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sabato 19 settembre 2026

LA DEMOCRAZIA E IL VOTO

 

Ma il problema 

della nostra

 democrazia 

non è 

la nuova 

legge elettorale


-di Giuseppe Savagnone

La polemica sul premio di maggioranza

Divampa la polemica sulla riforma elettorale che è stata appena approvata al Senato e sta per esserlo, presumibilmente, alla Camera. L’opposizione l’ha già battezzata “legge-truffa”. E 160 costituzionalisti hanno sottoscritto un appello per segnalarne gli aspetti più critici.  

Tra questi è in primo piano l’introduzione del premio di maggioranza – una misura che non c’era nel Rosatellum, la legge elettorale finora vigente –, per cui alla lista o alla coalizione che alla fine prenda almeno il 42% dei voti, in entrambe le Camere, spetteranno 70 seggi aggiuntivi alla Camera dei deputati e 35 al Senato, facendola arrivare al 55%.

In realtà questa norma del Melonellum, come viene scherzosamente denominato il nuovo testo, va letta in rapporto ad un’altra, anch’essa di grande portata, che elimina completamente i collegi uninominali, passando a un sistema integralmente proporzionale. Con il Rosatellum circa un terzo dei parlamentari veniva eletto nei collegi con sistema maggioritario: chi aveva più voti prendeva il seggio e delle preferenze minoritarie non si teneva conto. Con la riforma, i collegi sono tutti plurinominali, e l’assegnazione dei seggi rispecchia la distribuzione dei voti tra i vari partiti.

Un’innovazione che può stupire in una riforma che, dichiaratamente, mira a garantire maggiore stabilità al governo (l’altro nome del testo è, significativamente, Stabilicum, perché è chiaro che il proporzionale determina una maggiore frammentazione dell’esito del voto.

E proprio a scongiurare questo pericolo il Melonellum prevede l’introduzione del premio di maggioranza (o di governabilità), con cui il principio maggioritario, eliminato nei collegi, ritorna in qualche modo ad ispirare l’insieme della votazione. Non a caso l’espressione «chi ha un voto in più governa e basta» è spesso ripetuta, in questi giorni proprio dai sostenitori della riforma, non più riferita all’elezione nel singolo collegio, ma a quella dell’intero Parlamento.

Resta, però, un limite preciso, imposto dalla sentenza con cui nel gennaio del 2017 la Suprema Corte ha ritenuto costituzionalmente legittimo il premio di maggioranza, per la lista che consegua almeno il 40% dei voti, purché la maggioranza così ottenuta non superi il 55%. Tenendo conto di questa pronunzia, la riforma prevede che, per evitare squilibri eccessivi, la coalizione premiata non potrà superare il 55% degli eletti – 220 deputati – alla Camera e il 56,5% – 113 senatori – al Senato.  

Un accorgimento che rende improbabile l’accoglimento da parte della Corte costituzionale della richiesta di incostituzionalità su questo punto, anche se, evidentemente, lascia aperto il problema politico.

Le elezioni del 2027 alla luce di quelle del 2022

E proprio per capire il senso politico di ciò che la riforma dice e di quello che non dice è importante leggerla con un occhio alla precedente consultazione elettorale, quella che ha portato al potere l’attuale governo.

Una prima importante novità è che ora PD, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa sono entrati a formare insieme al Movimento 5 Stelle un unico fronte elettorale, il cosiddetto “campo largo”, a differenza che nel 2022, quando, per un assurdo reciproco irrigidimento, si presentarono separati. Una scelta che portò a un annunciato suicidio elettorale, determinando inevitabilmente la sconfitta di entrambi gli schieramenti in tutti i collegi uninominali, in molti dei quali avrebbero avuto, se uniti, la maggioranza.

Quanto detto spiega perché la maggioranza ora abbia cambiato la legge elettorale abolendo appunto i collegi uninominali, dove teme di avere, questa volta, la peggio.

Una seconda novità è costituita dai sondaggi sfavorevoli al centrodestra, dopo il trauma del referendum e ora che la formazione di Vannacci, Futuro Nazionale, sembra avere assorbito una parte significativa dei suoi voti. Da qui il timore che le elezioni del prossimo anno, questa volta, diano luogo a un “pareggio”, mettendo fine all’esperienza del governo Meloni e la decisione di puntare sul premio di maggioranza per ottenere un risultato almeno vicino a quello raggiunto nel 2022 senza premio.

Perché allora la coalizione di centrodestra ha ottenuto alla Camera 237 deputati, a fronte degli 84 del centrosinistra e dei 53 del Movimento 5 Stelle, e al Senato 115 senatori, a fronte dei 44 del centrosinistra e dei 28 del Movimento 5 Stelle. Più, addirittura, di quel 55% che può aspirare ad avere alle prossime elezioni se conquista il premio di maggioranza. Ma allora li ha avuti con i voti…

Una legislatura divisiva

Il peggio che possa accadere, dunque, con questa riforma sfacciatamente ispirata agli interessi della maggioranza, ma che forse è eccessivo definire “legge-truffa”, è che si riproduca la situazione già in atto, in Parlamento, da quattro anni. Ma il problema non è dato dal rapporto numerico tra maggioranza e minoranza, bensì dallo stile che ha contrassegnato la gestione del potere da parte di quest’ultima, sia nei confronti del resto del Parlamento, sia verso gli altri organi costituzionali, prima fra tutte la magistratura.

Perché in questi quattro anni la maggioranza parlamentare è servita al centrodestra per esercitare un controllo totale del Parlamento che gli ha consentito di governare a suo piacimento, senza che l’opposizione riuscisse a ostacolarlo seriamente.

E questo in un clima che ha escluso ogni dialogo, riducendo il dibattito parlamentare, che dovrebbe essere al centro della vita democratica di un Paese, alla logica del calcolo numerico di maggioranza e minoranza. Il criterio è stato “chi ha un voto in più decide”.

