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sabato 21 dicembre 2024

ANDO' IN FRETTA



IV domenica di Avvento


*Mi 5,1-4a; Sal 79 (80); Eb 10,5-10;

 Lc 1,39-45*



 Commento di Ester Abbattista

 

Nel racconto del Vangelo di Luca, che questa quarta e ultima domenica di Avvento ci propone, assistiamo a un viaggio e a un incontro alquanto particolari.

Innanzitutto, il viaggio. Il testo ci dice che Maria «si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda». Non viene spiegata la ragione di quella che sembra essere la decisione improvvisa e repentina di questo viaggio, la cui meta non è precisata. Nella tradizione il villaggio di Zaccaria e Elisabetta viene identificato con un sobborgo di Gerusalemme, distante circa 8 km dalla città vecchia, di nome Ein Karem, la cui possibile traduzione sarebbe «fontana del vigneto».

La stranezza di questo viaggio non è solo data da questa partenza repentina, ma anche dal fatto che per raggiungere questo villaggio, partendo da Nazaret, Maria deve fare diversi chilometri a piedi. Per avere un’idea del percorso, la strada più breve – che però è quella meno probabile perché passa dalla Samaria – sarebbe all’incirca di 140 km. È possibile che Maria abbia approfittato di un «passaggio» da parte di qualche gruppo di pellegrini che si recavano a Gerusalemme o di qualche carovana di mercanti.

Ciò che spinge comunque Maria a intraprendere il viaggio è il desiderio di incontrare la sua parente Elisabetta, il cui nome può significare «il (mio) Dio è pienezza», oppure «Dio è un giuramento». Già il significato del nome di questa donna ci riporta all’antefatto di questo incontro; infatti, l’evangelista Luca ha già informato il lettore sul fatto che Zaccaria e sua moglie Elisabetta erano avanti negli anni (Lc 1,7) e non avevano figli perché la donna era sterile.

La situazione però riceve un cambiamento attraverso l’annuncio dell’angelo Gabriele a Zaccaria, che lo informa sulla futura gravidanza della moglie. Sei mesi dopo qualcosa di simile avviene a Maria che, sempre per mezzo dell’angelo Gabriele, riceve anche la notizia del fatto che Elisabetta è incinta di sei mesi: «Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,36-37).

Il giuramento di Dio si è realizzato e ora Elisabetta può davvero proclamare «il mio Dio è pienezza» e tutto questo, inoltre, crea un legame tra le due donne ancora più forte. È proprio la visitazione dell’angelo Gabriele, che reca a Maria la notizia riguardo Elisabetta, insieme a quanto è successo a lei stessa «per opera dello Spirito Santo», che spinge questa giovane donna a voler incontrare l’anziana parente. In comune non hanno solo un figlio che nascerà, ma anche una «parola» che si è incarnata, una promessa che è diventata realtà.

Veniamo ora al compimento del viaggio, ovvero all’incontro di Maria con Elisabetta. La cosa che stupisce non è la gioia delle due madri nel ritrovarsi, ma quella dei loro grembi, come se il ventre dell’una fosse trasparente al ventre dell’altra: «Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo». C’è un midrash (un racconto della tradizione ebraica) che può aiutarci a comprendere questa scena.

Il racconto parla del passaggio del mar Rosso e di come il popolo, messo in salvo dopo aver attraversato il mare all’asciutto, proruppe in un canto di gioia. Eccone il testo in una versione riproposta da G. Limentani in Gli uomini del libro, 147-148: «Il popolo contava seicentomila anime, ma le voci che si fusero nell’inno furono innumerevoli come la sabbia del mare, come le stelle del cielo. Tutte le generazioni di Israele, da quel momento fino alla fine dei giorni, cantarono perché, quando i fuggiaschi si erano gettati in mare fidando solo nell’Eterno, i ventri delle donne erano diventati cupole di cristallo trasparente, attraverso le quali i figli a venire e i figli dei figli e i figli dei figli dei figli poterono contemplare il miracolo».

