preso a scuola
che non è mai
soltanto un numero
Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni,
per capire cosa ci rivelano del nostro mondo
Un risultato negativo può
provocare rabbia e sconforto, uno positivo soddisfazione e orgoglio. Ma quel
dato descrive una prestazione in un preciso momento, non stabilisce chi siamo
né che cosa potremo diventare
-di LUIGI BALLERINI
La definizione proposta
dalle ragazze e dai ragazzi coglie subito il fatto interessante che la parola «
voto» contiene accezioni molto diverse. Può essere un’offerta fatta a una
divinità, una scelta politica, oppure il numero o il giudizio con cui a scuola
si valuta una prestazione. È soprattutto quest’ultimo significato, però, a
toccare la loro esperienza, perché il voto scolastico non è mai soltanto un
numero. Trascina con sé tante emozioni: soddisfazione e orgoglio, delusione e
sconforto. Il punto è allora capire che uso ne facciamo. I ragazzi scrivono
che, quando il voto è negativo, insegnanti e studenti spesso gli attribuiscono
significati differenti. Secondo il docente dovrebbe rappresentare uno stimolo a
impegnarsi di più e a migliorarsi, ma per chi lo riceve può essere difficile
coglierne subito tale funzione positiva, perché prevalgono tristezza e rabbia.
È un’osservazione realistica in quanto una valutazione può davvero toccare il
modo in cui ciascuno guarda a se stesso, soprattutto in quel delicato periodo
della vita che è l’adolescenza. Per questo è importante distinguere sempre il
voto, che è misura, dalla valutazione. Misurare produce un dato, valutare
significa attribuire un significato a quel dato. Se la misura risponde alla
domanda “quanto?”, valutare significa chiedersi anche “che cosa possiamo fare
adesso?”. Un 5, un 7 o un 9, seppur necessari, rappresentano delle riduzioni di
un percorso più complesso. Non spiegano da soli perché uno studente abbia
ottenuto quel risultato, che cosa abbia compreso e quale passo successivo potrebbe
aiutarlo.
È
qui che la definizione
dei ragazzi diventa particolarmente significativa quando afferma che « per noi
ricevere un voto è come ricevere un’etichetta». Il rischio esiste davvero. Dire
«hai preso 5» significa descrivere l’esito di una prova. Dire o far pensare
«sei da 5» significa trasformare quel risultato in un giudizio sulla persona.
La prestazione si appiccica alla persona e diventa così identità. È un rischio
che la letteratura rende visibile con grande forza. In Cattedrale di
Raymond Carver il narratore sta per incontrare Robert, un vecchio amico della
moglie, cieco. Prima ancora di conoscerlo lo ha già classificato: per lui
Robert è innanzitutto “il cieco”. Il dato è corretto, ma diventa ingiusto
quando pretende di spiegare l’intera persona. Da quella caratteristica ricava
pregiudizi e aspettative che l’incontro reale poi sarà in grado di smentire.
Succede qualcosa di simile anche a scuola quando «è debole in matematica »
diventa « non è portato per la matematica », oppure quando un comportamento
osservato più volte diventa «è fatto così». Un dato parziale finisce per
colonizzare la persona. Carver ci aiuta a capire anche un secondo aspetto.
Quando Robert chiede al narratore di descrivergli una cattedrale vista in televisione,
il narratore, che vede, scopre di non saper davvero spiegare ciò che ha
davanti. Vedere non equivale necessariamente a comprendere. Allo stesso
modo, possedere un dato non significa ancora saperlo interpretare. Possiamo
conoscere voti, errori e percentuali di risposte corrette, ma questi dati non
parlano da soli. La valutazione comincia dai dati, ma non può finire lì.
La buona valutazione
dovrebbe allora essere precisa sul presente senza pretendere di
definire l’intera persona. Dovrebbe dire «oggi, rispetto a
questo compito e a questi criteri, sei qui» e non «tu
sei questo». Apprendere richiede infatti tempo. Ciò che oggi non
riesce può riuscire domani, una difficoltà può essere compresa
dopo, una capacità può emergere più avanti. Se il voto diventa
una sentenza, il tempo scompare. Dobbiamo invece tenere
sempre avere l’accortezza che i giovani abbiano e si pensino con
un futuro. Tra l’altro le ragazze e i ragazzi scrivono che
«ragionare sul significato della valutazione aiuta ad aprire la mente
». Il giudizio quindi, che non viene chiesto di essere
eliminato, ha bisogno di essere compreso affinché non si limiti a
segnalare una mancanza o la distanza dall’ideale, ma renda
riconoscibili i passi successivi. Gli studenti ci chiedono di
non restare gli oggetti passivi della valutazione, ma di diventare
soggetti capaci di leggere il proprio lavoro. Si apre così la
strada anche al capitolo della auto-valutazione, processo oggi più che mai necessario
per la componente di spirito critico e consapevolezza che porta con sé.
