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mercoledì 14 gennaio 2026

BARRIERE INVISIBILI

*A Napoli la povertà educativa

 lascia gli adolescenti senza futuro*

Immagine che contiene vestiti, persona, muro, interno

Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto. 

I dati della ricerca “Barriere invisibili” condotta dall’Università “Federico II” di Napoli e il polo ricerche di Save the Children. L’indagine evidenzia che vivere in una famiglia a reddito basso o molto basso è tra le “barriere invisibili” più rilevanti che ostacolano il futuro degli adolescenti napoletani: lo dichiara il 12% degli intervistati. Si tratta di ragazzi che, proprio in virtù delle condizioni familiari, oltre a frequentare la scuola, lavorano: il 6,7% tutti i giorni, il 16% saltuariamente, mentre il 21% cerca lavoro

di Redazione

La povertà educativa nell’area metropolitana di Napoli trae origine principalmente dal contesto familiare e da quello sociale. Lo conferma la ricerca “Barriere invisibili”, nata dalla sinergia tra il dipartimento di Scienze economiche e statistiche dell’Università di Napoli “Federico II” e il polo ricerche di Save the Children, che aveva l’obiettivo di esaminare in profondità il fenomeno nel territorio napoletano. La ricerca, coordinata dalla docente federiciana Cristina Davino, è stata realizzata con il supporto del progetto Grins (Growing resilient, inclusive and sustainable), finanziato dal ministero dell’Università e della ricerca nell’ambito del Pnrr con il sostegno dell’assessorato alla Scuola, politiche sociali e politiche giovanili della Regione Campania e dell’assessorato all’Istruzione del Comune di Napoli. L’indagine ha potuto contare sulla partecipazione di 55 istituti scolastici e circa 25 enti del Terzo settore e servizi sociali: ha coinvolto 3.800 studenti, di età compresa tra i 14 e i 19 anni, e 300 ragazzi che sono usciti dal circuito scolastico.

L’indagine evidenzia che vivere in una famiglia a reddito basso o molto basso è tra le “barriere invisibili” più rilevanti che ostacolano il futuro degli adolescenti napoletani: lo dichiara il 12% degli intervistati, con un 5% che ha affermato di vivere in condizioni di grave deprivazione materiale, situazione che si rileva in particolare nelle periferie della città di Napoli (Scampia, Chiaiano, Piscinola, Ponticelli, Barra, San Giovanni a Teduccio) e nei comuni di Casoria, Afragola, Caivano, Cardito, Crispano, Acerra.

I dati dell’indagine

Si tratta di ragazzi che, proprio in virtù delle condizioni familiari, oltre a frequentare la scuola, lavorano: il 6,7% tutti i giorni, il 16% saltuariamente, mentre il 21% cerca lavoro. A ridurre il tempo dedicato allo studio, anche la necessità di doversi occupare di familiari e/o della casa in generale (12%). Per quanto riguarda il giudizio sulla scuola, Il 59,4% del campione giudica favorevolmente la disponibilità di servizi offerti quali, ad esempio, corsi di recupero e attività culturali, mentre è negativo il giudizio relativo alle infrastrutture scolastiche come palestre, strumenti digitali, biblioteche, ritenute dal 43,3% del campione insoddisfacenti. Mura scolastiche entro le quali, il 12% degli intervistati dichiara di avere subito atti di bullismo.

Quasi la metà dei ragazzi e delle ragazze intervistati (esattamente il 46,5%) non ha letto alcun libro nell’ultimo anno, al di fuori dei testi scolastici, mentre il 33,4% afferma di essere connesso a dispositivi online per più di cinque ore al giorno e il 54,9% da una a cinque ore al giorno. Il 42,8 % non fa attività sportiva e solo il 13,1% frequenta un’associazione.

Lo studio ha adottato un approccio metodologico misto, combinando la raccolta di dati su vasta scala con interviste qualitative rivolte a esperti e operatori del settore. Grazie al sostegno delle istituzioni locali, la ricerca ha mappato capillarmente le istanze degli adolescenti, offrendo una visione dettagliata delle loro aspirazioni future e del contesto in cui vivono. E proprio rispetto al proprio territorio, gli intervistati indicano tra i motivi di insoddisfazione, la pulizia delle strade (63%), la percezione di insicurezza rispetto ad episodi di criminalità (41,6%), l’isolamento dovuto alla scarsità dei servizi pubblici (27,7%).

Tra speranza e ansia

La speranza (29,6%) e l’ansia (27,4%) sono i due stati d’animo prevalenti con cui i ragazzi guardano al futuro: la condizione di ansia affligge soprattutto le ragazze (34%), mentre circa il 10 % degli intervistati dichiara di non riflettere sul proprio domani. Dal campione analizzato, emerge che i ragazzi non pensano di poter avere un futuro appagante se dovessero restare in Italia o comunque nel proprio luogo di residenza, mentre guardano con maggiore fiducia a un futuro all’estero. Il 50,9 % degli intervistati è convinto della necessità di sostenere i ragazzi e le ragazze in condizioni di difficoltà economiche, in modo che possano proseguire gli studi e inserirsi nel mondo del lavoro attraverso percorsi formativi di qualità per avere contratti stabili e una retribuzione adeguata (49,1 %). L’indagine pertanto mette in luce che gli ostacoli alla crescita dei giovani risiedono in deprivazioni sistemiche e multidimensionali. Le “Barriere invisibili” rappresentano, dunque, quel complesso reticolo di mancanze sociali, familiari e ambientali che limitano lo sviluppo del potenziale dei minori.

