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lunedì 9 febbraio 2026

I MONO-DISCIPLINARI

 


 “Gli insegnanti

 devono essere 

esperti di processi 

di apprendimento, 

non solo 

della propria materia”


Di Andrea Carlino

Il pedagogista Daniele Novara, intervistato dal Corriere della Sera sulla questione dei metal detector nelle scuole, ha posto l’accento sul ruolo centrale degli insegnanti nella gestione delle dinamiche sociali in classe.

La riflessione parte dal riconoscimento che la scuola rappresenta oggi l’unico contesto in cui i ragazzi possono fare autentiche esperienze di socialità. Le competenze pedagogiche dei docenti diventano quindi decisive per prevenire situazioni di conflitto e violenza, ben più dei dispositivi di controllo.

La scuola come unico ambiente di socialità reale

Daniele Novara ha sottolineato che la scuola è rimasta l’unico ruolo in cui gli adolescenti vivono esperienze sociali autentiche. Il pedagogista ha risposto affermativamente alla domanda del giornalista, confermando che questo dato impone una responsabilità maggiore agli insegnanti. La classe rappresenta uno spazio di relazione unico nel percorso di crescita dei giovani, dove imparano a confrontarsi con i pari e a gestire le dinamiche di gruppo. Tale aspetto rende ancora più urgente la necessità che i docenti siano preparati a gestire non solo gli aspetti didattici ma anche quelli relazionali e sociali. La competenza disciplinare da sola non basta per rispondere alle sfide educative contemporanee.

La necessità di nuove competenze per gli insegnanti

Il fondatore del Centro Psicopedagogico ha delineato un profilo rinnovato del docente durante l’intervista al Corriere della Sera. Novara ha dichiarato: “Gli insegnanti devono essere più pronti e preparati anche da questo punto di vista”. La preparazione richiesta va oltre la conoscenza della materia insegnata e si estende alla capacità di gestire i processi di comunicazione tra studenti. Gli insegnanti devono saper far vivere la classe come gruppo coeso, sviluppando competenze sociali che permettano ai ragazzi di relazionarsi in modo costruttivo. La formazione dei docenti dovrebbe quindi includere strumenti per riconoscere e gestire le tensioni, prevenire i conflitti e promuovere un clima di collaborazione.

La critica agli insegnanti mono-disciplinari

Daniele Novara ha espresso una critica diretta al modello tradizionale di insegnamento. Il pedagogista ha chiesto: “L’insegnante che conosce solo la sua materia, che insegnante è?”. La risposta che Novara ha fornito al Corriere della Sera delinea una figura professionale più complessa e articolata. Il vero insegnante è un esperto di processi di apprendimento, non semplicemente un trasmettitore di contenuti disciplinari. Questa visione richiede una trasformazione profonda della professione docente, che deve integrare competenze pedagogiche, psicologiche e relazionali. La capacità di far comunicare i ragazzi e di gestire la classe come comunità di apprendimento diventa parte integrante del lavoro dell’insegnante, al pari della preparazione nella propria disciplina.

ORIZZONTE SCUOLA

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mercoledì 11 maggio 2022

SCUOLA SECONDARIA. SERVONO COMPETENZE RELAZIONALI


 Scuola secondaria. 

Triani: “Prevale ancora un’idea individualistica dei docenti, ma servono competenze relazionali”

-         di Gigliola Alfaro

-          

Il professore di Pedagogia alla Cattolica dice al Sir: “La norma riguarda il reclutamento, la formazione iniziale e la formazione continua dei docenti della scuola secondaria. Si tratta di questioni molto serie”

 Il Consiglio dei ministri ha approvato, nei giorni scorsi, il decreto legge che introduce ulteriori misure urgenti per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. In particolare, il testo è stato integrato con norme che prevedono nuove regole per la formazione iniziale e continua e per il reclutamento dei docenti della scuola secondaria; percorsi certi per chi vuole insegnare; definizione più chiara degli obiettivi e delle modalità della formazione dei docenti durante tutto il loro percorso lavorativo; concorsi annuali per reclutare con costanza il personale, aprendo più rapidamente le porte ai giovani. Su queste novità del decreto-legge,  in attesa del passaggio in Parlamento, abbiamo chiesto un parere a Pierpaolo Triani, professore di Pedagogia all’Università cattolica.

Professore, la riforma quali obiettivi ha?