Non sappiamo quanto sia antico questo midrash, ma certamente ci può aiutare a comprendere il senso del racconto lucano: Maria porta con sé il Messia, l’incontro tra queste due donne si trasforma nella «visione» del compimento, una visione non solo della madre, ma anche del figlio che porta in grembo; un grembo che diventa trasparente. Così, ciò che non è ancora è già visibile, è già pienezza, è già annuncio di salvezza.

Inoltre, bisogna riconoscere, con amara ironia, che anche in questa pagina evangelica è a una donna, Elisabetta, che viene affidato l’annuncio di colui che «sta per nascere», dell’avvento del Messia, così come di nuovo sarà a una donna che verrà affidato l’annuncio della risurrezione, della pienezza di vita e della salvezza divenuta ormai realtà, promessa e futuro compimento.

Peccato che a tutt’oggi, nell’assemblea dei fedeli riunita nel nome del Signore, alle donne non sia ancora riconosciuto questo ruolo di «annunciatrici» del Vangelo.

 Il Regno

Immagine


 

 

mercoledì 21 dicembre 2022

MARIA ANDO' IN FRETTA


 "Maria si alzò e andò in fretta.

(Lc 1,39, tema della GMG 2023)

 All'Annunciazione, la Vergine Maria accoglie nel suo grembo Gesù, il Figlio di Dio, grazie all'azione dello Spirito Santo. Ella diventa consapevole della grazia unica e traboccante che Dio le dona. Una tale scoperta è fonte di gioia e non può che essere condivisa. Così corre ad Ain Karim, in Giudea, per visitare la cugina Elisabetta.

A Natale, Maria dà alla luce Gesù e lo offre in adorazione a San Giuseppe, ma anche ai pastori e ai Magi giunti a Betlemme, nome che significa "casa del pane" e che annuncia il sacramento dell'Eucaristia.

 La Vergine Maria ci conduce ancora oggi a Gesù e ci apre alla gioia di accoglierlo come il Salvatore che Dio dona all'umanità. Gesù è la risposta sconcertante alla nostra ricerca della felicità e del senso della vita. Attraverso di lui, Dio ce li offre non come un Babbo Natale che vizia i suoi figli, ma come un padre che ama i suoi figli, non come un mago che distrae per un momento i suoi spettatori, ma come un amico che li accompagna in ogni fase della vita. Questa scoperta trasforma un'esistenza e ci fa entrare nella gioia della speranza che il mondo sta cercando.

 La Vergine Maria vuole condividere con noi la sua esperienza dell’accoglienza di Cristo nel sacramento dell'Eucaristia, dove possiamo adorarlo sotto l'umile aspetto del pane e accoglierlo come pane per il nostro cammino. Quest'anno il Natale si celebra di domenica, il giorno per eccellenza dell'Eucaristia. Una coincidenza che evidenzia questo sacramento come un'estensione dell'incarnazione. Essendo stato formato nel grembo della Vergine Maria dall'azione dello Spirito Santo, Gesù può donarsi realmente e totalmente nell'Eucaristia. Come la Vergine Maria, possiamo non solo vederlo, toccarlo, ma accoglierlo nella nostra vita più intima. Le celebrazioni dell'Eucaristia durante il periodo natalizio ci portano non solo a testimoniare la speranza, ma anche a portare Cristo, fonte di ogni speranza, al mondo.

 Alla scuola della Vergine Maria, la festa della Natività di Cristo rinnovi la gioia della sua presenza umile e salvifica nella nostra vita. Possa sostenere la nostra preghiera e il nostro impegno al servizio della persona umana, giovane e adulta, malata e sana, nascituro e persona alla fine della vita.

