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lunedì 18 maggio 2026

EDUCARE ALL'EMPATIA

 


Educare all’empatia, 

e ancora di più 

alla compassione. 


Non si educa a parole.




-di Italo Fiorin

 Le parole non bastano, da sole non arrivano al cuore.

Educare all’empatia fa parte di quella più ampia educazione alla quale anche il ministro dell’Istruzione e del Merito tante volte si è detto attento, tanto da aver persino promosso una sperimentazione sulle cosiddette competenze ‘non cognitive’, che in realtà sono anche cognitive, ma non importa…

In numerose scuole, specie dell’infanzia e primaria, ci sono ambienti pensati per l’esperienza sensoriale, e nessuno si scandalizza se i piccoli, scalzi o no, bendati o no, sperimentano aromi, sensazioni, stimoli tattili o visivi… Sono spazi specializzati, spesso con una attenzione particolare alle disabilità…

Il ministro certo conoscerà, ad esempio, le belle esperienze di condivisione con persone non vedenti, nelle quali gli alunni si mettono le bende agli occhi per cercar di ‘sentire’ almeno un po’ ciò che vivono i loro compagni ciechi…

Ora si legge che docenti sensibili della scuola di Marostica abbiano fatto vivere un’esperienza molto intensa, portando le loro classi a incontrare persone migranti, toccando, nel faccia a faccia della condivisione, la loro realtà, aprendo non solo la mente, ma il cuore alla comprensione. 

Bambine e bambini di classe quinta, che hanno camminato scalzi e bendati in un’aula scolastica, accompagnati dalle loro insegnanti e perfino da una psicologa.

Il ministro avrà presto, immagino, la bella opportunità di spiegare ai suoi colleghi parlamentari, che hanno promosso un’interrogazione parlamentare, che talvolta chi ha gli occhi bendati vede più nitidamente di chi, pur avendoli spalancati, rimane cieco. Che la scuola non abita in una favola, e i bambini non vi giungono cadendo dai cavoli, ma gli insegnanti hanno il delicato compito della loro introduzione alla realtà, non dissimulando i problemi, ma aiutando ad esplorarli.

A questo servono la letteratura e la matematica, la storia, la geografia, le scienze, la tecnologia, gli strumenti ‘colti’ (direbbe qualcuno) dello stare al mondo con consapevolezza e responsabilità.

Le stesse nuove Indicazioni 2025 scrivono che “è necessario avviare a scuola un profondo lavoro educativo e preventivo: un’educazione del cuore che crei occasioni didattiche di esperienza di sentimenti basilari come la fiducia, l’empatia relazionale ed affettiva, la tenerezza, l’incanto, la gentilezza”.

Sarebbe bello che il ministro Valditara, dimostrando di prendere proprio sul serio queste parole scritte nelle ‘sue’ Indicazioni nazionali, le ricordasse ai suoi onorevoli colleghi.

E se proprio sentisse il bisogno di inviare gli ispettori, questi andassero a verificare che si’, quelle insegnanti di Marostica stanno prendendo molto sul serio l’invito ad educare il cuore’. E per questo vanno portate ad esempio.

Don Bosco, che frequentava minori che delinquevano e poveri emarginati, ricordava a quanti se ne scandalizzavano, che “l’educazione è una cosa del cuore”. Ma, attenzione, non del Libro Cuore.

Come ha scritto nella sua ultima enciclica Papa Francesco, “l’educazione del cuore ha conseguenze sociali”.

Dal WEB

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martedì 8 luglio 2025

L'EDUCAZIONE DEL CUORE A SCUOLA


 Nuove Indicazioni Nazionali primo ciclo, ecco l’educazione del cuore: occasioni didattiche per stimolare fiducia, empatia, tenerezza e gentilezza

 

L’iter di adozione delle nuove Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione si è concluso. Dopo una fase preparatoria che ha coinvolto commissioni di esperti, società scientifiche, organizzazioni sindacali e una consultazione pubblica, il CSPI ha espresso il suo parere.

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito, tenendo conto delle osservazioni, ha ora predisposto il testo definitivo, che sarà sottoposto al Consiglio di Stato per l’ultimo passaggio formale.