Parafrasi di quel “chi ha un voto in più governa e basta”, ispirato a un cattivo concetto di democrazia, tipico del sovranismo (e riscontrabile infatti anche nella gestione trumpiana del governo negli Stati Uniti), secondo cui essa viene concepita come una “dittatura della maggioranza”. In questa logica perversa il vincitore delle elezioni, invece di sentirsi rappresentante di tutti e impegnato a confrontarsi continuamente con tutti, inclusi gli avversari sconfitti, ritiene suo diritto/dovere “tirare dritto”, esercitando il potere istituzionale per affermare gli interessi della propria parte.

Esemplare la promessa fatta da Trump di utilizzare i fondi pubblici per elargire 5.000 dollari ai cittadini americani se faranno vincere, alle elezioni di medio termine, i repubblicani. E davanti a molti interventi di Giorgia Meloni (la cui sintonia col tycoon rimane profonda) si ha la percezione di assistere ai comizi della pasionaria del suo partito, piuttosto che a una voce che rappresenta tutti gli italiani.

La stessa divisività ha contrapposto questa maggioranza di governo alla magistratura, alla Corte dei conti, alla Banca d’Italia, a tutti i centri di potere che potevano e dovevano avere un’autonomia propria per servire al bene comune.

Emblematico il modo in cui è stata fatta la riforma della giustizia, una riforma costituzionale e quindi decisiva per le sorti della nostra democrazia, varata in Parlamento in tempi record a colpi di maggioranza, in esplicito conflitto con la magistratura e bloccata poi dal voto popolare.

Lo scollamento tra potere istituzionale e popolo

La vicenda referendaria è stata significativa peraltro del rapporto tra classe di governo e base popolare. Spesso abbiamo sentito i rappresentanti del potere evocare il diritto al comando che viene loro dalla volontà degli italiani. Si tende a dimenticare e a far dimenticare che l’ultima tornata elettorale ha visto il massimo storico di astensioni: il 36,1%, un dato in crescita di 9,1 punti rispetto al 2018, quando l’astensione si era attestata al 27%, e – per fare un raffronto con la Prima Repubblica – quasi sei volte superiore rispetto al 6,51% delle elezioni del 1976.

In concreto, oltre 16,5 milioni di italiani non sono andati a votare, oltre 4 milioni in più rispetto alla precedente consultazione politica. E al non-voto va aggiunto il 2,2% di schede bianche e nulle. Insomma, quasi il 40% dei potenziali elettori oggi non è rappresentato nel nostro attuale Parlamento.

Del rimanente 60%, il centrodestra ha raccolto, rispetto ai circa 46 milioni di italiani aventi diritto al voto, un totale di 12,6 milioni di voti. Il 27%. È dunque in base alla fiducia di meno di un italiano su tre che si è preteso di gestire la cosa pubblica senza provare a cercare riscontri nelle altre forze politiche.

La base popolare di un governo non era mai stata così ristretta.  Il primo governo Conte, venuto fuori dalle precedenti elezioni, quelle del 2018, poteva contare tra Movimento 5 Stelle e Lega sul sostegno di 16,4 milioni di voti. Con la sola eccezione del governo Prodi – che, nel 1996, andò al potere grazie a 13,1 milioni di voti (ma anche con l’appoggio esterno di Rifondazione che di voti ne aveva 3,7 milioni) – tutti i governi precedenti, andando indietro fino al 1994, hanno avuto tra i 16,5 milioni di voti e i 19,7 milioni. Per non parlare degli anni Ottanta e Settanta, in cui, insieme ai suoi alleati, la DC aveva dietro di sé fino a 20 milioni di voti.

Come ha osservato un politologo, le elezioni che hanno portato al potere il governo Meloni hanno segnato il «crollo verticale della rappresentatività e della rappresentanza del Parlamento. Sia perché un numero crescente della popolazione decide di non partecipare al processo elettorale, con conseguenze negative dirette sulla qualità della rappresentanza democratica, sia a causa dell’intreccio tra riduzione del numero dei parlamentari e sistema elettorale fortemente distorsivo. Il voto del 2022 segna il momento di maggiore distacco tra classe politica e comunità politica» (Marco Valbruzzi).

A questo punto, la reazione popolare che ha bocciato la legge di riforma della giustizia acquista tutto il suo significato di reazione al declino della logica democratica.

Una classe politica inadeguata

Questo declino, peraltro, non è certo solo responsabilità del centrodestra. Complementare alla sua inadeguatezza è stata quella dell’opposizione. I suoi protagonisti principali, PD e Movimento 5 Stelle, sono profondamente in difficoltà.  Il primo, orfano del marxismo (anche se assurdamente accusato dalla destra di “comunismo”), da tempo ha ripiegato sulle battaglie per i diritti civili, a scapito di quelli sociali, diventando l’erede dell’individualismo possessivo del partito radicale (tradizionalmente di destra).

E il Movimento 5 Stelle, orfano a sua volta del sogno della democrazia diretta del popolo (vi ricordate la piattaforma Rousseau e il divieto dei rappresentanti di ricandidarsi?), stenta a trovare un’identità che vada al di là di un generico pacifismo. Sta di fatto che, quando questi partiti sono stati al governo, non sono stati in grado di affrontare adeguatamente le grandi crisi del nostro Paese, da quella dei poveri (in Italia ci sono 5 milioni e mezzo di persone sotto la soglia minima di povertà) a quella dei migranti (il governo Conte 2 e soprattutto il governo Gentiloni che, col ministro Minniti, ha inaugurato la politica del finanziamento dei lager libici).

E ora, per di più non riescono ad andare al di là di una sterile competizione per la scelta del futuro premier, senza fare reali passi avanti nell’elaborazione di un programma comune.