 +Vincent DOLLMANN

Arcivescovo di Cambrai

A.    E. UMEC-WUCT


 

domenica 19 dicembre 2021

SI ALZO' E ANDO', CON SOLLECITUDINE


INCONTRO AGLI ALTRI 

CON UN VOLTO SERENO 

E SORRIDENTE

" .... Si alzò e andò. Nell’ultimo tratto del cammino di Avvento lasciamoci guidare da questi due verbi. Alzarsi e camminare in fretta: sono i due movimenti che Maria ha fatto e che invita anche noi a fare in vista del Natale. Anzitutto, alzarsi. Dopo l’annuncio dell’angelo, per la Vergine si profilava un periodo difficile: la sua gravidanza inattesa la esponeva a incomprensioni e anche a pene severe, anche alla lapidazione, nella cultura di quel tempo. Immaginiamo quanti pensieri e turbamenti aveva! Tuttavia non si scoraggia, non si abbatte, ma si alza. Non volge lo sguardo in basso, verso i problemi, ma in alto, verso Dio. E non pensa a chi chiedere aiuto, ma a chi portare aiuto. Sempre pensa agli altri: così è Maria, pensando sempre ai bisogni degli altri. Lo stesso farà dopo, alle nozze di Cana, quando si accorge che manca il vino. È un problema di altra gente, ma lei pensa a questo e cerca di trovare una soluzione. Sempre Maria pensa agli altri. Pensa anche a noi.

Impariamo dalla Madonna questo modo di reagire: alzarci, soprattutto quando le difficoltà rischiano di schiacciarci. Alzarci, per non rimanere impantanati nei problemi, sprofondando nell’autocommiserazione o cadendo in una tristezza che ci paralizza. Ma perché alzarci? Perché Dio è grande ed è pronto a rialzarci se noi gli tendiamo la mano. Allora gettiamo in Lui i pensieri negativi, le paure che bloccano ogni slancio e che impediscono di andare avanti. E poi facciamo come Maria: guardiamoci attorno e cerchiamo qualche persona a cui possiamo essere di aiuto! C’è qualche anziano che conosco a cui posso fare un po’ di aiuto, di compagnia? Ognuno ci pensi. O fare un servizio a una persona, una gentilezza, una telefonata? Ma a chi posso dare aiuto? Mi alzo e do aiuto. Aiutando gli altri, aiuteremo noi stessi a rialzarci dalle difficoltà.

Il secondo movimento è camminare in fretta. Non vuol dire procedere con agitazione, in modo affannato, no, non vuol dire questo. Si tratta invece di condurre le nostre giornate con passo lieto, guardando avanti con fiducia, senza trascinarci di malavoglia, schiavi delle lamentele – queste lamentele rovinano tante vite, perché uno si mette a lamentarsi e lamentarsi e la vita va giù. Le lamentele ti portano a cercare sempre qualcuno da incolpare. Andando verso la casa di Elisabetta, Maria procede con il passo svelto di chi ha il cuore e la vita pieni di Dio, pieni della sua gioia. 

Allora chiediamoci noi, per il nostro profitto: com’è il mio “passo”? Sono propositivo oppure mi attardo nella malinconia, nella tristezza? Vado avanti con speranza o mi fermo per piangermi addosso? 

Se procediamo con il passo stanco dei brontolii e delle chiacchiere, non porteremo Dio a nessuno, soltanto porteremo amarezza, cose oscure. Fa tanto bene, invece, coltivare un sano umorismo, come facevano, ad esempio, San Tommaso Moro o San Filippo Neri. Possiamo chiedere anche questa grazia, la grazia del sano umorismo: fa tanto bene. Non dimentichiamo che il primo atto di carità che possiamo fare al prossimo è offrirgli un volto sereno e sorridente. È portargli la gioia di Gesù, come ha fatto Maria con Elisabetta. ..."

Papa Francesco. Angelus



sabato 18 dicembre 2021

FESTINANTER


BENEDETTA 

FRA TUTTE LE DONNE ! 

