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lunedì 9 febbraio 2026

I MONO-DISCIPLINARI

 


 “Gli insegnanti

 devono essere 

esperti di processi 

di apprendimento, 

non solo 

della propria materia”


Di Andrea Carlino

Il pedagogista Daniele Novara, intervistato dal Corriere della Sera sulla questione dei metal detector nelle scuole, ha posto l’accento sul ruolo centrale degli insegnanti nella gestione delle dinamiche sociali in classe.

La riflessione parte dal riconoscimento che la scuola rappresenta oggi l’unico contesto in cui i ragazzi possono fare autentiche esperienze di socialità. Le competenze pedagogiche dei docenti diventano quindi decisive per prevenire situazioni di conflitto e violenza, ben più dei dispositivi di controllo.

La scuola come unico ambiente di socialità reale

Daniele Novara ha sottolineato che la scuola è rimasta l’unico ruolo in cui gli adolescenti vivono esperienze sociali autentiche. Il pedagogista ha risposto affermativamente alla domanda del giornalista, confermando che questo dato impone una responsabilità maggiore agli insegnanti. La classe rappresenta uno spazio di relazione unico nel percorso di crescita dei giovani, dove imparano a confrontarsi con i pari e a gestire le dinamiche di gruppo. Tale aspetto rende ancora più urgente la necessità che i docenti siano preparati a gestire non solo gli aspetti didattici ma anche quelli relazionali e sociali. La competenza disciplinare da sola non basta per rispondere alle sfide educative contemporanee.

La necessità di nuove competenze per gli insegnanti

Il fondatore del Centro Psicopedagogico ha delineato un profilo rinnovato del docente durante l’intervista al Corriere della Sera. Novara ha dichiarato: “Gli insegnanti devono essere più pronti e preparati anche da questo punto di vista”. La preparazione richiesta va oltre la conoscenza della materia insegnata e si estende alla capacità di gestire i processi di comunicazione tra studenti. Gli insegnanti devono saper far vivere la classe come gruppo coeso, sviluppando competenze sociali che permettano ai ragazzi di relazionarsi in modo costruttivo. La formazione dei docenti dovrebbe quindi includere strumenti per riconoscere e gestire le tensioni, prevenire i conflitti e promuovere un clima di collaborazione.

La critica agli insegnanti mono-disciplinari

Daniele Novara ha espresso una critica diretta al modello tradizionale di insegnamento. Il pedagogista ha chiesto: “L’insegnante che conosce solo la sua materia, che insegnante è?”. La risposta che Novara ha fornito al Corriere della Sera delinea una figura professionale più complessa e articolata. Il vero insegnante è un esperto di processi di apprendimento, non semplicemente un trasmettitore di contenuti disciplinari. Questa visione richiede una trasformazione profonda della professione docente, che deve integrare competenze pedagogiche, psicologiche e relazionali. La capacità di far comunicare i ragazzi e di gestire la classe come comunità di apprendimento diventa parte integrante del lavoro dell’insegnante, al pari della preparazione nella propria disciplina.

ORIZZONTE SCUOLA

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giovedì 8 gennaio 2026

STARE BENE IN CLASSE

 


“In classe si sta bene 

solo quando 

non ci si accorge

 della presenza

 dell’insegnante”



La Redazione

"Stare bene non significa non fare fatica. La scuola non è un luogo di svago ma un ambiente di impegno creativo. La scuola che immaginiamo è..."

La presenza dell’altro è preziosissima per la crescita individuale di ogni essere umano e questo concetto, mai come in nessun altro posto, prende vita proprio tra i banchi di scuola. Ad affrontare questo argomento è stato l’esperto di pedagogia Daniele Novara, queste le sue parole:

“Che a scuola s’impari dai compagni dovrebbe essere scritto a lettere cubitali in ogni ingresso scolastico”. Il gruppo, come ci spiega l’esperto: “crea un'osmosi nei processi di apprendimento, ossia si creano degli incastri, degli effetti domino estremamente importanti che rendono l’apprendimento un gioco di squadra tra gli alunni, dove l’insegnante ha un’azione propulsiva e di regia”.

Il pedagogista spiega con chiarezza quale dovrebbe essere il “modus operandi” di ogni insegnante, in classe il processo di apprendimento non dovrebbe essere di tipo “verticale”, dall'alto dell’insegnante fino al basso degli studenti, ma sarebbe più opportuno adottare un metodo “orizzontale” dove il confronto avviene tra pari e ogni alunno può mettere in campo le proprie capacità, strategie e memorie sociali.

“La memoria sociale, infatti, ci permette di essere quello che siamo. In questa imitazione sistematica tra gli alunni si creano gli innesti per poter imparare stando bene. Stare bene non significa non fare fatica. La scuola non è un luogo di svago, ma un ambiente di impegno creativo. La scuola che immaginiamo è faticosa, esigente, ma anche viva, creativa, animata dal lavoro attivo degli alunni”, e in una scuola viva, ci spiega l'esperto: “l’alunno costruisce, esplora, produce". 

“Come ricordava Maria Montessori: “Voglio entrare in una Casa dei Bambini e non accorgermi della presenza dell’insegnante, perché stanno lavorando loro” conclude Novara.

Ascuolaoggi

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martedì 6 gennaio 2026

I COMPITI DI REALTA'

 


Bravi, bravissimi gli insegnanti che invece di accanirsi sugli esercizi” scelgono mostre e avventure.

 L’elogio del pedagogista ai “compiti di realtà”

di Giuseppina Bonadies

 

Daniele Novara critica duramente la didattica basata sulla “risposta esatta”, definendola un quiz arcaico, ed elogia gli insegnanti che assegnano compiti di realtà come mostre e avventure. Il pedagogista invita a sfruttare le vacanze per un apprendimento concreto e operativo, trasformando la città in un luogo di “outdoor education” fondamentale per la crescita.

“Cosa ce ne facciamo delle risposte esatte?”. È una domanda provocatoria quella che Daniele Novara rivolge al mondo dell’istruzione, spostando l’attenzione dalla performance nozionistica alla concretezza dell’esperienza educativa.

