colto il dramma. Olivier Clément, occidentale ma ortodosso, ha parlato di divorzio tra le aspirazioni di riscatto del mondo dei poveri e la Chiesa: un divorzio all’origine del conflitto tra movimento socialista e comunista, che proponeva una redenzione sociale e la Chiesa stessa.

Il filosofo russo Berdjaev, che ha vissuto la rivoluzione bolscevica, critica il prometeismo marxista, ma anche l’individualismo che separa fede e giustizia sociale. Tocca il tema del pane e della solidarietà con una profondità straordinaria: «Quella del pane per me è una questione materiale; ma la questione del pane per il mio prossimo, per gli uomini di tutto il mondo, è una questione spirituale e religiosa. La società dev’essere organizzata in modo tale che vi sia pane per tutti; soltanto allora la questione spirituale si porrà davanti all’uomo in tutta la sua profonda essenza».

Alzogliocchiversoilcielo

 

sabato 11 maggio 2024

QUARANTESIMO GIORNO



- di don Giuseppe Grampa

Sono da poco trascorsi quaranta giorni dalla Pasqua.

Fino a un recente passato questo giorno quarantesimo era festivo, oggi non più, e così rischiamo di dimenticare un difficile eppur prezioso evento della vita di Gesù.

Diciamo nel Credo: “Ascese al cielo”. Perché è difficile per la nostra comprensione questo evento? Dobbiamo immaginare che Gesù, come un aquilone sfuggito alla mano di un bambino, si perda in alto tra le nubi?

Così l’hanno immaginato molti pittori, così dicono certe Guide di Terrasanta mostrando ai pellegrini l’orma lasciata dai piedi di Gesù che si staccava da terra e l’apertura circolare nella cupoletta del tempietto, via di fuga verso il cielo.

Lasciamo l’immaginazione e affidiamoci piuttosto a una parola di san Paolo che si domanda che cosa significhi che ascese e risponde: “Colui che discese è lo stesso che ascese al di sopra di tutti i cieli per essere la pienezza di tutte le cose”(Ef 4,10).

L’ascensione è solo la traccia visibile di una realtà più grande: Cristo è il vertice della storia umana e l'Ascensione è il compimento, la verità della passione e della croce. E infatti l'evangelista Giovanni per indicare la crocifissione adopera un verbo singolare: elevare, innalzare.

Gesù stesso così annuncia la sua morte imminente: "Quando sarò elevato-innalzato da terra, attirerò tutti a me"(Gv 12,32).

L'elevazione da terra sul patibolo della croce è innalzamento, glorificazione. Il patibolo è addirittura cantato come "albero bello e splendente". Una volta Gesù, sempre alludendo alla sua morte, aveva detto: “Se il chicco di grano, caduto in terra, muore, produce molto frutto" (Gv 12,24).

L'Ascensione esprime visibilmente questa certezza: solo chi dà la sua vita, chi la perde, chi si abbassa, chi scende nei solchi bui della sofferenza umana, sarà elevato, innalzato, sarà principio di salvezza. Chi discende, nella logica del condividere, del perdersi dentro, chi non teme di abbassarsi in un movimento di partecipazione con chi è al fondo; questi solo ascende ed è l'innalzato.

L'Ascensione è la risposta luminosa al più oscuro discendere. 

RS-SERVIRE

 

venerdì 10 maggio 2024

PROMUOVERE COMPORTAMENTI DEMOCRATICI

 

Da totalitaria a democratica: percorsi di globalizzazione per capire il nostro mondo”, con un focus sulle “Linee guida per una scuola capace di leggere la realtà e promuovere comportamenti democratici”

 

-         di Nobile Filippo

       

Nel contesto di un mondo sempre più interconnesso e globalizzato, le sfide che affrontiamo sono tanto variegate quanto complesse. Tra queste, emerge prepotentemente la necessità di una solida istruzione democratica che possa preparare le nuove generazioni a partecipare attivamente e consapevolmente alla vita civica. Mentre le onde della globalizzazione hanno portato innovazione e integrazione tra culture diverse, hanno anche accentuato le tensioni e esposto fragilità democratiche in vari contesti nazionali e internazionali.

