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martedì 16 dicembre 2025

MATEMATICA IN CRISI

 


Matematica in crisi,

 programmi 

troppo densi.

Serve meno ma meglio: pochi studenti acquisiscono consapevolezza, gli altri restano indietro”

 

-di Vincenzo Brancatisano

 L’insegnamento e l’apprendimento della matematica sono in crisi: solo una minoranza di studenti acquisisce una reale consapevolezza, mentre la maggior parte resta indietro”. Daniele Gouthier, matematico, formatore e autore di ben conosciuti libri di testo scolastici, saggi e non solo, accende un faro su quella maggioranza di studenti che un po’ in tutti gli ordini di scuola fa fatica a capire la matematica, come dimostrano i dati sempre più scoraggianti sugli apprendimenti della materia, un sommerso nel quale si stenta ad agire in maniera efficace. Ma “è a questi sommersi che la scuola deve guardare – insiste Gouthier, che è anche docente al Master in Comunicazione della Scienza della Sissa di Trieste – perché nel mondo del lavoro sempre più matematizzato e in una democrazia fondata su temi tecnico-scientifici non possiamo permetterci cittadini privi di alfabetizzazione matematica”.

 Non si tratta di far diventare tutti matematici o scienziati, o immaginare che tutti siano potenzialmente matematici, come pure spesso si pretenderebbe, in classe, nel momento in cui si esige da tutti la stessa prestazione dimenticando l’esistenza di intelligenze multiple: si tratta semmai di attrezzarsi al meglio per individuare la matematica che serve a quanti matematici non saranno ma che del ragionamento e del pensiero razionale non potranno fare a meno se non a pena di conseguenze personali e di un indebolimento collettivo di una democrazia, che ne risulta incompiuta sul versante della comprensione dei fenomeni sociali e politici. E quando chiediamo a Gouthier di indicarci le cause di tutto questo, lui ne indica due tra le principali: “Programmi troppo densi e affrettati – soprattutto nei primi anni – e insegnanti spesso senza una preparazione matematica profonda, costretti a ripararsi in tecnicismi e regolette”. E allora che cosa servirebbe? “Serve meno ma meglio: serve selezionare pochi contenuti essenziali, lavorati con lentezza, e serve definire i saperi minimi per il cittadino non matematico. Occorre dare voce agli insegnanti, promuovere formazione tra pari e creare spazi di confronto verticale tra diversi ordini di scuola. Solo attraverso dialogo, supporto reciproco e scelte consapevoli è possibile rispondere alla crisi attuale”.

Nei giorni scorsi l’autore ha partecipato a Udine al VI Congresso nazionale della Federazione Italiana Mathesis intitolato “Didattica della matematica nell’era digitale, tra innovazione, creatività e tecnologia”.E domani, Gouthier sarà a Roma dove il suo libro “Matematica fuori dalle regole” è finalista al Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica, promosso, tra gli altri, da CNR e RAI Scuola. Un’eccezione, visto che i libri di matematica raramente sono protagonisti di questa fase finale.

Professor Daniele Gouthier, quali sono i problemi della didattica della matematica nell’era digitale, tanto per riprendere il titolo del Congresso di Udine?

L’era digitale aggiunge aggravanti ma i problemi sono analogici e tradizionali e poco figli dell’era digitale.

Qual è il problema più urgente?

È sempre più importante formare alla matematica i non matematici. Il mondo del lavoro richiede competenze. La democrazia richiede una consapevolezza che permetta ad esempio di leggere dati e grafici, almeno alcuni. Quindi c’è bisogno di una riflessione – che non vedo – su quale didattica della matematica dare all’ottanta per cento della popolazione che non ha fatto una solida consapevolezza matematica ma che ha diritto ad avere strumenti di pensiero. A questo proposito io vedo quattro problemi. Il primo è di ordine teorico: quale matematica serve ai cittadini non matematici di domani? Quando lo studente sarà diventato adulto di cosa avrà bisogno?

E quali sono le risposte date dalla comunità scientifica o scolastica?

Queste riflessioni non si fanno o, nel miglior dei casi, non vengono a galla, non sono portate a compimento.

Perché non si fanno?

Il perché onestamente non lo so. Quello che io vedo nella parte più matematica della comunità è che c’è un’attenzione forte per gli aspetti tecnici, molto specialistici, e poca per quelli culturali. La matematica ha più dimensioni: tra queste, una funzionale e una culturale. È fatta dagli uomini in epoche e luoghi diversi, ma questo a scuola non ha cittadinanza. Tutto è ridotto a tecnica e operatività. Ci sarebbe anche una dimensione etica: la matematica ci insegna ad avere comportamenti e chiavi di lettura del mondo che hanno un valore: mettere al centro l’uguaglianza, ad esempio, astrarre e generalizzare, per non ridurre tutto e sempre alla sola esperienza individuale, aneddotica. Io vedo nei matematici un’attenzione maggiore alla dimensione specialistica e molto meno a quelle culturale ed etica e questo si riflette anche sulla mancata riflessione su cosa serve ai cittadini non matematici.

Come entra la scuola in questa riflessione?

Qui c’è un punto più interno alla scuola. Io respiro una grande fatica: alla scuola viene chiesto troppo, di tutto. La scuola è stata sovraccaricata di tante richieste e di tante aspettative, mentre avremmo bisogno di un insegnamento più leggero. Un insegnamento che consenta di sostare, cioè di stare sui contenuti.

Perché è importante sostare?

