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giovedì 8 gennaio 2026

STARE BENE IN CLASSE

 


“In classe si sta bene 

solo quando 

non ci si accorge

 della presenza

 dell’insegnante”



La Redazione

"Stare bene non significa non fare fatica. La scuola non è un luogo di svago ma un ambiente di impegno creativo. La scuola che immaginiamo è..."

La presenza dell’altro è preziosissima per la crescita individuale di ogni essere umano e questo concetto, mai come in nessun altro posto, prende vita proprio tra i banchi di scuola. Ad affrontare questo argomento è stato l’esperto di pedagogia Daniele Novara, queste le sue parole:

“Che a scuola s’impari dai compagni dovrebbe essere scritto a lettere cubitali in ogni ingresso scolastico”. Il gruppo, come ci spiega l’esperto: “crea un'osmosi nei processi di apprendimento, ossia si creano degli incastri, degli effetti domino estremamente importanti che rendono l’apprendimento un gioco di squadra tra gli alunni, dove l’insegnante ha un’azione propulsiva e di regia”.

Il pedagogista spiega con chiarezza quale dovrebbe essere il “modus operandi” di ogni insegnante, in classe il processo di apprendimento non dovrebbe essere di tipo “verticale”, dall'alto dell’insegnante fino al basso degli studenti, ma sarebbe più opportuno adottare un metodo “orizzontale” dove il confronto avviene tra pari e ogni alunno può mettere in campo le proprie capacità, strategie e memorie sociali.

“La memoria sociale, infatti, ci permette di essere quello che siamo. In questa imitazione sistematica tra gli alunni si creano gli innesti per poter imparare stando bene. Stare bene non significa non fare fatica. La scuola non è un luogo di svago, ma un ambiente di impegno creativo. La scuola che immaginiamo è faticosa, esigente, ma anche viva, creativa, animata dal lavoro attivo degli alunni”, e in una scuola viva, ci spiega l'esperto: “l’alunno costruisce, esplora, produce". 

“Come ricordava Maria Montessori: “Voglio entrare in una Casa dei Bambini e non accorgermi della presenza dell’insegnante, perché stanno lavorando loro” conclude Novara.

Ascuolaoggi

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sabato 18 giugno 2022

PROMOSSI o BOCCIATI ?


Non si boccia più nessuno. 

Ma la tendenza alla promozione incondizionata non sembra andare d’accordo con l’obiettivo di valutare le competenze


di - Marco Ricucci


È tempo di vacanza per molti e, secondo i consueti stereotipi nostrani rimbalzati sui forum e per via web, gran parte del popolo italiano – in età non scolare – invida i famigerati tre mesi di vacanza dei malpagati insegnanti. In questi giorni, però, c’è stato un-dietro-le-quinte che nemmeno la mezza retorica brunettiana della fannullaggine, ormai stantia, può confutare: i docenti sono stati chiamati a tirare le somme di un anno scolastico facendo qualcosa che perlopiù le famiglie italiane percepiscono come un verdetto: gli scrutini.

Si decide per la promozione o la bocciatura che, nell’anti-lingua calviniana del burocatese scolastico, si definisce ammissione o non ammissione (non esiste la dismissione?) alla classe successiva. Chi avrà visto uno spassosissimo film degli anni Novanta, La scuola, di Daniele Luchetti, basato sui romanzi di Domenico Starnone, ricorderà certamente un lungo e probabile scrutinio, che, nella filosofia filmica, diventa l’occasione di parlare di tante cose. Certo, lo scrutinio per un’alunna o un alunno è un momento di giudizio sulla sua vita scolastica che tanta importanza ha negli anni della crescita e della formazione. Rimane in mente, per chi ha visto il film, Silvio Orlando, docente di lettere, sconfitto dalla vita in quanto idealista sinistrorso, perché la scuola – forse – è diventata la “sua” di vita; e rimane anche in mente il professor Montillaro, che si è fatto scudo dalla scuola con un amabile cinismo: “Almeno uno fatemelo bocciare!” è la sua preghiera. E per “scherzare”, persino il giorno dello scrutinio, chiama la polizia per dire, anonimamente, che c’è una bomba nella scuola.