 Il ruolo cruciale delle scuole

 In risposta a questo scenario in continua evoluzione, le scuole hanno un ruolo cruciale da svolgere. Non possono più limitarsi a essere semplici istituzioni di trasmissione del sapere accademico; devono trasformarsi in veri e propri laboratori di democrazia. Qui, gli studenti devono apprendere non solo attraverso libri di testo e lezioni tradizionali, ma anche attraverso l’esperienza diretta di valori democratici quali il rispetto della diversità, il dialogo costruttivo e la responsabilità civica.

 Nelle scuole i giovani apprendono a navigare e influenzare positivamente la realtà

 La tesi di questo articolo sostiene quindi che, per rispondere efficacemente alle esigenze del nostro tempo, le scuole debbano diventare ambienti dove i giovani possono apprendere a navigare e influenzare positivamente la società con consapevolezza critica e competenza interculturale. L’educazione democratica non è solo un ideale a cui aspirare; è una necessità urgente che richiede azioni concrete e immediati cambiamenti nelle metodologie e nelle pratiche educative attuali. Attraverso un impegno collettivo verso questo obiettivo, possiamo sperare di equipaggiare i cittadini di domani con gli strumenti necessari per affrontare e modellare un mondo che è tanto complesso quanto ricco di opportunità.

 Stato attuale dell’istruzione

 Il panorama educativo attuale è un crogiuolo di vecchie e nuove pratiche, dove spesso le metodologie tradizionali dominano, nonostante il crescente bisogno di approcci più aperti e democratici. Le scuole, in molte parti del mondo, continuano a operare secondo modelli autoritari che limitano la partecipazione degli studenti, soffocano il pensiero critico e promuovono una cultura di conformismo piuttosto che di interrogazione. Uno dei limiti più evidenti del sistema educativo contemporaneo nel contrastare le tendenze autoritarie è la persistenza di strutture gerarchiche rigide. In questo modello, gli insegnanti tendono ad avere un ruolo assoluto in aula, mentre gli studenti sono visti principalmente come ricevitori passivi di informazioni. Questo approccio non solo impedisce una vera interazione bidirezionale ma anche inculca una visione della conoscenza come qualcosa di “dato” e non “costruito”.

 Esempi di pratiche autoritarie residuate

 Uniformità nella valutazione: La standardizzazione dei test e delle valutazioni promuove una visione unidimensionale dell’intelligenza e del successo, scoraggiando la creatività e l’innovazione tra gli studenti. Ciò può portare a una mentalità di “insegnamento per il test”, dove l’obiettivo principale è il punteggio piuttosto che l’apprendimento significativo.

Limitazione della libertà espressiva: In alcuni sistemi scolastici, la libertà degli studenti di esprimere opinioni può essere severamente limitata. Ciò può essere particolarmente evidente in lezioni su argomenti sensibili come la politica o la storia. La mancanza di spazi sicuri per la discussione aperta impedisce agli studenti di esplorare e contestare varie prospettive, essenziale per lo sviluppo del pensiero critico.

Controllo sull’accesso alle informazioni: L’accesso limitato a diverse fonti di informazione o la censura di materiali didattici che non allineano con una specifica narrativa politica o ideologica impedisce agli studenti di avere una comprensione completa e bilanciata del mondo.

Le pratiche e l’impatto sui giovani

 Queste pratiche, purtroppo ancora diffuse, hanno un impatto diretto sui giovani studenti, modellando la loro percezione del mondo e delle loro capacità di agire e interagire entro di esso. Gli studenti educati in tali ambienti possono trovarsi meno preparati a partecipare attivamente e positivamente in una società democratica, spesso accettando passivamente autorità e informazioni senza questionarle. Per combattere queste tendenze, è fondamentale riformare i metodi educativi, introducendo modelli che valorizzano il dialogo, il dibattito e la critica, creando un ambiente scolastico che non solo informa ma anche forma cittadini attivi e consapevoli.

 Le linee guida per una scuola democratica

 Per promuovere un’educazione che sia veramente democratica e adatta alle sfide del XXI secolo, si propongono diverse linee guida che possono essere adattate e implementate tanto nelle scuole europee quanto in quelle italiane. L’obiettivo è di trasformare le aule in spazi di dialogo aperto e pensiero critico, dove gli studenti non solo apprendono ma partecipano attivamente alla costruzione del loro percorso eductivo.

