Ssn,
un patrimonio da difendere.
Riflessioni di un medico in quiescenza
Gentile Direttore,
sono da qualche mese in quiescenza e, dopo molti anni
di attività ospedaliera in un settore complesso come quello oncologico, sento
il bisogno di condividere alcune riflessioni.
-di Stefano Vitello*
La distanza dal
quotidiano consente forse di guardare con maggiore serenità alle difficoltà
vissute, ma anche alla straordinaria ricchezza della professione medica: il
privilegio di accompagnare la persona nei momenti più delicati della sua
esistenza.
Rimane soprattutto la
grandezza di un’idea: una sanità che riconosce la salute come diritto
fondamentale e garantisce assistenza a tutti, senza discriminazioni.
A questa idealità si
contrappongono, tuttavia, le difficoltà di ogni giorno: carenze di personale,
problemi organizzativi, burocrazia, disuguaglianze territoriali, sprechi e
dinamiche relazionali non sempre facili.
È proprio dalla distanza
tra la grandezza dell’idea e le fragilità della sua realizzazione che nasce
questa riflessione.
La persona al centro
Ogni sistema sanitario
dovrebbe partire da una verità fondamentale: ogni persona possiede una dignità
e una singolarità irripetibili.
Una dignità che non viene
meno con la malattia, la disabilità o nella fase terminale della vita. Anzi,
proprio nella fragilità deve diventare il criterio fondamentale di ogni scelta
assistenziale.
Prendersi cura significa
garantire prevenzione, diagnosi precoce, terapie appropriate, riabilitazione,
assistenza domiciliare, cure palliative e continuità lungo l’intero percorso
della malattia.
Non soltanto curare la
malattia, dunque, ma prendersi cura della persona. È questo il significato più
autentico della medicina.
L’articolo 32 della
Costituzione afferma che «La Repubblica tutela la salute come fondamentale
diritto dell’individuo e interesse della collettività».
Difendere questo
principio non significa ignorare le criticità del Servizio Sanitario Nazionale,
ma avere il coraggio di riconoscerle e correggerle per costruire una sanità più
efficiente, equa, integrata e umana.
Le priorità
Occorre innanzitutto
investire nella prevenzione e negli stili di vita, coinvolgendo scuola,
famiglie, associazioni, mondo del lavoro, realtà sportive e comunità locali. La
salute non si costruisce soltanto negli ospedali: una società che investe nella
prevenzione investe nel proprio futuro.
È necessario rafforzare
il Servizio Sanitario Pubblico, investendo in strutture, personale, tecnologie
e organizzazione, garantendo ovunque livelli adeguati di assistenza.
Occorre realizzare una
vera integrazione tra ospedale e territorio. Medicina territoriale, servizi
sociali, assistenza domiciliare, riabilitazione e cure palliative devono
costituire parti di un unico percorso. L’ospedale rimane fondamentale, ma non
può essere l’unico luogo nel quale si concentra la risposta ai bisogni di
salute.
Pubblico, privato
accreditato e Terzo settore possono collaborare, purché all’interno di regole
chiare e trasparenti e mantenendo fermo un principio: l’interesse della persona
deve rimanere il criterio guida.
Anche innovazione,
digitalizzazione e intelligenza artificiale possono rappresentare straordinarie
opportunità, purché siano poste al servizio della persona e dei professionisti
e non diventino nuova burocrazia.
Abbiamo bisogno di meno
tempo dedicato alle procedure e più tempo dedicato alla cura.
Valorizzare le persone,
riconoscere il merito
Il patrimonio più
importante della sanità non è costituito soltanto dalle strutture e dalle
tecnologie, ma dalle persone che ogni giorno vi lavorano.
Valorizzare le risorse
umane significa anche riconoscere competenza, esperienza, responsabilità e
merito, attraverso criteri trasparenti e imparziali. In un servizio pubblico
non dovrebbero trovare spazio privilegi, corsie preferenziali o posizioni
attribuite sulla base di appartenenze politiche, relazionali o di altra natura.