In un intervento video diffuso sui canali social, il pedagogista traccia una linea netta tra l’assegnazione di compiti ripetitivi e quelli che vengono definiti “compiti di realtà“, lodando apertamente i docenti che scelgono la seconda strada.

Oltre la logica del quiz

Il punto di partenza dell’analisi è la natura stessa dell’apprendimento, che secondo il direttore del CPP non può essere ridotto a una serie di caselle da sbarrare. “Imparare è un laboratorio, non è una risposta esatta“, afferma Novara, criticando un modello che coinvolge spesso anche i genitori. “La scuola non è un quiz e neanche la famiglia è il posto dove si impara a partecipare al quiz scolastico”.

Per il pedagogista, queste dinamiche rappresentano “forme archaiche, passate” che non hanno più senso di esistere nel contesto attuale. La necessità è quella di recuperare una dimensione tangibile dello studio: “Bisogna, viceversa, ci sia la consapevolezza di come l’apprendimento sia concreto, operativo, fatto di incontri, di esperienze“.

Le vacanze come spazio per il nuovo

Questa visione operativa diventa cruciale specialmente durante i periodi di distacco dalle lezioni frontali. I lunghi periodi di vacanza, compresi quelli estivi, non devono essere visti come un vuoto da riempire con la replica di quanto fatto a scuola, ma come “una grande possibilità “. È il momento in cui bambini e ragazzi possono “vivere qualcosa di nuovo, ma sempre legato al loro bisogno di imparare, di crescere, di diventare grandi “.

L’elogio ai docenti innovatori

Il fulcro del messaggio è il riconoscimento del lavoro svolto da quegli insegnanti che interpretano il tempo extrascolastico come un’occasione di arricchimento culturale e non di addestramento.

Novara si rivolge direttamente a loro: “E quindi, diciamolo senza mezzi termini, bravi, bravissimi gli insegnanti che invece di accanirsi sugli esercizi già fatti in classe, danno indicazioni per andare a visitare una mostra, comprare un libro, vivere un’avventura, vivere un’esperienza “.

Le indicazioni didattiche virtuose, secondo questa prospettiva, includono l’utilizzo del territorio circostante, invitando a “usare la città come un’outdoor education ricco di possibilità “.

È attraverso queste scelte pedagogiche che l’istituzione scolastica riesce a non perdere la sua centralità educativa. “Grazie a questi insegnanti “, conclude Novara, “la scuola mantiene un luogo privilegiato e prioritario di crescita per le nuove generazioni “.

Orizzonte Scuola

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giovedì 18 settembre 2025

SI IMPARA DAI COMPAGNI


 Il pedagogista Daniele Novara «L’insegnante non deve fare lo "spiegone" ma una lezione con stimoli che generino domande»

-         di Valentina Rorato

-          Secondo l'esperto e Julin Anquetin-Rault, autrice di «A scuola si impara dai compagni», per imparare bisogna partecipare attivamente alla lezione, collaborare, confrontarsi e anche sbagliare

Per imparare bisogna partecipare attivamente alla lezione, collaborare e confrontarsi con i compagni e anche sbagliare. È questa la filosofia che racchiude il metodo di Julin Anquetin-Rault, insegnante e autrice del libro «A scuola si impara dai compagni – la classe autonoma come risposta alle sfide educative», che suggerisce di mandare in pensione le vecchie lezioni frontali, durante le quali gli studenti possono esercitare solo un ascolto passivo. Che cosa significa dare ai ragazzi l’autonomia di imparare? Lo abbiamo chiesto al pedagogista Daniele Novara e all’insegnante Michela Procaccianti, che si sono occupati della pre e della postfazione del libro.

La classe autonoma

«Che a scuola s’impari dai compagni dovrebbe essere scritto a lettere cubitali in ogni ingresso scolastico», racconta Novara. «Il gruppo crea un’osmosi nei processi di apprendimento, ossia si creano degli incastri, degli effetti domino estremamente importanti che rendono l’apprendimento un gioco di squadra tra gli alunni, dove l’insegnante ha un’azione propulsiva e di regia. Nel mio metodo, l’insegnante arriva in classe non con lo "spiegone", la famigerata lezione frontale, ma con una situazione stimolo, che genera una domanda, una problematizzazione e quindi un lavoro di ricerca e di apprendimento».


«Quando si è autonomi per imparare prima di tutto si è consapevoli delle proprie capacità e delle proprie difficoltà - spiega Procaccianti -. Molto spesso questa consapevolezza però manca, perché si ha paura ad ammettere i propri limiti e perché la dimensione genitoriale a volte offusca o rende un po’ più opaca la visione. Ci sono genitori che faticano ad accettare la mancata eccellenza di un figlio.

 Nel momento in cui si raggiunge questa consapevolezza si diventa anche autonomi, ma non bisogna confondere l’autonomia con il fare tutto da soli. Posso, infatti, sempre chiedere un supporto alla figura di riferimento, che può essere il docente o anche un compagno, anche perché è più facile chiedere aiuto all’amico che al maestro o al professore».

Corriere

venerdì 15 agosto 2025

ISOLAMENTO DIGITALE

 Isolamento digitale dei giovani, l’allarme di Daniele Novara: abitudini notturne, video brevi e calo del rendimento spingono verso regole condivise e uso cooperativo dei device in classe

Di Andrea Carlino

Intervento denso e frontale quello di Daniele Novara a EduFest 2025, dove il pedagogista ha rilanciato il tema dell’“isolamento virtuale” degli adolescenti, collegandolo all’appello promosso con Alberto Pellai.

“Chiediamo al governo di impegnarsi perché nessun ragazzo o ragazza abbia uno smartphone personale prima dei 14 anni e un profilo social prima dei 16 ha ricordato, sottolineando la natura regolatoria e non proibizionista della proposta. L’intervento si è inserito nella Sessione “Equilibri in digitale” del programma ufficiale del festival, ospitato al Parco di Villa Ghirlanda, con focus su connessione e rischio di isolamento nelle nuove generazioni.