 Linee guida generali

 Promuovere la partecipazione attiva degli studenti: Incoraggiare metodologie didattiche che prevedano la partecipazione attiva degli studenti, come l’apprendimento basato sui progetti, il lavoro di gruppo collaborativo, e le sessioni di brainstorming. Questo non solo aumenta l’engagement degli studenti ma li abitua a interagire e contribuire attivamente.

Incorporare l’educazione civica nel curriculum: Integrare sistematicamente l’educazione civica nei programmi di studio, insegnando i principi della democrazia, i diritti umani, la comprensione interculturale e il rispetto per la diversità.

Utilizzare tecnologie e media: Formare gli studenti a un uso critico e informato dei media e delle tecnologie digitali. Ciò include il discernere tra fonti affidabili e non, comprendere il funzionamento delle piattaforme di social media e analizzare l’impatto dei media sulla società.

Formazione continua per gli insegnanti: Offrire agli insegnanti corsi di aggiornamento e sviluppo professionale sull’educazione democratica e su come gestire discussioni sensibili e potenzialmente divisive in classe.

Esempi europei e italiani

 Europa: In Finlandia, un leader riconosciuto nell’educazione, le scuole hanno adottato approcci didattici basati sul rispetto reciproco e sulla collaborazione, oltre a programmi speciali che promuovono la comprensione interculturale e il pensiero critico fin dalla scuola elementare.

Italia: Nel contesto italiano, progetti come “Scuola di Democrazia” hanno iniziato a formare gli studenti su come partecipare attivamente alla vita democratica. Tali programmi comprendono simulazioni di processi democratici, come elezioni scolastiche, e dibattiti su questioni attuali, facendo leva sul patrimonio culturale e storico dell’Italia per rafforzare i valori democratici.

Interventi nelle aule

 Dialogo aperto: Creare regolarmente spazi per dibattiti e discussioni su temi di attualità, guidati da regole chiare per garantire un dialogo rispettoso e costruttivo. Questo aiuta gli studenti a esprimere e difendere le proprie opinioni in modo rispettoso e informato.

Progetti di gruppo interdisciplinari: Implementare progetti che richiedano la collaborazione tra studenti di diverse classi o materie, promuovendo così una comprensione più olistica dei problemi e delle loro possibili soluzioni.

Queste linee guida e interventi sono fondamentali per sviluppare competenze critiche negli studenti e prepararli a essere cittadini responsabili e partecipativi. La scuola democratica è quella che non solo educa ma forma individui pronti a contribuire attivamente alla società in cui vivono.

 Casi di studio e applicazioni pratiche

 L’adozione di metodi educativi democratici sta guadagnando terreno in molte scuole in tutto il mondo, grazie all’evidenza che tali approcci possono migliorare significativamente l’engagement degli studenti e la loro comprensione dei principi democratici. Di seguito sono presentati alcuni casi di studio e testimonianze che illustrano come queste pratiche vengano implementate e quali risultati stiano producendo.

 Esempi di scuole adottanti metodi democratici

 Scandinavia: Svezia: Alcune scuole svedesi hanno introdotto “le ore democratiche”, dove gli studenti partecipano a incontri settimanali per discutere questioni legate alla gestione della classe e della scuola. Questi incontri sono guidati dagli studenti con il supporto degli insegnanti e servono per esercitare il dibattito, la negoziazione e la risoluzione dei conflitti.

Italia: Istituto Comprensivo in Lombardia: Questa scuola ha adottato un modello di “assemblee di classe” regolari, dove studenti e insegnanti si incontrano per discutere e votare su vari aspetti della vita scolastica, dai metodi di insegnamento alle attività extracurricolari. L’iniziativa ha rafforzato il senso di appartenenza e responsabilità tra gli studenti.

Interviste con educatori

 Educatori da una scuola primaria a Helsinki: gli insegnanti raccontano come l’introduzione di discussioni guidate e progetti di gruppo incentrati su temi globali abbia migliorato la capacità degli studenti di affrontare e discutere problemi complessi, nonché aumentato la loro empatia e comprensione interculturale.

 Dirigente scolastico di un liceo in Toscana: il dirigente descrive come la scuola ha trasformato il suo approccio disciplinare, sostituendo le tradizionali punizioni con meditazioni guidate e sessioni di riflessione, incoraggiando gli studenti a comprendere le conseguenze delle loro azioni e a lavorare per migliorare il proprio comportamento.