«Abbiamo affrontato un tema importante, con l’obiettivo di contribuire alla definizione e alla misurazione della povertà educativa, e fornire dei dati che il gruppo di ricerca mette a disposizione di tutti», spiega Cristina Davino, coordinatrice della ricerca. «Un aspetto interessante e anche innovativo della ricerca è stato valutare non solo le opportunità fornite da famiglia, scuola e territorio, ma comprenderne anche gli esiti, le future aspirazioni, i sogni dei nostri studenti. C’è un notevole gap tra aspirazione e aspettativa, e c’è sempre la voglia di andare a cercare altrove un futuro migliore. La mancanza di opportunità ha un impatto non solo sul rendimento scolastico ma sulla vita dell’individuo dal punto di vista delle capacità emozionali, relazioni, di gestione dello stress. Abbiamo fatto un lavoro con le studentesse e gli studenti, ascoltato la loro voce perché solo misurando un fenomeno si può conoscerlo realmente e si possono intraprendere delle azioni in merito».

«Prima nel suo genere in Italia, questa indagine così capillare non sarebbe stata possibile senza il protagonismo delle scuole, delle istituzioni locali e del Terzo settore», dichiara Raffaela Milano, direttrice della ricerca di Save the Children. «E, soprattutto, grazie ai ragazzi e alle ragazze che ci hanno guidato ad individuare quelle barriere invisibili che ostacolano il loro futuro. Insieme all’Università Federico II, vogliamo mettere questo patrimonio di dati e di analisi a disposizione di tutta la comunità educante. Con l’auspicio che quella di oggi sia solo una prima tappa di confronto e di approfondimento e che questa ricerca possa orientare in modo sempre più mirato le strategie di contrasto della povertà educativa».

VITA

 

martedì 8 luglio 2025

OPPORTUNITA' EDUCAZIONE DIGITALE

 




In un contesto in cui la realtà virtuale è parte integrante della vita per persone di ogni età interrogarsi sulle disparità che possono esserci nell’educazione digitale e agire per contrastare la povertà educativa in questo ambito è un obiettivo che coinvolge tutti coloro che hanno responsabilità educative e formative, prime fra tutte scuola e famiglia.

Favorire l’educazione digitale vuol dire cogliere le opportunità di crescita e formative che gli strumenti digitali possono offrire, in particolare ai bambini e ai giovani tra i quali l‘uso delle tecnologie è sicuramente molto diffuso, come ci dicono i dati resi noti da Save the Children:  in Italia circa un bambino su tre tra i 6 e i 10 anni (il 32,6%) usa lo smartphone tutti i giorni, una tendenza in costante aumento negli ultimi anni (nel 2018-2019 erano il 18,4%) e con una netta prevalenza al Sud e nelle Isole, dove la quota sale al 44,4%, oltre 20 punti percentuali in più rispetto al 23,9% del Nord. Il 62,3% dei preadolescenti (11-13 anni), oltre tre su cinque, ha almeno un account social: il 35,5% ne ha uno su più social e un ulteriore 26,8% soltanto uno.

Fonte: Save the Children, marzo 2025

La povertà educativa digitale non è legata alla mancanza di strumenti, ma alla carenza di opportunità per apprendere attraverso un uso responsabile e creativo di tali strumenti.

Affrontando questo problema di sicura rilevanza socioeducativa è opportuno quindi riflettere su come promuovere interventi capaci di condurre i giovani a un utilizzo corretto e consapevole delle tecnologie, permettendo loro di cogliere e utilizzare tutte le opportunità educative, formative e di sviluppo che questi strumenti possono offrire.

È facilmente intuibile come la carenza, o l’assenza, di azioni formative che vadano in questa direzione possano diventare fattori che aumentano il rischio di disuguaglianza sociale, poiché tolgono ai giovani importanti possibilità di sviluppo personale e di partecipazione alla vita collettiva.

Nel contrasto a questo rischio la scuola ha un ruolo di indubbia rilevanza, così come la famiglia.

Scuola e famiglia in prima linea

Spesso il dibattito sulla corresponsabilità della famiglia e della scuola nell’educazione a un uso costruttivo delle tecnologie si è fermato agli strumenti in sé e al tempo del loro utilizzo.

È una visione piuttosto parziale di un problema molto più ampio, al quale gli adulti di riferimento – in primis insegnanti e genitori – devono sapersi avvicinare offrendo essi stessi un modello di competenza.

La sfida educativa e di corresponsabilità che coinvolge scuola e famiglia non si limita infatti a fornire strumenti tecnologici o a definirne i limiti temporali di utilizzo.

Il vero obiettivo è aiutare bambini e ragazzi non solo a usare il digitale, ma favorire e sostenere lo sviluppo di competenze per comprenderne i linguaggi, per interpretarlo e utilizzarlo in modo sicuro e costruttivo, esprimendo le proprie idee nel rispetto di quelle degli altri ed esercitando i propri diritti di cittadinanza.

È la mancanza di tali competenze a generare quei fenomeni disfunzionali che, anche quando non diventano di pubblico dominio sotto forma di fatti di cronaca, possono incidere negativamente sulla vita dei giovani condizionandone la qualità.

I rischi maggiori di una carente educazione digitale sono:

  • il cyberbullismo, che colpisce soprattutto la fascia d’età 14-17 anni e che ha subito negli anni un preoccupante incremento
  • la pedopornografia e l’adescamento online, anche questi in preoccupante ascesa
  • un uso problematico dei social legato all’incapacità di regolare il controllo del tempo di utilizzo
  • i rischi connessi ai giochi online.

