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sabato 29 novembre 2025

LA CASA NEL BOSCO

 


Tre fratellini, cresciuti in un rudere nei boschi abruzzesi senza scuola, utenze né controlli sanitari, sono stati allontanati dal Tribunale dei minori dell’Aquila e collocati in casa famiglia. 

Tra social scatenati, intervento del ministro e scontro sulla libertà educativa, resta la domanda decisiva: fin dove può e deve spingersi lo Stato per proteggere i figli, e quale strada permetterà un giorno di ricomporre questa famiglia in sicurezza.

 

-     -    di Francesco Anfossi 

 La storia, ormai, la conoscono anche i sassi: tre fratellini – una bambina di otto anni e due gemellini di cinque – prelevati dai boschi abruzzesi dove vivevano con mamma e papà e condotti in una casa-famiglia per ordine del Tribunale dei minorenni dell'Aquila. Una vicenda che ha spaccato in due il Paese: da un lato i paladini della libertà educativa, convinti che ogni genitore abbia il diritto di crescere i figli come meglio crede; dall'altro chi difende la mano severa della legge, quando serve a evitare che dei bambini diventino vittime di negligenze, pur in buona fede. La domanda che tutti si fanno – e che nessuno sa davvero dove piazzare – è sempre la stessa: fino a dove arriva la libertà di una famiglia? E fino a dove deve spingersi lo Stato nel proteggere i più piccoli, anche contro la volontà di chi li ha messi al mondo? Molti giornali li hanno dipinti come si trattasse del Mulino Bianco. Nel cuore dei boschi di Palmoli, dove il tempo si misura con il sole che filtra tra le foglie degli alberi, tre bambini crescevano in mezzo alla natura. La loro scuola erano gli alberi, il vento, la pioggia che bagna le frasche, la neve sulle colline; i loro amici un cavallo, come Pippi Calzelunghe, un asino, due cani; niente smartphone, niente televisione, solo un'altalena appesa a un ramo. È lì, tra la quiete bucolica senza tempo, che Catherine, 45 anni, australiana, e suo marito, Nathan, 51 anni, inglese, avevano costruito la loro fiaba, dopo aver girato mezzo mondo come dipendenti del settore del turismo. Ma siamo sicuri che dietro questo quadro bucolico non ci sia qualcos’altro? Mentre sui social si consuma l'ennesima corrida digitale, con tifoserie improvvisate che giudicano senza conoscere, conviene fare un passo indietro e ripercorrere i fatti. 

 Intossicazione da funghi 

 Il procedimento dei giudici del Tribunale trae origine da una segnalazione degli assistenti del Servizio sociale dell'Aquila, che aveva evidenziato una condizione di sostanziale abbandono: abitazione disagevole e insalubre, assenza di pediatra, mancata frequenza scolastica, vita in un rudere fatiscente privo di utenze e in una piccola roulotte. Il processo che porta all'allontanamento accelera in occasione di un accesso al pronto soccorso di Chieti di tutta la famiglia. Tutti e cinque avvertono dei malori, dovuti ad ingestione di funghi. I medici si rendono conto delle condizioni igieniche, sanitarie e sociali dei bambini e avvertono gli assistenti sociali. Va detto che su richiesta del Pubblico ministero minorile, il Tribunale aveva già adottato, in via cautelare, un decreto di affidamento dei minori al Servizio sociale, attribuendo al servizio il potere esclusivo di decidere il loro collocamento e le scelte sanitarie di maggiore rilievo. 

 Le condizioni abitative: il rudere senza agibilità 

 Uno dei punti centrali dell'ordinanza riguarda l'immobile in cui vive la famiglia. Lo si vede nei telegiornali e nelle foto sui giornali, poco più che una catapecchia di pietra senza acqua, né luce, né elettricità., né servizi igienici. Molti commenti si inneggiano alla vita all'aria aperta e nella natura, quasi bucolica, ci sono perfino intellettuali che si improvvisano Rosseau e inneggiano al mito del buon selvaggio. In realtà si tratta di una vita isolata, asociale, e soprattutto pericolosa, sospettano gli assistenti sociali. Il Tribunale aveva richiesto una relazione tecnica sulla sicurezza statica dell'edificio, considerato un rudere fatiscente. I genitori in risposta hanno prodotto una perizia di una geometra, dalla quale risulta l'assenza di lesioni strutturali pregiudizievoli per la statica, ma anche l'“assoluta assenza” di impianti elettrici e idrico/sanitario, oltre a carenze di rifiniture e infissi. 

 Per il Tribunale tale perizia è insufficiente a dimostrare la conformità dell'abitazione ai requisiti di sicurezza e salubrità previsti dal Testo unico dell'edilizia. Mancano documenti essenziali: agibilità, collaudo statico, verifiche sugli impianti elettrici, idrico e termico e sulle condizioni igienico-sanitarie, soprattutto in relazione all'umidità e al rischio di patologie polmonari. In base all'articolo 24 del Testo unico dell'edilizia, l'assenza di agibilità comporta una presunzione di pericolo per l'incolumità e l'integrità fisica dei minori: è su questo presupposto normativo che il Tribunale fonda una parte rilevante della sua decisione. 