La norma riguarda il reclutamento, la formazione iniziale e la formazione continua dei docenti della scuola secondaria. Si tratta di questioni molto serie perché in questi anni nella scuola sono entrate non sempre persone che avevano una competenza didattica e disciplinare adeguata, anche se accanto a queste sono a lavoro persone di grande sensibilità pedagogica e di alta preparazione. La cura della qualità degli insegnanti credo che sia un dovere e che la norma che è stata presentata cerchi di rispondere a questo punto su cui tutti sono concordi.

Il decreto riguarda i docenti della scuola secondaria…

In effetti, la riforma considera insieme il primo e il secondo grado della secondaria. Questo è un aspetto che andrebbe chiarito perché i docenti della scuola secondaria di primo e di secondo grado hanno molti punti in comune, ma lavorano con età diverse e con scuole che hanno un’identità pedagogica diversa. Dunque, andrebbe approfondita la distinzione, la specificità del docente della scuola media rispetto al docente della scuola secondaria di secondo grado. Anche nell’applicazione della norma andrà precisata la distinzione tra il primo e il secondo grado, di cui non c’è traccia nella norma attuale.

La riforma affronta anche la questione del percorso abilitante…

I principi generali all’interno dei quali si muove la norma sono a mio avviso condivisibili, cioè un intreccio tra la pratica, legata agli aspetti di tirocinio, e la formazione universitaria, ma è difficile dire qualcosa di più preciso perché si accenna al tema dei 60 crediti, ma non si dice come saranno. Negli ultimi anni c’è stato molto dibattito se erano necessari 60 crediti oppure delle lauree magistrali specifiche, naturalmente ci sono dei pro e dei contro in tutti i modelli, ma ciò che va salvaguardato è una formazione di qualità, dove i contenuti di livello universitario e l’aspetto pratico siano strettamente collegati. Nella norma attuale non è chiaro come saranno questi 60 crediti. Il mio timore è che siano molto spostati sugli aspetti disciplinaristici e meno su quelli pedagogici generali e metodologici generali.

Viene previsto anche un concorso nazionale annuale…

Rispetto ai concorsi ogni anno, tutti siamo d’accordo che una regolarità dei concorsi possa portare a un innalzamento della qualità. Altrettanto importante è ribadire l’anno di prova purché sia realmente un elemento di selezione.

La formazione in servizio dei docenti diventa continua e strutturata.

Per quanto riguarda la formazione continua, bisogna trovare delle strade di incentivazione. Credo che la formazione continua sia una responsabilità importante che i docenti hanno, il fatto che possa essere incentivata è a mio parere interessante ma va studiata la maniera adeguata, altrimenti il rischio è che nasca semplicemente una corsa alla formazione che però ha altre finalità e non l’accrescimento professionale. Va studiato come trovare un equilibrio tra incentivazione economica e la responsabilità per la propria formazione.

I percorsi di formazione continua saranno definiti dalla Scuola di alta formazione che viene istituita con la riforma. Che ne pensa?

Dovrebbe essere precisato maggiormente il ruolo formativo che ha l’innovazione didattica e la partecipazione all’innovazione didattica nelle scuole: capisco l’importanza di un’Alta scuola che possa svolgere un ruolo di coordinamento, ma

è molto importante che non sia pensata l’Alta scuola in termini di deduttivismo dall’alto al basso, ma come un servizio alla creatività e alla formazione delle singole scuole, cioè di non pensarlo come uno strumento verticistico, ma come uno strumento a servizio della sussidiarietà.

C’è qualcosa che, in generale, non la convince di questa riforma?

Credo che sarebbe importante, pur nella distinzione dei diversi ordini di scuola, avere anche una riflessione sul profilo complessivo del docente oggi e quindi non solo della scuola secondaria ma anche della primaria. Insomma, la norma non dice qual è l’idea di docente che si vuole portare avanti, qual è il profilo complessivo del docente.

Ho l’impressione che prevalga ancora un’idea individualistica e disciplinaristica dei docenti e invece sarebbe importante integrare la visione disciplinaristica con un profilo che richiede anche competenze fortemente relazionali: non un docente che lavora da solo, ma che lavora assieme ad altri e collabora. Un punto critico della norma è anche quello di poter fare l’abilitazione insieme al corso di laurea, trovo che sia dispersivo per la serietà di un processo formativo.