Perché esistono molte forme di intelligenza. In un’aula ci sono quelli che sono bravi con il calcolo, quelli bravi con la rappresentazione, quelli con l’argomentazione e così via: dobbiamo dare spazio a tutte queste persone. Se aumentiamo i contenuti inevitabilmente corriamo dietro agli aspetti tecnici e selezioniamo come bravi in matematica quelli che sono bravi nel calcolo e nella tecnica. E questo penalizza l’apprendimento.

Eppure, molti docenti si limitano a dire che è sempre stato così.

È sempre stato così ma oggi è molto pesante. Se va a vedere i programmi dei licei dei nostri tempi c’erano molti meno contenuti, meno esercizi. Un tempo nei libri c’erano circa 5.000 esercizi, oggi un libro della scuola media ne ha 15.000 e questo non consente di distinguere ciò che è importante da ciò che non lo è: occorre alleggerire.

E com’è vissuta questa istanza di alleggerimento da parte della comunità?

Tutti sono d’accordo quando si parla degli ordini di scuola che precedono il proprio. Poi quando vado dagli insegnanti della scuola media mi sento dire che occorre fare tanto perché servirà alle superiori. E alle elementari è lo stesso. Nessuno è disposto a rivedere la propria programmazione in modo da restringere i contenuti, ognuno pensa che lo debbano fare gli altri, e alla fine non lo fa nessuno.

Veniamo al terzo punto

Il terzo punto, collegato a una didattica più leggere e più lenta, è che dobbiamo metterci d’accordo sui saperi minimi. Il Ministero dell’Istruzione dice: devi muoverti in questo campo, ma non dice che cosa devono sapere al minimo i ragazzi alla fine di ogni ciclo. Ad esempio, le potenze e le radici quadrate sono da sapere alle medie oppure no? Con che profondità? A che livello? E alla primaria è importante conoscere la forma della figura o è importante calcolare l’area? Dobbiamo individuare i saperi minimi altrimenti si fa sempre di più, con conseguente ansia da prestazione.

Spesso sono le famiglie a chiedere di più, specie alla primaria, quando i genitori si accorgono che in qualche altra classe parallela a quella frequentata dai figli si è più avanti nel programma. È così?

Proprio così. La questione delle famiglie si collega tra l’altro alla sicurezza di sé degli insegnanti, che si sentono in questo momento sotto attacco proprio delle famiglie. E se non concordiamo sui saperi minimi gli insegnanti si livellano verso l’alto sulle Indicazioni nazionali e sui libri di testo, che poi sono la stessa cosa. E questo non va perché si finisce per pensare che si debba fare tutto quello che c’è scritto nel libro.

Questo succede specialmente quando i docenti sono alle prime armi.

È vero o quando hanno, per ragioni legittime di formazione e di storia di vita, una consapevolezza matematica non amplissima.

Veniamo al quarto aspetto.

Il quarto punto è che la matematica è una disciplina nella quale molti di coloro che la insegnano non si sentono o non sono adeguati a farlo.

Che cosa intende?

Le maestre hanno spesso una formazione matematica debole e chi insegna alle medie ha una laurea in scienze biologiche, in chimica, in scienze naturali, in scienza della nutrizione, cioè ha una formazione matematica poco solida e spesso insegna sulla difensiva, essendo a disagio. E questo in un futuro prossimo succederà anche alle superiori, perché il mercato del lavoro attira i laureati a fare lavori diversi dall’insegnamento, attrae verso professioni con un miglior riconoscimento economico e sociale. Sembra che svolgere un lavoro di tipo matematico in un altro contesto sia meglio che farlo a scuola: io non la penso così ma quello che conta, ci piaccia o meno, è la considerazione sociale. E dunque come facciamo ad aiutare le persone che insegnano matematica – verso le quali dobbiamo avere rispetto e gratitudine per il ruolo che ricoprono – a insegnarla in modo significativo? È un problema che ci dobbiamo porre.

Come si fa, secondo lei?

Un punto centrale è favorire il confronto. Trovare i modi per costruire una formazione tra pari: colleghi che formano colleghi. Abbiamo bisogno che inizino a emergere insegnanti di matematica che siano autorevoli per i colleghi. Che si dia spazio a chi studia la matematica e il suo insegnamento per favorire la crescita di una comunità insegnante che si ponga il problema dello scambio, del confronto a favore di una dinamica che faccia fare un passo avanti a tutti.

Questo richiede tanta umiltà.

Serve umiltà e occorre che sul territorio ci siano sedi di dialogo che a me piace immaginare come dei “tè della matematica”, luoghi dove ci si confronti sulla matematica; luoghi nei quali insegnanti di ogni ordine e grado si trovino anche in maniera informale. Io partirei da qui per favorire un maggior dialogo tra insegnanti dei diversi ordini di scuola.

Tutto questo perché?

Vorrei che chi insegna ai bambini più piccoli avesse una visione dei contenuti previsti negli ordini di scuola successivi: non voglio che una maestra parli dei polinomi ma voglio che sappia che poi i suoi allievi dovranno affrontarli, e che presti attenzione a non creare i germi di future misconcezioni. Nel verso opposto, è necessario che gli insegnanti delle superiori sappiano quali sono i cambiamenti sociali che stanno emergendo, cambiamenti che le maestre vivono alcuni anni prima di loro. Si pensi se l’avessimo fatto quanto hanno iniziato a emergere problemi seri di comprensione del testo: se avessimo avuto queste occasioni di scambio, gli insegnanti delle superiori avrebbero avuto, prima, gli elementi per affrontare questa ondata problematica. Ci sono professionalità, esperienze, qualità a tutti i livelli: dobbiamo favorire lo scambio e l’osmosi per un insegnamento della matematica meglio coordinato e armonizzato.

Perché non ci sono questi suoi “tè della matematica”?