Lo scrutinio è, dunque, il momento in cui i docenti si confrontano in maniera sincera e autentica facendo scaturire la loro visione della realtà di cui un alunno, scolasticamente, diventa incarnazione. Ma serpeggia da anni – ormai è del tutto evidente – una tacita tendenza che qualche professore, che qualcuno direbbe di vecchio stampo, ormai ha stigmatizzato come deriva iperprotettiva e assistenzialista della scuola, soprattutto nei momenti clou, cioè agli scrutini. 

Questa tendenza potrebbe essere ribattezzata come deriva “petalosa”: come qualcuno potrà forse ricordare, qualche anno fa, alle scuole elementari Marchesi di Copparo, in provincia di Ferrara, la maestra Margherita Aurora, svolgendo un esercizio di lingua italiana sugli aggettivi per descrivere un fiore, si trovò di fronte a un neologismo inventato da un suo alunno di terza elementare, Matteo e, invece di “correggere” l’errore scaturito dalla fantasia di rodariana memoria (mi riferisco al suo celebre saggio La grammatica della fantasia), incuriosita e divertita, decise di mandare il nuovo lemma all’Accademia della Crusca per una valutazione. La Crusca rispose e lo valutò “bello e chiaro”. E da allora abbiamo una nuova parola nel nostro dizionario per un approccio “buonista” della maestra Margherita. Anzi, la deriva “petalosa” si è quasi istituzionalizzata, adesso solo verbalmente, nella scuola “affettuosa” sostenuta dal ministro Bianchi, il che ha generato in certi docenti riottosi sconcerto per la sue conseguenze diseducative e tossiche nella formazione umana e didattica dei ragazzi.

In questa prospettiva, la bocciatura diventa pericolosa per il benessere psicofisico dell’adolescenza, che vive virtualmente su Instagram e ha i suoi modelli in “eroi” da TikTok. “Ogni alunno”, in base alla normativa ministeriale, “ha diritto ad una valutazione trasparente e tempestiva … La valutazione concorre, con la sua finalità anche formativa e attraverso l’individuazione delle potenzialità e delle carenze di ciascun alunno, ai processi di autovalutazione degli alunni medesimi, al miglioramento dei livelli di conoscenza e al successo formativo”.

Nel futuro, dunque, si pone una grande questione: ha senso ancora la bocciatura? La scuola è un mondo complesso e ha bisogno certamente di maggiori finanziamenti e di un’organizzazione più efficiente, ma non è cosa facile; tuttavia, deve trovare un suo ruolo più chiaro e preciso nella società di oggi, che cambia e muta – non so in bene o in peggio – con grande velocità, mentre ha ancora un impianto sostanzialmente ottocentesco-gentiliano, con qualche venatura democratizzante in riferimento alle riforme degli anni Settanta. Il resto delle innovazioni apportate nel corso del tempo sono aggiunte posticce calate dal governante di turno, senza un reale progetto a lungo termine oppure un disegno alto e di lungo respiro. 

Negli scrutini, i docenti spesso parlano di maturità dell’alunno come individuo che cresce, della partecipazione alla vita della classe-gruppo e classe-comunità, che spesso viene sintetizzato nel voto di condotta o comportamento. Andrebbe meglio esplicitato, se possibile, il ruolo della scuola oggi. C’è un’aggiunta che ci dice la rotta seguita dal vascello scuola, il cui timoniere procede al meglio che può, a vista se non a cabotaggio: le character skills.

Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, ha affermato: “Le character skills sono il futuro dell’orientamento al lavoro. Nessuna agenzia educativa da sola (scuola, famiglia, parrocchia, associazioni, impresa) è in grado di realizzare una simile progettualità: occorre una comunità educante”. La fotografia è chiara e l’analisi è attendibile: la sfida sarà come metterle in pratica nella realizzazione della comunità educante. La tendenza è dietro l’angolo: se lo scorso anno la Finlandia, che vanta, ancora secondo molti, il miglior sistema scolastico al mondo, ha “abolito” le materie tradizionali, da noi ritorna ciclicamente la proposta politica dell’abolizione della bocciatura, anche di recente. 

La prospettiva, in conclusione, sarebbe quella di rivoluzionare la scuola e cambiare la mentalità del corpo docente italiano, ma abbandonare sul serio la tradizionale impostazione della didattica per conoscenze a favore di quella per competenze sembra non essere così a portata di mano. E poi, noi docenti come potremmo dare i voti alle “competenze” nel futuribile scrutinio?

 

Il  Sussidiario

 

mercoledì 20 gennaio 2021

INSEGNANTE EMPATICO: INSEGNANTE EFFICACE

 Scuola, un insegnante senza empatia e comunicazione non può fare questo lavoro: 

la “certezza” di Galimberti

Galimberti: "Se una persona non è empatica e coinvolgente non può fare il professore. È qualcosa che non si può imparare”.

Il filosofo Umberto Galimberti, nel corso di un forum tenuto a Firenze sulla scuola, intitolato “Educazione emozionale a scuola“, si è soffermato anche sulla poca capacità della  scuola italiana di soffermarsi sul livello emozionale dei suoi studenti. Nel corso dell’evento emerse anche che la scuola si occupa veramente poco del lato emotivo. Il professor Galimberti ha sottolineato quanto i genitori, oberati dai problemi quotidiani, spesso trascurano questo tipo di apprendimento: “Oggi troppo spesso l’apporto genitoriale è fallimentare, i genitori non hanno più tempo di rispondere alle domande filosofiche dei bambini, ai loro mille perché, e spesso le parole mancate vengono sostituite da montagne di giocattoli. Il rapido appagamento offerto dal giocattolo che impedisce ai bambini di annoiarsi. Quando invece dovrebbero trovarsi in situazioni noiose per elaborare poi, in modo creativo, degli stratagemmi per divertirsi”.

Il professore ha poi spiegato la differenza tra istruzione, come mera trasmissione di saperi, ed educazione, che permette invece ai bambini di sviluppare la propria personalità emotiva: “L’educazione emotiva è ciò che più scarseggia nel sistema scolastico italiano, quando un ragazzo rimane impantanato nello stadio pulsionale il rischio è che sviluppi forme di violenza e bullismo. La pulsione non si esprime in parole, ma solo in gesti e azioni”. L’empatia dunque ha un ruolo fondamentale per il benessere a Scuola, ma soprattutto per le relazioni tra colleghi, studenti e docenti. La situazione in tal senso può migliore: “Innanzitutto limitando il numero di alunni per classe, fino a un massimo di quindici studenti; ma soprattutto ci vorrebbe una formazione specifica per i professori, che dovrebbero essere scelti anche in base a criteri emotivi e non solo conoscitivi. Se una persona non è empatica e coinvolgente non può fare il professore. È qualcosa che non si può imparare”. Ha concluso il noto professore Galimberti.

 

Oggi Scuola



mercoledì 16 settembre 2020

LA SCUOLA? NON È SOLO QUESTIONE DI BANCHI

LE GRANDI DOMANDE 

SUL RUOLO DELLA SCUOLA 

 di MAURO LEONARDI

 Il grande caos sul ritorno a scuola pone in essere questioni tecniche e organizzative, ma dentro questo immane lavorìo resta nascosta una grande domanda: questo periodo incredibilmente lungo di assenza “della scuola” come luogo fisico e frequentabile non solo dell’apprendimento ma anche della crescita delle persone, cosa ha detto sulla natura e lo scopo, il cuore e il senso dell’educazione? La scuola non è solo mascherine e banchi monoposto ma è anche qualcosa di cui nessuno parla, forse perché inconsciamente si ammette che non esiste più un senso condiviso da tutti su cosa sia educare: e quindi, se è solo una trasmissione di conoscenze, allora è logico che si parli solo di beghe organizzative.