 SIR


 

sabato 13 marzo 2021

AGESC: RIPORTIAMO GLI STUDENTI IN CLASSE

 Riportiamo gli studenti in classe: soltanto così saranno al centro della vita sociale»

« Mesi di didattica a distanza stanno lasciando pesanti conseguenze sulla crescita di bambini, ragazzi e giovani

 


 Dad: un acronimo (didattica a distanza) tre lettere solitarie che spiegano quel fenomeno “inventato” per limitare la paura del contagio. L’Agesc ha sempre spinto verso la didattica in presenza, ma purtroppo causa il rosso che avanza tantissimi ragazzi sono costretti a casa. L’Associazione nazionale presidi insieme al centro di Ricerca Dites, il Forum delle Associazioni familiari (tra cui è presente l’Agesc) e Aidr, ha raccolte 6.821 risposte da dirigenti scolastici, docenti, studenti e famiglie, mediante rilevazione online. I risultati parlano del 52% dei dirigenti scolastici con difficoltà nel garantire l’assistenza agli studenti con disabilità, oltre il 38% ha segnalato un aumento consistente della percentuale di assenze e di partecipazione da parte degli studenti. Problemi strutturali ce ne sono stati, inutile negarlo, e persistono ancora oggi. Ma è anche fuor di dubbio il lavoro più complesso che si sono dovuti sobbarcare gli insegnanti: quanto tempo in più sia necessario per organizzare la lezione da remoto che risulti degnamente inclusiva e coinvolgente, e lo sforzo fatto in formazione per adeguarsi e conoscere in tempi rapidi i nuovi strumenti digitali. Ma i protagonisti, cioè i ragazzi, cosa ne pensano? All’inizio molti hanno apprezzato la didattica digitale convinti che la lontananza da scuola avrebbe favorito divertimento e libertà dalle ansie dovute al confronto con interrogazioni e verifiche varie. Purtroppo dopo qualche settimana, però, anche i giovanissimi si sono resi conto delle problematicità della Dad: come sentirsi veramente liberi di fronte a disorganizzazione, obbligo ad avere la telecamera accesa, necessità di  condividere con più persone gli stessi spazi fisici e virtuali, impossibilità di staccare mentalmente dagli impegni scolastici nonostante la presenza di intervalli più lunghi, spiegazioni incomprensibili?

La vita si è interrotta di colpo: niente più passeggiate, niente visite agli amici, niente abbracci e strette di mano, ma solo ansia, tristezza, solitudine, noia, incapacità di sviluppare relazioni interpersonali sane e costruttive. Il grigiore del virtuale ha dissolto le diverse sfumature del reale. Dalla scuola all’amicizia, tutto è dovuto passare attraverso una rete di connessione telematica che sembra aver privato i più giovani della possibilità di sperimentare la profondità dei legami, la vivacità delle emozioni, il calore della vicinanza. Il conseguente disagio si è manifestato in diverse forme, dai frequenti sbalzi d’umore ai disturbi del sonno, dal cambiamento delle abitudini alimentari (con effetti dannosi sulla salute) all’aumento delle dipendenze dai videogiochi e dai social che creano un distacco dalla realtà e rappresentano un vero pericolo per la maturazione delle nuove generazioni e per la loro partecipazione attiva alla costruzione del futuro. Questi sono solo alcuni dei sintomi preoccupanti che il lockdown ha lasciato nei giovani. E ancora oggi, sebbene le misure restrittive sembrino essersi allentate, il cammino faticoso di ritorno a una normalità più colorata non può dirsi compiuto. Probabilmente alcuni ragazzi hanno anche appreso l’abilità di cogliere il positivo dal negativo:

basti pensare al recupero, laddove possibile, dei legami familiari e alla riscoperta della bellezza di passare del tempo al riparo dalla frenesia della vita quotidiana. Ma ciò non ci autorizza a distogliere lo sguardo dalle ferite che questo periodo ha inflitto agli adolescenti e che tenderanno a riemergere nel futuro. Sarebbe opportuno, quindi, realizzare un intervento mirato e organizzato che rimetta i giovani al centro della vita socio- economica e culturale del Paese e che fornisca loro quegli aiuti materiali e immateriali utili ad affrontare il presente e i suoi problemi con quella leggerezza che - come diceva Italo Calvino - «non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». Ecco la ragione delle proteste degli studenti che vogliono tornare a scuola. Solo il rientro in classe dopo mesi di isolamento ha permesso agli studenti di constatare con più evidenza quanto tutto ciò abbia danneggiato l’apprendimento e il processo di crescita dei ragazzi, in particolare di quelli più fragili. E proprio grazie alla riscoperta della scuola come luogo fisico, i giovani sembrano essersi riavvicinati agli adulti nella comune consapevolezza dell’importanza di una didattica in presenza, l’unica che permette di sentirsi meno soli.