“Ragazzi agganciati agli schermi”: i dati e i rischi per la scuola

Novara ha richiamato le evidenze emerse dalle ricerche recenti, citando lo studio EYES UP dell’Università di Milano-Bicocca guidato da Marco Gui, che documenta l’effetto dell’accesso precoce a smartphone e social media sul rendimento scolastico e sulle disuguaglianze educative, con dati longitudinali su 6,609 studenti lombardi e correlazione con i risultati INVALSI. Dal report emergono abitudini diffuse: oltre il 50% dello smartphone “appena svegli”, il 22% anche “durante la notte”, il 98% su video brevi e il 51% a tavola, elementi che alimentano frammentazione attentiva e peggioramento degli esiti tra chi ha iniziato molto presto a usare i social.

Una cornice che, secondo Novara, interpella direttamente la scuola, già oggetto della stretta ministeriale sull’uso dei cellulari in classe fino alla terza media, misura che il ministro Valditara ha definito coerente con l’appello dei pedagogisti.

Linee operative: limiti d’età, notti “device free”, centralità del gruppo

Nel passaggio più operativo, Novara ha proposto una serie di indicazioni “di sopravvivenza educativa” in attesa di una cornice normativa uniforme: niente video nei primi tre anni; tempi video contenuti e progressivi nell’infanzia; stop allo smartphone fino alla prima superiore; “nessun dispositivo digitale di notte”; evitare l’uso “promiscuo” dello smartphone dei genitori; mantenere la possibilità di verifica dei device in età minorile; privilegiare carta e penna per la lectoscrittura nella primaria; uso delle tecnologie a scuola solo in modalità comune e cooperativa, non individuale.

“L’alternativa all’addiction digitale è il gruppo: stare insieme, fare compagnia” ha scandito, legando il contrasto all’isolamento virtuale alla ricostruzione di comunità educanti e a un’“alleanza” tra famiglie, scuole e istituzioni, in linea con il patto per il benessere digitale presentato dai Comuni dell’area Nord Milano nel contesto del festival.

Orizzonte Scuola

venerdì 20 giugno 2025

INFANZIA MAL GESTITA, ADOLESCENZA A RISCHIO


 Daniele Novara: “Videogiochi a 7 anni, dipendenza a 17! 

L’infanzia decide tutto, l’adolescenza è solo la conseguenza”. 

E agli educatori: “Compito fondamentale, dovreste essere pagati il doppio”


Di Andrea Carlino

 Il pedagogista Daniele Novara, in un intervento al seminario di chiusura dell’anno educativo 2024-2025 organizzato dai Servizi Educativi dell’Unione dei Comuni della Bassa Romagna, scuote il mondo della scuola con una verità scomoda: “Se a sette anni stanno tre ore ai videogiochi, a 17 basta fare la moltiplicazione”.

 Novara ha lanciato un monito che non lascia spazio a interpretazioni: l’adolescenza problematica non nasce dal nulla, ma è il risultato matematico di un’infanzia mal gestita.

La responsabilità nascosta degli educatori 0-6 anni

“Voi vi occupate della fase più importante della vita degli esseri umani“, ha dichiarato Novara rivolgendosi agli educatori presenti nell’aula magna del liceo di Lugo. Il pedagogista ha sottolineato come la fascia 0-6 anni rappresenti il 99% dell’esistenza futura di un individuo, una responsabilità che dovrebbe tradursi in maggiore riconoscimento sociale ed economico. “Dovreste essere pagati il doppio“, ha affermato senza mezzi termini, evidenziando il paradosso di una società che sottovaluta chi forma le basi della personalità umana.

La critica si estende al sistema educativo nel suo complesso: mentre un adolescente può sopperire a un insegnante inadeguato, un bambino di 4 anni non può fare altrettanto. “Ha bisogno assolutamente di avere la figura educativa che gli dà i basilari di sicurezza per tutta la vita”, ha spiegato Novara, rimarcando come l’Emilia-Romagna rappresenti un’eccellenza in questo campo, pur in un contesto nazionale dove la pedagogia rimane una categoria quasi inesistente.

Genitori “fai da te” e il disastro delle autonomie mancate

Il pedagogista ha riservato parole durissime per l’attuale generazione di genitori, definita “particolarmente staccata sul piano delle informazioni educative“. L’influenza dei social media e delle “influencer mamme” ha creato un immaginario distorto dove le autonomie fondamentali vengono sistematicamente rimandate. Novara ha citato esempi concreti: genitori che tengono il pannolino notturno aspettando che si asciughi da solo, bambini di 8-9 anni ancora puliti dai genitori in bagno, e la drammatica riduzione delle ore di sonno infantile.

“Se un bambino non sviluppa le autonomie rispetto alla sua età, non è un errore educativo, è un danno“, ha tuonato citando Maria Montessori. Il pedagogista ha elencato le competenze irrinunciabili: a 4 anni dormire da soli, vestirsi, mangiare autonomamente e soprattutto litigare. Quest’ultima competenza, spesso demonizzata, rappresenta invece un apprendimento etico fondamentale che permette ai bambini di confrontarsi e sviluppare capacità relazionali.

Il conflitto costruttivo

La soluzione proposta da Novara è chiara: creare spazi dedicati al conflitto costruttivo, come “l’angolo del litigio”, dove i bambini possano spiegare le proprie ragioni invece di essere etichettati come bulli o vittime. “Se non li fai parlare tra loro, la tua scuola diventa un tribunale“, ha concluso, lanciando un appello per un cambio di paradigma che restituisca dignità e centralità al lavoro educativo della prima infanzia.

Orizzonte Scuola

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sabato 8 febbraio 2025

AMORUCCIO MIO

 


Gestire l’adolescenza: 

“Non chiamate

 i vostri figli

 ‘amore’ o ‘tesoro’.



Educarli, anche come alunni, è necessario per aiutarli ad imparare.

Vi spiego come fare”.

INTERVISTA a Daniele Novara

Di Fabio Gervasio

L’adolescenza è sempre stata considerata un’età difficile, oggi lo è ancor di più con l’avvento del digitale, ma come possiamo aiutare i nostri ragazzi a crescere in modo sano? Ne abbiamo parlato con il Professor Daniele Novara, pedagogista, autore, fondatore e direttore del CPP, Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti.

Professor Novara, è appena uscito il suo ultimo libro “Mollami! Educare i figli adolescenti e trovare la giusta distanza per farli crescere” che potremmo definire una bussola educativa per genitori con figli adolescenti. Innanzitutto ci aiuta a capire quali sono le caratteristiche degli adolescenti di oggi?