Il ruolo della scuola nell’educazione digitale

La scuola è certamente impegnata nella transizione digitale, che ha subito una accelerazione con le esigenze poste dalla recente pandemia. Ma, al di là delle disparita nella dotazione tecnologica, l’aspetto al quale prestare particolare attenzione in questo cambiamento epocale è la formazione degli insegnanti, chiamati come i loro allievi ad acquisire gli strumenti indispensabili per costruire la propria cittadinanza digitale.

È questa la direzione in cui si è mosso il progetto Connessioni Digitali di Save the Children, realizzato in 17 regioni coinvolgendo le scuole e la più ampia comunità educante.

Il progetto, inserito nelle ore di insegnamento di Educazione Civica, ha messo in luce incessanti risultati, come:

  • l’allestimento di aule didattiche innovative utili a sviluppare progetti e attività per l’educazione digitale
  • l’offerta ai docenti di  strumenti a supporto della valutazione delle competenze digitali richieste alla fine del primo ciclo di istruzione
  • la realizzazione di produzioni di comunicazione digitale (podcast, campagne di sensibilizzazione e storytelling multimediali), che hanno sollecitato in allievi  e docenti  la competenza di usare criticamente e consapevolmente il digitale per esprimere le proprie idee
  • l’offerta di strategie educative che hanno tenuto conto di stereotipi e disparità di genere in ambito STEM e nell’uso degli strumenti digitali, con risultati indubbiamente positivi sulla motivazione delle ragazze
  • il ruolo chiave dei docenti che, con l’aumento delle loro competenze e della loro motivazione hanno influito positivamente sulla disponibilità delle classi e sui risultati raggiunti.

Il progetto, oltre a dimostrare sul campo piste di lavoro possibili per colmare il divario digitale e offrire a bambini e giovani opportunità di apprendimento innovative, ha fatto qualcosa in più.

Il coinvolgimento nelle attività di famiglie e altre istituzioni presenti sui territori in cui si è realizzato il lavoro ha offerto un modello inclusivo, alla base del quale porre parole di valore sociale e formativo fondamentale, come apprendimento attivo e collaborativo.

Approfondimenti

 

INVALSI

sabato 25 gennaio 2025

PER UNA EDUCAZIONE DEMOCRATICA

 


In occasione della Giornata Mondiale dell'Educazione, gli insegnanti di Giarre riflettono sui principali problemi educativi.

 

-         - di Maria Torrisi

-          

Un interessante incontro quello di ieri pomeriggio che ha visto riunite un bel numero di soci della sezione AIMC di Giarre, in occasione della Giornata Mondiale dell’Educazione, istituita dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, intesa a sottolineare l’importanza dell’educazione nel promuovere pace, sviluppo sostenibile e inclusione sociale.

La Giornata Mondiale dell’Educazione è stata un’occasione formativa per riflettere su quelli che sono i problemi del mancato raggiungimento di una educazione di qualità accessibile a tutti, senza alcuna disparità.

I dati registrano, purtroppo, un aumento sempre maggiore di povertà educativa, con accentuata disuguaglianza di genere, abbandono scolastico, istruzione negata a causa delle guerre che interessano più parti nel mondo, la mancanza di equilibrio economico, sociale, ecologico.

Paradossalmente, nell’era dell’Intelligenza Artificiale, una percentuale esorbitante di bambini e ragazzi viene privata del diritto all’istruzione e ad una vita buona, considerati i dati dell’Unesco attestanti la cifra di ben oltre 244 milioni di bambini e adolescenti nel mondo che non frequentano una scuola, unitamente alla mancata acquisizione delle competenze necessarie all’effettiva partecipazione alla vita sociale da parte degli adulti.

Il tema della Giornata Mondiale dell’Educazione 2025 trattato dall’Unesco ha voluto porre l’accento proprio sull’impatto dell’Intelligenza Artificiale nella società attuale, mettendo in luce l’impegno a cui sono chiamati docenti ed educatori nel far acquisire a ragazzi e famiglie la consapevolezza piena delle potenzialità, dei limiti e dei pericoli dell’IA.

A questo proposito si è parlato delle opportunità offerte dall’IA da un lato, ma anche del divario che si sta venendo a creare tra il progresso tecnologico e la qualità della vita umana, dall’altro. Mentre l’Intelligenza Artificiale sta procedendo in continua ascesa, la forbice si allarga sempre più in tema di sviluppo equo e sostenibile per il benessere comune delle generazioni attuali e future.

Pertanto, si rende necessaria una formazione ad hoc che renda gli insegnanti edotti sulle modalità adeguate di utilizzo delle nuove tecnologie nella didattica quotidiana.

L’impegno di insegnanti, educatori, associazioni, parrocchie, enti e imprese nei territori di appartenenza, non potrà essere che quello di una rinnovata educazione affinché i ragazzi non ricevano soltanto conoscenze astratte ma vengano coinvolti in situazioni atte a sviluppare il pensiero critico.

Tenendo conto degli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU, con i suoi 17 goal relativi alla sostenibilità, non solo ambientale ma riferiti anche alla qualità della vita, dell’ istruzione, dell’ uguaglianza, della lotta alla povertà, urge mettere in atto processi formativi che possano configurarsi quali strumenti idonei alla costruzione di un futuro equo e sostenibile.

Delineare, dunque, modelli di comportamento e azioni concrete da mettere in campo, in coerenza con la visione etica della sostenibilità e della responsabilità dell'altro, della cura di sé, della comunità e dell’ambiente, della solidarietà, dell’ uguaglianza, è fondamentale.

