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mercoledì 8 aprile 2026

GIOVANI, SOLITUDINE E VIOLENZA

 


L'INTELLIGENZA

 ARTIFICIALE, 

UN RIFUGIO


di BIANCA LUPO

L’escalation di reati compiuti da giovanissimi da nord a sud, un vero bollettino di guerra quotidiano, ci pone di fronte ad una domanda inevitabile: in che cosa abbiamo sbagliato? Nel rapporto 2025 delle Corti d’appello di tutta Italia, che ha aperto l’anno giudiziario, i numeri sono da brivido: Roma +50%, Milano+40%, Napoli e Catania con numeri da Guinnes dei primati, Palermo, la situazione la viviamo in prima persona… (Fonti Il Messaggero1/2/26–www.Polizia di Stato.it–Criminalpol dati al 2025).

 Fenomeni di microcriminalità, bullismo, baby-pusher, rapine, estorsioni, reati sessuali, tentativi di omicidio col coltello: età 11/15 anni. Il numero dei ragazzi sottoposto a misura restrittiva in Italia è cresciuto dell’‘8%.  Perché?

Cosa spinge ed inghiotte, in questo vortice, preadolescenti trasformandoli in assassini, terroristi, anaffettivi senza freni inibitori, incapaci di capire il valore di una vita umana che spengono, senza pensare, come se fossero in un gioco virtuale, glaciali nella loro azione e consapevoli della impunità garantita dalla minore età?

Ho chiesto a mio figlio psicologo/psico terapeuta che segue molti ragazzi difficili, di spiegarmi le dinamiche che portano a tali manifestazioni così estreme ed apparentemente irrazionali.

Mi ha risposto” Il crimine è solo l’atto finale, la punta dell’iceberg di un malessere: non nasce all’ improvviso, ma ci si arriva passando dal silenzio, dalla rabbia, dalla confusione, dal sentirsi solo, non visto, non capito. Ci si arriva dopo tanti segnali letti male o ignorati del tutto. Spesso vediamo negli adolescenti solo il comportamento, la provocazione, la sfida e non il dolore che c’è sotto. Gli adolescenti hanno bisogno non solo di regole, ma di presenza ed ascolto “.

 Siamo dunque di fronte a” figli sconosciuti”, dipendenti dal fido iPhone/baby Sitter, prigionieri di una bolla virtuale, ingabbiati nel super uranio dei videogame. Esibire un’arma è segno di potere, l’approvazione dei followers vitale per la sopravvivenza di chi non accetta le frustrazioni, le sconfitte, i flop a scuola, i rimproveri, i NO dei genitori (in realtà pochissimi), degli amici, della fidanzatina. Quanto influiscono i social ed IA nella vita dei nostri giovanissimi?

Troppo nel loro duplice aspetto, informativo (basta un click e si ha la risposta, annullando il pensiero critico) e di supporto emotivo.

L’IA, oggi, è il rifugio per la solitudine, il confidente preferito, l’interlocutore più gettonato sostituendo genitori, nonni ed amici perché NON giudica, NON rimprovera. Il 41,8%degli adolescenti italiani ha chiesto aiuto a chatbot in momenti di difficoltà emotiva. (In USA il 72%).

Un dato che fotografa la gravità del problema. 

soluzioni? Ricominciare “ab ovo”. Educare i genitori ad essere i punti di riferimento dei figli; Educare i figli alle regole e ai valori fondamentali; Ripristinare il ruolo formativo della scuola che non può essere né sterile diplomificio, né progettificio, ma “magistra vitae”.

Utilizzare al massimo il parental control (solo 600000 utenti in Italia); controllare lo strapotere dei GAFAM che dominano il mercato (Danimarca, Australia ed USA hanno già iniziato); intensificare le campagne informative di professionisti nelle scuole.

E speriamo nel miracolo……


GIOVANNIPEPI

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mercoledì 10 settembre 2025

FUORI DALA REALTA'


 Il divieto di utilizzare i cellulari a scuola tassativamente voluto dal Ministero è un’occasione educativa. 

Se alibi significa «altro qui» (non ero sulla scena, ero altrove, sono quindi innocente), oggi non ci accontentiamo più di un alibi, ma ci viviamo dentro: non siamo dove siamo, con il rischio di non essere chi siamo. 

Il cellulare ci rende «innocenti», e non di reato, ma di realtà (reato e realtà hanno la stessa radice: res, la cosa, il fatto) e se c’è una «cosa», un «fatto» di cui è bene essere rei, colpevoli, è proprio la realtà, perché è lì che accade il destino di ognuno, come raccontavo la scorsa settimana. 