Ma allora il problema non è la nuova legge elettorale – per quanto furbesca e strumentale essa sia –, è il decadimento di una classe politica che ha urgente bisogno di trovare idee e persone nuove. La stabilità dell’esecutivo celebrata trionfalisticamente da chi ne ha goduto in posizione di privilegio – e ora auspicata per la prossima legislatura – ha solo mostrato l’incapacità dei governanti di fare serie riforme, malgrado i “quasi pieni poteri” e i fondi del PNRR, e soprattutto di creare un clima autenticamente democratico. Ma neppure possiamo sognare i governi del passato. Abbiamo urgente bisogno di prospettive nuove, creative di vero futuro. E spetta a noi farle emergere. La democrazia è il potere del popolo, non delle opposte caste dei suoi cattivi rappresentanti. È ora di ricordarcelo, all’avvicinarsi delle prossime elezioni, perché il popolo siamo noi.

 

www.tuttavia.eu 

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venerdì 11 settembre 2026

TRA PRESENTE E FUTURO

 


ANALISI DI UN VOTO



-di Giuseppe Savagnone 


Verso la frammentazione dell’Europa?

La vittoria schiacciante di AfD in Sassonia è stata oggetto di innumerevoli commenti e reazioni emotive, che però non sempre sono di aiuto a capire il suo significato.  Proviamo qui a evidenziarlo leggendo l’esito delle urne sotto tre profili diversi.

Il primo riguarda il progetto europeista che da decenni, con alti e bassi, vede gli Stati del vecchio continente impegnati a trovare un’unità che superi le divisioni nazionali e dia luogo a un vero e proprio soggetto politico, in grado di dialogare sullo stesso piano con gli Stati Uniti, la Russia e la Cina.

Un progetto fortemente avversato, ovviamente, da questi attuali grandi protagonisti della scena mondiale (soprattutto dai primi due), ma che trova in realtà grandi resistenze anche nei governi europei, fortemente attaccati alla loro autonomia e, in alcuni casi, gestiti da partiti che, come in Italia Lega e FdI, adottano esplicitamente la logica sovranista del “prima noi” (si tratti degli italiani o di altre nazionalità), conciliandola solo a prezzo di mille riserve con quella europeista.

Col risultato, purtroppo, di ridurre l’Unione Europea a un meccanismo burocratico, spesso farraginoso, che si limita a imporre regole e controlli agli Stati membri, senza che le loro popolazioni si sentano veramente coinvolte in un progetto significativo, fondato su valori e fini comuni, condizione indispensabile per un’unità politica. Un circolo vizioso per cui le resistenze verso il progetto comune ne determinano il fallimento e, a loro volta, si alimentano di esso.

L’ascesa travolgente di AfD è espressione di questa diffidenza, che diventa spesso insofferenza, verso l’Europa, in nome di una forte accentuazione dell’identità nazionale. Il programma del partito prevede, già in campo economico, l’uscita della Germania dall’eurozona, l’abbandono delle politiche comunitarie in fatto di ambiente (il Green Deal), la contrarietà alla transizione energetica e all’utilizzo di risorse rinnovabili perseguiti dall’Ue.

In termini più immediatamente politici, il progetto è di rinegoziare l’accordo di Schengen, con cui si era cercato di superare le barriere tra i singoli Stati stabilendo un confine unico per tutta l’Europa. In questa logica sovranista si pone il rifiuto di un esercito comune europeo e l’appoggio, invece, al processo di riarmo della Germania, voluto dal governo Merz, che prevede di fare dell’esercito tedesco, nel giro di pochi anni, il più forte del continente.

Appare chiaro che AfD non fa altro che portare alle loro logiche conseguenze, smascherandole, tendenze già presenti in governi che a parole ripetono di essere europeisti, ma che in realtà sono anch’essi – a partire da quello italiano – sempre più perplessi sul Green Deal e pronti a sospendere Schengen alla prima occasione, nonché fortemente contrari alla creazione di un esercito unico europeo.

Questo spiega l’entusiasmo con cui Trump ha esaltato la vittoria di AfD in Sassonia e, ancor prima, l’appoggio che Elon Musk ha sempre dato al partito di estrema tedesca sui suoi social. Un’Europa in cui le idee di un simile partito prevalgono – diventando addirittura programmi di governo – non ha infatti alcuna speranza di consolidarsi politicamente e di perseguire uno sviluppo ecologicamente sano ed è destinata a rimanere quello che è ora: un’impotente spettatrice, se non addirittura la vittima, dei diktat e delle scelte del governo americano.

La difesa dei confini e dell’identità

Un secondo profilo sotto cui è possibile capire l’esito delle elezioni in Sassonia concerne il problema delle migrazioni. Una questione che ormai si sta delineando come centrale nello scenario mondiale e che è all’origine del crescente successo di tutti i partiti di destra europei, da AfD in Germania a Rassemblement National in Francia; da Reform UK di Nigel Farage nel Regno Unito a Vox in Spagna (senza dimenticare quelli già al potere, come Lega e FdI in Italia).

La premier italiana Meloni ha fondato sulla sua politica migratoria la propria popolarità in Europa, ottenendo ampi consensi anche dagli altri governi al “modello Albania”, accusato in Italia di essere costoso e superfluo, ma che invece è stato molto apprezzato da diversi Stati dell’Ue per l’idea di tenere i migranti del tutto fuori dei confini nazionali, concentrandoli in Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio) all’estero. Proprio recentemente cinque paesi dell’Unione Europea (Germania, Danimarca, Austria, Paesi Bassi e Grecia) hanno stretto un accordo per aprirne uno in Uganda.

Il programma di AfD da un lato è in linea con queste tendenze. Non a caso l’anno scorso il capodelegazione di AfD al Parlamento europeo René Aust aveva dichiarato: «I grandi successi in materia di politica migratoria di Giorgia Meloni, che è riuscita a ridurre drasticamente il numero di immigrati in arrivo, sono per noi un incentivo e un modello di comportamento».