Possiamo dire che gli adolescenti sono sempre gli stessi, hanno questo viscerale desiderio di autonomia e di libertà, ossia di schiodarsi dal controllo che è più tipicamente una caratteristica di quando erano bambini, quindi di uscire dal nido materno, di affrontare il mare magnum della vita con le proprie forze e con le proprie risorse. Insomma, vogliono mettersi alla prova senza tanti salvagenti se non quelli che opportunisticamente vanno a cercare, tipo i soldi dei genitori e quant’altro.

La questione è piuttosto che sono cambiati i genitori, mentre una volta il genitore tendeva a mantenere la sua collocazione con una distanza adeguata, oggi un genitore che vede il figlio come una preziosità assoluta, chiamiamolo narcisistico, si è irretito, per così dire, in una versione molto amicale, anche se il termine non è propriamente corretto. In realtà oggi il genitore ricerca una sorta di gradevolezza, di intimità, di armonia, il famoso mito del dialogo a ogni costo, da cui l’adolescente per natura rifugge.

L’adolescente vuole parlare e stare con i suoi compagni e i suoi amici e non con il mondo adulto, che è visto e considerato come un mondo da cui allontanarsi, anche se è un mondo necessario per lui, se si vuole anche indispensabile, ma in questo momento della vita l’attrazione è per la socialità fra pari e quindi questo desiderio adulto di essere a loro volta alla pari con gli adolescenti diventa un cortocircuito inevitabile, per cui poi ci si mette a urlare rinfacciando la propria disponibilità nei suoi confronti, cosa che non accadeva con i nostri genitori così come il dialogo che vorremmo avere con loro.

Ecco, queste sono stupidaggini, gli adolescenti sono sempre uguali e nel libro cerco di spiegare che come genitori occorre tenere la giusta distanza con loro, c’è un capitolo dedicato proprio alle mamme che si intitola “Sto alla larga”, e in questo stare alla larga è un po’ nascosto il segreto di una buona gestione dei ragazzi e delle ragazze, che vanno gestiti in questa fase della vita così giustamente bella, carica e aggiungerei esplosiva.

Ci dice quali strategie si possono mettere in atto per guidare gli adolescenti in questa fase così delicata?

Innanzitutto inviterei i genitori a non inseguire i ragazzi e le ragazze in tutte le tipologie di comportamenti possibili e immaginabili, ma di darsi un metodo, perché in fondo educare i figli, così come educare gli alunni, è sempre una necessità di aiutarli a imparare.

È l’apprendimento lo scopo dell’educazione, non il controllo sulle singole situazioni tra l’altro in un a periodo d’età molto lungo, perché come è noto le neuroscienze hanno abolito il concetto di teenager e si parla di fine di tale periodo intorno al ventitreesimo/ventiquattresimo anno di età, ovvero quando il cervello finalmente incomincia a prendere le forme più stabili dell’età adulta. Dicevo del metodo, ecco avere un metodo che ti permetta di affrontare tutte le casistiche piuttosto che annegare nelle casistiche che con i ragazzi sono migliaia.

Allora il metodo sostanzialmente, ne parlo nel capitolo 3, si fonda su tre pilastri, li chiamo pilastri metodologici: il primo è costruire la giusta distanza educativa, cioè non finire nei meandri oscuri e un po’ ambigui della confidenza e dell’intimità, ma tenere il proprio ruolo, la propria titolarità educativa. Poi c’è il gioco di squadra centrato sul paterno, questo devo dire che viene considerato una novità, perché io sono un sostenitore, come pedagogista, del fatto che l’adolescenza è l’età del paterno, se possibile del padre.

Il padre non sempre c’è, ma quando c’è invito le mamme a non lasciarlo in panchina, va implicato nel processo educativo, perché è il suo momento prezioso, nel senso che nel gioco di squadra la figura del padre è una figura tendenzialmente con un minor carico emotivo per una questione strettamente biologica, in quanto non ha tenuto nella pancia per nove mesi il pargolo. Questi nove mesi sono importanti perché la mamma ha creato delle neuroconnessioni anche emotive, delle forme di neurotelepatia con i figli, per cui il figlio in qualche modo è sempre in grado di anticipare, di prevedere le mosse della mamma, oppure ancora peggio, di sapere quali tasti toccare per farla esplodere.

Il padre non ha avuto questo problema, non ha queste neuroconnessioni simbiotiche, osmotiche, cellulari provenienti dal periodo della gestazione, per cui può essere più distaccato e quindi gestire questo desiderio di allontanamento e di libertà attraverso tutta una serie di operazioni che sono operazioni pratiche e non sono i famosi e famigerati spiegoni. Mi preme di insistere proprio sulla configurazione di un gioco di squadra in cui la mamma è un passo indietro, non un passo avanti. Nel libro poi spiego bene tutta questa situazione, ovviamente anche con l’invito a non spostare poi l’incombenza dal figlio all’altro genitore, cioè il padre.

È ovvio che se il padre non c’è la madre deve, volente o non volente, assumere un posizionamento più paterno, meno di maternage di pura e semplice affettività e più sviluppato attorno a questioni organizzative. In questo modo può funzionare, le mie esperienze, basate su trent’anni di lavoro in questo campo, hanno confermato che lo spostamento sul padre e sul paterno è la mossa più importante. Dicevo che è una falsa idea nuova, perché in fondo tutta la psicologia ci ha già ricordato che l’adolescenza, a partire dalla psicanalisi, da Freud in poi, è l’età del padre. Noi pedagogisti alla fine utilizziamo scienze primarie come la psicologia per poi creare operazioni e dispositivi operativi e concreti.

L’ultimo elemento metodologico, il terzo, è comunicare bene con nuove tecniche. Cioè le tecniche di comunicazione non possono essere quelle dell’esortazione, dell’insistenza, del cercare di coinvolgerlo sui ragionamenti, ma deve essere una comunicazione di servizio che permette di collocarsi in maniera da rispettare la sua libertà ma anche di avere la giusta misura educativa. L’adolescenza è un’età che va presidiata dal punto di vista educativo, non controllata, bisogna mantenere una posizione che non è più quella del bambino, ma quella di ragazzi e ragazze che, come spesso dico, sono nella prima parte dell’età adulta e non nell’ultima parte dell’infanzia.