-         di Andrea Carlino

Educazione alle relazioni: empatia e rispetto al centro

Le nuove linee guida pongono l’accento su una scuola che educa alle relazioni, all’empatia e al rispetto della persona. Non si tratta solo di alfabetizzazione emozionale, ma di un lavoro educativo profondo che aiuta bambini e ragazzi a comprendersi nelle loro differenze. Fiducia, gentilezza, tenerezza diventano elementi chiave, da sviluppare attraverso tutte le discipline: dall’educazione motoria alla letteratura, dalle STEM alla musica, fino al teatro e al cinema. L’obiettivo è decostruire stereotipi e promuovere un nuovo patto tra i sessi, soprattutto in un’epoca in cui insicurezze e sospettosità minano le relazioni sociali.

Continuità e collaborazione per un’educazione efficace

Perché l’azione educativa sia efficace – propone il Ministero – è fondamentale che abbia continuità tra i diversi gradi di istruzione e sia trasversale alle discipline. Le scuole dovranno progettare percorsi in collaborazione con enti territoriali e associazioni, creando occasioni didattiche che rafforzino la bona fides – quel principio di lealtà e onestà che dovrebbe guidare ogni relazione. In un mondo sempre più complesso, la scuola si conferma il luogo ideale per costruire relazioni corrette e valorizzare le differenze, a partire dai primi anni di formazione.

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Nuove Indicazioni Nazionali: ecco il TESTO definitivo. Ecco quali sono le modifiche. Ora si attende parere del Consiglio di Stato

Orizzonte Scuola

 

martedì 17 giugno 2025

L'EDUCATORE GENERA VITA

 


L’educatore 

genera vita, 

non timbra il cartellino


Il cardinale Tolentino de Mendonça 

nella prefazione al libro di Affinati: 

educare coincide con la vita, quindi supera i confini. 

E si educa con mani, cuore e testa

Anticipiamo la prefazione scritta dal cardinale José Tolentino de Mendonça - prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione - al libro dello scrittore Eraldo Affinati, "Testa, cuore e mani. Grandi educatori a Roma" in libreria da oggi per la Lev (pagine 192, euro 17,00). Scrittore e insegnante con una passione viva per l’educazione, Affinati percorre l’Urbe alla ricerca di grandi educatori d’un tempo e del recente passato: da san Paolo a san Filippo Neri, da sant’Ignazio di Loyola a Maria Montessori, da sant’Agostino ad Alberto Manzi. Una singolare mappa della Città eterna nella quale si dipana la storia di uomini e donne che hanno sentito una vocazione impellente: «Ogni epoca – scrive Affinati – ha bisogno di alcune persone che si assumono il compito di facilitare il passaggio generazionale».

A un certo punto di questo libro, che racconta quanto la missione educativa possa essere una passione, Eraldo Affinati pone la domanda che tutti dovremmo farci, o esserci fatti, almeno una volta nella vita: «Come si diventa umani?». Il quesito è centrale, per tutti e per ciascuno. La risposta va componendosi, nell’avventura qui documentata, come un puzzle, pagina dopo pagina, personaggio dopo personaggio. Ciascuno dei grandi formatori e formatrici tratteggiati da Affinati ha dato a quel “come” una propria risposta, fattiva, storica e personale, non contraddittoria con quella degli altri formatori, bensì complementare. La cui sintesi potrebbe trovare compimento nel titolo del presente volume: Testa, cuore e mani. Questa espressione di Papa Francesco sintetizza bene l’integralità dell’azione educativa, che per il Pontefice interessa la globalità della persona e non ha a che fare con le compartimentazioni che impoveriscono le società moderne, ad esempio nel campo dei saperi e delle professioni: «Questo è il segreto dell’educazione: che si pensi quello che si sente e si fa, che si senta quello che si pensa e si fa, che si faccia quello che si sente e si pensa» (“Saluto al Presidente e al Board of Trustee della University of Notre Dame”, 1° febbraio 2024).