Io qualche idea ce l’ho. Penso che siamo in un’epoca molto individualista, in generale, anche fuori dalla scuola, nella quale ognuno è convinto di bastare a sé stesso, e così il confronto non parte nemmeno. Una seconda ragione è che la scuola è oberata da momenti di incontro che non hanno alcun significato e impatto e dunque qualsiasi offerta di incontro ulteriore viene vista come una perdita di tempo e come una fonte di pressione e stress.

I tanti docenti nostalgici della scuola di una volta sostengono che tante preoccupazioni sono superflue, che per ottenere i risultati di una volta sarebbe sufficiente tornare a essere severi con gli studenti e bocciare quando gli studenti non raggiungono gli obiettivi.

Intanto una volta non c’era l’obbligo scolastico che c’è oggi e non è che tutti noi che abbiamo conseguito quell’obbligo siamo andati alle superiori. La popolazione che proseguiva oltre le medie era più selezionata e motivata allo studio ed è chiaro che di conseguenza riusciva meglio. Cinquant’anni orsono ci ponevamo molto meno l’obiettivo di non lasciarci indietro qualcuno, e se qualcuno abbandonava la scuola la preoccupazione generale era molto scarsa: non era un tema in agenda tanto quanto lo è oggi. E si potrebbe continuare con le differenze sociali e culturali. Fare questi confronti è scorretto: stiamo parlando di due universi troppo diversi.

Tornando alla didattica della matematica, molti insegnanti pensano che per risolvere un problema matematico ci sia una sola strategia e impongono quella agli alunni. Del resto, si dice che la matematica non è un’opinione.

È vero che lo si dice… ma non è proprio così. Di fronte a un problema ci possiamo muovere in maniere diverse, possiamo esercitare la nostra libertà di pensiero e di creatività. Occorre spingere alla costruzione del pensiero autonomo ma anche all’esperienza del trovarsi in difficoltà. Molto spesso si pensa che tutto va bene quando tutto è facile: la matematica, invece, non si capisce al primo colpo. In matematica occorre sperimentare gli errori, trovarsi in difficoltà, e se vogliamo che i ragazzi maturino un proprio pensiero, non possiamo immaginare che questo accada in poco tempo, quasi schiacciando un bottone: abbiamo bisogno che facciano i propri tentativi, che sbaglino e che riprovino. Meglio una risoluzione sbagliata, che però è autentica e “propria”, piuttosto che una procedura replicata in modo meccanico.

E invece?

E invece c’è la spinta a una matematica nella quale imitiamo ragionamenti fatti da altri senza un’autonomia di pensiero.

 Orizzonte scuola

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lunedì 6 ottobre 2025

IL PROGRAMMA o LE PERSONE?

 


Docenti costretti a scegliere tra programmi ministeriali e cura degli studenti adolescenti. 

Chi sceglie i ragazzi rischia

 



Di Andrea Carlino

 

Alla Fiera delle Parole di Padova, il filosofo Umberto Galimberti ha tenuto una lectio magistralis dal titolo “La tecnica, la terra e l’uomo. Un filo da ricucire”, analizzando la crisi dell’epoca contemporanea e dedicando passaggi cruciali alla condizione giovanile e al ruolo della scuola. Nel suo intervento, Galimberti ha denunciato come l’età della tecnica abbia privato l’esistenza di senso, con conseguenze drammatiche soprattutto per le nuove generazioni.

Galimberti ha affermato che i giovani di oggi soffrono per una ragione culturale, non semplicemente psicologica. Al centro della loro sofferenza c’è l’assenza di prospettive: “per loro è stato tolto il futuro”, ha dichiarato il filosofo, spiegando come la droga rappresenti per molti ragazzi un anestetico dall’angoscia che provano quando “sporgono lo sguardo sul futuro”. Poi ha invitato genitori e nonni a non ripetere la frase “ai miei tempi”, sottolineando che nelle generazioni precedenti il futuro “era lì ad aspettarmi”. Galimberti ha ricordato di aver insegnato filosofia in un liceo a ventun anni, quando ancora non era laureato, perché “non c’erano filosofi” e il futuro era accessibile. Oggi, invece, chi studia filosofia “potrà fare cose eccellenti ma non potrà mai insegnare filosofia”.

La condizione giovanile contemporanea è caratterizzata da quella che Nietzsche definiva nichilismo: “manca lo scopo, il futuro non è più una promessa, manca la risposta al perché”. Perché studiare, perché lavorare, perché stare al mondo sono domande che non trovano più risposte convincenti in un’epoca dominata dalla tecnica e dalla mancanza di senso.

Scuola ingabbiata dall’apparato

Galimberti ha dedicato un passaggio importante alla scuola, denunciandone la trasformazione in apparato tecnico che privilegia l’esecuzione dei programmi ministeriali rispetto alla cura degli studenti. Il filosofo, poi, illustrato un esempio emblematico: un insegnante che svolge tutti i programmi dall’inizio alla fine “senza aver mai guardato in faccia uno studente, senza averlo mai seguito in quell’età incerta che si chiama adolescenza caratterizzata da entusiasmi vertiginosi e depressioni abissali” viene premiato dal sistema. Al contrario, un docente che si occupa degli studenti, che parla con loro, che li segue nella loro evoluzione adolescenziale ma non termina i programmi “rischia il posto”.

La scuola, secondo Galimberti, è diventata uno dei tanti apparati che impongono “azioni prescritte e descritte” secondo i valori della tecnica: efficienza, produttività, velocizzazione del tempo. L’insegnante è ridotto a funzionario che deve garantire il funzionamento del sistema, proprio come accade in banca, in ospedale o in tribunale. La logica sottesa è quella che Galimberti definisce “logica nazista”, citando le riflessioni di Gunther Anders: ciò che conta non è cosa si prova, ma far funzionare il sistema.