I genitori spesso diventano oppressivi con i ragazzi adolescenti, quali comportamenti devono tenere per continuare a essere presenti senza diventare soffocanti?

Esatto, sono comportamenti legati alla negoziazione della libertà adolescenziale. Nella mia esperienza pluridecennale ho sempre affrontato questi territori impervi e nel libro parlo di diverse tecniche, però la principale, che è un po’ la novità di questo libro, è quella del paletto, ossia di creare un gioco fra una limitazione, il paletto appunto, che può essere un orario di rientro serale, la paghetta, oppure la necessità di sistemare la propria stanza e una negoziazione su questa necessità, lasciando quindi in questa negoziazione un margine di libertà forte, significativo, ai ragazzi e alle ragazze, perché qualsiasi impostazione educativa necessita che la libertà sia posta prioritariamente nella relazione con loro.

Non si può sopravanzarli, come dicono certi genitori, con le buone o con le cattive se non ascoltano o non ubbidiscono, a tal proposito ricordo una signora che aveva sculacciato il figlio di 16 anni perché diceva che non ci aveva più visto, per giunta era un ragazzone di un metro e ottanta. Sono tanti genitori che chiamano ancora bambino bambina i loro figli di 12-13 anni, alcuni sono 1 e 70, oppure questo uso del termine fidanzatesco come “amore”, “tesoro”, ecco non va bene, dobbiamo darci una calmata perché loro cercano altre sponde, in qualche modo l’elemento genitoriale è quello che li ha condotti fino all’adolescenza, ma adesso vogliono sentirsi in grado di affrontare da soli le sfide, quindi è una presenza che mantiene un valore educativo senza diventare invadente, senza diventare incombente e senza inutili controlli.

La tecnica del paletto è perfetta, non sto a spoilerare il libro così qualcuno magari lo acquista anche, voglio solo incuriosirvi, il libro è veramente in controtendenza rispetto anche tutta una serie di psicologismi che ci hanno invaso. A volte faccio dialoghi con i genitori e mi domando se sto parlando con una psichiatra, per cui l’invito che rivolgo a questi genitori che usa dei termini che sono palesemente psicologici, psichiatrici, è di usare molta calma in tal senso, è già difficile per gli psichiatri, figuriamoci per i genitori, ognuno fa il suo lavoro, il genitore è impegnato a far imparare a vivere i suoi figli e quello che propongo è il metodo giusto.

Un’ultima domanda, è possibile trovare un metodo educativo che consenta di orientarsi anche nei momenti di crisi e smarrimento?

Sì esatto, il digitale è una di quelle casistiche che oggi sono molto pervasive nella vita dei genitori per quanto attiene la relazione con i figli adolescenti, ma non bisogna lasciarsi così invaghire da questo problema che è uno dei tanti, non è che sia così diverso dalla questione della sessualità per esempio. Il metodo è il solito, giusta distanza, passare la palla al padre se c’è o comunque assumere un atteggiamento paterno e comunicare con tecniche adeguate.

La tecnica del paletto è perfetta, ossia di notte non si usano, quindi bisogna trovare un orario, che si può negoziare, per cui il ragazzo o la ragazza mette il cellulare in carica non nella sua camera, oppure se è ancora un ragazzino di 11-12 anni utilizzare un family link per concedergli mezz’ora o al massimo un’ora al giorno di uso dei dispositivi digitali, tenendo conto che c’è una pericolosità particolare dal punto di vista dell’aggancio del cervello sui videogiochi, ma vale anche per i social rappresentano un elemento molto discutibile. Come è noto insieme al dottor Alberto Pellai, che è anche un caro amico, abbiamo lanciato un appello al governo perché i social siano impediti fino ai 16 anni e gli smartphone fino a 14.

Il nostro appello l’ha ricevuto l’Australia dall’altra parte del globo e non ancora il governo italiano, perché Anthony Albanese, il premier australiano di origine italiana, ha proprio emesso una legge per cui fino ai 16 anni non se ne parla, devono essere le piattaforme a verificare l’età, non questo pasticcio europeo per cui praticamente ogni ragazzo si autodetermina, si autocertifica, per cui un bambino di 8 anni può dire che ne ha 14 o 16.

Inoltre, sempre in Australia, sono previste delle multe molto salate per le piattaforme che non si adegueranno a questo dispositivo di legge. Questo è importante perché sappiamo che lo smartphone in quanto tale è uno strumento balordo, molto difficile da gestire. Certo i genitori possono farlo, ma noi sosteniamo che non è possibile lasciare completamente ai genitori una matassa così ingarbugliata, lo Stato è tale se riesce a mettere le norme giuste, così come ha fatto con l’alcol, con il tabacco, con il casco per le moto o con la patente di guida che in Italia fino ai 18 anni non è raggiungibile.

Ecco delle limitazioni per tutelare le fasce più deboli dal punto di vista della loro età, ma è ovvio che io consiglio ai genitori di evitare l’utilizzo dello smartphone almeno fino a 13-14 anni, o nel caso comunque di mettere sempre delle regolazioni, quindi un limite, e poi negoziare la libertà di uso, ossia decidere insieme quando e come utilizzare l’ora al giorno a disposizione di utilizzo dello smartphone, c’è come dire una reciprocità dove il genitore fa il genitore e il figlio fa l’adolescente, così come abbiamo sempre fatto anche noi nel corso dei secoli e dei millenni.

Orizzonte Scuola

 

venerdì 19 aprile 2024

CAMBIARE LA SCUOLA

“Stop a lezioni frontali, compiti a casa, studio mnemonico.

 La scuola italiana può cambiare e vi dico come”.

 

INTERVISTA a Daniele Novara di Vincenzo Brancatisano

 “Cambiare la scuola si può”. Ne è convinto Daniele Novara, pedagogista e fondatore, del CPPP, il Centro Psicopedagogico per l’educazione. “Da almeno 100 anni – si spiega nella presentazione del suo libro intitolato “Cambiare la scuola si può. Un nuovo metodo per insegnanti e genitori, per un’educazione finalmente efficace” – la scuola italiana è impostata allo stesso modo – mentre riforme e maquillage educativi, come la digitalizzazione, fingono che le cose stiano cambiando”.