- Quarta domenica di Avvento- 

Mic 5,1-4/ Eb 10,5-10/Lc 1,39-48

Commento di p. Paolo Curtaz

"Festinanter", sollecitamente, salgono l’ultima collina rallentando il passo sotto il sole cocente. Giuseppe sembra incoraggiare delicatamente il piccolo ciuchino che arranca. Maria non nasconde un velo di irrequietezza, provata dal lungo viaggio. I loro famigliari non hanno condiviso quell’improvvisa decisione di raggiungere Elisabetta. Giuseppe, invece, sì.

Parlano poco, lui e Maria. Molte cose hanno cambiato la loro vita nell’ultimo mese. Meglio il silenzio che custodisce lo spazio di Dio.

Nel racconto dell’incontro con l’angelo la sua promessa sposa ha saputo dell’imprevista gravidanza dell’anziana parente. E scende in Giudea per essere d’aiuto. Ma, anche, per capire se quello che è successo è reale. Se davvero Dio ha deciso di farsi uomo nel suo acerbo seno di adolescente.

Forse Elisabetta sa. O forse non sa nulla. Come accade anche a noi, quando il dubbio attraversa e devasta la nostra vita, la riempie di irrequietezza, facendoci credere di esserci sbagliati, che la vita è in mano al caos, che nessun Dio amante ama l’umanità. Benedetto dubbio, se ci fa uscire dalle nostre certezze, se ci mette in viaggio.

 Eccoli ora, nel cortile di casa. Zaccaria si fa loro incontro aiutando Giuseppe. Elisabetta, sulla soglia della porta, guarda Maria con un sorriso luminoso. Si guardano. Sorride anche Maria. Elisabetta porta una mano a sfiorarsi il ventre.

Benedetta, Maria! Benedetta fra tutte le donne! Benedetto colui che porti nel grembo!


Benedetta

Bene-dire, dire del bene. Fare del bene. Procurare il bene. Ogni gesto che porta alla vita, alla rinascita, alla positività, al perdono, all’amore, costruisce il beneOrmai assuefatti a parole come coltelli, rabbiose, ostili, affilate, dimentichiamo che è il bene a suscitare felicità. Ci vergogniamo quasi di essere buoni, di dire parole che costruiscono e gettano ponti, ad esprimere giudizi positivi. Oggi va di moda la rissa, la rabbia, il pensiero diretto e giudicante, il complotto. Vedere nemici ovunque. Natale che viene è l’incontro con una benedizione. 

Ogni Natale. Questo Natale. Maria ci viene incontro col suo sposo, ci porta Dio. È lei che affronta il viaggio. Un Dio piccino, ancora nel grembo, che deve nascere in noi, che vuole nascere in noi, se lo desideriamo. Se abbiamo il coraggio di accoglierlo. Allora, certo, la presenza nella fede del Dio che viene ci smuove, fa danzare dentro di noi il futuro, ci proietta avanti, oltre, sopra, dentro. 

Natale è scoprire con stupore, ancora una volta, che Dio viene, prende l’iniziativa. La sua è una scelta libera e stupefacente.  Nulla ci è dovuto. Tutto è stupore per chi sa vedere. Tutto è intessuto di Dio, anche quando viviamo nella paura di una pandemia, anche quando quelle che pensavamo essere nostre incrollabili certezze si sono prima incrinate e poi frantumate. Dio non ci libera dal male, lo condivide, lo supera, lo orienta a un di più.


Come hai fatto?

Beata te che hai creduto, proclama una stupita Elisabetta dall’alto della sua esperienza di vita.

Sì, Maria, come hai fatto a credere ad una cosa del genere?

Come hai fatto a credere che l’Infinito si è ristretto in te? Come hai fatto a credere ad un’enormità del genere?

Siamo beati, quando crediamo.

Beati, felici perché crediamo che Dio viene, ancora e ancora. Che non si stanca di noi uomini, che si fida, lui sì. Che intreccia storie di salvezza e di benedizione con ciascuno di noi.