Dall’altro, però, gli intenti del partito tedesco risultano ancora più drastici, arrivando a prevedere l’abolizione del diritto d’asilo – storicamente considerato un baluardo di civiltà –, sostituendolo con un possibile atto di clemenza a discrezione dello Stato; di tagliare ai migranti l’accesso a finanziamenti in denaro e di sequestrare i loro beni per finanziarne la permanenza in Germania.

Il punto cruciale del progetto di AfD, però, è costituito dalla cosiddetta “remigrazione”, cioè dal ritorno forzato di immigrati, richiedenti asilo, stranieri naturalizzati e persino cittadini di seconda generazione ai loro paesi d’origine. Un programma che ha suscitato perfino l’indignazione del cancelliere Merz – promotore del patto sui Cpr in Uganda – che, al Bundestag, ha contestato alla leader di AfD: «La vostra remigrazione non è altro che pulizia etnica in base al colore della pelle e all’origine».

Merz ha anche evidenziato le conseguenze disastrose che un’espulsione degli immigrati, anche regolari, compresi quelli di seconda generazione, avrebbe sull’economia: «A quel punto il settore artigianale non potrebbe più funzionare, nessuna casa di cura potrebbe più operare, nessun ospedale potrebbe più funzionare e nessun ristorante potrebbe più rimanere aperto».

L’AfD risponde, nel suo programma, promuovendo incentivi alla natalità, bonus una tantum per le famiglie numerose e forme di sostegno alle famiglie etero-genitoriali, come l’accesso privilegiato a mutui e assicurazioni.

Anche sull’immigrazione, il presidente Trump ha festeggiato la vittoria di AfD in Sassonia come una conferma della sua politica di deportazione di massa e di “caccia all’immigrato”: «Wow!», ha scritto su Truth, «Si sono finalmente stancati delle norme e dei regolamenti sull’immigrazione, assolutamente disastrosi, che hanno danneggiato così gravemente la Germania».

L’islamofobia e l’appoggio ad Israele

Un aspetto del programma di AfD – ora solennemente approvato dal popolo tedesco – di cui si parla pochissimo (e che risulta fortemente legato alla rivendicazione dell’identità etica, culturale e religiosa) è il passaggio dall’antisemitismo, tradizionale nell’estrema destra, a una più o meno esplicita islamofobia, strettamente connessa con il sostegno allo Stato d’Israele.

Per quanto possa apparire paradossale, proprio la battaglia contro la minaccia dell’antisemitismo è diventata la bandiera di questi eredi del nazismo. Una minaccia da loro associata, peraltro, alla sempre più diffusa presenza di immigrati di religione musulmana, e perciò invocata come motivo per opporsi all’accoglienza dei richiedenti asilo.

Corrispondente a questo capovolgimento di atteggiamento verso gli ebrei è l’atteggiamento di favore di Alternative für Deutschland nei confronti dello Stato ebraico. Un punto d’incontro sono state le critiche all’Europa. Sempre nel 2020 Yair Netanyahu, figlio maggiore del primo ministro israeliano, è stato scelto come ragazzo-immagine del partito per aver chiesto la fine della «cattiva» Unione europea, che, a suo giudizio, era nemica di Israele e di «tutti i paesi cristiani europei», e il «ritorno a un’Europa cristiana».

Ma non è solo in gioco l’antieuropeismo.  Israele viene visto come un baluardo altamente militarizzato contro l’Islam e da questo punto di vista costituisce una sorta di modello per un’Europa che fatica a gestire i suoi confini. Proprio come Israele, si afferma, il vecchio continente rischia di essere assorbito da una forza d’invasione musulmana.

Non solo. Lo Stato ebraico fornisce un’immagine di società multietnica e multireligiosa in cui il predominio della razza bianca sugli arabi è garantito pacificamente (o quasi), con un’apartheid efficiente che potrebbe essere adottata anche in Europa.

Anche su questo punto, AfD non fa che esplicitare la posizione finora assunta dagli Stati occidentali nei confronti della politica israeliana. Essi non hanno neppure una volta reagito alla violazione sistematica, da parte di Israele, delle risoluzioni dell’Onu, che, già prima del 7 ottobre, evidenziavano la chiara intenzione di non dar spazio alla nascita di uno Stato palestinese, a parole sostenuta da tutti i governi europei.

 E sulla base di questo doppio binario tra parole e fatti, hanno assistito senza colpo ferire al massacro sistematico di uomini, donne e bambini nella Striscia di Gaza. Solo ultimamente, con colpevole ritardo, 12 paesi – tra i quali non figura l’Italia – si sono decisi a imporre sanzioni ai coloni israeliani che in Cisgiordania da anni sono impegnati a cacciare i legittimi abitanti arabi, con l’appoggio dell’esercito.

AfD smaschera queste ipocrisie e dichiara esplicitamente una posizione decisamente filo-israeliana che questa Europa indecisa e contraddittoria in pratica ha sempre adottato. E si attira, anche su questo, il pieno consenso del presidente Trump, la cui vicinanza a Netanyahu è stata finora così stretta da fare sospettare una sua dipendenza psicologica dal premier israeliano.

La democrazia al bivio

Questa analisi ci permette di capire che il successo di AfD è in realtà il logico compimento di una deriva già in atto in Europa verso posizioni di destra, sotto l’impaziente sollecitazione del presidente degli Stati Uniti.  Il futuro che il voto della Sassonia lascia intravedere ha in realtà le sue radici nel presente che abbiamo costruito.  

Se questo processo continuerà il suo corso, l’Unione europea è destinata a rimanere un’ombra nel panorama internazionale, anzi ad esserlo sempre di più. La sua sola funzione sarà quella che già ora la nostra premier le ha assegnato, di supporter alle politiche nazionali. Consacrando così l’irrilevanza del nostro continente sullo scenario politico ed economico mondiale.