Per comprendere il mondo nella sua autenticità e promuovere azioni e atteggiamenti concreti di scambio relazionale aperto e interdipendente con gli altri c’è bisogno di una educazione basata sul contatto con la vita reale dell’alunno, con il suo ambiente, con il suo fare esperienza.

Una educazione, quindi, pervasa da autenticità, comunione, empatia, solidarietà e cura, che abbia a cuore la crescita umana della persona e aneli alla pace tra gli uomini e fra i popoli, secondo la pedagogia di John Dewey, per il quale la scuola è “strumento per fare democrazia.” Nel saggio Democrazia e Scuola, Dewey afferma: «La democrazia è qualcosa di più di una forma di governo. È prima di tutto un tipo di vita associata, di esperienza continuamente comunicata. L’estensione nello spazio del numero di individui che partecipano a un interesse in tal guisa che ognuno deve riferire la sua azione a quella degli altri e considerare l’azione degli altri per dare un motivo e una direzione alla sua equivale all’abbattimento di quelle barriere di classe, di razza e di territorio nazionale che impedivano agli uomini di cogliere il pieno significato della loro attività.»


*Presidente Associazione AIMC - sezione di Giarre


 

venerdì 7 giugno 2024

I NOSTRI RAGAZZI


NON LASCIAMO SOLI I RAGAZZI

 Cos’è una comunità educante? A metà del secolo scorso il dibattito ha diviso a lungo il mondo della pedagogia.

 

-       -  di Luciano Moia

-          Non senza polemiche, superando anche il terremoto ideologico del ’68, si è arrivati a parlare di comunità educante in riferimento a quell’alleanza in cui tutti gli adulti che si occupano della crescita psico-fisica di un bambino e della sua maturazione umana e cognitiva condividono gli stessi obiettivi e parlano un linguaggio comune, autorevole, affidabile, ciascuno nella specificità del suo ambito. Un patto ideale che, con la delega dei genitori, vede insegnanti, catechisti, allenatori sportivi e altre figure adulte offrire competenze tecniche ed esperienza umana in dialogo concorde.

 Sorridiamo? Sì, ma per non piangere di fronte al baratro che oggi separa questi buoni auspici dalla nostra realtà educante segnata da costante e denigratorio antagonismo. Gli incontri tra genitori e insegnanti sono più spesso scontri tra sindacalisti dei figli e difensori di scelte didattiche. E quando ci spostiamo dall’aula alla palestra o al campo sportivo, ecco i padri ultras disposti alle violenze più intollerabili.

 È così difficile comprendere che il peggior servizio reso ai nostri figli è la conflittualità permanente tra gli adulti che si occupano a vario titolo della loro educazione? Pensiamo di difenderne i risultati scolastici o la carriera sportiva, ma facciamo solo passare l’idea che l’incapacità di comprendere le ragioni dell’altro, il contrasto verbale o addirittura il litigio sono la modalità ordinaria per gestire le relazioni. E, ancora peggio, che le idee degli adulti sono spesso tanto confuse da essere inconciliabili. E così tutti insieme, genitori compresi, perdiamo fiducia e credibilità ai loro occhi.

Quando parliamo di emergenza o di povertà educativa – ne diamo conto anche oggi, nelle pagine di attualità – non dimentichiamo questo punto di partenza. Non c’è strategia politica né economica che possa sostituire la ricomposizione in qualche forma di quella da oltre mezzo secolo cerchiamo di definire comunità educante. Se non riusciremo a dare nuovo slancio a questa alleanza, le tante emergenze educative finiranno per diventare sempre meno gestibili. E rischieranno di finire nel vuoto anche i ripetuti allarmi, come quello diffuso nei giorni scorsi con la ricerca Save the Children-Caritas, secondo cui sarebbero circa 100mila i ragazzi di 15-16 anni in condizioni di povertà. Per affrontare situazioni tanto drammatiche e tanto complesse non bastano i finanziamenti – sempre che ci siano – non bastano nuove strutture, non basta neppure offrire un generico sostegno alle famiglie. Serve, appunto, un progetto condiviso, un’idea strutturata, un obiettivo su cui sintonizzare pensieri ed energie. L’educazione è una questione troppo seria per potersi illudere di vincere da soli. Anche la famiglia più “funzionale” e più competente finirà per apparire inadeguata su una barca sociale in cui ciascuno rema in direzioni diverse e ostacola lo sforzo degli altri. Al contrario, in una cornice culturale generativa, dove nessuno imputa agli altri la difficoltà dell’impresa – che parlando di educazione rimane mastodontica – ma dove si respira una sostanziale condivisione di fondo, anche le scelte più impegnative potranno essere più facilmente accolte.

 È così difficile, per esempio, immaginare un fronte comune sull’educazione digitale, una tra le urgenze non rinviabili di questi anni? Abbiamo gruppi sempre più consistenti di genitori, ma anche di insegnanti e di educatori, schierati insieme, attraverso iniziative chiamate non a caso “patti digitali” per rendere più consapevoli i nostri minori sui rischi del web senza che la tutela diventi repressione, ma sia soprattutto promozione delle qualità personali e aiuto all’assunzione di nuove responsabilità. E perché non ci può essere un “patto ecologico” capace di dare coesione, anche sul fronte educativo, alle nuove sensibilità e al nuovo desiderio di partecipazione innescato anche grazie alla Laudato si’ e ai gruppi nati intorno all’enciclica? Sono temi che toccano da vicino i ragazzi, che parlano direttamente al loro cuore, tanto che la cosiddetta eco-ansia vissuta da molti giovani è un pensiero che tormenta e assilla quanto più si dilazionano gli interventi in un balletto di posizioni contrastanti. 