Io credo, mi fido, ho fiducia.

E credere mi dona gioia, mi dona beatitudine.

Credo nella folle idea di un Dio che, per amore, diventa uomo, uno di noi.

Per perdonare i nostri peccati, come scrivevano i padri della Chiesa latini.

Per farci diventare come Dio, scrivevano i padri della Chiesa d’Oriente.

Per insegnarci a diventare più uomini, aggiungo io.

 

Abbracci a danze

Ora è tutti chiaro e luminoso.  Il piccolo Giovanni, profezia che cresce, danza nel ventre della madre. Sussulta.

Si abbracciano nella polvere, le due donne, sotto lo sguardo divertito dei mariti.

Danzano. E Maria canta. È tutto magnifico.

È un’esplosione di gioia, di luce, una benedizione che diventa danza e musica.

La gioia nasce da un abbraccio, la capacità di vedere il disegno di Dio all’opera nella nostra vita deriva da un incontro, sempre. È impossibile incontrare Dio se non attraverso l’esperienza di un abbraccio. Quando siamo amati e riusciamo ad amare scopriamo che Dio è amore.

Il mio spirito esulta in Dio mio salvatore!

 

 Sì, amici.

Pochi giorni al Natale, ormai. Secondo Natale di pandemia.

Dio, l’infinito, è qui. Incontrabile, raggiungibile.

Un Dio da abbracciare, da cullare, da riempire di baci.

Troviamo il tempo di esserci. Ritagliamoci un quarto d’ora di preghiera e di silenzio.

Se anche la pienezza deve giungere, la profezia che ci abita, feto che portiamo nell’intimo, la speranza, la fede che ci incoraggi e ci orienta, sussulta nel vedere che Dio si fa accanto, che c’è, che viene, che è bellissimo.

Siamo benedetti noi che accogliamo la sua presenza.

Siamo beati perché crediamo. È tutto magnifico.

Maria lo sa. E con lei Giuseppe. E Zaccaria. Ed Elisabetta.

E io.