 In realtà “nulla si muove: lezioni frontali, compiti a casa, studio mnemonico continuano a essere al centro della didattica, spesso senza motivazioni pedagogiche, e i nostri figli imparano con lo stesso metodo delle generazioni precedenti, come per inerzia. In questo libro, Novara demolisce, “uno per uno, i falsi miti dell’istruzione e propone un metodo maieutico che, in alternativa alle pratiche antiquate che ancora governano la grande e complessa macchina dell’istituzione scolastica, pone al centro la scuola come comunità di apprendimento: una comunità dove si impara dai compagni, si fanno domande, si sperimenta in laboratorio, si sbaglia e ci si diverte, e in cui l’insegnante agisce come un regista, lasciando il protagonismo ai suoi allievi”. libro incita genitori e insegnanti “a cercare nuove motivazioni, fornendo intanto alternative concrete e attuabili per ritrovare il senso autentico della scuola. Con un po’ di coraggio, entusiasmo e voglia di uscire dai soliti schemi”.

 Questo “non è un libro di istruzioni per costruirsi la propria scuola ideale – precisa Daniele Novara, che intanto annuncia il convegno del prossimo 20 aprile intitolato La scuola non è una gara – La scuola ideale non esiste. Il mio scopo è aiutare insegnanti e genitori a cogliere la ricchezza e le potenzialità della scuola di oggi che, anche fra gli addetti ai lavori, è spesso considerata un’istituzione sostanzialmente irrecuperabile.”

 “Nonostante i tanti sforzi per cambiare, modificarsi e aggiornarsi – spiegano gli organizzatori del convegno – la scuola appare ancora fortemente dominata dalla dimensione del controllo e del giudizio, che ne pervade le modalità procedurali e didattiche ostacolando una motivazione profonda negli alunni e nelle famiglie verso la necessità della formazione e dell’apprendimento. Controllo e giudizio la fanno ancora da padroni con modalità di valutazione basate prevalentemente sui voti numerici, con un’idea di selezione che corrisponde spesso alla denuncia fatta dalla scuola di Barbiana ed è ben poco legata a fattori di merito in senso stretto. Non solo un evento, un’esperienza indimenticabile. Una scuola, soprattutto nelle secondarie di primo e secondo grado, ancora fortemente basata su metodi frontali che implicano un ascolto sostanzialmente passivo da parte degli alunni. Il giudizio diventa l’anticamera di una scuola vista come gara, come competizione tra chi arriva primo e chi arriva secondo. Gli indici scolastici italiani, che rivelano tassi di dispersione altissimi, il numero più basso di laureati in Europa e una percentuale considerevole di Neet – ragazzi che non studiano e non lavorano – oltre a un’incidenza preoccupante di neuro certificazioni, lasciano intendere senza mezzi termini che questo modello è arrivato al capolinea senza più avere alcuna possibilità di rispondere alle necessità di una società complessa e avanzata come quella italiana”.

 La focalizzazione di Daniele Novara è sulla “situazione-stimolo”, un metodo che il pedagogista descrive come fondamentale per contrastare l’approccio tradizionale dell’insegnamento, troppo spesso incentrato su lezioni frontali. Questo metodo si propone di scardinare l’idea che imparare sia sinonimo di ascoltare passivamente. Novara mette in luce come i tempi di attenzione degli studenti siano limitati e come la predisposizione alla distrazione sia un elemento naturale. Il suo approccio rivoluzionario – “non rivoluzionario, ma efficacemente pedagogico senz’altro”, precisa lui – mira a trasformare la scuola in un laboratorio di esperienze, dove gli alunni diventano protagonisti attivi del loro apprendimento. La “situazione-stimolo” diventa così un catalizzatore per lo sviluppo di domande e ricerche da parte degli studenti, spaziando da argomenti scientifici a quelli letterari e cronachistici. Novara critica l’approccio didattico basato su domande di controllo, come quelle relative ai dettagli storici o geografici. Invece, propone l’uso di domande maieutiche, che stimolano la riflessione e l’esplorazione personale. Questo tipo di domande apre spazi per un apprendimento più profondo, basato su esperienze e interessi personali.

 Contrariamente ai tradizionali esercizi estivi, Novara propone i “compiti di realtà” come un metodo più efficace di apprendimento. Questi compiti includono attività come visitare mostre, guardare film all’aperto, esplorare la natura, leggere libri, viaggiare, o imparare nuove lingue e abilità. Tali esperienze aiutano gli studenti a imparare in modo applicativo e significativo, facilitando l’acquisizione di competenze per la vita.

L’obiettivo principale del metodo di Novara non è che lo studente sia in grado di ripetere meccanicamente le informazioni, ma che sappia applicarle nella vita reale. Ad esempio, piuttosto che memorizzare dettagli sulla lingua latina, sarebbe più utile che uno studente possa leggere e comprendere un’epigrafe latina in una chiesa.

 Professor Daniele Novara, in che cosa consistono le domande maieutiche?

 “Per antitesi si tratta di domande contrarie alle domande di controllo con le quali si cerca di verificare che il proprio interlocutore conosca quel che ci si aspetta”.

 C’è una precisa allusione alla scuola

 “Sono domande molto legate alla scuola tradizionale dove il docente in forma illegittima pone una domanda su una questione che conosce già e vuole che l’alunno gli dia proprio la risposta che conosce già facendo una cosa che non ha senso: nessuno chiederebbe al marito come si chiama, perché lo sa già”

 E invece?

 “E invece a scuola questa idea che gli alunni debbano conformare le proprie conoscenze a quelle del docente è molto diffusa. Si crea in questo modo una scuola petulante e prevedibile e con scarsa curiosità. In realtà il docente dovrebbe essere un regista del processo di apprendimento, un regista maieutico, in modo da poter scoprire qualcosa di inedito, qualcosa di nuovo. Per gli alunni e per lui. Il docente ha la padronanza dei processi di apprendimento ma non ha la certezza delle risposte. La padronanza maieutica conduce i propri alunni alla scoperta inedita, alla scoperta quasi sempre innovativa non solo in ambito storico o scientifico ma in qualsiasi altro ambito. Utilizza le discipline come mezzo e non come finalità”.