Cambiare paradigma

Per uscire da questa situazione, il filosofo ha proposto un radicale cambiamento di paradigma: passare dall’antropocentrismo cristiano al biocentrismo, ponendo al centro non più l’uomo ma la vita di tutti i viventi. Poi ha Francesco d’Assisi come precursore di questa visione, capace di parlare di “fratello sole, sorella luna, fratello lupo”, superando l’idea dell’uomo al vertice del creato. Solo attraverso un’evoluzione culturale, ha concluso Galimberti, sarà possibile difendere la terra e garantire un futuro alle nuove generazioni. La cultura rimane infatti “l’antitesi massima al potere” perché crea persone critiche, capaci di pensare e obiettare.

  OrizzonteScuola

 


sabato 20 settembre 2025

I NUOVI PROGRAMMI "RIMANDATI"

 


INFANZIA, PRIMARIE 

E SECONDARIE 

DI PRIMO GRADO

Il Consiglio di Stato sospende il parere sulle Indicazioni del Ministero per le scuole: «Inadeguate»

 Nel testo troppi refusi 

Dubbi anche su latino alle medie, coperture e motivo del rinnovo. 

Valditara: Non è bocciatura

 «Lacune strutturali», «aspetti inadeguati allo scopo» ma anche refusi e scarsa accuratezza redazionale. Sono questi alcuni dei motivi con cui ieri il Consiglio di Stato ha momentaneamente sospeso il parere sulle Indicazioni nazionali, ovvero i programmi scolastici per le scuole d’infanzia, primarie e secondarie di primo grado che il Ministero dell’Istruzione e del Merito aveva presentato – come da prassi – all’organo consultivo. I giudici esprimono perplessità sull’introduzione dell’insegnamento del latino come materia facoltativa alle scuole medie: una misura che rischia di aumentare il divario tra gli studenti e solleva problemi organizzativi visto che i docenti di lettere potrebbero non possedere i requisiti necessari per l’insegnamento del latino. 

Il Consiglio di Stato ha fatto poi una valutazione economica e messo in dubbio che alcune delle nuove indicazioni potrebbero non godere poi di un’effettiva disponibilità di risorse. Infine, vi sono delle mancanze formali: la documentazione predisposta dal Ministero non contiene evidenze misurabili delle carenze degli attuali programmi e risultano assenti indicatori quantitativi per misurare l’efficacia degli interventi proposti, peraltro poco giudicati dal Consiglio poco coerenti con le normative europee. 

 poi ci sono le osservazioni linguistiche: i giudici hanno segnalato una lunga serie di refusi (da «realità» invece di «realtà» a dimotrare» al posto di «dimostrare») che, insieme all’uso errato dei pronomi e delle virgole nei posti sbagliati, evidenziano la scarsa accuratezza sul provvedimento. Alla notizia i sindacati vanno all’attacco: «Siamo di fronte a un impianto fragile e distante dalla realtà delle scuole » dichiara Uil Scuola Rua; mentre Flc Cgil aggiunge: «Le Indicazioni nazionali 2025 rappresentano una pericolosa operazione di revisione della cultura democratica della scuola e del Paese». 

Da parte sua il ministro Giuseppe Valditara chiarisce che non si tratta di una bocciatura ma di « un parere di natura interlocutoria» per il quale al Ministero basterà integrare la documentazione per permettere alle nuove indicazioni nazionali per la scuola di proseguire nel loro iter.

 www.avvenire.it

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mercoledì 12 marzo 2025

I NUOVI "PROGRAMMI" A SCUOLA

 


Nella scuola di domani ci sono latino e IA

 Via al dibattito sulla proposta del governo

 

I nuovi “programmi” entreranno in vigore dall’anno scolastico 2026-2027. 

Tra i suggerimenti agli insegnanti, incoraggiare la lettura di «almeno tre libri» all’anno alle medie. 

Attenzione puntata anche sulla scrittura a mano e la lettura ad alta voce

Nella scuola del futuro latino e Intelligenza artificiale  saranno tra gli assi portanti delle nuove Indicazioni nazionali /ICP

 

-         di PAOLO FERRARIO

-          La scuola di domani sarà un mix di tradizione e innovazione, con il Latino e l’Intelligenza artificiale a segnare idealmente il perimetro delle nuove Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo (elementari e medie), prodotte dalla commissione ministeriale, incaricata dal Ministero dell’Istruzione e del Merito di aggiornare i “programmi” datati 2012. La commissione, coordinata da Loredana Perla, professoressa ordinaria di Didattica e Pedagogia speciale all’Università “Aldo Moro” di Bari, è composta da esperti di diversi settori disciplinari. Tra questi, Ernesto Galli della Loggia per la Storia e Uto Ughi per la Musica. La bozza è stata pubblicata ieri sul sito del Mim e sarà la base di partenza della discussione pubblica che, dai prossimi giorni, coinvolgerà associazioni professionali e disciplinari, associazioni dei genitori e degli studenti e le organizzazioni sindacali della scuola. Le nuove Indicazioni nazionali entreranno in vigore dall’anno scolastico 2026-2027.