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 Paolo Curtaz



sabato 22 dicembre 2018

UN CORPO MI HAI PREPARATO. Vangelo della IV domenica di Avvento

Vangelo: Lc 1,39-45
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.   Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Commento di don Alberto Brignoli
Viviamo in una società che ha il culto del corpo. Palestre, piscine, personal trainers, drastiche cure dimagranti, ritocchini estetici, beauty farm, tatuaggi, ricerca esasperata dell'efficienza fisica... sono tutte cose che fino a pochi anni fa non conoscevano un boom così esagerato come in questi ultimi tempi. E tutto ciò, nonostante la grave crisi economica dalla quale, ancora, si fatica a uscire. Pensate che nel 2017, gli italiani hanno speso per il benessere e la cura del corpo qualcosa come dieci miliardi di euro, che, rapportati al numero di abitanti, non sarebbe neppure molto (circa 170 € a testa l'anno), ma se escludiamo i minori che ci auguriamo siano fuori da questo giro, la spesa è notevole.
Premesso che io sono un paladino della libertà dei figli di Dio (anche di quella libertà che porta l'uomo a peccare e allontanarsi da Dio, perché è Dio stesso che ha deciso di crearci liberi), per cui ognuno può fare dei propri soldi ciò che vuole, purché non leda i diritti degli altri e non crei disuguaglianze; premesso, altresì, che per quanto ci si dia da fare per mantenere l'efficienza fisica, “zucche e meloni - come dice il proverbio - hanno le proprie stagioni”: è bene che teniamo presente anche un'altra cosa, che entra in evidente contrasto con quanto detto finora, ossia che non esiste solo una cura eccessiva del corpo, ma anche un attacco frontale al nostro corpo, cioè alla salute fisica e mentale proveniente dalle molte dipendenze cui ci sottoponiamo.
Prendiamo anche solo due dei vizi più diffusi in Italia: tabacco e alcolici. Sempre nel 2017, gli italiani hanno speso qualcosa come 43 miliardi di euro per fumo e alcool, vale a dire, mantenendo le proporzioni di prima, qualcosa come 715 € a testa l'anno. È agghiacciante pensare che spendiamo 170 euro per sistemare il nostro corpo e 715 per distruggerlo... Se a questo aggiungiamo che le spese delle famiglie italiane per l'istruzione e la cultura ammontano a poco più di 12 miliardi di euro l'anno, arriviamo a scoprire che, a testa, la cultura vale 200 euro l'anno, mentre alcol, fumo e cura del corpo ne valgono complessivamente quasi 1000... Contraddizioni spaventose, per di più - è proprio il caso di dirlo - fatte sulla nostra pelle, nel vivo della nostra carne...
E il nostro Dio ha, nonostante tutto, il coraggio di preparare un corpo al suo unigenito Figlio che sta per venire nel mondo? Ebbene sì, lo fa. E lo fa anche lui con tutta una serie di contraddizioni che ci vengono narrate dalla Liturgia della Parola di oggi.
Perché non è del tutto logico che una ragazzina poco più che quattordicenne (l'età in cui le nostre ragazze si fanno portare fuori dal cancello della scuola in macchina da mamma e papà...) si faccia a piedi in fretta e furia - e per di più in dolce attesa - 150 km per andare da Nazareth ad Ain Karim a fare visita a una parente pure lei in stato interessante, nonostante la non più giovanissima età: ed era talmente di fretta che ha preso la scorciatoia della regione montuosa... quasi non stesse più nella pelle di andare a vedere quello che Dio stava operando in sua cugina, e di comunicarle a sua volta quello che stava per accadere pure a lei. Ma anche qui, gli schemi della logica saltano, e non solo perché Maria, entrando nella casa di Zaccaria, se ne fa un baffo del padrone di casa e saluta direttamente Elisabetta, ma perché quest'ultima aveva già capito tutto, come se già sapesse (e vi ricordo che WhatsApp ha iniziato le proprie comunicazioni nel 2009, quando Elisabetta era scomparsa già da almeno 2000 anni...). Chi gliel'avrà detto? Suo marito muto? Non penso proprio... Certo, lo Spirito Santo, il grande protagonista di tutte queste vicende prenatalizie: il quale parla a Elisabetta attraverso una danza, un movimento quasi illogico di un feto di sei mesi che balla di gioia al sentire la voce di Maria; un nascituro che è testimone della grandezza di Dio già da un momento - quello della gestazione - in cui la nostra società, con tutta la sua scienza, a volte ha il coraggio di dire che non è ancora vita finché non è nata, per cui - se ti è apparsa in grembo in maniera indesiderata e inattesa - puoi anche benissimo sbarazzartene.
Ma Dio non ci sta, e alle nostre contraddizioni contrappone le sue: fa nascere vita da un grembo sterile e da una ragazza che conserva la propria verginità; al figlio di una classe sacerdotale dona lo spirito dei profeti (con i quali, si sa bene, i sacerdoti non è che andassero più di tanto d'accordo), e invece che nel tempio lo fa predicare nel deserto; invece di donare al popolo un Messia discendente dalla stirpe regale della famiglia regnante di Giudea, come avrebbe dovuto essere, lo prende da una famiglia di falegnami della Galilea, regione non certo tra le più raccomandabili, sia dal punto di vista della sicurezza che della fedeltà a Gerusalemme.
Così fa Dio: contraddice la storia degli uomini facendosi uomo lui stesso, prendendo un corpo come il nostro, senza l'assillo di farne oggetto di culto, donandoci vita laddove tutto sembrava ancora assopito (come nel grembo di Maria) o definitivamente perduto (come nel ventre di Elisabetta).
Non ci resta che accoglierlo: oramai è qui con noi.