 I rapporti difficili con i Servizi sociali 

 Dopo la prima udienza cautelare, i genitori avevano inizialmente dichiarato disponibilità a collaborare con il Servizio sociale. Era stato concordato un progetto di intervento per favorire l'integrazione, migliorare il contesto abitativo dei minori e acquisire la documentazione sanitaria e quella relativa all'obbligo scolastico. Il percorso tuttavia si interrompe: i genitori, secondo la relazione del 14 ottobre 2025, smettono di presentarsi agli incontri e negano in un primo momento l'accesso domiciliare agli assistenti sociali, impedendo un contatto diretto con i minori. Solo dopo l'intervento del difensore (che però ieri si è tirato indietro e ha rinunciato al mandato perché non accettano nulla, hanno rifiutato persino una nuova casa offerta dal sindaco «dove stare almeno di notte») accettano di discutere nuovamente un progetto di intervento, che prevede anche un accesso settimanale dell'intero nucleo familiare a un centro socio-psico-educativo comunale per attività di supporto alla genitorialità. Nonostante gli impegni assunti, i genitori non vanno ad alcun incontro. E nemmeno gli accertamenti sanitari obbligatori non vengono eseguiti. Al Servizio sociale vengono ricevuti certificati pediatrici che raccomandano visita neuropsichiatrica infantile ed esami ematochimici per valutare lo stato vaccinale e lo sviluppo psicologico e comportamentale dei minori. I genitori, però, dichiarano che consentiranno agli accertamenti solo a fronte del pagamento di 50.000 euro per ciascun figlio. Cupidigia? Provocazione? Una condizione che il Tribunale evidenzia come ostacolo all'esecuzione dei trattamenti sanitari obbligatori per legge. 

 Allontanare i bambini? La famiglia nel bosco e il bisogno di “doppia ragionevolezza” 

 Istruzione parentale e isolamento dai coetanei 

 Nel corso del procedimento, i genitori producono un certificato di idoneità alla classe terza elementare per la bambina maggiore, rilasciato da un istituto privato di Brescia, a sostegno della regolarità del percorso di istruzione parentale. Tuttavia, al Servizio sociale e al Tribunale non vengono messi a disposizione la dichiarazione annuale al dirigente scolastico della scuola più vicina, necessaria per attestare la capacità tecnica ed economica dei genitori di provvedere all'istruzione parentale, né il progetto didattico-educativo previsto dal DM 8 febbraio 2021. Il certificato stesso non risulta regolarmente depositato alla dirigenza scolastica competente per la vigilanza. 

 Il Tribunale sottolinea che la misura cautelare non si fonda tanto sul pericolo di lesione del diritto all'istruzione, quanto sulla lesione del diritto alla vita di relazione (articolo 2 della Costituzione): i minori vivono in condizioni di marcato isolamento, senza rapporto stabile con bambini di pari età. L'ordinanza entra nel merito, richiamando in modo sintetico la letteratura scientifica (Vygotskij, Piaget, Bandura, Bronfenbrenner, Erikson) per descrivere i potenziali effetti negativi della deprivazione del confronto tra pari: difficoltà nell'apprendimento cooperativo e nel lavoro di gruppo; possibile riduzione dell'autostima e della motivazione scolastica; problemi nella regolazione emotiva e comportamentale, con rischio di isolamento o aggressività; minore empatia e difficoltà nel riconoscere l'altro; rischio di isolamento sociale, ansia o depressione; maggiore debolezza alla pressione del gruppo quando l'esposizione ai pari si verifica in ritardo; difficoltà nella gestione dei conflitti e nella costruzione dell'identità. 

 L'esposizione televisiva di minori 

 La socializzazione tra pari, conclude il Tribunale, è un ambiente necessario allo sviluppo di competenze sociali, emotive e cognitive essenziali. La sua assenza ostacola l'adattamento del bambino sia nel sistema educativo sia nella società. L'esposizione televisiva: i minori in prima serata Un ulteriore elemento che incide sulla decisione è la partecipazione dei minori a una trasmissione televisiva nazionale, Le Iene , l'11 novembre 2025. Il curatore speciale dei minori, in una memoria del 12 novembre, segnala che i genitori hanno fatto comparire i figli in TV, illustrando le condizioni di vita della famiglia. Il Tribunale rileva che ciò comporta la violazione del diritto alla riservatezza e all'identità personale dei minori, tutelato dall'articolo 16 della Convenzione di New York del 1989, dall'articolo 8 della Corte europea dei diritti dell'uomo e dall'articolo 7 della Carta dei diritti fondamentali dell'UE. Viene richiamato l'articolo 50 del Codice in materia di protezione dei dati personali, che estende il divieto di pubblicare o diffondere notizie o immagini idonee a identificare i minori a tutti i procedimenti giudiziari nei quali i minori siano coinvolti, non solo penali ma anche civili. L'ordinanza segnala che le vicende del procedimento sono state ampiamente diffuse su stampa, TV, online e social media , con pubblicazione di elementi idonei a identificare i bambini sia direttamente (foto, immagini) sia applicare (generalità e residenza dei genitori). Secondo il Tribunale, i genitori hanno così “fatto uso” dei figli per ottenere un risultato processuale a loro favorevole in un procedimento de potestate, ponendosi in conflitto di interessi con i minori e cercando di condizionare l'esercizio della giurisdizione attraverso la pressione dell'opinione pubblica, invece che utilizzare gli strumenti e le garanzie del processo. 