Alunno al centro del sistema

La premessa culturale generale delle nuove Indicazioni sottolinea la centralità dell’allievo nel sistema scolastico, ispirandosi ai principi costituzionali e mirando a uno sviluppo completo e bilanciato di tutte le sue facoltà. « La Costituzione mette al centro la persona e concepisce lo Stato per l’uomo e non l’uomo per lo Stato, come opportunamente sottolineava il costituente Giorgio La Pira – si legge nella Premessa culturale generale delle Nuove Indicazioni –. Così la scuola, che è scuola costituzionale, pone le persone degli allievi al centro delle sue azioni e ne promuove i talenti attraverso la formazione integrale e armonica di tutte le dimensioni: cognitive, affettive, relazionali, corporee, estetiche, etiche, spirituali».

Latino dalla seconda media

Confermando le indiscrezioni delle scorse settimane, ecco il ritorno del Latino alla scuola media (a partire dalla seconda) «per collegare il mondo che si è espresso in latino con l’esperienza degli studenti e con la realtà contemporanea – si legge ancora nelle Indicazioni – instaurando una virtuosa dinamica di acquisizione del passato, comprensione del presente e confronto con le sue istanze, preparazione per il futuro. Il latino va scoperto come opportunità e risorsa per la formazione in vista della scuola secondaria di secondo grado; va riconosciuto il ruolo giocato nello sviluppo della tradizione europea, distinguendo criticamente elementi di continuità e di discontinuità tra il testo antico e le forme della sua ricezione e va individuato nella cultura antica un possibile e vantaggioso punto di partenza per il confronto con altre tradizioni, lingue e culture».

Almeno tre libri all’anno

Particolare cura è dedicata, nelle nuove Indicazioni, alla lettura (« Almeno tre libri all’anno» alle medie) e allo studio delle poesie a memoria «perché se ne apprezzino il ritmo, la musicalità». E ancora, una maggiore attenzione allo sviluppo delle competenze Stem, l’introduzione delle classi con metodo Montessori alle medie, più importanza all’educazione civica, con un focus su relazioni di genere, rispetto e convivenza civile, un rafforzamento della scrittura manuale e della calligrafia come strumento di sviluppo del pensiero critico e riflessivo e della creatività, con un’attenzione particolare a musica, arte e narrazione.

La lettura ad alta voce

«Per la scuola delle Nuove Indicazioni – si legge ancora nel testo – la scrittura ha un significato profondamente umanistico e di supporto alla promozione degli apprendimenti di tutte le discipline. Carta e penna, lettura ad alta voce e piccole biblioteche d’aula devono convivere armoniosamente con assistenti virtuali».

Educazione alla cittadinanza

È prevista, infine, anche un’integrazione «prudente e critica» dell’IA nella didattica, con un ruolo centrale degli insegnanti nella mediazione accompagnata da percorsi di educazione alla cittadinanza digitale per favorire un uso consapevole delle tecnologie. 

«Gli insegnanti – si legge ancora nel documento della Commissione ministeriale – hanno il dovere di conoscere e capire le potenzialità della IA. E in aula di spiegare le logiche di funzionamento di dispositivi e piattaforme. L’IA offre certamente grandi opportunità per l’istruzione a condizione che il suo uso sia guidato da chiari principi etici.

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sabato 1 ottobre 2022

IL GIORNO DOPO


LE INCOGNITE

 - di Giuseppe Savagnone*

I problemi del PD

Le elezioni di domenica scorsa dovevano dare delle risposte e invece hanno aperto delle nuove domande. Quella che rimbalza più di frequente in questi giorni sulla stampa riguarda l’identità del PD, che esce da questo voto sconfitto e confuso. Sui risultati deludenti hanno pesato certamente degli errori a livello tattico, ascrivibili alla incapacità, da parte di Enrico Letta, di gestire saggiamente i rapporti con gli altri partiti della sinistra – primo fra tutti i 5stelle – , dando luogo così a un suicidio elettorale largamente annunciato.

Tutti però si stanno rendendo conto che c’è, a monte, un problema di ordine strategico, che non si può risolvere con le dimissioni del segretario e che non riguarda le occasionali alleanze elettorali, ma l’identità stessa del partito.

Sta di fatto che da tempo, ormai, il soggetto politico che sulla carta avrebbe dovuto essere il portavoce delle fasce più deboli e svantaggiate della popolazione, lo strenuo sostenitore della lotta contro tutti i privilegi e le ingiustizie sociali, sembra avere ripiegato su altre battaglie. Battaglie come quella relativa alla questione del gender e del fine vita, che appassionano i salotti borghesi, ma non interessano affatto i 5 milioni e mezzo di persone che versano in una condizione di povertà assoluta e lasciano abbastanza indifferenti anche quelle ampie fasce di lavoratori che vedono sempre più minacciato il loro tenore di vita dal rincaro delle bollette e dalla crescente inflazione.

Per questo, contrariamente alle miopi previsioni del gruppo dirigente dem, che credeva di poter assorbire il voto dei 5stelle, Conte ha potuto operare in extremis una forte rimonta proprio puntando sul disagio sociale ed economico di larghe frange e della popolazione, soprattutto del sud, che vedono nel reddito di cittadinanza un salvagente, discutibile quanto si vuole, ma concreto, che permette alle famiglie di arrivare alla fine del mese. Da qui la netta percezione che la vera sinistra non sia più rappresentata dal PD.

Possibili prospettive

C’è chi trae da questa situazione una indicazione positiva per il futuro del partito e vede in un suo spostamento verso il centro – attualmente occupato da Calenda e Renzi – una prospettiva da prendere in serio esame. Ciò naturalmente comporterebbe una rottura dell’alleanza con «Sinistra italiana» di Fratoianni, che sinora ha rappresentato la copertura a sinistra della politica dei dem.

Al tempo stesso, però, c’è un’anima del partito democratico che continua a coltivare, astrattamente, la nostalgia di un ritorno alle lotte sociali e che spera – magari riprendendo il dialogo con i 5stelle – di riportare il PD a sottolineare almeno alcuni aspetti della sua originaria anima socialista e di rappresentare adeguatamente una versione non populista della sinistra.