 Dati e ricerche

 Studio sulle scuole democratiche in Europa: Una ricerca condotta da un’università europea ha trovato che nelle scuole con una forte enfasi sull’educazione democratica, gli studenti mostrano livelli superiori di comprensione civica, maggiore fiducia nelle istituzioni democratiche e una più forte inclinazione a partecipare a attività civiche.

Ricerca sull’impatto delle tecnologie nell’educazione democratica: Uno studio ha esaminato come l’uso di piattaforme di apprendimento online e strumenti di comunicazione digitale possano facilitare la discussione aperta tra studenti di diverse background, contribuendo a ridurre pregiudizi e promuovere una maggiore inclusività.

Questi casi di studio e ricerche illustrano non solo l’efficacia degli approcci educativi democratici, ma anche il loro impatto trasformativo sugli studenti. L’implementazione di tali metodi può quindi essere vista non solo come un miglioramento pedagogico, ma anche come un investimento nel futuro della società.

 Sfide e barriere

 La trasformazione delle pratiche educative per incorporare metodi più democratici presenta numerose sfide e barriere. Queste difficoltà possono variare a seconda del contesto culturale, delle risorse disponibili e dell’infrastruttura esistente. Comprendere e affrontare queste sfide è fondamentale per realizzare cambiamenti efficaci nelle politiche e nelle pratiche scolastiche.

 Principali difficoltà

 Resistenza al cambiamento: Molti sistemi educativi hanno radicate tradizioni e strutture che possono essere resistenti alle innovazioni. Cambiare l’approccio consolidato all’insegnamento e all’apprendimento richiede un cambiamento di mentalità non solo tra gli insegnanti, ma anche tra i dirigenti scolastici e i genitori.

Formazione degli insegnanti: La mancanza di formazione adeguata è una delle principali barriere alla realizzazione di un’educazione democratica efficace. Gli insegnanti hanno bisogno di strumenti e conoscenze specifiche per poter gestire aule più interattive e per promuovere il pensiero critico e il dialogo.

Risorse finanziarie: L’introduzione di nuove metodologie può richiedere investimenti significativi in materiali didattici, tecnologie e formazione del personale. In molti contesti, i budget limitati possono impedire l’attuazione di queste iniziative.

Normative e politiche: In alcuni paesi, le normative e le politiche educative possono non supportare o addirittura ostacolare l’adozione di approcci educativi democratici. Ciò richiede un lavoro di advocacy e di modifica delle politiche a livelli superiori.

Strategie per superare queste sfide

 Promuovere il cambiamento culturale: È essenziale lavorare sulla cultura scolastica promuovendo i benefici dell’educazione democratica attraverso seminari, workshop e incontri informativi per educatori, genitori e amministratori. Sensibilizzare tutte le parti interessate può aiutare a ridurre la resistenza al cambiamento.

Formazione continua: Gli enti scolastici dovrebbero investire in programmi di formazione continua per gli insegnanti, concentrandosi sullo sviluppo delle competenze necessarie per implementare metodi di insegnamento democratici e interattivi.

Ricerca di finanziamenti alternativi: Oltre ai fondi statali, le scuole possono cercare finanziamenti da fonti alternative come fondazioni private, partnership aziendali o programmi di sovvenzione internazionali che supportano l’innovazione educativa.

Dialogo con i policy-maker: È importante stabilire un dialogo costruttivo con i decisori politici per influenzare le politiche educative. Presentare dati e ricerche che evidenziano i benefici dell’educazione democratica può supportare la causa di riforme educative più ampie.

 Il necessario approccio olistico

 Affrontare queste sfide richiede un approccio olistico che coinvolga tutti gli stakeholder del sistema educativo. Solo attraverso uno sforzo coordinato e sostenuto è possibile superare le barriere e realizzare un cambiamento significativo verso un’educazione più democratica e inclusiva.

 Le linee guida

 Con queste linee guida, la scuola mira a creare un ambiente educativo che non solo valorizzi ma pratichi attivamente i principi democratici, incoraggiando la partecipazione attiva e consapevole di studenti, personale, genitori e comunità nel processo educativo. Questo approccio integrato e collaborativo è fondamentale per instaurare un clima di apprendimento che sia veramente inclusivo, equo e propizio alla formazione di cittadini responsabili e impegnati.

 Orizzonte scuola

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