 La decisione: sospesa la responsabilità genitoriale e collocamento in casa-famiglia

 Alla luce di questo complesso quadro – condizioni abitative non sicure, rifiuto di collaborare stabilmente con il Servizio sociale, mancata esecuzione degli accertamenti sanitari isolamento, sociale e esposizione mediatica pregiudizievole – il Tribunale ritiene sussistenti “gravi e pregiudizievoli violazioni” dei diritti dei figli: all'integrità fisica e psichica; all'assistenza materiale e morale; alla vita di relazione; alla riservatezza. Sulla base dell'art. 473-bis.22 del codice di procedura civile, il Tribunale: 

1. sospende la responsabilità genitoriale di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham nei confronti dei tre figli; 

2. nomina un tutore provvisorio, individuato nell'avvocata Maria Luisa Palladino, foro di Vasto; 

3. ordina l'allontanamento dei minori dalla dimora familiare e il loro collocamento in casa-famiglia; 

4. conferma l'affidamento esclusivo al Servizio sociale, incaricandolo di dirigere l'esecuzione dell'ordine di allontanamento, di garantire sostegno psicologico ai minori e di disciplinare le modalità di frequentazione tra genitori e figli, con particolare attenzione al rischio di sottrazione; 

5. autorizza l'esecuzione con l'assistenza della forza pubblica, secondo modalità dettagliate in motivazione. 

 Esecuzione dell'allontanamento e ruolo della forza pubblica 

 L'ordinanza entra in modo anche nel piano operativo: sia i genitori (anche se sospesi) sia il Servizio sociale sono specifici tenuti a dare attuazione ai provvedimenti a tutela del minore; l'inosservanza può comportare responsabilità civile e, in determinate condizioni, penale; la forza pubblica, se richiesta, deve assistere il Servizio sociale quando vi sia pericolo per l'incolumità delle persone o rischio di resistenza attiva; può intervenire autonomamente per interrompere eventuali reati, ai sensi dell'art. 55 del codice di procedura penale; si richiamano i criteri operativi tipici delle attività di soccorso e repressione/interruzione di reati, tenendo conto che nel caso concreto vi è un pericolo – accertato o anche solo temuto in pendenza di istruttoria – per l'integrità fisica o psichica di persone incapaci, quali sono i minori secondo il provvedimento giurisdizionale; le modalità concrete di esecuzione rientrano nella discrezionalità tecnica degli operatori, con possibilità di coinvolgere anche professionisti dell'area sanitaria. Comunicazione alle autorità consolari e al giudice tutelare. Infine, il Tribunale dispone che il provvedimento sia comunicato alle autorità consolari del Regno Unito e dell'Australia, in applicazione dell'articolo 37, comma 2, della Convenzione di Vienna del 1963. L'obiettivo è favorire un'eventuale collaborazione per individuare risorse familiari alternative in grado di fornire alle carenze genitoriali. Una copia dell'ordinanza viene trasmessa anche al giudice tutelare presso il Tribunale di Vasto, mentre cancelleria e Servizio sociale del Comune di Palmoli sono incaricati delle ulteriori comunicazioni alle parti costituite, al tutor e agli uffici coinvolti. 

 Un caso internazionale 

 È un caso nazionale, addirittura internazionale. I media si scatenano. I bambini vengono protetti ma ormai è tutto un ribollire di commenti e prese di posizione. Persino il ministro della Giustizia Carlo Nordio annuncia l’invio degli ispettori al Tribunale dei minori, suscitando il sospetto che l'operazione sia di natura politica, viste le polemiche per la recente riforma della magistratura. Sembra addirittura che la vicenda abbia colpito il subconscio collettivo degli italiani, sedotti dall'idea di poter vivere nella natura. Se uno vuol vivere come Hansen e Gretel chi può impedirglielo? Sui social girano meme assortiti che ritraggono cappuccino rosso che non ha paura del lupo ma dei giudici dell'Aquila e altre scempiaggini del genere. 

 I bambini prima di tutto 

 In realtà questa vicenda, che sembra la trama di un film di Comencini, ha anche a che fare con la salvezza dei bambini. Se può turbare e persino urtare la letteratura scientifica inserita con grande sfoggio di titoli e autori per giustificare l'ordinanza, quasi che si possano allontanare dei bambini sulla base di disquisizioni accademiche, il vero punto cruciale è uno solo: fino a che punto può andare avanti la vita di quei bambini che bevevano acqua di pozzanghera o di ruscello (il padre diceva che in quella potabile c'era troppo cloro) rischiando la leptospirosi, che è un batterio mortale, o sono soggetti ai pericoli di prendersi una trave in testa, o di morire di polmonite, aggirandosi tutto il giorno per i boschi, magari per finire nelle mani di qualche malintenzionato o di perdersi venendo braccato da qualche animale? 

 Cosa dice la Costituzione 

 D'altro canto la Costituzione dice che spetta ai genitori educare i figli. È anche un problema di principio: se si possono allontanare i figli di una famiglia del genere allora lo si potrebbe fare con molti rom che mandano i figli a rubare, i padri e le madri inadempienti rispetto ai loro doveri, quelli che li lasciano tutto il giorno davanti al cellulare e non si curano di loro e via di questo passo. fino a considerare tutti coloro che non rispondono ai requisiti della letteratura scientifica ostentata dai giudici dell'Aquila. Ma i figli vanno protetti, educati, non basta l'amore incondizionato, sono loro l'interesse primario. Sempre. E i genitori sono responsabili della loro integrità fisica e morale. Se un genitore non vuole la trasfusione di sangue per suo figlio per motivi religiosi lo Stato ha il dovere di intervenire per salvargli la vita, o no? Non è il caso dei coniugi in questione, amorevoli nei confronti dei propri figli. Ma si può parlare anche di responsabilità di fronte al rifiuto di una casa (in campagna) con luce, acqua e servizi offerti gratuitamente dal sindaco? Un interesse primario, quello per i fanciulli, che per chi crede, ma anche per chi non crede, che ha radici fino al Vangelo. La speranza – e forse un po' anche il sogno – è che questa vicenda trovi un finale diverso dal presente: una famiglia riunita, un padre e una madre che accettano le regole minime per vivere con i loro figli senza metterne a rischio la salute o addirittura la vita. 