AGESC - Associazione Genitori Scuole Cattoliche

www.avvenire.it

 

domenica 17 gennaio 2021

SEI OK ?


Solo se tu sei «ok» 

posso esserlo anch'io


 -         di Salvatore Mazza

          

 - Alla fine degli Sessanta dello scorso secolo lo psichiatra americano Thomas Harris pubblicò un libro intitolato Io sono ok, tu sei ok – Come risolvere al meglio il problema del rapporto con gli altri. Era un libretto con un taglio divulgativo nel quale l'autore, riprendendo le idee del suo maestro Eric Berne, il papà dell'analisi transazionale e della psicologia sociale, spiegava come nella vita ciascuno di noi si muova dal punto di vista relazionale e sociale come all'interno di un recinto diviso in quattro parti: «Io non sono ok, tu sei ok», «Io non sono ok, tu non sei ok», «Io sono ok, tu non sei ok», «Io sono ok, tu sei ok». Il senso dovrebbe essere immediatamente chiaro a chiunque: dove solo l'ultimo dei quattro stati rappresenta lo scambio reciprocamente positivo tra le persone, ed è quello a cui ognuno tende, oppure va riportato, visto che le altre tre sono condizioni patologiche. Come detto, parliamo degli anni Sessanta, non dell'era giurassica. Eppure, se ci pensiamo un attimo, sembra che si sia smarrita persino la nozione di quella naturale tendenza, a tutto vantaggio di una società dominata dal «io sono ok, tu non sei ok». Determinando lo sviluppo di una convivenza fatta dalla somma dei nostri egoismi personali.

Benedetto XVI, nel 2007, celebrando la Messa a Castelgandolfo, disse che «tutta la storia umana è una lotta tra due amori: l'amore di Dio fino al dono di sé e l'amore di sé fino al disprezzo di Dio, fino all'odio degli altri... Vale soltanto vivere la vita per sé. Prendere in questo breve momento della vita tutto quanto ci è possibile prendere. Vale solo il consumo, l'egoismo, il divertimento. Questa è la vita». E noi sappiamo che davvero è così, e che forse, anzi, questo egoismo dominante s'è trasformato in qualcosa di peggio, ossia in un vero e proprio consegnare le regole della convivenza alla loro forma patologica. L'«io sono ok, tu sei ok» non è più riconosciuta come la condizione a cui tendere ma come un'anomalia, un ostacolo al nostro interesse. È questa purtroppo la tendenza oggi, e ciò, come ha chiesto papa Francesco in una recente intervista, richiede non distanza ma, al contrario, di essere «vicino ai problemi, vicino alle persone». Parlava della crisi creata dal Covid, ma non solo. Perché se da ogni crisi si può uscire «migliori o peggiori», per scongiurare l'andare a fondo «la parola chiave è "vicinanza"». Nella Chiesa, così come nella politica e in tutti gli ambiti, la classe dirigenziale «non ha diritto di dire "io"... deve dire "noi" e cercare una unità di fronte alla crisi. Un politico, un pastore, un cristiano, un cattolico anche un vescovo, un sacerdote, che non ha la capacità di dire "noi" invece di "io" non è all'altezza della situazione».

Passare dall'io al noi vuol dire, allora, tornare a pensare al plurale, a capire che il nostro interesse personale è che tutti stiano bene, che non ci si senta rivali ma fratelli. Capire che «amerai il prossimo tuo come te stesso» è non solo per i cristiani ma per tutti la vera chiave della convivenza. Dove il prossimo, come ha spiegato Bergoglio nel novembre 2018, «è la persona che io incontro nel cammino, nelle mie giornate». Farsi incontro, vicini, senza cercare scuse per evitarlo, per smarcarsi dicendo “questo è più grande di me”. Non ci sono scuse, perché «l'affamato ha bisogno non solo di un piatto di minestra, ma anche di un sorriso, di essere ascoltato». E, per chi crede, «anche di una preghiera, magari fatta insieme». Una preghiera non fa mai male, anche per rilanciare corrette relazioni sociali. Veramente umane!

