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domenica 19 dicembre 2021

SI ALZO' E ANDO', CON SOLLECITUDINE


INCONTRO AGLI ALTRI 

CON UN VOLTO SERENO 

E SORRIDENTE

" .... Si alzò e andò. Nell’ultimo tratto del cammino di Avvento lasciamoci guidare da questi due verbi. Alzarsi e camminare in fretta: sono i due movimenti che Maria ha fatto e che invita anche noi a fare in vista del Natale. Anzitutto, alzarsi. Dopo l’annuncio dell’angelo, per la Vergine si profilava un periodo difficile: la sua gravidanza inattesa la esponeva a incomprensioni e anche a pene severe, anche alla lapidazione, nella cultura di quel tempo. Immaginiamo quanti pensieri e turbamenti aveva! Tuttavia non si scoraggia, non si abbatte, ma si alza. Non volge lo sguardo in basso, verso i problemi, ma in alto, verso Dio. E non pensa a chi chiedere aiuto, ma a chi portare aiuto. Sempre pensa agli altri: così è Maria, pensando sempre ai bisogni degli altri. Lo stesso farà dopo, alle nozze di Cana, quando si accorge che manca il vino. È un problema di altra gente, ma lei pensa a questo e cerca di trovare una soluzione. Sempre Maria pensa agli altri. Pensa anche a noi.

Impariamo dalla Madonna questo modo di reagire: alzarci, soprattutto quando le difficoltà rischiano di schiacciarci. Alzarci, per non rimanere impantanati nei problemi, sprofondando nell’autocommiserazione o cadendo in una tristezza che ci paralizza. Ma perché alzarci? Perché Dio è grande ed è pronto a rialzarci se noi gli tendiamo la mano. Allora gettiamo in Lui i pensieri negativi, le paure che bloccano ogni slancio e che impediscono di andare avanti. E poi facciamo come Maria: guardiamoci attorno e cerchiamo qualche persona a cui possiamo essere di aiuto! C’è qualche anziano che conosco a cui posso fare un po’ di aiuto, di compagnia? Ognuno ci pensi. O fare un servizio a una persona, una gentilezza, una telefonata? Ma a chi posso dare aiuto? Mi alzo e do aiuto. Aiutando gli altri, aiuteremo noi stessi a rialzarci dalle difficoltà.

Il secondo movimento è camminare in fretta. Non vuol dire procedere con agitazione, in modo affannato, no, non vuol dire questo. Si tratta invece di condurre le nostre giornate con passo lieto, guardando avanti con fiducia, senza trascinarci di malavoglia, schiavi delle lamentele – queste lamentele rovinano tante vite, perché uno si mette a lamentarsi e lamentarsi e la vita va giù. Le lamentele ti portano a cercare sempre qualcuno da incolpare. Andando verso la casa di Elisabetta, Maria procede con il passo svelto di chi ha il cuore e la vita pieni di Dio, pieni della sua gioia. 

Allora chiediamoci noi, per il nostro profitto: com’è il mio “passo”? Sono propositivo oppure mi attardo nella malinconia, nella tristezza? Vado avanti con speranza o mi fermo per piangermi addosso? 

Se procediamo con il passo stanco dei brontolii e delle chiacchiere, non porteremo Dio a nessuno, soltanto porteremo amarezza, cose oscure. Fa tanto bene, invece, coltivare un sano umorismo, come facevano, ad esempio, San Tommaso Moro o San Filippo Neri. Possiamo chiedere anche questa grazia, la grazia del sano umorismo: fa tanto bene. Non dimentichiamo che il primo atto di carità che possiamo fare al prossimo è offrirgli un volto sereno e sorridente. È portargli la gioia di Gesù, come ha fatto Maria con Elisabetta. ..."