Analogamente, la difesa dell’identità non solo porterà a innalzare muri sempre più impenetrabili contro i migranti ma, in nome della remigrazione, si procederà a quella che il cancelliere Merz ha definito una vera e propria «pulizia etnica». Con i risultati che lo stesso cancelliere ha paventato e che certo non potranno essere scongiurati da un improvviso aumento della natalità (bisognerà aspettare, in ogni caso, che questi eventuali nuovi figli crescano…).

Quanto al rapporto con Israele, si continuerà sostanzialmente a guardare a esso come a una «democrazia minacciata», e si sarà costretti a prendere finalmente atto dell’irrealizzabilità del progetto dei “due Stati”, reso immaginario dalla complice inerzia dei governi occidentali nei confronti di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi.

Tutto questo si verificherà sotto il segno della retorica della democrazia, ostinatamente esibita anche oggi, quando il premier dello Stato che si autodefinisce baluardo della stessa, dichiara ufficialmente di voler usare i fondi pubblici per comprare i voti favorevoli al suo partito e quando viene considerato democratico Israele, accusato, anche da molti suoi cittadini, di genocidio.

Nei prossimi mesi ci saranno diverse scadenze elettorali che decideranno della sorte delle nostre società e, innanzitutto, del significato che avrà la parola “democrazia” per le generazioni future: l’avanzata delle destre estreme, in Germania e in tutta Europa, rende infatti superati i compromessi e gli equilibrismi che mascheravano il suo sostanziale deterioramento. Ora bisogna scegliere se assistere, o addirittura cooperare, al definitivo compimento di questo processo, oppure reagire, cominciando dal voto, ma soprattutto lavorando – ognuno a proprio modo – alla costruzione di un futuro radicalmente alternativo a questo presente.

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giovedì 10 settembre 2026

IL VOTO A SCUOLA

 

Quel numero 

preso a scuola 

che non è mai 

soltanto un numero





Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni,

 per capire cosa ci rivelano del nostro mondo


Un risultato negativo può provocare rabbia e sconforto, uno positivo soddisfazione e orgoglio. Ma quel dato descrive una prestazione in un preciso momento, non stabilisce chi siamo né che cosa potremo diventare

-di LUIGI BALLERINI

La definizione proposta dalle ragazze e dai ragazzi coglie subito il fatto interessante che la parola « voto» contiene accezioni molto diverse. Può essere un’offerta fatta a una divinità, una scelta politica, oppure il numero o il giudizio con cui a scuola si valuta una prestazione. È soprattutto quest’ultimo significato, però, a toccare la loro esperienza, perché il voto scolastico non è mai soltanto un numero. Trascina con sé tante emozioni: soddisfazione e orgoglio, delusione e sconforto. Il punto è allora capire che uso ne facciamo. I ragazzi scrivono che, quando il voto è negativo, insegnanti e studenti spesso gli attribuiscono significati differenti. Secondo il docente dovrebbe rappresentare uno stimolo a impegnarsi di più e a migliorarsi, ma per chi lo riceve può essere difficile coglierne subito tale funzione positiva, perché prevalgono tristezza e rabbia. È un’osservazione realistica in quanto una valutazione può davvero toccare il modo in cui ciascuno guarda a se stesso, soprattutto in quel delicato periodo della vita che è l’adolescenza. Per questo è importante distinguere sempre il voto, che è misura, dalla valutazione. Misurare produce un dato, valutare significa attribuire un significato a quel dato. Se la misura risponde alla domanda “quanto?”, valutare significa chiedersi anche “che cosa possiamo fare adesso?”. Un 5, un 7 o un 9, seppur necessari, rappresentano delle riduzioni di un percorso più complesso. Non spiegano da soli perché uno studente abbia ottenuto quel risultato, che cosa abbia compreso e quale passo successivo potrebbe aiutarlo.

È

qui che la definizione dei ragazzi diventa particolarmente significativa quando afferma che « per noi ricevere un voto è come ricevere un’etichetta». Il rischio esiste davvero. Dire «hai preso 5» significa descrivere l’esito di una prova. Dire o far pensare «sei da 5» significa trasformare quel risultato in un giudizio sulla persona. La prestazione si appiccica alla persona e diventa così identità. È un rischio che la letteratura rende visibile con grande forza. In Cattedrale di Raymond Carver il narratore sta per incontrare Robert, un vecchio amico della moglie, cieco. Prima ancora di conoscerlo lo ha già classificato: per lui Robert è innanzitutto “il cieco”. Il dato è corretto, ma diventa ingiusto quando pretende di spiegare l’intera persona. Da quella caratteristica ricava pregiudizi e aspettative che l’incontro reale poi sarà in grado di smentire. Succede qualcosa di simile anche a scuola quando «è debole in matematica » diventa « non è portato per la matematica », oppure quando un comportamento osservato più volte diventa «è fatto così». Un dato parziale finisce per colonizzare la persona. Carver ci aiuta a capire anche un secondo aspetto. Quando Robert chiede al narratore di descrivergli una cattedrale vista in televisione, il narratore, che vede, scopre di non saper davvero spiegare ciò che ha davanti. Vedere non equivale necessariamente a comprendere. Allo stesso modo, possedere un dato non significa ancora saperlo interpretare. Possiamo conoscere voti, errori e percentuali di risposte corrette, ma questi dati non parlano da soli. La valutazione comincia dai dati, ma non può finire lì.