Proprio gli educatori di cui scrive in questo libro Affinati hanno incarnato, ciascuno a modo proprio, un’educazione con e della testa, un’educazione con e del cuore, un’educazione con e delle mani: pensiero, affetti, azioni. Messi in moto anzitutto da se stessi, giocando e rischiando in prima persona. L’educatore degno di questo nome è un maestro del rischio. Tutto l’educatore può fare, eccetto balconear, per usare un neologismo di Francesco, ovvero stare alla finestra, fermo affacciato al balcone della vita, ad assistere allo scorrere insensato del tempo, proprio e altrui. Soltanto l’assumere la responsabilità generativa ci permette di diventare credibili messaggeri della vita. «L’educatore non timbra il cartellino, nel senso che non smette mai di pensare ai propri allievi. La sua opera coincide con la vita, quindi non può finire, supera i confini», scrive Affinati parlandoci di don Luigi Orione, personalità che l’autore ci racconta attraverso gli occhi di un suo scolaro d’eccezione, Ignazio Silone. La testa dell’educatore non va in vacanza: il pensiero si rivolge sempre a chi la vita, o il Signore per chi crede, gli ha affidato con il compito di farlo diventare persona completa. Formare la testa non significa ovviamente indottrinamento o ideologizzazione, bensì formare persone con spirito critico, capacità di parola, intraprendenza argomentativa. Mi ha sempre colpito, nei racconti dei missionari che hanno testimoniato il Vangelo in terre lontane, un dettaglio singolare: che spesso, ben prima della costruzione della chiesa della missione, il primo edificio cui si sono dedicati fosse una scuola. Un luogo per formare il pensiero, allenare il cuore e impratichire le mani. Perché l’intelligenza è un dono grande di Dio e come tale va coltivata e messa in circolo.

Quando descrive l’opera di Luigia Tincani (Chieti 1889 – Roma 1976), che diede inizio all’Unione di Santa Caterina da Siena delle Missionarie della Scuola, Affinati sottolinea: «Nel momento in cui ti presenti di fronte a un giovane non puoi far conto su un apparato scisso dalla tua persona. Se davvero vuoi conquistarlo e farti conquistare, devi abbassare gli scudi mostrandoti per ciò che sei». L’educatore deve mettere a nudo il proprio cuore, inteso come il nucleo della persona: deve presentarsi ai suoi ragazzi così com’è, senza infingimenti, senza maschere. E qui vengono in mente le meravigliose parole di Lorenzo Milani, prete ed educatore cui Affinati segretamente (ma neppure tanto) si rifà nel libro che avete tra le mani: «Ho voluto più bene a voi che a Dio. Ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto», scrisse ai fratelli Gesualdi, tra i suoi primi scolari. L’amore è così: non è generico ma concreto, si rivolge a Michele e Francuccio – i due ragazzi di Barbiana cui il Priore scriveva – e parte dal particolare per sconfinare nell’universale. Non ci può essere un educatore che educa “in generale”, ogni educatore ricorderà quel ragazzo o quella adolescente, quel giovane o quel bimbetto. Di loro ricorderà un aneddoto, un episodio, una parola, una mascalzonata (eh già!). Ma perché c’era un legame, un affetto, un cuore che non era rimasto inerte ma si era speso, giocato, commosso. Mani: prendiamo Giuseppe Calasanzio, che ha educato “con le mani”, inventandosi la prima scuola popolare gratuita d’Europa, rincorrendo – letteralmente – i suoi scolari discoli, i più scapestrati tra i ragazzetti del popolo romano: «Li andò a prendere uno per uno e se li portò in classe», annota Affinati. In questa ricerca fattiva, affettiva, concretissima vediamo la fatica bella dell’educatore, colui che non lascia indietro nessuno, colui che procede al passo di chi è più in difficoltà perché (recita un proverbio africano) «se vuoi andare veloce, vai da solo; se vuoi andare lontano, vai insieme».

Dobbiamo essere grati a Eraldo Affinati per queste pagine appassionate e che appassionano. Pagine che ci avvicinano a una Roma nascosta, forse sottotraccia, ma attualissima nella folgore della proposta educativa, cui Affinati ha ridato forma e ne ha rivelato lo spessore. Riverberano le parole di Papa Francesco: «Noi abbiamo ereditato dall’epoca dell’illuminismo un concetto di educazione che più o meno era riempire la testa di idee e niente di più, e questo non è educazione. L’educazione è confrontarsi con i problemi della vita; e certo anche avere delle idee in testa, studiare le cose teoriche, ma confrontarsi sempre – è una parola importante – con i veri problemi della vita [...]. È una grande opportunità, una scuola dove si affrontano le domande sul senso della vita» (Incontro con gli studenti del Collegio Barbarigo di Padova nel 100° anno di fondazione, 23 marzo 2019). Per la Chiesa l’educazione, a Roma come in ogni luogo, è questione centrale: «Andate e insegnate» (Mt 28,19) ci ha detto Uno che si qualificava come Maestro. E che ha educato, e amato, con tutta la sua testa, con tutto il suo cuore e con tutte le sue mani.