 

www.avvenire.it

 

 

sabato 14 dicembre 2019

ITALIANI, OLTRE IL VITTIMISMO

L’analisi del Censis,

 i punti di ripartenza
È utile tornare sul Rapporto Censis 2019, dossier che ci aiuta a leggere l’evolu zione del nostro Paese. Di fronte alla crisi economica, ma non solo, di questi anni gli italiani – come ha sottolineato su 'Avvenire' Alessia Guerrieri – hanno messo in campo «una risposta individuale». È a tutti evidente che tra gli italiani, incerti sul futuro, delusi dalla politica, consapevoli della crisi demografica, intossicati dalle percezioni che diventano verità sui social e sui mass media, presi da un’ansia spesso senza nome, si è rafforzata l’antica tendenza a guardare al proprio 'particulare', a puntare – per usare le parole del Rapporto – alla «solitaria difesa di se stessi».
L’Italia del 2019 appare sfiduciata sulla possibilità di un miglioramento per sé e per la società nel suo complesso: «Il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale sia bloccata». Secondo il 74% «l’economia continuerà a oscillare tra mini-crescita e stagnazione», mentre il restante 26% è certo che sia in arrivo «una nuova recessione». Davanti a un tale scenario, forte è la tentazione di contare solo «sulle proprie forze», di architettare «stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro». Eppure, una tale narrazione non spiega del tutto alcuni dati in controtendenza. E non mi riferisco soltanto alle «piastre di sostegno» e ai «muretti di pietra a secco» che, per il Rapporto, permettono di puntellare il terreno del benessere
e preservare la tenuta della convivenza sociale.
È interessante sottolineare il tentativo di ricostruzione del tessuto connettivo a partire da una nuova relazionalità, nonché da un più marcato investimento sulla cultura: gli italiani che hanno visitato monumenti o siti archeologici sono aumentati del 31,1% negli ultimi dieci anni, quelli che sono entrati in un museo del 14%, quelli che prestano «attività gratuite in associazioni di volontariato» del 19,7%.
C’è anche una success story: quella dell’integrazione in Italia dei non italiani di nascita. Le imprese straniere «sono enormemente cresciute anche negli anni della crisi», e mentre gli imprenditori nostrani «diminuivano del 16,3%, quelli stranieri sono aumentati del 48,4% (quelli extracomunitari del 57,6%)». E ancora: se nelle nostre scuole gli alunni di origine straniera non sono certo pochi (857.729, dato 2018), gli strumenti messi in campo in questi anni si sono rivelati tanto utili «che si registra un miglioramento dei tassi di scolarità, regolarità negli studi e successo formativo». Il dato è ancora più interessante se si pensa al ritardo con cui si aspetta una legge sulla cittadinanza basata sullo ius culturae e la retorica negativa, rivendicativa, repulsiva e vittimistica con cui viene avvolto deliberatamente quasi ogni discorso sull’immigrazione-invasione e sul ruolo degli immigrati in Italia.
Viviamo insomma – ma ormai dovremmo esserci abituati – in un Paese complesso e contraddittorio, in cui il «furore di vivere» di cui parla il Rapporto è insieme fattore d’ordine e di disordine. Disordine che è prima di tutto nell’umore, nei comportamenti. Il segretario generale del Censis Giorgio De Rita, dice che «l’errore della politica è stato quello di non essere stata capace di decidere». Ma gli italiani lo sono stati in questi anni? Ci sono segnali allarmanti: il dilagare di disturbi di varia natura, la crescita della sfiducia e del contenzioso, la ricerca di una compensazione emotiva in quello specchio di sé che è lo smartphone: «Il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso; nel giro di tre anni il consumo di ansiolitici e sedativi è aumentato del 23%; il 75% non si fida più degli altri; il 49% ha subito nel corso dell’anno insulti o spintoni in un luogo pubblico; il 26% ha litigato con qualcuno
per strada; più di un italiano su due controlla il telefono come primo gesto al mattino o l’ultima attività della sera».
Il quadro Censis è, così, in chiaroscuro. E riflette il nostro disordine, o forse meglio il nostro spaesamento nel mondo globale. Vi è raffigurato un Paese che ha vissuto delle difficoltà e si è ritratto in sé stesso, finendo così per aggravare le proprie condizioni. Le potenzialità che comunque l’Italia esprime – e in questo i 'nuovi italiani' sono generalmente un fattore positivo – potrebbero incamminarla verso un futuro differente. Se solo accettasse di fare i conti con il proprio vittimismo e riconoscesse che esso è il grande freno a ogni scatto verso un orizzonte meno incerto o meno cupo.