Ma l’ambito forse più drammatico in cui si misura lo sgretolamento della comunità educante è quello che riguarda l’inclusione delle persone fragili, dei tanti diversi, dei minori stranieri che saranno i cittadini del futuro. Qui davvero sarebbe necessario uno sguardo univoco e una voce concorde di accoglienza, non solo per mettere a tacere discriminazioni di qualsiasi genere, ma per sollecitare chi deve prendere decisioni fondamentali a non indugiare oltre. Servono insomma nuove idee per ridare senso e cittadinanza al vecchio ma insostituibile concetto di comunità educante. Senza un “noi” rinnovato nei propositi e nelle strategie rischiamo anche sul fronte educativo la deriva dell’inconsistenza. Chi ha buone idee per rifondare il patto si faccia avanti.

 

www.avvenire.it

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giovedì 29 settembre 2022

GIOVANI INVISIBILI E POVERTA' EDUCATIVA

“Giovani invisibili” di Giuseppe di Fazio: storie di iniziative e incontri che liberano i giovani dalla solitudine e dalla dispersione

 

- di Teresa Scacciante

 

Mentre gli appartenenti al Gruppo di lavoro nominato alcuni mesi fa dal dicastero dell’Istruzione sulla povertà educativa, tra cui Franco Lorenzoni, Marco Rossi-Doria e Chiara Saraceno, lavorano da mesi per trovare le strategie migliori per l’utilizzo dei fondi del Pnrr, in sinergia con scuole, enti pubblici e del terzo settore italiano, è utile leggere – per accompagnare gli aggiornamenti su tale attività così cruciale per il bene del nostro Paese – il recente saggio del giornalista Giuseppe Di Fazio, consigliato da Rai per il Sociale e pubblicato da Sicilian post.

Sfogliando le pagine del libro Giovani invisibili si rimane colpiti anzitutto dai dati del problema, che attanagliano in particolare le aree dell’Italia centro-meridionale, in cui non solo la percentuale della dispersione scolastica aumenta di parecchi punti, ma arriva a toccare percentuali del 25% in aree metropolitane come Catania o altri capoluoghi in cui quasi un bambino su 4 non frequenta il percorso di studi previsto dalle leggi. E considerando anche la cosiddetta “dispersione implicita”, la percentuale sale complessivamente al 35%! È anche impressionante constatare che, nelle stesse aree metropolitane popolose, poco più del 50% degli abitanti possiede la licenza media come titolo massimo di studi, mentre nelle città più grandi del Centro-Nord la stessa categoria si abbassa al 35%.

D’altro canto, già l’inizio della carriera scolastica appare pregiudicata nelle regioni del Sud Italia, in quanto meno del 10% degli istituti comprensivi è dotato di mensa o riesce ad offrire questo servizio, che permetterebbe alle famiglie più povere sia di poter garantire almeno un pasto completo al giorno per i propri figli, sia di poter utilizzare un tempo-scuola più disteso per trovare opportunità lavorative rispondenti alle richieste di lavoro più comuni.

Ma nel saggio Giovani invisibili l’analisi della triste realtà del Meridione non è fine a se stessa, vuole solo fornire il giusto contesto alle preziose storie di lotta contro le povertà educative, da cui i protagonisti tentano un riscatto con l’aiuto di imprevedibili incontri e aiuti che, giorno dopo giorno, imprimono una direzione diversa alle loro esistenze. Prendono così vita dalle pagine, l’uno dopo l’altro, i racconti dell’attività, a Brancaccio, di don Pino Puglisi, tratteggiato attraverso il suo operato di educatore, dimesso e impopolare, sempre lontano dai riflettori; la storia professionale e umana del giudice Roberto Di Bella, che nel lungo servizio come presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria non si arrende allo status quo dei figli delle famiglie della ’ndrangheta, e tra mille ostacoli riesce ad allontanarli dal territorio di origine che li avrebbe lasciati retaggio della criminalità, inventando il progetto “Liberi di scegliere”, che tutt’ora dà frutti consistenti anche in altre realtà.

Ancora colpisce la storia di redenzione di Davide Cerullo, miracolosamente uscito dalle reti della droga e della camorra, il quale in più libri racconta personalmente la sua storia, intrecciata con varie altre realtà di riscatto sorte nei quartieri più difficili di Napoli, come ad esempio la “Casa Luisa” a Forcella, il “Centro Gridas” e “L’albero delle storie” a Scampia: Davide sottolinea come – in tutte le storie come la sua – sono degli incontri preziosi, provvidenziali, a dare la forza, passo dopo passo, di far cambiare la vita a chi non ha avuto l’opportunità di essere cresciuto in ambienti accoglienti e moralmente sani.

Le dinamiche descritte da Davide Cerullo risuonano anche nelle storie di tanti giovani catanesi, incontrati dai volontari dell’associazione “Cappuccini” dell’omonimo quartiere, presenti nel capoluogo etneo da ben 25 anni. Le decine di volontari che hanno operato fin dai primi anni, tra le viuzze del quartiere disagiato del centro storico catanese, hanno incontrato e accompagnato centinaia di giovani nei loro anni più delicati e vulnerabili: li hanno sostenuti aiutandoli negli studi, portando i pacchi della spesa nelle loro case grazie alla collaborazione del Banco alimentare, aiutando i genitori a districarsi tra burocrazia, problemi lavorativi, sfratti e tanto altro. Spesso non hanno risolto i problemi più grossi, ma hanno offerto la loro personale compagnia che ha saputo mantenere desta la speranza; un ragazzo ha definito l’amicizia ricevuta dai volontari “tanto semplice da essere eccezionale”, e anche dopo decenni l’impronta lasciata in molti è così sincera che non è difficile ritrovarsi e sperimentare nuove forme di condivisione.