www.avvenire.it

 

venerdì 13 dicembre 2024

IL CUORE e L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE

 

 "La cosa più grande"






di Silvano Petrosino

 

 

 

 

 

 

 

 Siamo circondati dall’intelligenza artificiale, e questa è una buona notizia; siamo invece invasi dai discorsi sull’intelligenza artificiale, e questa è una pessima notizia. In effetti, sembra che non ci sia altro di cui parlare e su cui riflettere, e così, ancora una volta, si sentono risuonare le seducenti parole di Lucignolo che promettono un futuro radioso in cui «le vacanze d’autunno cominciano con il primo di gennaio e finiscono con l’ultimo di dicembre». C’è dell’infantilismo, nel migliore dei casi, e dell’idolatria, nel peggiore dei casi, nell’attuale celebrazione dell’IA. che, come ogni vero idolo, risplende ma anche acceca, arrivando ad occupare tutta la scena. 

Evidentemente, non si tratta di misconoscere le potenzialità di questo magnifico strumento, ma neppure si può sorvolare sulle allucinazioni e sulle illusioni che, a dispetto di ogni buona volontà individuale, si coagulano attorno a questo nuovo, anche se momentaneo, protagonista della nostra attualità. 

 L’ultima lettera enciclica di Papa Francesco non parla dell’IA, e questa è un’ottima notizia. Nelle pagine della Dilexit nos si preferisce parlare del cuore e di conseguenza dell’amore, del cuore come via d’accesso all’amore. L’intera argomentazione, che ultimamente intende richiamare l’attenzione «sull’amore umano e divino del cuore di Gesù Cristo», si raccoglie attorno a due «convinzioni fondamentali», se così ci si può esprimere, che hanno il merito, visto l’argomento, di evitare le trappole del sentimentalismo e dell’emotività (vale la pena notare che spesso il termine in questione è scritto tra virgolette: “cuore”). La prima di tali «convinzioni» è che «Il nucleo di ogni essere umano, il suo centro più intimo, non è il nucleo dell’anima ma dell’intera persona nella sua identità unica, che è di anima e corpo. Tutto è unificato nel cuore, che può essere la sede dell’amore con tutte le sue componenti spirituali, psichiche e anche fisiche» (21). Al di là dell’opposizione anima e corpo, ma al tempo stesso anche più profondamente dell’unità anima e corpo, il cuore si configurerebbe così come il segreto più intimo e misterioso dell’essere umano in quanto sede e fonte dell’amore, di quell’amore – è il tratto fondamentale dell’antropologia cristiana, vale a dire di quella visione dell’uomo istruita dal modo di vivere e di parlare di Gesù il nazareno – che è la carne stessa di ogni esistenza umana, dell’intera esistenza umana e non solo della sua «dimensione emotiva», «perché ogni essere umano è stato creato anzitutto per l’amore, è fatto nelle sue fibre più profonde per amare ed essere amato» (ibidem). 

 La seconda «convinzione» all’origine del testo del Santo Padre è che «la parola “cuore” non può essere spiegata in modo esaustivo dalla biologia, dalla psicologia, dall’antropologia o da qualsiasi scienza. È una di quelle parole originarie “che indicano la realtà che spetta all’uomo tutt’intero in quanto persona corporea e spirituale”». Questa «parola originaria» non può essere spiegata in modo «esaustivo» dalla scienza, più precisamente dalle singole scienze, proprio perché in quanto «originaria» è essa stessa la luce che illumina la scena, l’intero, all’interno della quale ogni spiegazione può emergere e svilupparsi: «Così il biologo non è maggiormente realista quando parla del cuore, perché ne vede solo una parte, e l’insieme non è meno reale, ma lo è ancora di più. Nemmeno un linguaggio astratto potrebbe avere lo stesso significato concreto e contemporaneamente complessivo» (15). 