 Anche perché, se fosse accaduto un incidente – un fungo sbagliato, una trave malferma, una polmonite trascurata – oggi parleremmo di tutt'altro, saremmo qui a chiederci perché non abbiamo saputo proteggerli.

Famiglia cristiana

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giovedì 14 agosto 2025

CRESCIUTI SENZA INFANZIA

 


Quei rom alla guida

 dell’auto pirata?

 Bambini cresciuti 

senza infanzia 

che diventeranno 

uomini “amputati”

Dopo l'uccisione di un'anziana in via Saponaro, a Milano, investita da un’auto guidata da quattro ragazzini tra gli 11 e i 13 anni, ci si chiede: si sarebbe potuto evitare? Cosa si potrebbe fare per l'educazione e l’inclusione di bambini e ragazzi rom che vivono in emergenza abitativa? «Per combattere la povertà educativa è necessario un approccio integrato: scuola, sanità, lavoro».

Dialogo con Carlo Stasolla, fondatore e presidente dell’associazione 21 luglio che da anni mappa gli insediamenti rom e sinti nel nostro Paese

di Ilaria Dioguardi

Le magliette dei Pokemon. Le indossavano tre dei quattro bambini tra gli 11 e i 13 anni nel momento in cui, a bordo di un’auto rubata, lunedì 11 agosto hanno investito e ucciso a Milano la 71enne Cecilia De Astis, mentre attraversava sulle strisce pedonali. Indossavano magliette da bambini «ma sono adulti cresciuti troppo in fretta», dice Carlo Stasolla, fondatore e presidente dell’associazione 21 luglio, che dal 2010, con l’attività di advocacy, lavora per favorire il cambiamento di misure politiche che producono esclusione e marginalizzazione su base etnica.

Stasolla, un fatto come quello successo a Milano si sarebbe potuto evitare?

Il fallimento della società

Al di là della responsabilità individuale su cui non entro nel merito, è chiaro che ogni fatto di marginalità, soprattutto per la durata nel tempo (parliamo di famiglie che dagli anni ’90, quindi da 30-40 anni, vivono in quelle condizioni), è un fallimento della società.

È un fallimento della società perché non è riuscita ad avere strumenti, competenze, capacità per includere persone che nomadi non sono, che noi abbiamo reso nomadi attraverso le azioni di sgombero forzato. Quei ragazzini vivono una diffusa situazione di povertà educativa con evasione scolastica, con tutte le caratteristiche tipiche di chi vive la povertà educativa, che non sono solamente i rom. C’è tutta una “enclave” di periferie italiane dove si riscontrano le stesse problematiche che si riscontrano nei campi rom. Molti bambini non vanno a scuola, l’evasione scolastica è molto alta, la microcriminalità è diffusa e le competenze non ci sono. Quei bambini sono figli di rom di origini bosniache. Spesso queste famiglie, essendoci stata una cancellazione della cittadinanza, negli anni 2000, da parte dei governi che poi si sono staccati dalla ex Jugoslavia (parliamo di Bosnia Erzegovina, Montenegro, Serbia, Croazia), sono prive di documenti. Può essere che i genitori di questi ragazzini siano da 40 anni in Italia senza documenti. Quindi, in questa vicenda c’è una responsabilità istituzionale molto forte e grave. Parlo in generale, non entro nell’accaduto perché qui ci sono altre responsabilità che non spetta a me definire.

Per combattere la povertà educativa non basta lavorare solamente sulla scuola o sui minori, è necessario un approccio integrato che prevede il sostegno nella regolarizzazione documentale, l’inclusione abitativa, l’inclusione a livello sanitario e quella lavorativa.

 Poi è fondamentale la questione scolastica

A proposito di povertà educativa, cosa si dovrebbe fare per l’educazione e l’inclusione di bambini e ragazzi rom?

Prima di tutto, bisogna specificare che parliamo di bambini e ragazzi rom “che vivono in emergenza abitativa”, in questo caso: non tutti i rom vivono in povertà educativa. La nostra associazione aggiorna costantemente un sito, Il paese dei campi, con la mappatura e le informazioni degli insediamenti abitati da rom e sinti in Italia. Un dato interessante è che solo il 6% dei rom oggi in Italia vive nei campi, quindi dire che “i rom vivono nei campi” è assolutamente falso.

Per favorire l’educazione e l’inclusione di bambini e ragazzi rom che vivono in emergenza abitativa, anzitutto è centrale proprio la questione abitativa, bisogna avviare dei programmi. Il nostro lavoro come associazione è quello di dare supporto alle amministrazioni affinché le persone dal campo passino alla casa. Per combattere la povertà educativa è necessario un approccio integrato che prevede il sostegno e l’inclusione nella regolarizzazione documentale prima di tutto: senza documenti e senza residenza non si può fare nulla. Poi, sono necessari l’inclusione abitativa, l’inclusione a livello sanitario e quella lavorativa. Poi è fondamentale la questione scolastica.

Quindi, sono cinque gli assi importanti attraverso i quali, con un approccio integrato, una famiglia rom in emergenza abitativa può uscire dalla marginalità e includersi. Nei campi, che sono in superamento in tutta quanta l’Italia, lavoriamo su questi cinque assi. Un intervento legato solamente alla questione scolastica è insufficiente: se un bambino frequenta la scuola ma non ha, a casa, un posto dove studiare o dove mangiare un pasto, ogni tentativo è vanificato.