La buona valutazione dovrebbe allora essere precisa sul presente senza pretendere di definire l’intera persona. Dovrebbe dire «oggi, rispetto a questo compito e a questi criteri, sei qui» e non «tu sei questo». Apprendere richiede infatti tempo. Ciò che oggi non riesce può riuscire domani, una difficoltà può essere compresa dopo, una capacità può emergere più avanti. Se il voto diventa una sentenza, il tempo scompare. Dobbiamo invece tenere sempre avere l’accortezza che i giovani abbiano e si pensino con un futuro. Tra l’altro le ragazze e i ragazzi scrivono che «ragionare sul significato della valutazione aiuta ad aprire la mente ». Il giudizio quindi, che non viene chiesto di essere eliminato, ha bisogno di essere compreso affinché non si limiti a segnalare una mancanza o la distanza dall’ideale, ma renda riconoscibili i passi successivi. Gli studenti ci chiedono di non restare gli oggetti passivi della valutazione, ma di diventare soggetti capaci di leggere il proprio lavoro. Si apre così la strada anche al capitolo della auto-valutazione, processo oggi più che mai necessario per la componente di spirito critico e consapevolezza che porta con sé.

Voto

«Offerta di qualcuno a una divinità per esprimere gratitudine per un bene ricevuto o per impegnare la divinità a concedere qualcosa: far v. Dichiarazione della propria volontà in un procedimento elettivo o deliberativo, che vale come diritto di voto ma rientra anche nel processo di valutazione nella scuola. Quest’ultimo significato è il motivo di grande interesse.

A scuola il voto scatena diverse emozioni: fierezza e gioia, se positivo; delusione e rabbia se negativo. Per gli insegnanti il voto negativo dovrebbe spronare gli studenti a fare di più, ma noi siamo troppo tristi e arrabbiati per capirlo. Per noi ricevere un voto è come ricevere un’etichetta, ma ragionare sul significato della valutazione aiuta ad aprire la mente. Sia il voto negativo che quello positivo hanno lo scopo di dare delle indicazioni su come stiamo imparando. In quest’ottica se otteniamo un voto negativo si può migliorare, se otteniamo un voto positivo stiamo lavorando bene».

Questo vale anche per il voto positivo, e la definizione dei ragazzi ha il merito di ricordarlo. Si tende a pensare che soltanto l’insufficienza abbia bisogno di essere interpretata, mentre un 8 o un 9 sembrano parlare da soli. Ma pure un buon voto è un dato che non racconta l’intera persona. Può certo indicare una competenza acquisita, ma non dice automaticamente come quel risultato sia stato ottenuto. Esistono ragazzi che raggiungono risultati molto alti pagando un prezzo elevato in termini di ansia, paura dell’errore, bisogno continuo di conferma, rinuncia ad altri interessi. Il successo scolastico non coincide necessariamente con il benessere della persona. Anche il voto positivo dovrebbe allora generare domande: che cosa ha funzionato? Questa prestazione corrisponde a un apprendimento solido o a uno sforzo difficilmente sostenibile nel tempo? A quale costo è stata ottenuta? Valutare bene significa guardare alla prestazione senza confonderla con la persona, sia quando è fragile sia quando è eccellente.

L’etichetta

 Il rischio dell’etichetta diventa ancora più serio quando dal presente si passa al futuro. In questo passaggio può aiutarci The Giver di Lois Lowry. Nella comunità raccontata dal romanzo, i ragazzi vengono osservati durante tutta la loro la crescita e, a dodici anni, viene assegnata a ciascuno la futura funzione sociale. Il sistema, in quel contesto distopico, attribuisce alla valutazione un potere enorme: la descrizione del soggetto diventa prescrizione, l’ipotesi diventa destino. È una forma estrema di qualcosa che può comparire anche nella scuola quando si dice di un ragazzo che “non è portato per…”, “non è adatto a…”, “è uno da…”. Queste formule trasformano ciò che una persona mostra oggi in ciò che sarà domani. Ma i percorsi di crescita raramente sono lineari. Un limite può modificarsi, un’attitudine può emergere più tardi, un interesse può nascere da un incontro inatteso. Anche l’orientamento dovrebbe indicare possibilità realistiche senza pre-assegnare una destinazione.

Valutare

Valutare significa leggere il presente, mai sequestrare il futuro. L a definizione dei ragazzi arriva a una conclusione equilibrata: se otteniamo un voto negativo si può migliorare, se otteniamo un voto positivo stiamo lavorando bene. È una buona base, a cui conviene che noi adulti aggiungiamo un passaggio. Il voto negativo oltre a dire che “si può migliorare”, dovrebbe essere seguito dalle indicazioni necessarie a capire per quale via. E il voto positivo, che davvero dice “stiamo lavorando bene”, dovrebbe anche accompagnarsi all’aiuto a riconoscere le modalità di apprendimento che sono più efficaci e anche se il modo in cui si sta lavorando è davvero buono per la persona e lascia spazio ad altre dimensioni oltre alla scuola.

L’alternativa secca non si gioca tra abolire il voto o dargli un potere assoluto. Conviene restituirgli la giusta misura. Un voto è utile quando fotografa qualcosa senza pretendere di esaurire tutto; quando informa senza etichettare; quando riconosce un risultato senza trasformarlo in identità; quando segnala un limite senza trasformarlo in destino.

La buona valutazione non dice a un ragazzo chi è. Gli dice dove si trova oggi e gli offre elementi per capire quale passo può compiere domani.

*Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

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martedì 16 gennaio 2024

TORNARE AI VOTI ? NO, GRAZIE


 A PROPOSITO 

DI VALUTAZIONE

DOCUMENTO

 INTERASSOCIATIVO

 

Le Associazioni e le Organizzazioni firmatarie di questo documento da tempo condividono la necessità di introdurre lungo tutto il percorso scolastico una valutazione formativa al fine di permettere alla Scuola di svolgere il suo compito costituzionale di rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana (art.3 Costituzione), attuando il diritto all’apprendimento di tutte e tutti.

Insieme hanno lanciato la campagna “Voti a Perdere”, la prima volta nel 2015 poi nel 2019, denunciando i limiti di una valutazione focalizzata esclusivamente sulla sua funzione sommativa e sulla comparazione tra le prestazioni degli studenti, proponendo, in alternativa, una valutazione per l'apprendimento.