Una soluzione che dovrebbe però comportare una vera e propria rifondazione del partito, con un profondo rinnovamento del suo stile pratico, riportando i suoi dirigenti di nuovo a quel contatto diretto con la gente, nelle piazze e nelle fabbriche, che in questa campagna elettorale è stato piuttosto caratteristico di Conte e dei leader della destra.

Però la vera rifondazione del partito democratico dovrebbe riguardare, ancora più a monte, la sua identità culturale. Era nato come alleanza tra socialisti e cattolici progressisti, ma in questi anni si è sempre più ritrovato, in sostanza, ad essere il continuatore del partito radicale (significativa l’alleanza con la Bonino) nel sostenere innanzitutto le battaglie per i diritti civili individuali, lasciando decisamente in secondo piano quelle per i diritti sociali.

Una linea che non è né socialista (Marx, a proposito dell’enfasi su questi diritti, parlava di «robinsonate», in riferimento al celebre personaggio di Defoe, che si costruisce da solo la sua vita in un’isola deserta), né cattolica (l’insegnamento sociale della Chiesa collega inscindibilmente i diritti delle persone alle loro responsabilità verso gli altri e verso il bene comune). Siamo nella logica del liberalismo neocapitalistico, a cui peraltro si ispira oggi l’Unione Europea.

È il primato del single, che in realtà non riguarda solo l’aborto e il matrimonio omosessuale, ma tutti i rapporti sociali ed economici, escludendo che essi debbano esser regolati in funzione di una dimensione etica comunitaria che supera gli interessi degli individui. Su questa linea di fatto si muove il PD.

Ma a questo punto bisogna dire chiaro che si fa questa scelta, smettendola di definirsi “di sinistra”, e puntare sul centro neo-liberale, in cui sarebbe possibile unirsi non solo con Calenda e Renzi, ma forse anche con Forza Italia, che della inviolabilità dei diritti individuali è sempre stata accanita sostenitrice (specialmente in materia di tasse). Rinunziando una buona volta a parlare di giustizia sociale e di uguaglianza, parole che mettono paura alla borghesia benestante e la spingono verso la destra. Non avere il coraggio di fare questo passo significa restare in un limbo che, a livello elettorale, diventa isolamento.

Oppure si potrebbe ipotizzare una presa di coscienza che porti riscoprire il carattere anticamente rivoluzionario (in senso culturale) del partito e di ciò che si intende per “sinistra”, riportando l’asse ideologico sulla linea di battaglie a favore non solo dei migranti – l’unico residuo, nel programma del PD, della scelta per i più poveri – , ma di tutti gli sfruttati e gli emarginati della nostra società, magari non nella prospettiva assistenziale del reddito di cittadinanza, ma in quello di una seria redistribuzione della ricchezza e della creazione di posti di lavoro.

Ci sono le condizioni, nel nostro Paese, per il successo di una simile svolta? Si potrebbe sperare che, con essa, il malessere sociale, espresso nel diffuso clima di populismo e dominante in queste elezioni come nelle precedenti, possa essere convogliato su obiettivi più adeguati da una vera sinistra? Difficile dirlo. In ogni caso, è una scommessa che deve fare, se lo vuole, il gruppo dirigente del PD.

Le incognite nel fronte dei vincitori

Alle incognite insite nella crisi degli sconfitti di queste elezioni fanno riscontro quelle presenti nel fronte dei vincitori. L’indiscusso successo di Fratelli d’Italia e di Giorgia Meloni non deve illudere. Già nel 2018 c’erano stati nuovi partiti emergenti vincitori e vecchi partiti vinti, anzi in misura ancora più eclatante: i 5stelle avevano avuto, a sorpresa, il 32%, a fronte di cui il 26% dei Fratelli appare tutto sommato un risultato molto buono, ma non certo eclatante.

E dopo le elezioni del 2018, l’alleanza tra Di Maio e Salvini, salutato trionfalmente dal primo come una svolta storica, garantiva ai loro partiti sulla carta una maggioranza parlamentare schiacciante, che sembrava destinata a durare senza problemi fino al 2023. Sappiamo tutti com’è andata.

Il problema che allora si presentò fu la necessità del nuovo partito emergente, i 5stelle, di governare con uno, la Lega, che era espressione di un passato che si voleva superare, di cui, come alleato di Berlusconi, era stato largamente artefice. Ora si ricreata la stessa situazione. Per un meccanismo elettorale assurdo e per le divisioni, alle urne, tra i suoi avversari di sinistra, la Lega, malgrado la batosta elettorale, conserva in Parlamento un peso sproporzionato al consenso ricevuto.

Con soli 2,4 milioni di voti, il partito di Matteo Salvini porta 29 persone al Senato e 67 alla Camera, una cifra impressionante se paragonata alle preferenze ottenute (si pensi che nonostante oltre 5,3 milioni di preferenze, il PD entra con soli 40 rappresentanti al Senato e con 69 alla Camera e che con 4,3 milioni di preferenze il partito guidato da Giuseppe Conte avrà 28 seggi al Senato e 52 alla Camera). A confronto anche Fratelli d’Italia risulta penalizzato: con il triplo di voti della lega – 7,3 milioni – , ha solo il doppio dei rappresentanti – 66 senatori e 119 deputati. Scherzi della democrazia, quando è gestita male…

È vero che Giorgia Meloni può contare sugli altri due alleati della coalizione di destra, Forza Italia, (che con solo 2,2 milioni di voti, è riuscito a portare 18 persone al Senato e 44 persone alla Camera) e Noi Moderati (che con 255 mila voti porta 1 persona al Senato e 7 alla Camera.). Ma, tenendo conto che il Senato è composto da 200 membri e la Camera da 400, i rappresentanti della Lega sono fondamentali per dare al governo di destra la maggioranza assoluta.