Come il recentissimo progetto “Di bellezza si vive” (a cura dell’impresa sociale ON), che sta coinvolgendo una quarantina di giovani di due quartieri disagiati di Catania e che, pur non essendo raccontato nel volume Giovani invisibili, ne rappresenta una continuazione concreta; resa possibile grazie alla dedizione, alla cura per il bene comune e alla speranza nel riscatto dei più fragili: qualità sempre vive nei volontari che condividono tempo, energie e sentimenti con chi incontrano sui loro passi.

 

Il Sussidiario

 


venerdì 1 luglio 2022

POVERTA' EDUCATIVA. QUALI STRATEGIE?


Arrivano i fondi

 manca la strategia

 

-         di CINZIA ARENA

 Il contrasto alla dispersione scolastica e il superamento dei divari territoriali nell’ambito dell’istruzione è uno degli obiettivi strategici del Pnrr. Ma la prima parte dei fondi stanziati, un terzo degli 1,5 miliardi previsti, sono stati assegnati senza che venissero accolte le indicazioni fornite dal gruppo di lavoro nominato dal ministero dell’Istruzione a marzo. «Si rischia di trasformare questa incredibile possibilità in un’occasione mancata di combattere la povertà educativa» commenta Marco Rossi Doria, presidente della Fondazione Con i bambini che insieme ad altri membri del gruppo di lavoro (Ludovico Albert, Franco Lorenzoni, Andrea Morniroli, Vanessa Pallucchi, don Marco Pagniello e Chiara Saraceno), ha scritto al ministro Patrizio Bianchi.

Il decreto 170 del 24 giugno che assegna i primi 500 milioni alle scuole italiane – secondo i firmatari della lette- ra – non tiene conto delle linee di indirizzo in termini di alleanze territoriali per combattere le diseguaglianze. In particolare viene contestata un’eccessiva semplificazione dei criteri per l’assegnazione dei fondi alle scuole, che non prende in considerazione, ad esempio, i risultati dei test Invalsi, l’incidenza di alunni con bisogni educativi speciali (Bes) e la presenza di giovani Neet. Il decreto assegna le risorse non contiene indicazioni concrete su come usarle, punto sul quale il gruppo di lavoro aveva insistito parecchio. «C’è ancora l’occasione di evitare il rischio, gravissimo, che la mancanza di indicazioni possa tradire le stesse finalità del Pnrr, reiterando interventi 'a pioggia' anziché avviare un’azione strutturale di lungo termine come la UE ci chiede» è l’appello rivolto al ministro.

«Il Pnrr è il tentativo, lì dove è possibile, di invertire la rotta sui punti critici della società italiana – spiega Rossi Doria – Se mancano le linee ferroviarie e i porti al Sud bisogna realizzarli, se ci accorgiamo che c’è stato un fallimento formativo nelle periferie urbane bisogna intervenire. I Pon Istruzione che per quattro generazioni sono stati realizzati con i fondi Ue non hanno funzionato. Oggi c’è una straordinaria occasione di utilizzare 1,5 miliardi per avviare un cambiamento».

La situazione in Italia è critica sul fronte della povertà educativa che va di pari passo con quella economica. Dei 9,5 milioni di minori che vivono sul territorio 1,3 milioni sono in povertà assoluta e 2,3 in povertà relativa. Già prima della pandemia, nel corso degli ultimi 15 anni, quest’emergenza era esplosa. «A questi dati ufficiali si aggiungono i dati Invalsi e Ocse Pisa: in un Paese come il nostro con una grave crisi demografica, un terzo dei nostri bambini vive in condizioni di povertà e con livelli di apprendimento molto bassi» prosegue Rossi Doria. L’abbandono scolastico, parametro misurato sui giovani over 25 senza un diploma o un titolo di formazione professionale, è al momento al 12,7%, ma in alcune zone si arriva al 20-25%. A questa forma di fallimento formativo 'esplicito' se ne aggiunge un altro, 'implicito' ma non meno pericoloso. «Tramite i test Invalsi emerge che c’è una quota di ragazzi, circa il 13-14% che non sa spiegare un semplice testo dopo averlo letto e non ha cognizioni logiche di base – continua Rossi Doria –. Se si somma questa percentuale a quella dell’abbandono scolastico si arriva quindi ad un quarto di ragazzi privi delle competenze necessarie per trovare un’occupazione».

Il gruppo di lavoro è partito dalle esperienze degli ultimi 20 anni che hanno funzionato, intervistando presidi ed insegnanti: vale a dire dai progetti che le scuole hanno realizzato insieme alle associazioni, alle parrocchie, ai centri sportivi. «La scuola che è il 'presidio' della Repubblica si deve alleare con gli altri soggetti in maniera stabile per contrastare l’abbandono scolastico e ridurre le diseguaglianze – spiega il presidente della Fondazione Con i Bambini –. Serve un’alleanza Comuni-scuole-Terzo settore e progetti di almeno tre anni, arco di tempo minimo per valutare i risultati ». Altri elementi fondamentali indicati nel documento di 36 pagine redatto dal gruppo di lavoro sono da un lato il rafforzamento dell’autonomia scolastica, dall’altro il coinvolgimento diretto delle famiglie e degli stessi alunni, che devono essere i protagonisti di questo cambiamento.

 

www.avvenire.it

 

 

venerdì 20 maggio 2022

SAPER LEGGERE e COMPRENDERE. UN DRAMMA PER IL PAESE

Il presidente di Save the Children, Tesauro

"Un dramma per il Paese".