Una valutazione con i voti, infatti, non dice quali sono gli apprendimenti realizzati, i punti di forza e di debolezza, le tappe del percorso, ma si limita a fotografare la situazione in un dato momento senza cogliere le fasi del processo di insegnamento-apprendimento per intervenire sulla sua regolazione.

Per questo le associazioni hanno accolto con molto favore l’abolizione del voto numerico e l’introduzione del giudizio descrittivo nella scuola primaria con l’emanazione dell’O.M. 172/2020, pur evidenziando il limite dei decisori politici nel non aver esteso il superamento del voto almeno alla scuola secondaria di primo grado, a garanzia dell’unitarietà e della continuità delle scelte pedagogico-didattiche negli istituti comprensivi.

L’eliminazione del voto numerico ha avviato un processo di cambiamento di prospettiva nella cultura e nelle pratiche valutative della scuola insistendo sull’esigenza di riscontri descrittivi dell’apprendimento in itinere, di differenti forme di comunicazione della valutazione e di maggiore coerenza tra progettazione didattica e valutazione. In generale, la nuova normativa ha proposto un intero ripensamento della didattica e della relazione docente-studente impegnando gli insegnanti in percorsi di ricerca e costruzione di una maggiore coerenza tra le pratiche educative e i principi pedagogici affermati nelle Indicazioni Nazionali riassumibili nella centralità del soggetto e nel perseguimento del successo formativo per tutti.

Con l’a.s. 2022/2023 è terminata la fase di accompagnamento ministeriale dei docenti prevista dall’O.M. 172. In questi due anni le associazioni hanno organizzato convegni, giornate di studio, percorsi di ricerca-azione, anche in collaborazione con diversi Atenei, su pratiche e strumenti per una valutazione formativa e hanno promosso iniziative per orientare i genitori nella comprensione delle nuove modalità di comunicazione della valutazione.

Soprattutto si è cercato di sollecitare e condividere, dentro e fuori la scuola, il senso profondo della nuova proposta di valutazione: solo la partecipazione attiva di tutti i soggetti, la cura e l’attenzione ai processi, l’autovalutazione dei docenti e degli studenti circa l’efficacia delle azioni di insegnamento-apprendimento può produrre quei miglioramenti necessari a garantire una scuola emancipatrice.

Le novità introdotte hanno quindi sicuramente rappresentato elementi per un cambiamento profondo nella cultura valutativa per chi ne ha voluto cogliere pienamente il senso e l’opportunità pedagogica, che è anche un’opportunità culturale e sociale per gli insegnanti, i genitori e la società civile.

Ma evidentemente per alcuni, che oggi chiedono un ritorno al voto, non è stato così.

Sostenere che il voto è educativo in quanto anche se negativo costituisce uno stimolo ‘salutare’ nell’ottica di quella “mortificazione come preparazione alla vera vita con le sue difficoltà” contrasta con le evidenze prodotte da tempo dalla ricerca educativa e dagli studi condotti nell'ambito della psicologia dell'apprendimento sul rapporto tra senso di “autoefficacia” personale e motivazione, impegno, partecipazione (soprattutto nei soggetti più fragili).

Il voto, inoltre, come uno specchietto per le allodole, apparentemente chiaro e comprensibile, in realtà nasconde e rende indecifrabile la realtà dei processi di apprendimento del soggetto coinvolto.

Le Associazioni e le Organizzazioni che si riconoscono in una pedagogia democratica ribadiscono la necessità di una valutazione libera dalla preoccupazione del voto, capace di far riflettere i soggetti anche sui loro errori e insuccessi, attenta agli stili e ai ritmi personali di apprendimento, alla lettura dell’esperienza e chiara nella comunicazione a studenti e famiglie. Ricordano anche come la scuola elementare, a differenza di altri ordini di scuola, dopo l’abolizione del voto con la L.517/77 si sia collocata per anni stabilmente in ottima posizione nelle indagini internazionali.

Chiedono al Ministero di dare seguito al programma pluriennale di formazione di tutto il corpo docente, come previsto dall’Ordinanza, e per il quale già 300 insegnanti sono stati formati come esperti per accompagnare le scuole nell'applicazione della nuova normativa.

Sollecitano lo stesso Ministero, la società civile, le organizzazioni sindacali e culturali, il mondo della ricerca e dell’Università, a contrastare ogni tentativo di chi rivendica un ritorno al voto, che non farebbe altro che confermare una scuola selettiva, arretrata culturalmente e professionalmente, oltre che tenere ancora una volta studenti, insegnanti, dirigenti, genitori, ostaggio di riforme incompiute.

*Per economia del testo è stato utilizzato il tradizionale maschile, pur avendo ben presente la necessità della valorizzazione di genere in ogni contesto.