Dei bambini protagonisti della drammatica vicenda nel capoluogo lombardo, cosa vuole dirci?

Che sono bambini diventati adulti troppo in fretta. Sono bambini che si perdono tutta l’infanzia, il gioco, lo studio, il rapporto con i loro coetanei. Crescendo diventeranno degli uomini amputati di tanti valori che non hanno mai potuto conoscere e apprezzare. Hanno un futuro fortemente segnato, non c’è un’ascensione sociale in questi casi. I loro genitori sicuramente hanno vissuto le stesse vicende e, se non si cambia qualcosa, i loro figli faranno lo stesso. È qualcosa che diventa fisiologico in tutte le situazioni di esclusione, di marginalità e di povertà.

Un fatto come quello accaduto a Milano può alimentare facili stereotipi.

Sì, e faccio qualche riflessione. Nel caso specifico, molti come il ministro Matteo Salvini sbagliano perché dove vivono quei ragazzini non è un campo, né abusivo né formale, non si può sgomberare tecnicamente. C’è da fare una grossa riflessione su questi gruppi marginali di famiglie vittime di sgomberi forzati, che sono pochi in Italia, ma da 40 anni vivono in condizioni di grave marginalità e il governo centrale, il più delle volte anche i governi locali, fanno finta di nulla se non in occasione di questi eventi.

Il luogo in cui vivono quei bambini è uno spazio acquistato probabilmente dalle stesse famiglie o da una di loro, è un posto sulla Terra dove si sono collocate con delle roulotte, delle baracche. Chiaramente è una situazione di deprivazione, di povertà educativa molto grave. I ragazzini di cui parliamo sono di origine bosniaca. L’errore di fondo viene da quando negli anni ’90, con la morte di Tito e la disgregazione dell’ex Jugoslavia, molte persone della minoranza rom sono scappate in Italia. Se altrove, come in Germania, in Svezia, in Inghilterra, sono stati riconosciuti come rifugiati politici e hanno fatto dei percorsi di inclusione (tra l’altro nella ex Jugoslavia tutti quanti vivevano nelle case), in Italia ciò non è avvenuto.

 

E si fa un errore, in cui tra l’altro è caduta anche Debora Serracchiani, che in una dichiarazione ha affermato: «Non tutti i nomadi sono così». L’abbaglio è di considerarli nomadi. Chi è scappato dalla ex Jugoslavia per la guerra non è un nomade, queste famiglie non erano nomadi nel loro Paese, dove vivevano nelle case. In Italia c’è questo abbaglio culturalista per cui si dice che sono nomadi, vanno messi nei campi e dobbiamo creare degli spazi all’aperto per tutelare la loro cultura.

Sicuramente se vivono in campi oggi, a distanza di quasi 40 anni, è perché hanno subito diversi sgomberi. Oggi un gruppo molto marginale di rom vive come queste famiglie, in camper, appoggiandosi in punti nascosti della città. Come dicevo, il 94% vive in casa, altri in campi formali, come quello della Chiesa Rossa (che è un campo adiacente a quello in cui vivono a Milano quei ragazzini), o in campi informali, che sono molto pochi. Oppure, vivono in situazioni di povertà e di esclusione estrema, che è quella in cui vivono le famiglie di questi ragazzini.

VITA

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domenica 17 novembre 2024

IL MALE DELLA SCUOLA


 Il male della scuola? 

Essere 

“un mondo a parte”


 La scuola non è ancora riuscita a collegare ciò che si impara fra le sue mura con il mondo fuori. Anzi, pretende di lasciare fuori dalla scuola pezzi di vita, per esempio gli smartphone. È lecito immaginare che alcuni ragazzi facciano fatica a sostenere questa schizofrenia temporale che gli chiediamo di vivere? Che soffrono di più questa distanza tra il dentro e il fuori? Una rilettura dell'abbandono scolastico che non si limita a dare la colpa ai ragazzi che se ne vanno

 

-di Giuseppe Moscato

 I giovani e la scuola sono tra gli argomenti meno affrontati dai media mainstream, in particolare si parla pochissimo di “drop-out”, ossia dei ragazzi che abbandonano la scuola prima di concludere gli studi: un fenomeno in realtà piuttosto diffuso.

Su VITA, nella veste di genitore di un ragazzo con sindrome di Down, ho già riflettuto sulla “pratica dell’inclusione”, ovvero sull’efficacia dell’apprendimento che si realizza attraverso l’esperienza concreta e condivisa. Questo tipo di approccio non riguarda solo le persone con disabilità intellettiva, ma anche moltissime ragazze e ragazzi che semplicemente fanno fatica a stare sui banchi di scuola.

Partiamo da un presupposto: la scuola non è scuola se ciò che si impara dentro le sue mura non è collegato con il mondo che è fuori.

 Il sogno degli anni Ottanta

All’inizio della mia carriera come docente della scuola primaria, verso la fine degli anni Ottanta, scoprii l’esistenza di tutto un filone di sperimentazione didattica basata su modelli collaborativi, un filone nato in Italia attorno agli anni Sessanta e che conta nomi prestigiosi come don Lorenzo Milani, Mario Lodi, Loris Malaguzzi e prima ancora Maria Montessori. In quegli anni, durante l’esperienza di ricerca con il professor Roberto Maragliano dell’allora Laboratorio Tecnologie Audiovisive dell’Università Roma 3, insegnavo come maestro nel quartiere di Tor Bella Monaca a Roma e il mantra era proprio questo: i contenuti della scuola devono essere trattati attraverso una didattica che consenta di relazionarsi col mondo di fuori, per poterci stare dentro. All’epoca le tecnologie digitali iniziavano a entrare tra le nostre abitudini quotidiane ed eravamo convinti che anche la scuola doveva rinnovarsi.