 Il messaggio di Draghi: "Le crisi si ripercuotono duramente sui giovani, con il piano nazionale di ripresa e resilienza investiamo per migliorare l'istruzione e le opportunità di formazione per i ragazzi"

 

"La dispersione scolastica implicita, cioè l'incapacità di un ragazzo/a di 15 anni di comprendere il significato di un testo scritto, è al 51%. Un dramma, non solo per il sistema di istruzione e per lo sviluppo economico, ma per la tenuta democratica di un paese. I più colpiti sono gli studenti delle famiglie più povere, quelle che vivono al sud e quelle con sfondo migratorio". Lo ha detto Claudio Tesauro, Presidente di Save the Children Italia aprendo i lavori di "Impossibile" la quattro giorni di riflessioni e proposte sull' Infanzia e l'Adolescenza.

Per Tesauro in Italia esiste “una crudele 'ingiustizia generazionale' perché la crisi ha colpito proprio i bambini. Non solo 1,384mila bambini in povertà assoluta (l dato più alto degli ultimi 15 anni) ma un bambino in Italia oggi ha il doppio delle probabilità di vivere in povertà assoluta rispetto ad un adulto, il triplo delle probabilità rispetto a chi ha più di 65 anni".

Il presidente di Save The Children ha ricordato inoltre, che ·"più di due milioni di giovani, ovvero 1 giovane su cinque fra i 15 e i 29 anni, è fuori da ogni percorso di scuola, formazione e lavoro. In sei regioni, il numero dei ragazzi e delle ragazze Neet ha già superato il numero dei ragazzi, della stessa fascia di età, inseriti nel mondo del lavoro. In Sicilia, Campania, Calabria per 2 giovani occupati ce ne sono altri 3 che sono fuori dal lavoro, dalla formazione e dallo studio. Dati che - ha sottolineato - fanno a pugni con la richiesta del mondo produttivo".

Invia un messaggio il presidente del Consiglio, Mario Draghi. "Le crisi si ripercuotono duramente sui giovani. Lo abbiamo visto con la pandemia di covid-19, che ha portato alla sospensione delle attività a scuola e nei centri sportivi, culturali e ricreativi. La crisi sanitaria ha causato un peggioramento significativo della soddisfazione per la vita tra i giovani, e prodotto un aumento considerevole nella dispersione scolastica e nella povertà giovanile"

E aggiunge: "Dalla sua formazione il governo ha messo i diritti e le aspettative dei giovani al centro della propria azione. Con il piano nazionale di ripresa e resilienza investiamo per migliorare l'istruzione e le opportunità di formazione per i giovani, per ridurre le diseguaglianze territoriali e di genere, per sviluppare competenze utili sul mondo del lavoro. Mi riferisco, per esempio, alla riforma e ai fondi stanziati per potenziare gli istituti tecnici superiori, agli interventi di ristrutturazione delle scuole, agli incentivi per le ragazze che studiano materie scientifiche e tecnologiche". Poi conclude: "L'impegno a dare ai bambini e ai ragazzi le opportunità che meritano deve andare oltre i nostri confini. Come insegna l'attività di Save the Children, ne va della pace e della coesione mondiale, della sostenibilità dell'economia globale, della tutela delle persone più vulnerabili. L'assistenza umanitaria e le politiche di sviluppo devono andare di pari passo. Il governo italiano intende continuare a fare la sua parte anche in questo. Vi auguro buon lavoro per queste giornate di incontri".

 La  Repubblica

Leggi. POVERTA' EDUCATIVA



 

sabato 23 aprile 2022

POVERTA' EDUCATIVA IN CRESCITA

 Servono risposte di comunità 

o si perde il futuro del Paese»

 -          di FULVIO FULVI

 Povertà, solitudine, gravi disagi psicologici, abbandono scolastico e forte aumento dei neolaureati che lasciano il Sud. Secondo il Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile dell’Istat i giovani sono quelli che patiscono maggiormente gli effetti della pandemia e fanno più fatica degli altri, in questa fase, ad uscire fuori da quel limbo di insicurezza che sembra essersi calato all’improvviso nella loro quotidianità.

Il quadro è drammatico: bambini, adolescenti e chi si affaccia alla vita appena terminato un percorso di studi, sembrano non avere prospettive. «Stiamo perdendo, seppur più lentamente rispetto a prima, il “futuro” del nostro Paese» commenta Marco Rossi-Doria, presidente di Con i Bambini, impresa sociale per il contrasto della povertà educativa minorile. «Rispetto al percorso di istruzione dei giovani – precisa – i dati del rapporto Istat purtroppo confermano una tendenza in atto da troppo tempo in Italia». E l’abbandono scolastico è un aspetto preoccupante che riguarda di più i ragazzi e chi vive nelle regioni del Sud. «Soprattutto, interessa chi proviene da contesti socio-economici più difficili, che offrono meno opportunità – spiega Rossi-Doria –, anche se quello dell’abbandono è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno più ampio che è la povertà educativa, aggravato anche per gli effetti della pandemia ». Il rapporto mette in evidenza come tra i giovani la propensione ad essere molto soddisfatti per le relazioni amicali è due volte più alta tra chi, invece, vede gli amici almeno una volta a settimana, rispetto a chi li vede meno frequentemente. «L’ambito delle relazioni non può essere secondario – aggiunge il presidente di Con i Bambini –, anche per questo la risposta al fenomeno deve essere di comunità, rafforzando le alleanze educative tra mondo della scuola, terzo settore, istituzioni e famiglie. È necessario, inoltre, ridare fiducia e protagonismo ai ragazzi, sperimentando e consolidando le tante buone esperienze di comunità educante che per fortuna esistono e che dovrebbero essere pratica diffusa, a vantaggio di tutti e di ciascuno».