Pare che nessuno o comunque pochi – a parte “Avvenire”, che al tema sta dedicando una serie di approfondimenti e riflessioni, sino all’editoriale di prima pagina firmato domenica scorsa da Marina Corradi – senta il problema educativo di fondo: quello di dare una unitarietà, una continuità, all’educazione. Ma il Covid fa esplodere il problema perché rimane da esplicitare la domanda: quando tu insegnante sei in classe, che cosa fai, cosa dici, perché ci vai?


Il vero detonatore di questo problema non è una rarefatta alchimia cerebrale, bensì la più primitiva e più viscerale delle emozioni: la paura. E sto parlando soprattutto della paura che c’è da parte di non pochi docenti. Non si ha il coraggio di dirlo apertamente ma nelle chat, nei sussurri, ecco la domanda vera: ma per quale motivo io mi devo ammalare? Perché io devo rischiare la vita? Per dire quando è nato Manzoni? Forse questa paura è presente anche negli alunni, ma nei docenti, che hanno già cominciato riunioni e consigli di classe, questo problema emerge violento e rimbalza sull’altro, su quello del senso della scuola. Perché se l’obiettivo fosse quello di trasmettere “un essere” e non solo “un conoscere” la paura sarebbe certamente un ostacolo più facilmente superabile.

Come facciamo con tutte le domande a risposta difficile, negli articoli che vedo ci si pone il problema di “cosa arriva” con le piattaforme digitali usate per l’insegnamento a distanza, ma non ci si pone il problema che la persona non arrivi. Nelle tradizioni antiche delle scuole la trasfusione di esperienza sapiente si compiva alle condizioni proprie dell’impegno della relazione: alle condizioni della fiducia e dell’amore, non al modo in cui si trasmettono informazioni oggettive e asettiche. Con il virtuale, arrivano delle conoscenze ma nessuna trasmissione di esperienza. E oggi questo problema non è neppure all’ordine del giorno. Non se ne parla. Non c’è, perché non c’era e non c’è mai stato. Cosa sia, che dimensione abbia quell’esperienza di vita che ci è consegnata e alla quale pure ci consegnamo, è la domanda che principalmente viene elusa. Nessuno ne parla ora perché non se n’è mai parlato: anzi il poter parlare finalmente di “qualcosa di concreto” come “mascherina sì, mascherina no” “banco monoposto sì, banco monoposto no”, toglie dall’imbarazzo. Salvo far salire la paura a stringere la gola dell’insegnante e a spingerlo, magari, a trovare l’escamotage per stare a casa.

Il Covid ha messo in evidenza non solo alcune criticità ma anche alcune positività che, se sfruttate, avrebbero potuto imprimere un nuovo corso alla scuola. Alludo alla scoperta che non sempre è così necessaria la presenza per trasmettere una conoscenza, il de visu non è così necessario per l’informazione, tanto è vero che adesso si parla di didattica integrata più che di didattica a distanza. Così però, emerge ancora di più la domanda: se posso veicolare la conoscenza attraverso una lezione su YouTube, quando sono in classe cosa ci faccio, cosa dico, qual è la novità del mio stare lì? C’è un saper fare, un saper essere che posso dare solo “in presenza”, e lì casca l’asino. E tutto ciò è lasciato alla libera esigenza percepita dall’insegnante. Non esiste nessun piano scolastico che enunci tra gli obiettivi prioritari della classe il “crescere nell’essere”. Peccato dunque perché stiamo perdendo l’occasione di colmare una lacuna che il Covid ci aveva mostrato. Oltre alla trasmissione del sapere c’è l’esigenza di una trasmissione dell’essere: invece no, ci fermiamo alle mascherine o al banco monoposto.

 

www.avvenire.it