La scuola non è scuola se ciò che si impara dentro le sue mura non è collegato con il mondo che è fuori. Ancora oggi non siamo riusciti a colmare quella distanza

Nonostante gli sforzi di tutto un movimento di docenti della scuola e delle università, ancora oggi non siamo riusciti a colmare quella distanza tra la scuola e il mondo che la circonda. Ci sono studenti che soffrono in modo particolare questa distanza, al punto tale da ritenere inutile frequentare la scuola: ecco il drop-out.

 I drop out e l’insostenibilità della “doppia vita”

Questi studenti spesso finiscono nel “paese dei dimenticati”, catalogati nel macro-contenitore della “dispersione scolastica”. Spesso sono ragazzi che non essendo stati accompagnati in modo adeguato dalla famiglia, vivono la scuola come mondo “altro” dal loro quotidiano. In molti casi la scuola definisce inadeguati questi ragazzi, spesso addossando le colpe ai loro genitori. Ed è qui a mio parere che il ragionamento deve prendere un’altra piega: invece di cercare la colpa dovremmo cercare la causa che alla fine dei conti condanna questi ragazzi.

Fra i giovani, specialmente nelle periferie delle grandi città, compaiono ogni giorno nuove manifestazioni di insofferenza che non trovano ancora un nome nel mare delle neuroscienze. Ragazzi e ragazze che non hanno riferimenti, che ricercano comunque e come possono un’identità dentro e fuori la scuola. Tra le varie problematiche comportamentali un esempio ormai diffuso è il disturbo oppositivo provocatorio, che si riferisce a coloro che si oppongono a quasi tutte le attività proposte dagli insegnanti. Ma non ci sono solo comportamenti definiti aggressivi: ci sono anche ragazzi, specialmente tra gli adolescenti, che non parlano mai, si isolano e per questo sono anche soggetti a fenomeni di bullismo. Fino a qualche tempo fa i ragazzi o le ragazze per cui veniva richiesto un insegnante di sostegno avevano una diagnosi, ma oggi le segnalazioni e le richieste aumentano anche in relazione a casi difficili, casi che spesso hanno a che fare con un comportamento che non si allinea con quello della maggior parte degli alunni della classe. Davvero non c’è nulla da fare per questi ragazzi?

Ci sono studenti che soffrono in modo particolare questa distanza, al punto tale da ritenere inutile frequentare la scuola: ecco il drop-out. Davvero non c’è nulla da fare?

Quanto può essere vera la famosa frase di don Milani quando definisce la scuola come «un ospedale che cura i sani e respinge i malati»? Ma poi sono davvero malati questi studenti?

 La responsabilità della didattica

Al di là degli studi che vengono fatti per identificare le cause di tali comportamenti, vorrei porre l’attenzione innanzitutto sui modelli didattici proposti e che almeno in parte potrebbero avere un effetto benefico su tutti i ragazzi, sia per quelli definiti bravi, sia per quelli definiti meno bravi.

Cosa differenzia la didattica moderna da quella del passato? Detta in modo semplice, nel passato l’apprendimento si sviluppa quasi esclusivamente attraverso azioni esecutive e ripetitive. C’è un’immagine sintetizza quel modello: l’insegnante in cattedra che spiega, indica gli esercizi da fare e gli studenti che possono intervenire solo se interpellati (le interrogazioni). Nella didattica moderna al centro della classe sono gli studenti che in piccoli gruppi studiano e ricercano secondo modalità collaborative, soluzioni ai problemi (problem solving) che il docente pone loro. Lavorare per piccoli gruppi vuol dire anche mettere insieme studenti e studentesse con caratteristiche e capacità di apprendimento diverse: in questo modo non solo si impara a studiare insieme, ma si mette in pratica un atteggiamento fortemente inclusivo.

Nel nostro paese però la scuola è per lo più ancorata al passato e la conferma più evidente l’abbiamo nelle strutture edilizie fatiscenti: scuole vecchie per una didattica vecchia. Avere davanti i nostri occhi lo stesso scenario, lo stesso ambiente, la stessa aula di cento anni fa ci fa credere che l’unica immutabile realtà della scuola sia quella. Moltissimi dei nostri figli frequentano nel 2024 una scuola di cento anni fa. Come è possibile che un ragazzo o una ragazza possano vivano quotidianamente in due dimensioni temporali distinte? È lecito supporre che non tutti gli studenti riescano a governare agevolmente questa doppia dimensione?

 C’è un altro elemento che complica le cose: la socializzazione. Se da un lato la scuola rifiuta la tecnologia o al massimo la ripropone secondo il vecchio modello (la Lim, percepita come uno strumento nelle mani dell’insegnante), dall’altro i ragazzi comunicano quotidianamente a distanza attraverso gli smartphone, usando per un verso un linguaggio povero, essenziale (ad esempio con la messaggistica), ma per altri versi molto complesso grazie ad altre forme comunicative come il video, l’audio e l’Intelligenza Artificiale. Ma se non c’è cultura e conoscenza si diventa vittime di un flusso incontrollato di informazioni: sono la conoscenza e la cultura che possono invece aiutarci a cercare il bandolo della matassa. Non si tratta quindi di “vietare” uno strumento come lo smartphone, ma di imparare a gestirlo. Moltissime informazioni oggi passano da Internet e la scuola non può esimersi dall’usare strumenti che permettono di attingervi, piuttosto deve adottare nuove strategie per elaborarle.