Voto
«Offerta di qualcuno a
una divinità per esprimere gratitudine per un bene ricevuto o per impegnare la
divinità a concedere qualcosa: far v. Dichiarazione della propria volontà in un
procedimento elettivo o deliberativo, che vale come diritto di voto ma rientra
anche nel processo di valutazione nella scuola. Quest’ultimo significato è il
motivo di grande interesse.
A scuola il voto scatena
diverse emozioni: fierezza e gioia, se positivo; delusione e rabbia se
negativo. Per gli insegnanti il voto negativo dovrebbe spronare gli studenti a
fare di più, ma noi siamo troppo tristi e arrabbiati per capirlo. Per noi ricevere
un voto è come ricevere un’etichetta, ma ragionare sul significato della
valutazione aiuta ad aprire la mente. Sia il voto negativo che quello positivo
hanno lo scopo di dare delle indicazioni su come stiamo imparando. In
quest’ottica se otteniamo un voto negativo si può migliorare, se otteniamo un
voto positivo stiamo lavorando bene».
Questo vale anche per il
voto positivo, e la definizione dei ragazzi ha il merito di ricordarlo. Si
tende a pensare che soltanto l’insufficienza abbia bisogno di essere
interpretata, mentre un 8 o un 9 sembrano parlare da soli. Ma pure un buon voto
è un dato che non racconta l’intera persona. Può certo indicare una competenza
acquisita, ma non dice automaticamente come quel risultato sia stato ottenuto.
Esistono ragazzi che raggiungono risultati molto alti pagando un prezzo
elevato in termini di ansia, paura dell’errore, bisogno continuo di conferma,
rinuncia ad altri interessi. Il successo scolastico non coincide
necessariamente con il benessere della persona. Anche il voto positivo dovrebbe
allora generare domande: che cosa ha funzionato? Questa prestazione corrisponde
a un apprendimento solido o a uno sforzo difficilmente sostenibile nel tempo? A
quale costo è stata ottenuta? Valutare bene significa guardare alla prestazione
senza confonderla con la persona, sia quando è fragile sia quando è eccellente.
L’etichetta
Il rischio dell’etichetta diventa ancora più
serio quando dal presente si passa al futuro. In questo passaggio può aiutarci The
Giver di Lois Lowry. Nella comunità raccontata dal romanzo, i ragazzi
vengono osservati durante tutta la loro la crescita e, a dodici anni, viene
assegnata a ciascuno la futura funzione sociale. Il sistema, in quel contesto
distopico, attribuisce alla valutazione un potere enorme: la descrizione del
soggetto diventa prescrizione, l’ipotesi diventa destino. È una forma estrema
di qualcosa che può comparire anche nella scuola quando si dice di un ragazzo
che “non è portato per…”, “non è adatto a…”, “è uno da…”. Queste formule
trasformano ciò che una persona mostra oggi in ciò che sarà domani. Ma i
percorsi di crescita raramente sono lineari. Un limite può modificarsi,
un’attitudine può emergere più tardi, un interesse può nascere da un incontro
inatteso. Anche l’orientamento dovrebbe indicare possibilità realistiche senza
pre-assegnare una destinazione.
Valutare
Valutare significa
leggere il presente, mai sequestrare il futuro. L a definizione dei
ragazzi arriva a una conclusione equilibrata: se otteniamo un voto negativo si
può migliorare, se otteniamo un voto positivo stiamo lavorando bene. È una
buona base, a cui conviene che noi adulti aggiungiamo un passaggio. Il voto
negativo oltre a dire che “si può migliorare”, dovrebbe essere seguito dalle
indicazioni necessarie a capire per quale via. E il voto positivo, che davvero
dice “stiamo lavorando bene”, dovrebbe anche accompagnarsi all’aiuto a
riconoscere le modalità di apprendimento che sono più efficaci e anche se il
modo in cui si sta lavorando è davvero buono per la persona e lascia spazio ad
altre dimensioni oltre alla scuola.
L’alternativa secca non
si gioca tra abolire il voto o dargli un potere assoluto. Conviene restituirgli
la giusta misura. Un voto è utile quando fotografa qualcosa senza pretendere di
esaurire tutto; quando informa senza etichettare; quando riconosce un risultato
senza trasformarlo in identità; quando segnala un limite senza trasformarlo in
destino.
La buona valutazione non
dice a un ragazzo chi è. Gli dice dove si trova oggi e gli offre elementi per
capire quale passo può compiere domani.
*Scrittore per ragazzi e
Medico Psicoterapeuta
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