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mercoledì 6 novembre 2019

ESSERE INSEGNANTI EFFICACI.

Le qualità dell’insegnante efficace: 
primi dati 
di uno studio esplorativo 



Maria Teresa Moscato
Università di Bologna

 Presentiamo alcuni risultati di una ricerca esplorativa, condotta a Bologna a partire dal 20032 . Abbiamo assunto che la competenza in situazione dell’insegnante costituisca una costellazione di elementi dinamici, fra loro stratificati e interconnessi, alcuni dei quali si compongono a loro volta di sotto-sistemi di abilità, relativamente variabili nelle manifestazioni soggettive. 
Riteniamo di potere anche affermare che tali elementi della competenza presentino una stretta relazione con una costellazione di motivazioni, all’interno delle quali agiscono vissuti e rappresentazioni, sia della propria professione, sia del proprio itinerario di formazione, spesso differenti dalla definizione esplicita e consapevole che i soggetti intervistati ne forniscono. 
Ogni docente, insomma, oltre ad attraversare le fasi evolutive proprie del giovane adulto, porterebbe a maturazione la propria identità sociale in maniera inseparabile dal consolidarsi di vere e proprie strategie di approccio “professionale”, che costituiscono in lui un profilo di “competenze” praticate prima ancora che teorizzate. 
L’analisi della “pratica” è legittimata da una prospettiva di ricerca, ormai consolidata in ambito internazionale , per la quale è possibile non solo analizzare le pratiche, ma anche le rappresentazioni sottese ad esse, che costituiscono la “teoria implicita” dei pratici.
Secondo la nostra ipotesi, la competenza dell’insegnante si articola in almeno tre aree, che abbiamo classificate come didattico/comunicativa, diagnostico/valutativa e organizzativa. 
L’area della competenza organizzativa, tuttavia, si intreccia, almeno per una parte, in termini talmente stretti con le altre due da esserne difficilmente separabile. 
Per gli aspetti organizzativi, infatti, è necessario distinguere una duplice dimensione di tale competenza, che sembra collocarsi, per un verso, “dentro” le aree comunicative e valutative (e che quindi è inseparabile dalla stessa efficacia didattica osservata), e, per l’altro verso, “fuori” dalla didattica in senso proprio (ma pur sempre collocata dentro il contesto istituzionale, e quindi rientrante a pieno titolo nel profilo professionale dell’insegnante). In questa seconda dimensione della competenza organizzativa si colloca presumibilmente anche la capacità sociale di condividere obiettivi e di collaborare con altri nel loro perseguimento. 
Le competenze comunicative 
 Le competenze comunicative globali osservate sembrano strutturarsi a loro volta in una serie di abilità specifiche, che possono essere analiticamente riconducibili alle seguenti variabili: ...






martedì 8 agosto 2017

VIVER BENE? PARENTI, AMICI E ASSOCIAZIONI CI AIUTANO A VIVERE BENE E DI PIU'

Parenti, amici 
e vita associativa ci rendono
 più longevi 
e ci aiutano 
a stare
 in buona salute

Diversi studi hanno già suggerito quanto salde relazioni sociali aiutino la nostra salute. 
Ora la conferma dalla conferenza annuale dell'American Psychological Association. 
La solitudine è collegata alla maggior insorgenza di malattie, mentre "una più vasta rete sociale" riduce del 50% il rischio di morte prematura