Il termine “cuore” rinvia ad una dimensione dell’esistenza umana la cui misteriosa natura sfugge alla presa della comprensione scientifica: questo mistero, infatti, non coincide con l’ignoto di cui parla e che appassiona la scienza. In tal senso, non solo «nell’era dell’intelligenza artificiale, non possiamo dimenticare che per salvare l’uomo sono necessari la poesia e l’amore» (20), ma neppure possiamo negare che anche solo per tentare di «leggere e interpretare» la trama sottile e aggrovigliata dell’esperienza umana è necessario il cuore della poesia e dell’amore. L’enciclica parla dell’«ordinario-straordinario» di quelle «migliaia di piccoli dettagli che compongono le biografie di tutti» (20), ordinario-straordinario che non potrà mai stare tra gli algoritmi, che non potrà mai essere letto e apprezzato dagli algoritmi, e non perché quest’ultimi siano male formulati ma perché è la loro stessa formula, la potenza della lora formula, a non essere in grado di apprezzarli proprio nella loro straordinaria piccolezza. 

 Riferendosi a San Paolo («Mi ha amato e consegnato se stesso per me» Gal 2,20), il Papa scrive: «La dedizione di Cristo sulla croce lo soggiogava, ma aveva senso solo perché c’era qualcosa di ancora più grande di quella dedizione: “Mi ha amato”. Quando molte persone cercavano in varie proposte religiose la salvezza, il benessere o la sicurezza, Paolo, toccato dallo Spirito, ha saputo guardare oltre e meravigliarsi della cosa più grande e fondamentale: “Mi ha amato”» (46).

 

Silvano Petrosino (Milano 1955), studioso di filosofia contemporanea, si è occupato prevalentemente dell’opera di M. Heidegger, E. Lévinas e J. Derrida. 

Oggetto dei suoi studi sono la natura del segno, il rapporto tra razionalità e moralità, l’analisi della struttura dell’esperienza con particolare attenzione al rapporto tra la parola e l’immagine. 

Insegna Filosofia della comunicazione presso l’Università Cattolica di Milano. 

Il suo ultimo libro, pubblicato da Vita e Pensiero, è "Piccola metafisica della luce".

 

Fonte: Vita e Pensiero

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giovedì 29 settembre 2022

PARLARE CON IL CUORE

 


Tema del Messaggio del Santo Padre Francesco per la 57.ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali

 

[B0720]

 

Testo in lingua italiana

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua spagnola

Questo il tema che il Santo Padre Francesco ha scelto per la 57.ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che si celebrerà nel 2023:

Testo in lingua italiana

Parlare col cuore: Veritatem facientes in caritate (Ef 4,15)

Il tema si collega idealmente a quello del 2022, “Ascoltare con l’orecchio del cuore”, e vuole inserirsi in particolare nel cammino che condurrà tutta la Chiesa alla celebrazione del Sinodo di ottobre 2023. Parlare con il cuore significa “rendere ragione della speranza che è in noi” (cfr 1Pt 3,14-17) e farlo con mitezza, utilizzando il dono della comunicazione come un ponte e non come un muro. In un tempo contraddistinto – anche nella vita ecclesiale – da polarizzazioni e dibattiti esasperati che esacerbano gli animi, siamo invitati ad andare controcorrente.

Non dobbiamo temere di affermare la verità, a volte scomoda, che trova il suo fondamento nel Vangelo ma non dobbiamo disgiungere questo annuncio da uno stile di misericordia, di sincera partecipazione alle gioie e alle sofferenze dell’uomo del nostro tempo, come ci insegna in modo sublime la pagina evangelica che narra il dialogo tra il misterioso Viandante e i discepoli di Emmaus.

Oggi, nel drammatico contesto di conflitto globale che stiamo vivendo, è quanto mai necessario l’affermarsi di una comunicazione non ostile. Una comunicazione aperta al dialogo con l’altro, che favorisca un “disarmo integrale”, che si adoperi a smontare “la psicosi bellica” che si annida nei nostri cuori, come profeticamente esortava San Giovanni XXIII, 60 anni fa nella Pacem in Terris. È uno sforzo che è richiesto a tutti, ma in particolare agli operatori della comunicazione chiamati a svolgere la propria professione come una missione per costruire un futuro più giusto, più fraterno, più umano.

WWW.VATICAN.VA



mercoledì 11 maggio 2022

ASCOLTARE, UN'ARTE DA APPRENDERE

  


Riflessioni, commenti e schede operative nel volume "Ascoltare con l'orecchio del cuore", curato dall’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali e dal Cremit, ed edito da Morcelliana.