 Lei sostiene che le domande di questo tipo sono domande generative. In che senso?

 “Nel senso che le domande maieutiche generano processi di apprendimento. Non è necessariamente la ricerca della verità ma più una metafora ostetrica”

 È il So di non sapere di Socrate?

 “Socrate cerca la verità, noi no. Noi cerchiamo di far nascere nuove scoperte di apprendimento ma a prescindere dalla verità. E’ un metodo che si applica in tutto il processo di apprendimento, con i bambini al nido, alla scuola dell’infanzia. Ad esempio, in primavera o agli inizia dell’estate durante le esplorazioni in giardino si cerca di scoprire gli indizi della nuova stagione fotografandoli e creando una storia. Qui nascono delle domande che non hanno una risposta esatta. Ogni giardino ha i propri indizi. Però ci sono anche le domande su questioni controverse”.

 Per esempio?

 “Per esempio: è necessario che ogni rivoluzione abbia dei morti? Questa è una questione controversa che può generare una, tra i ragazzini che hanno più di 15 anni una ricerca. Si pensi all’identità sessuale: anche in questo caso si generano molte domande. Una delle questioni più controverse è se un bambino di 10 anni debba assumere il farmaco che ritarda la pubertà in attesa di decidere un giorno se fare o meno la transizione sessuale. Io su questo tema ho la mia risposta ma è interessante attivare un processo di ricerca. E ancora: che senso ha portare degli esseri umani su Marte? Sono domande di ricerca non necessariamente filosofiche. Nel mio libro, Cambiare la scuola si può, racconto di un laboratorio in una chiesa medievale di Piacenza nella cui cripta è stato ritrovato un mosaico con i segni dello Zodiaco. È una cosa strana perché è una chiesa paleocristiana. La domanda maieutica che vi scaturisce è: che cosa c’entra un segno zodiacale con un’immagine precristiana con una chiesa paleocristiana? È stato molto interessante perché vicino alla chiesa c’era la biblioteca e si è scoperto con una ricerca che fino all’anno 1000 la commistione tra simbologia cristiana e simbologia precristiana era normale o comunque tollerata. Solo dopo avviene una cesura su questa commistione. Questo è un modo per fare storia dell’arte facendo domande generative invece che andare nelle chiese romaniche e ascoltare uno spiegone interminabile sul rosone, che diventa di una noia interminabile e privo di interesse. Quest’ultimo è un atto mnemonico, un atto, cioè, che attiva la memoria e non l’apprendimento. L’apprendimento è applicazione, e quando fai un’attività di ricerca o di laboratorio di ricerca ti resta tutta la vita, perché l’hai attraversata. Se invece l’hai ascoltata come una lezione, scivola via subito e al massimo la usi per un’interrogazione più o meno programmata”.

 La realtà scolastica – si ripete sempre con tono non lusinghiero – è dominata dalla lezione frontale

 “La lectio, la lezione fontale, è un’invenzione medievale perché all’epoca non c’erano ancora i libri. Fino al 1400 si leggevano i manoscritti, quindi è un dispositivo molto arcaico. Poi arriva Gutenberg e da allora non c’è più bisogno della lectio: si passa allo studio e all’uso dei libri come strumento di studio e di conoscenza. Invece qualcuno è ancora affezionato e innamorato della lectio”

 Perché è così critico nei confronti delle lezioni tradizionali?

 “Sono critico perché uccidono la motivazione e l’interesse degli alunni. L’unica cosa che le lezioni hanno prodotto è lo sguardo catatonico degli alunni: ti guardo, caro prof, senza ascoltarti ma tu incautamente pensi che io ti stia ascoltando e gongoli ritenendo che la classe ti stia ascoltando. Invece non ti ascoltano. Questo l’ho scoperto parlando con i ragazzi. L’apprendimento è qualcosa di fattuale è qualcosa che si fa, che ha una necessità operativa. Per esempio, dovremmo andare in una chiesa e chiederci quali sono i misteri di questa chiesa e poi su questi misteri dovremmo provare a chiederci qualcosa sulla sua storia con domande maieutiche. Il fatto è che la scuola tradizionale confonde le informazioni con l’apprendimento e questo è assurdo da tutti i punti di vista. Avere informazioni non significa avere competenze applicative. Io ad esempio ricordo il mio inglese grammaticale, di quando ero ragazzo, ma la prima volta che sono andato in Inghilterra è stata una cosa paurosa. Però, se non ti fanno parlare… Cosa faceva Don Milani? Mandava gli alunni nei ristoranti inglesi, l’unico modo per imparare la lingua è la full immersion. Temo però che oggi lo arresterebbero…”.

 Se si riferisce ai tanti vincoli e tutele, certo sembra di vivere ormai in una società quasi sterilizzata

 “Ha detto bene, è stata sterilizzata un’intera società. Io da ragazzo ho sempre lavorato con i miei genitori. A volte mio padre esagerava, certo. Ma oggi è difficile anche fare una gita scolastica”.

 Lei sostiene anche la didattica cooperativa, basata sull’imitazione reciproca

 “A scuola abbiamo un elemento importante, l’elemento sociale. L’imitazione è molto importante. La pedagogia moderna nasce quando Pestalozzi sperimenta il metodo del mutuo insegnamento perché era da solo con una masnada di ragazzini. Lì nasce la pedagogia moderna: non è isolando gli alunni tra di loro, ma solo aiutandosi, condividendo, mettendosi in un atteggiamento di gruppo e di solidarietà reciproca otteniamo un dato scientifico e cioè che a scuola si impara dai compagni e non dall’insegnante. L’insegnante è un regista. I ragazzi collaborando sviluppano processi di apprendimento e trovo abbastanza terroristica l’idea del non lasciarli copiare tra di loro”.

 Lei è per lasciar copiare gli alunni?