di DEBORAH AMERI

     Al bar per la colazione incontriamo il barista e tutti gli habitué, una piccola comunità. Al lavoro i colleghi, anche se non tutti, ci fanno passare la giornata in modo più piacevole. Poi l'aperitivo con un amico e la cena con i genitori, in attesa del pranzo domenicale con tutta la famiglia. Nel quotidiano non ce ne rendiamo conto, ma tutte queste persone ci allungano la vita. E non di poco. Ormai diversi studi hanno suggerito che circondarsi di amici e parenti, e avere salde relazioni sociali, giova alla salute, contrasta l’insorgere di malattie e, soprattutto, previene la morte prematura.
   Gli studi. Un'altra conferma arriva da due studi della Brigham Young University (nello Utah), appena presentati alla conferenza annuale dell’American Psychological Association. I ricercatori hanno analizzato 148 ricerche, che coinvolgono oltre 300.000 persone, concludendo che "una più vasta rete sociale" riduce del 50% il rischio di morte prematura. Nella seconda analisi Julianne Holt-Lunstad, professoressa di psicologia che ha condotto lo studio, ha incrociato i risultati di 70 ricerche per un totale di 3,4 milioni di persone (prevalentemente americani, ma anche europei e asiatici) calcolando l’impatto sul benessere fisico di tre variabili: solitudine, isolamento sociale e il vivere da soli. Ebbene, tutti e tre sono risultati pericolosi per la salute quanto, o anche più, dell’obesità.
    Solitudine e isolamento sociale. Ma qual è la differenza tra solitudine e isolamento sociale? Secondo gli autori dello studio il primo è imposto, si verifica, per esempio, quando si viene tagliati fuori da un gruppo, quando si viene ghettizzati. Mentre la solitudine si prova quando non si hanno accanto le persone che più amiamo e con cui abbiamo una relazione profonda.
     Negli Usa oltre 40 milioni di persone soffrono di solitudine. E sono in aumento, in tutto il mondo occidentale. "Sta diventando un problema serio, che dovrebbe essere al centro delle politiche sociali dei governi - commenta Luigi Fontana, professore di Medicina e Nutrizione all’università di Brescia e di Washington, autorità mondiale nel campo della longevità e autore – insieme a Franco Berrino - del saggio La grande via - . Le popolazioni più longeve sono quelle molto spirituali e che hanno un forte senso sociale. La nonna bada al nipotino, il figlio o la figlia vanno al lavoro tranquilli, gli anziani non vengono abbandonati. Un po’ com’era l’Italia cinquant’anni fa. Adesso invece siamo sempre più soli, stiamo diventando come gli anglosassoni".
      Famiglia e gruppo sociale. È proprio il senso di appartenenza alla famiglia o a un gruppo sociale più vasto che allungherebbe la vita: "Non a caso la mortalità prematura nelle persone felicemente sposate è minore che in quelle non coniugate. E il rischio di morte raddoppia nel primo mese successivo alla morte del coniuge", aggiunge Fontana.
      Il sistema immunitario. Le ragioni per cui essere socialmente attivi porti così tanto beneficio non sono chiare. Ma alcuni studi se ne sono già occupati. "Si è visto, per esempio, che il benessere psicologico che proviamo quando ci sentiamo amati influenza positivamente la risposta del nostro sistema immunitario contro le infezioni e riduce l’infiammazione – spiega l’esperto - Parte degli effetti avversi associati all'isolamento sembrerebbero essere legati allo stress psicologico e alla depressione, che sono potenti fattori di rischio per l’infarto del miocardio e l’ictus cerebrale. Lo stress psicologico e la depressione, infatti, aumentano l’infiammazione e stimolano il sistema catecolaminergico, che di riflesso causa un aumento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca".
     L'altro studio. L'anno scorso uno studio dell’università Harvard ha concluso che non avere amici avrebbe come conseguenza l’attivazione della modalità “fight or flight”, che incrementa i livelli del fibrinogeno. Ma un’eccessiva quantità di questa proteina alza la pressione sanguigna e può causare la formazione di depositi di grasso nelle arterie. Chi ha solo cinque amici, per esempio, ha un livello di fibrinogeno superiore del 20% rispetto a chi vanta 25 amici. E l’isolamento è associato a circa il 30% di rischio in più di infarto e ictus, una percentuale simile a quella che riguarda il fumo. "Attenzione, però, non solo alla quantità degli amici, ma anche alla qualità -  mette in guardia Fontana - e alle relazioni virtuali.
      I social media sono positivi in sé perché permettono l’accesso a tantissime persone, ma bisogna usarli in modo saggio, non devono diventare una dipendenza e una patologia"


da Repubblica

giovedì 22 aprile 2010

EDUCARE ALLA SESSUALITA', ALL'AFFETTIVITA', ALLA RELAZIONE

Violenze, stupri in classe, manuali per il "sesso sicuro", distributori di profilattici a scuola .... e, nel contempo, deplorevoli casi di abuso che vengono alla luce. Quali rimedi? Cosa può fare la famiglia? Cosa può fare la scuola? E gli educatori? .....

Leggi il comunicato della Presidenza nazionale dell'AIMC