Papa Francesco. Angelus



venerdì 4 gennaio 2019

ANNO NUOVO. TANTE SPERANZE, TANTE ASPETTATIVE

Le troppe aspettative generano malumore 
di Mariolina Cerotti Migliarese 
 
L’ultimo rapporto del Censis ci parla di un Paese sfiduciato, incattivito, egoista; potremmo dire che emerge il quadro di un Paese in cui si respira aria di malumore.
Sul piano psicologico, l’umore è la colorazione di fondo che accompagna le nostre giornate e ci rende più o meno piacevole affrontarle. Quando prevale l’umore cattivo (il malumore), esso si frappone come un velo sgradevole tra noi e la nostra esperienza; è come un fastidioso rumore di fondo che altera la percezione e ci rende irritabili, scostanti e pronti al conflitto. La parola 'umore' ha trovato la sua prima applicazione nella medicina ippocratica, secondo la quale la salute del corpo dipende dall’equilibrio tra i diversi liquidi che lo governano: nel linguaggio, dunque, si rivela una continuità di significato tra l’esperienza del corpo e quella della psiche, che ci guida a leggere il mal-umore come una situazione di disequilibrio.
Un malumore così diffuso e cronico come quello che oggi respiriamo ci interroga dunque su quale sia il disequilibrio cronico che ci troviamo a vivere. La risposta non è univoca, e diverse credo siano le radici di questo disequilibrio; ma qui voglio metterne in evidenza una in particolare: la continua discrepanza tra ciò che ci viene promesso e ciò che riusciamo nella realtà ad ottenere. Ci troviamo in un mondo che ci promette fin da bambini iperboliche soddisfazioni: soddisfazioni incredibili dei sensi (con esperienze di piacere insospettate e travolgenti), soddisfazioni incredibili nella vita sentimentale (che ci farà conoscere un amore capace di saturare ogni desiderio), soddisfazioni nella vita sociale (con una visibilità altamente gratificante e alla portata di ciascuno). E ci viene detto, fin da bambini, che siamo speciali: dunque, ci meritiamo la fortuna che ci è promessa.
Tutto induce in noi un atteggiamento di credito. Siamo in credito perenne verso la vita: chi è nato in ambiente fortunato pretende la giusta risposta al suo essere 'speciale'; chi in ambiente sfortunato pretende un risarcimento che lo faccia partecipare al grande banchetto promesso. Con queste premesse, la vita non può che risultare deludente: la vita con le sue fatiche, le sue ombre, il suo bisogno di pazienza e attesa ci risulta del tutto insoddisfacente e non siamo in grado di apprezzare le gioie reali che ci regala continuamente. Siamo in perenne attesa della cosa 'speciale', stra-ordinaria, super-eccitante, super-soddisfacente. Siamo in attesa di una auto-realizzazione che non sappiamo bene cosa sia.
Ecco allora il malumore che consegue a tutte le piccole e grandi contrarietà che ogni giornata ci presenta: il traffico, il vicino scostante, la moglie (il marito) che invecchia, la salute che vacilla, le mille incombenze noiose della quotidianità.
Dov’è, per noi (per me, per te) quell’amore speciale e travolgente, dov’è quella sensazione 'che non hai mai provato prima', quel successo che ti cambierà la vita e che sembra debba trovarsi a portata di mano? Perché tutto questo sembra così vicino, ma riguarda sempre qualcun altro?
È come se venissimo continuamente preparati per qualcosa che non accade mai: caricati di aspettative su noi stessi e sul mondo, ma inutilmente. La vita trascorre come una promessa che non si realizza, lasciandoci perennemente insoddisfatti perché lontani dalla nostra vera natura: dai nostri sensi, non più capaci di vibrare in ogni esperienza; dall’oggi, perché aspettiamo sempre un ipotetico domani; dalla capacità concreta di generare vita e progetti, perché non siamo certi che saranno speciali come li vorremmo.
A queste condizioni la vita implode provocando stagnazione, e con essa una cronica sensazione di mal-umore: la vita che ristagna provoca infatti un malessere che è insieme della mente e del corpo, che sono così inscindibilmente connessi nella natura dell’uomo.