 Alessandro D’Avenia

 L’intreccio di genetica ed epigenetica rende ciascuno di noi unico, per questo usiamo la metafora del «trovare il proprio posto nel mondo» o del «sentirsi fuori posto», perché nella storia dell’umanità non ci sarà mai nessuno come noi, che ci piaccia o no. Ma spesso, per pigrizia, per mancanza d’amore, per paura di questa unicità, viviamo di alibi: schermati da noi stessi e dal mondo. La realtà non può raggiungerci, con la conseguenza di non scoprire il nostro destino e la nostra destinazione, e finire per accontentarci o del posto che altri ci impongono (uni-formarci) o a volere quello che altri già occupano (con-formarci), con inevitabili crisi e delusioni. In che modo la forzata sottrazione del cellulare dovrebbe aiutare i ragazzi a trovare il proprio posto nel mondo? 

 Il digiuno da schermo evita la sovra-stimolazione nervosa a cui siamo esposti, ancor più dannosa per bambini e adolescenti, perché impedisce di stare di fronte e dentro la realtà proprio quando hanno bisogno di allenarsi a farlo. Solo i “momenti di essere”, come li chiamava Virginia Woolf per distinguerli da quelli dettati da routine in cui è come se non ci fossimo, ci rendono unici: sono momenti in cui non possiamo essere sostituiti da nessuno. Ma questi momenti richiedono una solitudine non facile da affrontare, perché solitudine dice vuoto, un vuoto che noi temiamo perché lo confondiamo con il nulla (“non sono niente di speciale, non c’è alcun posto per me”), mentre soltanto un recipiente “vuoto” e “integro” (solo ha una radice antica che significava intero) è “capace”, può essere quindi riempito. 

 La dolorosa prova della solitudine apre all’unicità: se penso di non essere “capace” è semplicemente perché non sono né “vuoto” né “integro”, non ho fatto esperienza della condizione di “separatezza” (non so che forma ho) che è costitutiva dell’essere unici, e non in simbiosi, dipendenti, continuando ad usare il mondo e gli altri narcisisticamente, per contenere la paura. 

L’incapacità di solitudine è letteralmente “in-capacità”, “dis-integrazione”, non posso incontrare e ricevere il mondo alla mia maniera, per questo mi riempio di illusioni di destino, alimentate dalla continua esposizione a social e piattaforme, video e immagini. 

Il divieto di usare il cellulare per cinque o sei ore, trasformato magari in scelta di libertà da un oggetto con il gesto fisico e consapevole di riporlo in un contenitore in bella vista in classe, potrebbe restituire un certo gusto per la solitudine, purché la scuola sia poi un “momento di essere”, il luogo in cui si incontra ciò che non muore nel mondo (la vita) per sentirsene parte, avere “un posto”. Insomma un po’ di realtà senza “alibi”, perché la realtà, senza post-produzione e filtri, è senz’altro più faticosa, ma è capace di darci proprio quello che ci manca e non quello che ci dicono dovrebbe mancarci. Sostare (so stare?) nel qui e ora, senza bisogno di raggiungere gli altrove mentali e digitali per paura, per noia, per tristezza, aiuta a scoprire chi siamo e che cosa vogliamo. Essere sul luogo - non del reato - ma del reale ci rende “capaci” e “integri”. La solitudine è il faccia a faccia non narcisistico con se stessi. 

 Vedo tanti ragazzi volersi “mettere” a tutti i costi con qualcuno, “mettiti prima con te stesso” che con qualcun altro, dico loro, perché non c’è peggior solitudine della comunione mancata, inevitabile in una relazione dettata solo dalla paura di rimanere soli. Tutti cerchiamo alibi perché sono tante le sofferenze, i dolori, le paure da cui fuggire. Vale ancor di più per una persona in formazione (in cerca della propria forma), il cui vuoto acuisce il bisogno di fuga dal qui e ora, eppure, proprio lo starci, nel qui e ora, nel vuoto, fa scoprire la modalità unica in cui la vita si dà in me: sono “capace” di vita alla mia maniera, come diversa è la forma di un bicchiere (vino, amaro, birra, acqua...). 

 Sintetizzo con le parole che mi scriveva qualche giorno fa una giovane lettrice: “Le parole del libro mi hanno salvato. Le ho lette in un periodo in cui soffrivo per noia, mancanza di amicizie, abbandono e altro. Quasi ogni giorno si concludeva con occhi gonfi e nessuna forza di alzarsi dal letto. Non vedevo l’ora che tornasse la scuola (che odio più per i professori che per i ragazzi) solo per avere una routine ed essere obbligata ad alzarmi. Le sue parole mi hanno fatto capire che c’è speranza, tanta unicità nel mondo, che le persone non sono tutte uguali. Ho riniziato a vivere, mi ha fatta rinascere”. È stata proprio la solitudine a salvarla, perché si è aperto lo spazio (capacità) per un libro, uno spazio che la routine o un cellulare avrebbero tappato, non riempito. 

 La solitudine è relazione, e apre, rende capaci, l’opposto dell’isolamento: l’isolato (da isola, tutt’altra radice rispetto a solo) si chiude, evita le relazioni, perché è “uno”, il solitario invece è “unico” come un pezzo del puzzle, ha fame di legami. Ed è solo tra due “unicità” che può avvenire vera comunicazione e comunione: intimità. Chi è unico può ricevere la vita: da un libro, un insegnante, un’ora di chimica... La solitudine è piena di vita, perché rende capaci di mondo, l’isolamento no. La scuola è il luogo in cui viene offerto quel mondo, relazioni con ciò che vale. 