Su questo sfondo si gioca il confronto tra le posizioni, in realtà abbastanza diverse, della Meloni e di Salvini, nella formazione del prossimo governo. A cominciare dal ruolo che quest’ultimo rivendica come ministro degli Interni e che la leader di Fratelli d’Italia sembra molto restia a conferirgli. Al di là di questo contrasto particolare, il problema è quello della coesistenza di due forti personalità.

Sappiamo tutti che il leader della Lega tende irresistibilmente a tracimare rispetto al suo ruolo istituzionale. Con Conte lo ha potuto fare in modo incontrastato, assumendo di fatto le redini del governo. Giorgia Meloni non sembra disposta ad avere questo ruolo passivo, anzi pressa per una riforma della Costituzione che, introducendo il regime presidenziale, le consentirebbe di essere eletta con pieni poteri o quasi (quelli che voleva Salvini quando fece cadere il governo Conte).

 Non è solo una questione di poltrone e di personalità. 

Ci sono in gioco due prospettive molto diverse. Per Salvini è importante l’autonomia regionale (del Nord) e vuole che al primo punto dell’ordine del giorno ci sia questa riforma. Giorgia Meloni viene da una formazione che privilegia il ruolo dello Stato unitario. Salvini vuole la flat tax senza riserve, la Meloni solo per la parte di reddito eccedente rispetto a quanto dichiarato l’anno prima.

Salvini ha un passato di amicizia con Putin che lo rende inaffidabile agli occhi della Nato, ed è portato – lo sappiamo già dalla sua precedente esperienza e ne abbiamo oggi la conferma – allo scontro aperto con l’Europa, la Meloni, pur essendo vicina a Orban, ha assunto un atteggiamento molto più cauto e diplomatico su entrambi i fronti .

Dicevo che queste elezioni hanno creato più interrogativi sul futuro che risposte. In questo momento delicatissimo dal punto di vista economico e sociale – per il nostro Pese e per tutta l’Europa – è urgente che, almeno alcune, vengano date. Nella speranza che chi ha il compito di farlo guardi veramente al bene comune piuttosto che a unilaterali giochi di potere.

* Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, Scrittore ed Editorialista

 www.tuttavia.eu

 

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venerdì 23 settembre 2022

SCUOLA E PARTITI

  

- Docenti, libertà di scelta e autonomia: 

tre temi in “soccorso” dei partiti -

 

-di  Luisa Ribolzi

I programmi elettorali di tutti i partiti, da destra a sinistra e centro, sono semplici cerotti applicati su ferite molto più grandi. Ma una soluzione c’è.

 Se un programma è, come recita il dizionario, “Enunciazione particolareggiata di ciò che si vuole fare, d’una linea di condotta da seguire, degli obiettivi cui si mira e dei mezzi coi quali si ritiene di poterli raggiungere”, una lettura anche attenta di quanto i partiti intendono fare per la scuola e per l’istruzione nella prossima legislatura porta ad affermare che un “programma” in questo senso non esiste proprio. I partiti elencano una serie di proposte che dovrebbero piacere agli elettori, ma non si accenna né ai mezzi né ai tempi: ora, la  scuola ha bisogno di tempi lunghi, non di enunciazioni di principio, per trovare il modo di costruire il tessuto delle relazioni che consentono ad un Paese di crescere anche economicamente, ma soprattutto come comunità coesa intorno ad un sistema di valori, e al tempo stesso inclusiva.

Per migliorare la scuola, e non solo per cambiarla, sarebbe opportuno avere chiare in mente poche cose, e realizzarle secondo la metodologia della ricerca: analisi del problema, progettazione, realizzazione, valutazione, ri-progettazione. Gli inglesi la chiamano rolling reform, riforma capace di modificarsi senza rimettere tutto in discussione, ma in Italia si preferisce procedere con grandi enunciazioni teoriche, o con  “contentini” che non portano da nessuna parte.

Un’ipotesi di intervento nella scuola deve avere una vision e una mission: in altre parole, deve partire da un’idea del ruolo della scuola nella società, e deve avere un’immagine precisa non solo di dove andare, ma di come andarci e con quali mezzi. Altrimenti, come diceva Seneca duemila anni fa, “non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”.

Vediamo comunque qualche proposta, a partire dal sito di Tuttoscuola che descrive minutamente le circa quaranta proposte presentate dai vari partiti, che per la loro genericità costituiscono un vero e proprio “libro dei sogni”: nei programmi dell’intero arco costituzionale si proclama la centralità della scuola, ma si mette al massimo un  cerotto sulle ferite più gravi (vi ricordate la toppa nuova su di un vestito vecchio?), così che la scuola non pare messa in grado di far fronte alle richieste di una società in sempre più rapida trasformazione, e alle prese con problemi gravi e imprevedibili; ma nemmeno a problemi altrettanto gravi e prevedibilissimi, come l’insuccesso scolastico, la diffusione dell’analfabetismo funzionale, lo scollamento fra competenze richieste e offerte e l’esistenza di una profonda spaccatura fra le diverse zone del Paese.