 I dati che mancano

Dei tanti studi statistici che vengono fatti e portati all’attenzione pubblica, mancano numeri aggiornati dei ragazzi che abbandonano la scuola. Mancano i numeri dei risultati ottenuti nelle poche scuole dove invece viene praticata una didattica moderna verso le scuole che sono ancorate ad una didattica tradizionale. Mancano a livello nazionale i numeri collocati nel tempo di studenti e studentesse con problemi che usufruiscono di un insegnante di sostegno e dell’evoluzione del loro percorso. La comunicazione di massa si occupa di altro. Domandarsi cosa fanno i più giovani non è considerato tema di interesse. I giovani non sono valorizzati e i più capaci, con le idee chiare, sono costretti ad andare fuori dall’Italia. Non mi stupisco se i più giovani hanno una bassa considerazione degli adulti, d’altra parte loro imparano dagli adulti: gli adulti per primi non “ascoltano” i più giovani. Fare autocritica non va più di moda, eppure l’autocritica è il passpartout per entrare in contatto con un mondo diverso da quello che conosciamo oggi.

 *Giuseppe Moscato è docente di scuola primaria, ex comandato dal 2005 al 2024 presso Indire

    VITA

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giovedì 19 novembre 2020

NELL'ORA DELLA PROVA

 PREGHIERA

José Tolentino Mendonça

«Non abbandonarmi alla tentazione» (Mt 6,13 e Lc 11,4). 

Prego lentamente queste parole, le ripeto giorno dopo giorno, facendole mie. Non abbandonarmi, Signore. Non abbandonarmi quando le pareti del tempo diventano instabili, e le parole di oggi assumono la rigidità del pane impastato ieri. 

Non abbandonarmi quando indietreggio perché è difficile, quando quasi mi inchino all’idolatria di quello che è comodo, prevedibile, ordinario.

Non abbandonarmi quando trovo che l’aurora tardi a irrompere e sopraggiunge la tentazione di pensare che alla notte succederà solo la notte.

Non abbandonarmi lasciando che io attraversi da solo i caliginosi corridoi dell’incertezza, o mi perda nel sentimento della stanchezza e della disillusione. 

Non abbandonarmi prigioniero del labirinto della solitudine, nel suo fittizio gioco di specchi che svuota il mondo di verità e di senso. 

Non abbandonarmi lasciando che io sparga nel tempo solo i semi infertili del mio lamentarmi.

Non abbandonarmi permettendo che io maledica e discrediti la vita, come se questa non fosse continuamente ricreata dall’azione del tuo Spirito.

Che la tua mano elevi la mia speranza al livello della luce più alta!

Che la fiducia che riponi senza posa in me ispiri le mie necessarie rinascite.

E che la tua presenza di amore mi insegni cosa vuol dire essere vitalmente impegnato nel qui e ora.

 www.avvenire.it

 

lunedì 6 luglio 2020

RIAPERTURA SCUOLE: RISANARE LE FERITE DEL COVID-19 - INVESTIRE SULL'INFANZIA


Monito del neuropsichiatra infantile, Ernesto Caffo: ascoltare bambini e ragazzi che tornano sui banchi di scuola, resi più fragili dall’isolamento vissuto nella pandemia. Fare rete per aiutarli. Gli Stati investono nell’educazione per tutelare l’infanzia