La solitudine è unicità, originalità. Per questo mi è sempre piaciuto che nella famosa parabola dei talenti si dica che ciascuno li riceve “secondo le sue capacità”: cioè ciascuno riceve vita sulla base di quanta ne può contenere, tutta quella che può contenere (i talenti non sono le capacità, come semplifica una certa lettura da predestinazione o da performance, ma la vita che vuole riempirci alla nostra misura). 

 E a proposito di vita piena, ieri la Chiesa cattolica ha proclamato santo Carlo Acutis, un quindicenne milanese morto di leucemia fulminante nell’ottobre del 2006. Appassionato di programmazione, internet, videogiochi, cinema, italiano e storia, stentava in altre materie. Al suo funerale si presentarono degli sconosciuti: si scoprì che erano i poveri che incontrava nel tragitto casa-scuola e che aiutava con i suoi risparmi. Sapeva stare nel qui e ora, senza alibi. Diceva spesso: “Tutti siamo nati originali ma molti muoiono come fotocopie. Se non vivi a partire dalla tua originalità, sei in pericolo di morire essendo ciò che non sei”. Lo suggeriva in particolare a un amico che per imitare lo stile di una star spendeva tanto tempo e denaro. Carlo gli ripeteva che la cosa più importante non è vivere la vita di qualcun altro ma “essere contenti di se stessi”. Quell’amico ancora gli è grato per averlo “salvato”: reso originale, unico. Lo auguro a tutti gli adolescenti ed è possibile, perché crescere felici è contattare la propria unicità, cioè la propria “solitudine” che, per quanto scomoda possa sembrare, libera dagli alibi e rende “integri” e “capaci” di realtà. 

Colpevoli di essere reali. Vivi. 

 Alzogliocchiversoilcielo.

Corriere della Sera

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venerdì 15 agosto 2025

ISOLAMENTO DIGITALE

 Isolamento digitale dei giovani, l’allarme di Daniele Novara: abitudini notturne, video brevi e calo del rendimento spingono verso regole condivise e uso cooperativo dei device in classe

Di Andrea Carlino

Intervento denso e frontale quello di Daniele Novara a EduFest 2025, dove il pedagogista ha rilanciato il tema dell’“isolamento virtuale” degli adolescenti, collegandolo all’appello promosso con Alberto Pellai.

“Chiediamo al governo di impegnarsi perché nessun ragazzo o ragazza abbia uno smartphone personale prima dei 14 anni e un profilo social prima dei 16 ha ricordato, sottolineando la natura regolatoria e non proibizionista della proposta. L’intervento si è inserito nella Sessione “Equilibri in digitale” del programma ufficiale del festival, ospitato al Parco di Villa Ghirlanda, con focus su connessione e rischio di isolamento nelle nuove generazioni.

“Ragazzi agganciati agli schermi”: i dati e i rischi per la scuola

Novara ha richiamato le evidenze emerse dalle ricerche recenti, citando lo studio EYES UP dell’Università di Milano-Bicocca guidato da Marco Gui, che documenta l’effetto dell’accesso precoce a smartphone e social media sul rendimento scolastico e sulle disuguaglianze educative, con dati longitudinali su 6,609 studenti lombardi e correlazione con i risultati INVALSI. Dal report emergono abitudini diffuse: oltre il 50% dello smartphone “appena svegli”, il 22% anche “durante la notte”, il 98% su video brevi e il 51% a tavola, elementi che alimentano frammentazione attentiva e peggioramento degli esiti tra chi ha iniziato molto presto a usare i social.

Una cornice che, secondo Novara, interpella direttamente la scuola, già oggetto della stretta ministeriale sull’uso dei cellulari in classe fino alla terza media, misura che il ministro Valditara ha definito coerente con l’appello dei pedagogisti.

Linee operative: limiti d’età, notti “device free”, centralità del gruppo

Nel passaggio più operativo, Novara ha proposto una serie di indicazioni “di sopravvivenza educativa” in attesa di una cornice normativa uniforme: niente video nei primi tre anni; tempi video contenuti e progressivi nell’infanzia; stop allo smartphone fino alla prima superiore; “nessun dispositivo digitale di notte”; evitare l’uso “promiscuo” dello smartphone dei genitori; mantenere la possibilità di verifica dei device in età minorile; privilegiare carta e penna per la lectoscrittura nella primaria; uso delle tecnologie a scuola solo in modalità comune e cooperativa, non individuale.

“L’alternativa all’addiction digitale è il gruppo: stare insieme, fare compagnia” ha scandito, legando il contrasto all’isolamento virtuale alla ricostruzione di comunità educanti e a un’“alleanza” tra famiglie, scuole e istituzioni, in linea con il patto per il benessere digitale presentato dai Comuni dell’area Nord Milano nel contesto del festival.

Orizzonte Scuola