Il merito non è soltanto un legittimo riconoscimento dovuto al professionista:
è soprattutto una garanzia per il cittadino. Affidare responsabilità a chi
possiede competenza, esperienza e capacità significa migliorare la qualità
dell’assistenza e rafforzare la fiducia nelle istituzioni. Un sistema che non
riconosce il merito indebolisce le proprie istituzioni.
Non rispettare questi
principi significa allontanarsi dalla missione stessa del Servizio Sanitario
Nazionale, che deve operare nell’interesse della persona e della collettività
secondo equità, imparzialità, competenza e responsabilità.
Medici, infermieri, OSS,
tecnici e tutte le professionalità sanitarie devono essere ascoltati, formati,
sostenuti e adeguatamente valorizzati. Un sistema che non si prende cura di chi
cura rischia di non riuscire più a prendersi cura adeguatamente dei cittadini.
Ridurre le disuguaglianze
Una sanità realmente
universalistica non può offrire opportunità differenti a seconda del luogo nel
quale una persona nasce o vive. Occorre rafforzare strutture e personale nelle
aree maggiormente carenti, ascoltare i territori e valorizzare il contributo
delle associazioni e del volontariato, spesso capaci di intercettare bisogni e
fragilità che sfuggono ai canali istituzionali.
Ridurre le disuguaglianze
territoriali significa garantire concretamente il diritto alla salute e
contrastare anche quella mobilità sanitaria che costringe tante persone e
famiglie a cercare altrove risposte che dovrebbero poter trovare nel proprio
territorio.
Una responsabilità
collettiva
Tutto questo non può
essere affidato soltanto alle istituzioni.
Il Servizio Sanitario
Nazionale è un patrimonio collettivo e richiede una responsabilità altrettanto
collettiva. Abbiamo bisogno di un nuovo patto di alleanza tra istituzioni,
professionisti sanitari e cittadini.
Alle istituzioni spetta
programmare, garantire risorse adeguate, personale, organizzazione, trasparenza
e riforme capaci di guardare oltre l’emergenza.
Agli operatori sanitari spetta custodire l’etica della professione e l’umanità
della cura, ricordando sempre che dietro ogni cartella clinica c’è una persona,
con una storia, una famiglia, una paura e una speranza.
Ai cittadini spetta
prendersi cura della propria salute, adottare comportamenti responsabili,
utilizzare in modo appropriato i servizi e sentirsi non soltanto utenti, ma
corresponsabili di un bene comune. Anche il rispetto verso chi lavora nella
sanità appartiene a questa corresponsabilità. Le aggressioni fisiche e verbali
agli operatori sanitari non rappresentano soltanto un problema di sicurezza:
sono una ferita inferta alla stessa idea di sanità pubblica.
Un patrimonio civile da custodire
Il Servizio Sanitario
Nazionale non è semplicemente una macchina organizzativa che eroga prestazioni.
È uno dei luoghi nei
quali una comunità dimostra concretamente quanto crede nella solidarietà,
nell’uguaglianza e nella dignità della persona.
Quando la sanità pubblica
si indebolisce, a pagarne maggiormente il prezzo sono soprattutto i più
fragili: anziani, malati cronici, persone con disabilità e famiglie
economicamente più deboli.
Per questo difendere il
Servizio Sanitario Nazionale non significa difendere semplicemente
un’organizzazione, ma un’idea di società: una società nella quale il diritto
alla salute non dipenda dal reddito, dalla condizione sociale o dal luogo in
cui si vive.
Dopo tanti anni,
trascorsi accanto ai malati e ai professionisti della sanità, consegno queste
riflessioni alla comunità non come giudizio definitivo, né come nostalgia del
passato, ma come atto di fiducia nel futuro.
Il Servizio Sanitario
Nazionale ha bisogno di essere riformato, ripensato e rafforzato, ma
soprattutto di essere nuovamente riconosciuto per ciò che rappresenta: un
grande patrimonio civile del nostro Paese.
Un patrimonio che
appartiene a tutti e che, proprio per questo, istituzioni, professionisti e
cittadini hanno insieme la responsabilità di custodire e consegnare alle
generazioni future.
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