Roberta Gisotti – Città del Vaticano

Quarto seminario on line del ciclo per “Una Chiesa più sicura”, dedicato alla tutela dei minori e delle persone vulnerabili. Ad animare l’incontro è stato Ernesto Caffo, neuropsichiatra infantile, fondatore e presidente di Telefono Azzurro, l’associazione che ha sostenuto i webinar promossi dall’Unione internazionale delle Superiore generali (Uisg), insieme con la Pontificia Commissione per la tutela dei minori, il Centro per la tutela dei minori della Pontificia Università Gregoriana.
I danni della pandemia sui minori
Un’iniziativa voluta per allargare la conoscenza, nelle comunità ecclesiali e nelle società tutte, di problematiche ancora erroneamente ritenute marginali per una responsabile presa in carico dell’infanzia e di ogni altra persona resa debole dalle circostanze della vita. A chiudere il percorso la relazione di Caffo, collegato all’attualità del Covid-19, intitolata “Tutelare i bambini in seguito all’isolamento. In che modo la pandemia ha alterato le nostre relazioni?”.
La vita di ogni bambino è unica
Tante le suggestioni offerte dall’esperto di fama internazionale, che si è confrontato  con le molte domande poste dai partecipanti in vari Paesi del mondo al webinar, a partire dalla premessa che “La vita di ogni bambino è unica, importante e preziosa” e che  “ogni bambino ha diritto alla dignità e alla sicurezza”, come ribadito da Papa Francesco (Dichiarazione di Roma, 6 ottobre 2017). Da qui il monito di Caffo a ricordare - come sancito nella Convenzione dell’Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e in altre Carte internazionali - che il minore è sempre soggetto di diritto e mai oggetto di diritto o sfruttamento da parte di altri. Diritto primario alla cura e alla tutela, che purtroppo sono grandemente venuti meno durante la pandemia, che ha quasi ‘occultato’ bambini e adolescenti, chiusi in casa, allontanati dalle scuole e da ogni altro spazio, ambiente educativo, ricreativo e sportivo, privati della compagnia dei pari, dei parenti e soprattutto dei nonni, figure di grande rilievo nella formazione dei più piccoli, che spesso non hanno capito a fondo il motivo di questo isolamento.
Scuole chiuse e abbandono
Tutto ciò ha comportato, secondo dati dell’Unesco, danni al 90 per cento dei minori, imputabili soprattutto alla chiusura delle scuole, dove il ricorso all’insegnamento a distanza ha mostrato tutti i suoi limiti a sostituire l’educazione in presenza, oltre che rivelarsi del tutto fallimentare in situazioni familiari già socialmente svantaggiate. La chiusura forzata di bambini e ragazzi in ambienti di precarietà e promiscuità, materiale e morale, ha accresciuto i rischi di stress, disagi e violenze dirette o assistite e l’impossibilità di intervenire attraverso servizi sociali, che erano sospesi; particolarmente grave l’abbandono subito dai minori con disabilità fisica e mentale.
Disagi e stress nell’infanzia
In tutto il mondo sono aumentati – ha riferito Caffo – i disturbi del sonno, dell’alimentazione, dell’ansia e della depressione, dell’aggressività, della paura della morte non elaborata. Da qui l’urgenza di capire che il ritorno alla normalità, con la riapertura delle scuole e degli altri centri dedicati all’infanzia, non potrà non tenere conto di quando accaduto nei mesi del lockdown nel corpo e nella mente dei bambini e dei ragazzi, specie dei più piccoli da 0 a 6 anni, che non hanno avuto neanche il supporto delle attività a distanza e potrebbero avere introiettato esperienze negative senza possibilità di esprimerle in alcun modo se non a distanza magari di anni.
Il dovere primario dell’ascolto
Da qui l’appello accorato di Caffo rivolto agli adulti, ai genitori, ai familiari, agli educatori e a tutti gli operatori e alle agenzie, comprese le istituzioni cattoliche come parrocchie e oratori, che vengono in contatto con bambini e ragazzi, di porsi in loro ascolto, attentamente, cercando di cogliere i segnali di rischio e di stimolare in loro la resilienza, ovvero la capacità di volgere le negatività in positività, facendo perno sulle loro energie e su quelle delle comunità in cui vivono. Un ascolto responsabile e competente, ha insistito Caffo, che abbisogna di formazione specifica, su cui investire da parte degli Stati, specie sul personale scolastico e sui servizi sociali di risposta ai bisogni emergenti dell’infanzia, soprattutto dopo la denuncia da parte dei minori stessi e degli adulti di casi di sofferenze o di abusi e violenze.
Minori dimenticati e predati on line
La pandemia ha inoltre aumentato, come risulta da studi internazionali sulla rete, gli episodi predatori di pedofilia ai danni di minori, sovraesposti anche ai rischi di cyber bullismo e di altre forme di abusi, alla permanenza prolungata sulle piattaforme di giochi on line e ad intrattenere rapporti inconsapevoli con adulti.  
Fare rete, creare sinergie, investire
La strada da intraprendere dopo la pandemia è dunque quella – ha sottolineato Caffo – di una maggiore consapevolezza dei diritti dei minori da parte degli adulti, che riguardo il mondo digitale, entrato ancor più nel nostro quotidiano ordinario, debbono imparare loro stessi a conoscere bene la rete, a saperla gestire e a capire come tutelare bambini e ragazzi, che vi accedono liberamente fin dai primi anni di età. Sono obblighi di cura dell’infanzia non più rinviabili, che interpellano le famiglie, le aziende e gli Stati. Non è più pensabile che sia la scuola da sola a pensarci, come ci si è illusi in passato. Occorre fare rete, creare sinergie e affinare competenze nella stessa Chiesa e nella società.





martedì 15 gennaio 2019

RAPPORTO ISTAT - CRESCE L'ABBANDONO SCOLASTICO



L’ultimo Rapporto sul benessere equo e sostenibile (Bes) dell’Istat evidenzia che il trend di abbandono scolastico in Italia è in crescita! Nel 2017, infatti, i giovani di 18-24 anni che non sono inclusi nel sistema di istruzione e formazione e possiedono al più la licenza media sono aumentati, arrivando in un anno all’11,3% contro il 10,6% del 2016 (www.istat.it), sono il 21,2% in Sardegna e il 20,9% in Sicilia; in altre regioni, invece, la percentuale di giovani che abbandona è inferiore al valore medio europeo: in Abruzzo (7,4%), provincia di Trento (7,8%), Umbria (9,3%), Emilia-Romagna (9,9%), Marche (10,1%), Friuli-Venezia Giulia (10,3%) e Veneto (10,5%).



venerdì 12 agosto 2016

GUARDANDO OLTRE IL CIELO - STORIA DI UN AFFIDO

AFFIDO, 
UNA MERAVIGLIOSA AVVENTURA

La recente opera di Maria A. Corso  rappresenta una testimonianza di vita vissuta che la scrittrice ha voluto descrivere, evidenziandone sia i risvolti sia gli aspetti socio-psichici che implicano l'esperienza dell'affido.
Nella sua narrazione ha saputo coniugare magistralmente fantasia e realtà, con un tocco di estro che solo la sua passione, il suo amore e la sua voglia di riscatto le hanno consentito, attingendo al suo pozzo della fantasia.
Lo scorrere del racconto ha un evolversi che ogni lettore apprezzerà, proprio perché ne rimarrà colpito a tal punto da "divorare" pagina dopo pagina il libro per arrivare alla fine della storia.
La scrittura si presenta ricca, scorrevole, avvincente.

M. A. Corso, Guardando oltre il cielo, ed. Pitti, Palermo 2016, pagg. 206, € 16




          L'AFFIDO