 “L’imitazione è alla base di tutto. Il Sapiens la spunta sul Neanderthal perché sa imitare, sa mantenere la memoria delle proprie scoperte. Lo supera perché è più cooperativo e ormai su questo le ricerche sono abbastanza allineate. I Premi Nobel, se ci pensa, ultimamente si danno in condivisione e questo avviene questo proprio perché la scoperta non appartiene a un elemento individuale, ma ha un’appartenenza comune collettanea e questo deve avvenire anche nella scuola. La scuola deve privilegiare il lavoro comune. Più il lavoro è comune più la scuola funziona”.

Lei parla di situazioni stimolo. Di che cosa si tratta?

 “Io non uso lo spiegone iniziale ma uso la situazione stimolo, che può essere il mostrare una foto con una donna con il burqa. E’ un esempio ma può essere anche il mosaico zodiacale. Ci dev’essere uno start che provochi una reazione nella logica di sviluppare domande donna con il burqa, o un’immagine di distruzione della guerra, il fungo atomico o un brano letterario: l’importante è evitare lo spiegone. Dalla situazione stimolo nascono le domande. Nel mio libro racconto di una maestra che porta un nido vuoto e scopre che tra i suoi alunni ci sono esperti di ornitologia perché i genitori lo sono e allora i bambini spiegano ad esempio che quel nido è di un certo uccello, la cinciarella, e portano tante altre informazioni. La maestra rimane un po’ spaesata perché pensava che i bambini non sapessero quelle cose ma a quel punto sono loro a instradarla con delle storie. Lo stimolo non dev’essere mai legato ai presupposti del docente, né alle sue aspettative, ma alle capacità dei bambini. I bambini inventano una storia meravigliosa. Ed è questo il bello di fare una scuola da vivere come una esperienza nuova ogni giorno”.

 E la matematica, come si pone lo studio della matematica, questa scienza esatta, con le situazioni stimolo?

 “Guardi, io in questo momento vedo passare tante macchine. Si può fare matematica, ad esempio, calcolando quel che si può calcolare osservando la situazione: si può misurare l’inquinamento prodotto o anche calcolare il traffico in un orario morto. Sono attività facilissime perché la matematica è di per sé legata alla realtà. Io gli algoritmi li studiavo allo scientifico. Se ci avessero detto che l’algoritmo sarebbe servito per un computer e per la tecnologia, allora sarebbe stato più facile studiare gli algoritmi. Tornando al traffico, per esempio potrei pensare di programmare il semaforo in modo che si creino meno code possibili e meno inquinamento: è un bellissimo esempio. Io lascerei fare ai ragazzi, come una sfida, e loro si attivano”.

 Il docente dovrebbe insomma partire dalle risorse che ha davanti a sé e stimolarle. E’ così?

 “Non bisogna riempire gli alunni come delle oche, vanno piuttosto tirate fuori le risorse, appunto. Le scuole si occupano di bambini che hanno una plasticità straordinaria e anche di adolescenti che hanno grandi capacità di memorizzazione e di applicazione delle conoscenze acquisite, il loro cervello è particolarmente operativo e cerca di capire subito l’opportunismo di una conoscenza. E invece il più delle volte si preferisce che mettano una crocetta. Trovo demoniache le crocette. E’ proprio un insulto all’intelligenza dei nostri alunni”.

 Che cos’è la valutazione evolutiva? Quanto sono importanti gli errori nei processi di apprendimento?

 “Ne parlo nel mio libro. La valutazione evolutiva si fonda sulla necessità di valutare i processi e non gli errori, nel senso semplice che sbagliare è necessario per poter imparare e quindi se crei una scuola in cui domina il terrore di sbagliare blocchi il desiderio di apprendimento. Si impara sbagliando, la scienza è basata su questo. La scoperta scientifica dev’essere confutabile per essere tale: la scienza ci dice che l’errore fa parte della scoperta ma è possibile che la scuola sia lontana da questo. L’errore è uno strumento di autoregolazione. I bambini sono capaci in questo, ma se tu giudichi e condanni l’errore si blocca il flusso di apprendimento”.

 Una scuola da cambiare, dice lei. Come?

 “Utilizzando quel che c’è già. Le norme che ci sono già. Tutti han detto si può fare. Il mio libro dimostra come tutto quello che dico è già contenuto nei documenti ministeriali. Magari loro parlano di valutazione formativa. Ma il concetto è quello: non cristallizzare la valutazione sulla performance ma guardare il percorso”.

 Bisogna riconoscere che le nuove generazioni di insegnanti sono più formate su questo tipo di impostazione

 È vero. E noi dobbiamo sostenere questi insegnanti perché il Ministero ha la strana idea di tornare indietro sulla valutazione alla scuola primaria. E dobbiamo sostenere anche le scuole senza voto. Il nostro convegno nasce proprio per sostenere le nuove scuole e i nuovi approcci con i loro alunni. Purtroppo, il ministro fa questo azzardo di volere ripristinare i giudizi alla primaria. Io spero che con la legge sull’autonomia ogni istituto si emancipi dalle istanze dirigistiche che hanno rovinato la scuola”.

 C’è un eccesso di centralismo secondo lei?

 “Sì, c’è un eccesso nazionalistico, siamo una scuola centrata su Roma. E’ difficile trovarla in Francia e in altri Paesi. Quando cerco una scuola tedesca, mi rispondono che dipende dai Land, se la cerco in Svizzera: dipende dai Cantoni, anche in Francia e in Olanda è così. Invece in Italia è tutto centralizzato. Pensare a un’azienda con un capo che dirige da Roma un milione di persone è ridicolo. L’autonomia è importante: può consentire progetti, scelte, processi di assunzione più virtuosi, si può permettere un uso dell’orario scolastico finalmente emancipato dal mito dell’ora di lezione. Già adesso gli insegnanti lavorano ben oltre le 18 ore settimanali, o le 24 alla primaria. Vogliamo finalmente uscire da questo incubo gentiliano secondo cui il lavoro dell’insegnante si esaurisce nell’ora di lezione come si legge nel contratto? Magari si portano il lavoro a casa. Basterebbe riconoscere che un docente lavora almeno 30 ore e stabilire di conseguenza che dev’essere essere pagato per 30 ore perché è lavoro di prestigio. È falso che si lavori 18 o 24 ore, ma questo serve per cristallizzare l’idea della materia e della lezione. E della campanella”.

 Orizzonte Scuola

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