Per esemplificare che cosa intendiamo per “assenza di un progetto” prendiamo ad esempio la proposta del Pd di estendere l’obbligo scolastico gratuito dai 3 ai d18 anni, che comporterebbe l’entrata nella scuola dell’infanzia di circa 150mila bambini in più, l’istituzione di nuove sezioni, il reclutamento di almeno 9mila insegnanti, la costruzione di nuove aule, la mensa, i servizi integrativi. Tuttoscuola stima che “l’introduzione dell’obbligo scolastico interamente gratuito comporterebbe un onere complessivo di 3 miliardi e 616 milioni di euro all’anno”, e non si è parlato di quel 12% circa di ragazzi di 15 e di 18 anni che hanno abbandonato la scuola o la  formazione professionale. Quanto ai tempi di attuazione, gli insegnanti in più non sono certamente disponibili sul mercato, e andranno formati; le strutture edilizie, anche incrementate con i fondi Pon, richiedono tempi di realizzazione, e via dicendo. Considerazioni simili valgono per riforme onerose come la realizzazione del tempo pieno per tutti nella scuola primaria, la riduzione del numero di studenti per classe (che si attuerà automaticamente, visto che stiamo perdendo circa 80mila studenti ogni anno), l’aumento degli stipendi a livello europeo. Forse i nostri politici potrebbero incominciare a ragionare in termini di qualità, e non solo quantità, degli insegnanti.

L’inversione di tendenza per la riduzione dei fondi stanziati per l’istruzione in percentuale del Pil è certamente auspicabile, ma dove verrebbero reperiti questi fondi, tagliando che cosa? Le pensioni? La sanità? La risposta non è semplice e richiederebbe di individuare le priorità non con un approccio ideologico, ma per rispondere ai gravi e sempre uguali problemi della scuola italiana. Nelle promesse elettorali, lo schieramento di sinistra tende più a misure di accrescimento dell’equità (non a caso il paragrafo si intitola “conoscenza è potere”) come l’estensione dell’obbligo e del tempo pieno, misura questa auspicata anche da Azione-Italia viva, mentre la coalizione di destra punta piuttosto a valorizzare il merito.

Quasi tutti propongono la soppressione del precariato – impossibile finché saranno in vigore gli attuali metodi di reclutamento –, anche se con un certo buon senso Azione-Italia viva pensa di ridurlo ai livelli fisiologici;  l’aumento degli stipendi; l’estensione generalizzata o selettiva (al Sud) del tempo pieno. A parte i costi, ci sono problemi supplementari, per esempio se si ipotizza l’entrata in ruolo degli attuali supplenti, nessuno fa cenno a come valutare la loro preparazione, e questo in una situazione in cui molti posti restano scoperti perché i candidati non riescono a superare le prove di esame. Le proposte, oltre a essere generiche, non tengono conto di quel che viene considerato urgente e necessario da chi nella scuola lavora, cioè la modifica del soffocante apparato burocratico, la realizzazione della piena autonomia, una valorizzazione del merito che consenta anche di differenziare compiti e retribuzioni.

Tutti intendono investire in formazione e aggiornamento degli insegnanti: il centrodestra mira a  valorizzare le scuole tecniche e professionali, sostenere gli studenti meritevoli o “incapienti” (forse per metterli in grado di capire che cosa significa “incapienti”), sviluppare l’edilizia scolastica e generalizzare il buono scuola per favorire la scelta educativa. Compare un modesto interesse per la scelta famigliare e per gli 800mila studenti e 60mila insegnanti circa delle scuole paritarie e nel programma del Pd si accenna al costo standard di sostenibilità per promuovere il pluralismo educativo, senza rinvii diretti alle scuole paritarie, ma solo a una generica “offerta formativa per il diritto allo studio”.

 Il centrodestra intende anche favorire il rientro degli italiani “altamente specializzati” dall’estero, ma questa non è una misura di politica scolastica, come non lo è la proposta dello jus scholae fatta dal centrosinistra e dal M5s. Oltre alla scuola dell’infanzia obbligatoria e gratuita e alla crescita professionale per i docenti attraverso la formazione iniziale e in servizio, il Pd propone l’istituzione di “aree di priorità educativa” nelle zone svantaggiate, forse sulla falsariga delle ZEP istituite in Francia nel 1981 e  trasformate nel 1999 in “reti di educazione prioritaria”.

Il terzo polo propone di elevare l’obbligo a 18 anni, riducendo la durata degli studi da 13 a 12 anni, allineandosi così alla maggior parte dei Paesi europei, e recuperando una parte dei costi. Estensione del tempo pieno nelle scuole primarie, creazione di una carriera docente con differenziazione delle funzioni e dei salari, accresciuti forse in collegamento alla funzione, riforma degli Its con una maggiore integrazione delle imprese e presenza di docenti qualificati nelle aree di crisi. Si parla esplicitamente di misure per accrescere la libertà di scelta delle famiglie (misure fiscali, buono scuola, costo standard). Il M5s esprime la sua creatività aggiungendo alle richieste standard quella dell’introduzione dell’educazione sessuale e affettiva, di una “scuola dei mestieri” per supportare l’artigianato, e di un maggior numero di psicologi e pedagogisti.

Le misure proposte non si esauriscono in quelle che ho portato ad esempio: credo però che chiunque vinca le elezioni dovrebbe accantonare tutte le promesse/proposte su cui ha basato la campagna elettorale, e lavorare seriamente su tre temi: gli insegnanti, la libertà di scelta e l’autonomia. Se le scuole saranno veramente e seriamente autonome, e valutate in base ai risultati, se gli insegnanti saranno veramente e seriamente professionisti, se le famiglie potranno scegliere la scuola dei figli in un sistema veramente e seriamente pubblico, non ci sarà bisogno di grandi riforme, perché sarà la scuola stessa a cambiare per rispondere ai bisogni della società.

 Il Sussidiario