E, infine, non vanno sottovalutati i risvolti sulla salute mentale lasciati dalla pandemia tra gli “under 18”, per far fronte ai quali, nei prossimi giorni, ha assicurato ieri il ministro della Salute, Roberto Speranza, sarà firmato il decreto interministeriale e si potrà partite con il bonus psicologo, a disposizione, però, anche di chi giovane non è più. «il cittadino – ha spiegato Speranza –potrà accedere al contributo senza oneri o anticipazioni, e potrà scegliere liberamente il professionista tra quelli che hanno aderito all’iniziativa». Ma il bonus non sarà sufficiente. Affrontare il problema in modo adeguato presuppone un approccio più ampio. «Per questo – ha ricordato il ministro – in legge di Bilancio abbiamo stanziato 38 milioni, 20 dei quali destinati al disagio psicologico di bambini e adolescenti con l’assunzione del personale, 10 milioni per le fasce più deboli e 8 milioni per il potenziamento dei servizi territoriali e ospedalieri».

Tra le categorie più fragili ed esposte, anche ai rischi di disagio psicologico, ci sono pure anziani e disabili che a causa del lockdown e delle limitazioni dei comportamenti imposte dalle misure di contenimento del virus devono fare i conti, peraltro, con nuove condizioni di povertà e di emarginazione aggravate dalla crisi economica che ha colpite milioni di famiglie.

 www.avvenire.it

 

venerdì 20 novembre 2020

LA POVERTA' EDUCATIVA? UNA QUESTIONE DI COMUNITA!

 
Oltre due italiani su tre pensano che durante il lockdown siano aumentate le disuguaglianze.  

«Ora la responsabilità per recuperare il 'gap' educativo non ricada solo sulla scuola»

 

-         Paolo Ferrario

      

Non può essere caricata esclusivamente sulle spalle della scuola, la responsabilità di «crescere» le nuove generazioni, ma questo deve essere un impegno, un imperativo di tutta la comunità. Ne è convinto il 67% degli italiani, secondo un’indagine di Demopolis per l’impresa sociale “Con i bambini”, nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, realizzata in occasione della Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che si celebra domani. «La povertà educativa deve interessare tutti, non solo la scuola e non solo la famiglia, ma l’intera comunità educante», sottolinea il presidente di “Con i bambini”, Carlo Borgomeo. Un lavoro tanto più importante in presenza di un’emergenza sanitaria che, per due italiani su tre, avrà gli effetti più pesanti proprio sui più piccoli, che ne pagheranno il prezzo più alto, soprattutto a lungo termine.

A peggiorare la situazione ci pensa anche una distribuzione diseguale delle opportunità dell’istruzione tra i territori: soltanto il 9% degli intervistati ritiene che la scuola italiana garantisca uguali opportunità per tutti. Il 65% è convinto che le opportunità non siano equamente distribuite e il 23% ritiene che sia garantita solo ad alcuni. Un dato peggiorato dai lunghi mesi di sospensione della didattica in presenza, con il ricorso massiccio alla Dad: la mancanza di dispositivi informatici adeguati e di connessioni idonee si è rivelata un problema nel 14% dei casi, dato che cresce al 22% al Sud e nelle Isole. Ma nell’esperienza degli intervistati, le difficoltà di bambini e ragazzi nel seguire la didattica a distanza sono state, in prevalenza, d’altra natura: principale problema, indicato dal 45%, la scarsa capacità di attenzione nell’apprendimento a distanza, realizzato integralmente nell’ambiente casalingo. Inoltre, i genitori testimoniano i servizi che più sono mancati ai figli, e che - presumibilmente - continueranno a lungo a mancare. Sette su 10 citano le attività ludiche e ricreative, quella dimensione fertilissima del gioco compromessa dalle apprensioni per la necessaria sicurezza sanitaria. Il 65% ricorda la rinuncia a palestre, centri sportivi ed all’attività motoria necessaria nelle fasi di crescita. Inoltre, il 42% dei genitori intervistati ricorda quanto sia mancata ai figli la partecipazione a laboratori e ad altre attività educative extrascolastiche. «Una delle questioni più gravi che riguardano bambini e ragazzi di oggi è la mancanza di pari opportunità di accesso ai servizi, e sappiamo come questa emergenza non ha fatto che accrescere alcune povertà e diseguaglianze», conferma Claudia Fiaschi portavoce del Forum del Terzo Settore.

A preoccupare è la crescita esponenziale della povertà educativa, tanto che il 90% degli italiani ritiene importanti, per lo sviluppo del Paese, efficaci azioni di contrasto. Interventi che per il 53% degli intervistati è oggi più importante di un anno fa. In questa situazione di emergenza pandemica, per sostenere bambini e ragazzi in Italia, servirebbe innanzi tutto rimuovere gli ostacoli per l’accesso alla didattica a distanza (63%), ma anche un rinnovato impegno degli insegnanti (59%). Il 46% ricorda l’urgenza di intervenire anche rispetto alla povertà materiale delle famiglie. Sostegno, anche a distanza, da parte di educatori ed una maggiore attenzione alle esigenze dei ragazzi, anche nell’informazione e sui media, sono interventi richiesti da 1 intervistato su 3. Il 30% ricorda inoltre come serva l’impegno di tutti per restituire importanza ai diritti di ragazzi e bambini ed il 26% sollecita un accesso esteso alle attività extrascolastiche.

 

www.avvenire.it