 15 Gennaio 2024

 ADI - AIMC - ANDIS- CEMEA - CGD - CIDI - FLCCGIL – LEGAMBIENTE SCUOLA E FORMAZIONE - MCE - PROTEO FARE SAPERE- UCIIM

martedì 19 febbraio 2019

COSTRUIRE L'UNIONE EUROPEA, DOVERE DI OGNI CITTADINO

APPELLO DEI VESCOVI EUROPEI


di Sarah Numico

La Commissione degli episcopati della Comunità europea  (COMECE) diffonde un testo che guarda alle elezioni del 23-26 maggio. Il sostegno della Chiesa alla "casa comune", anche se "non è perfetta". La persona al centro della politica. Le riforme necessarie e alcuni  temi-chiave: famiglia, migrazioni, sviluppo, diritti.
Un invito, forte, convinto e deciso, a sostenere il processo di integrazione europea anche attraverso l’importante momento elettorale del 23-26 maggio. Con un messaggio della Comece, la Commissione degli episcopati della Comunità europea, i cristiani sono interpellati per la costruzione di un bene comune che vada al di là degli interessi particolari e nazionali. “Rivolgiamo un appello a tutti i cittadini, giovani e anziani, perché votino e si impegnino durante il periodo pre-elettorale e alle elezioni europee”. Il messaggio arriva a 100 giorni dal voto per il rinnovo del Parlamento europeo ed è intitolato “Ricostruire comunità in Europa” (“Rebuilding community in Europe”).
Evitare lo sguardo ripiegato. Il voto dei cittadini, chiamati alla “responsabilità” politica, scrive la Comece, presieduta da mons. Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo, “condizionerà decisioni politiche che avranno conseguenze tangibili sulla nostra vita quotidiana per i prossimi cinque anni”. È da “più di duemila anni” che la Chiesa cattolica “partecipa alla costruzione europea”, in particolare “con la sua Dottrina sociale”. E quindi, i vescovi si rivolgono proprio ai cittadini europei in questa fase che precede le elezioni per il rinnovo del Parlamento: se “l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha aperto un ampio ventaglio di nuove possibilità”, dieci anni fa, oggi sembra dominare un “atteggiamento meno ottimistico”. Si impongono dunque necessarie “scelte politiche” che portino a “una rinnovata fratellanza” e “rilancino il progetto europeo”. Fondamentale è che “i credenti e tutte le persone di buona volontà” vadano a votare, “senza cadere nella tentazione di uno sguardo ripiegato” e che “esercitino i loro diritti guardando alla costruzione dell’Europa”.
“Non è perfetta…”. Manifestando le proprie opinioni politiche, ogni persona potrà “orientare l’Unione” – che “non è perfetta” – là dove vogliono che vada. Oggi serve “una nuova narrativa di speranza che coinvolga i cittadini in progetti percepiti come più inclusivi e al servizio del bene comune”, indicano i vescovi. Occorre però innanzitutto l’espressione del voto, perché “ogni voto conta” nello scegliere persone che da maggio in poi “rappresenteranno le nostre opinioni politiche”. E occorrerà che, dopo le elezioni, i cittadini “in modo democratico monitorino e accompagnino il processo politico”.
Campagna elettorale. Guardando al futuro prossimo dell’Ue i vescovi affermano che i cittadini e le istituzioni Ue avranno bisogno di “spirito di responsabilità” per “lavorare insieme per un comune destino”, “superando divisioni, disinformazione e strumentalizzazione politica”. Il riferimento dei vescovi Comece nel loro documento è alla campagna elettorale, che dovrà concentrarsi sulle “politiche Ue” e su come i candidati “sapranno elaborarle e concretizzarle”. L’auspicio è che si “presentino le differenti visioni” evitando “sterili contrasti”.
La questione migratoria. Qualità necessarie per “coloro che vorranno assumersi un mandato a livello Ue” sono “integrità, competenza, leadership e impegno per il bene comune”. I vescovi indicano inoltre alcuni temi che stanno loro particolarmente a cuore: “l’economia sociale”, politiche per ridurre la povertà, basate sul principio per cui “ciò che funziona per i meno fortunati, funziona per tutti”, insieme a “un rinnovato sforzo per trovare soluzioni efficaci e condivise su migrazioni, asilo e integrazione”. A questo riguardo due le sottolineature: l’integrazione “non riguarda solo le persone che entrano nell’Ue”, ma “anche i cittadini Ue che si spostano in un Paese diverso dal loro”, quindi la questione di fondo è “come accogliersi meglio gli uni gli altri in Europa?”. In secondo luogo, i temi della migrazione e dell’asilo non sono a sé stanti, ma sono legati ai temi della “solidarietà, a una prospettiva centrata sulla persona, a politiche economiche e demografiche efficaci”.

Ambiente, pace, diritti. “Votare in queste elezioni significa anche assumersi la responsabilità per il ruolo unico dell’Europa a livello globale. Il bene comune è più grande dell’Europa”, si legge nel messaggio Comece. “Ad esempio, l’attenzione per l’ambiente e lo sviluppo sostenibile – scrivono i vescovi europei – non possono essere limitati ai confini dell’Ue e i risultati elettorali avranno un impatto sulle decisioni che riguardano l’intera umanità”. Una “Unione forte sulla scena internazionale è anche necessaria per la promozione e la protezione dei diritti umani in tutti i settori e per un solido contributo dell’Ue come attore multilaterale per la pace e la giustizia economica”. Dopo aver citato un intervento di Papa Francesco sul futuro dell’Europa, il documento prosegue così: “Le elezioni potrebbero essere solo un primo passo, ma il più necessario”. “Chiediamo a tutti i cittadini, giovani e meno giovani, di votare e impegnarsi” in vista del voto. Il documento conclude: “Il voto non è solo un diritto e un dovere, ma un’opportunità per plasmare concretamente la costruzione europea”.

da AVVENIRE


lunedì 31 gennaio 2011

Febbraio 1945. LE DONNE ITALIANE HANNO DIRITTO AL VOTO!

Il 31 gennaio del 1945 con il Paese diviso ed il nord sottoposto all'occupazione tedesca il Consiglio
dei Ministri presieduto da Ivanoe Bonomi emanò un decreto che riconosceva il diritto di voto alle
donne (decreto legislativo luogotenenziale 2 febbraio 1945, n.23). Il 2 giugno del 1946 le donne
votarono per il Referendum istituzionale e per le elezioni della Assemblea costituente ma già nelle
elezioni amministrative precedenti avevano votato risultando in numero discreto elette nei consigli
comunali.
Sui banchi dell'Assemblea costituente sedettero le prime parlamentari: nove della DC, nove del PCI,
due del PSIUP ed una dell'Uomo qualunque.Il decreto che sarà chiamato "De Gasperi-Togliatti", poiché sostenuto dai due statisti, riconosce il voto alle donne. E questo malgrado le resistenze espresse dall'interno di entrambi gli schieramenti, riguardo all'immissione nella politica di una porzione di elettorato di cui si teme il comportamento, in quanto giudicato sprovveduto e facilmente manovrabile.