Gmcs2022: un volume per approfondire il Messaggio

In una quotidianità sempre più vorticosa, appesantita dalla pandemia e dalle sfide poste alla pace globale, è fondamentale trovare spazi di silenzio, in cui ascoltarsi e ascoltare. In vista della 56ª Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali, l’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della CEI e il Centro di ricerca Cremit dell’Università Cattolica del Sacro Cuore presentano il volume “Ascoltare con l’orecchio del cuore” (Scholé, 216 pagine, 16 euro), curato da Vincenzo Corrado e Pier Cesare Rivoltella. Si tratta di uno strumento che, attraverso saggi, riflessioni e schede operative, vuole accompagnare giornalisti, operatori dei media, direttori diocesani, sacerdoti, catechisti e famiglie nella lettura e nell’approfondimento del Messaggio del Papa per la Giornata che si celebra, quest’anno, il 29 maggio.

Giunto alla sua settima edizione, il libro si compone di due macro-sezioni: la prima, dedicata ai Commenti, ospita saggi di accademici, giornalisti, teologi e studiosi; la seconda, con le Schede per un uso pastorale del Messaggio, ha invece un taglio metodologico-esperienziale.

I Commenti si aprono con il contributo di Vincenzo Corrado che, a partire da una suggestione cinematografica di grande attualità, evidenzia l’importanza dell’ascolto quale dimensione trasversale che innerva la storia della Chiesa e della società. Parte da una rilettura degli ultimi testi del Pontefice la riflessione di Paolo Ruffini, mentre oscilla tra dimensione terrena e spirituale il pensiero di Sabino Chialà. Se Valentina Alazraki riconduce il filo della narrazione a un orizzonte strettamente giornalistico, Arnoldo Mosca Mondadori e Erjugen Meta offrono un dialogo a due voci che ha la forza della testimonianza, della vita che rinasce nell’incontro e nell’ascolto. Il saggio di Salvatore Natoli si muove tra i sentieri della filosofia e quello di Giovanni Scarafile accompagna il lettore alla scoperta di Abraham Kaplan, l’autore citato quest’anno da Papa Francesco. Infine, Pier Cesare Rivoltella guida una riflessione sull’ascolto attraverso un percorso di analisi che trova in alcune esperienze fondamentali le proprie tappe.

La seconda parte del volume si compone di 12 Schede pensate per educatori, genitori e operatori pastorali e della comunicazione, da utilizzare per momenti di dialogo, dibattito, simulazioni formative. A firmarle il team di ricercatori e giornalisti dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali e del Cremit: Domenico Beneventi, Stefania Careddu, Alessandra Carenzio, Mattia Magoni, Eleonora Mazzotti, Enrica Papetti, Sergio Perugini, Marco Rondonotti. Completa la sezione una proposta sviluppata dall’Ufficio Liturgico Nazionale della CEI per una celebrazione della Parola pensata appositamente per la Giornata delle comunicazioni.

Come avvenuto nel 2021, anche in questa edizione un codice QR conduce al portale Anicec.it (area “Approfondimenti Gmcs”), dove sono disponibili griglie di analisi, domande guida, tracce per il lavoro, link utili, come pure un Sussidio cinematografico messo a punto dalla Commissione nazionale valutazione film della CEI.

www.avvenire.it


domenica 18 luglio 2021

ECOLOGIA DEL CUORE


“Gesù ci dà un insegnamento prezioso (Mc.6,30-34). Anche se gioisce nel vedere i suoi discepoli felici per i prodigi della predicazione, non si dilunga in complimenti e domande, ma si preoccupa della loro stanchezza fisica e interiore. E perché fa questo? Perché li vuole mettere in guardia da un pericolo, che è sempre in agguato anche per noi: il pericolo di lasciarsi prendere dalla frenesia del fare, cadere nella trappola dell’attivismo, dove la cosa più importante sono i risultati che otteniamo e il sentirci protagonisti assoluti. Quante volte accade anche nella Chiesa: siamo indaffarati, corriamo, pensiamo che tutto dipenda da noi e, alla fine, rischiamo di trascurare Gesù e torniamo sempre noi al centro. Per questo Egli invita i suoi a riposare un po’ in disparte, con Lui. Non è solo riposo fisico, è anche riposo del cuore. Perché non basta “staccare la spina”, occorre riposare davvero. E come si fa questo? Per farlo, bisogna ritornare al cuore delle cose: fermarsi, stare in silenzio, pregare, per non passare dalle corse del lavoro alle corse delle ferie. Gesù non si sottraeva ai bisogni della folla, ma ogni giorno, prima di ogni cosa, si ritirava in preghiera, in silenzio, nell’intimità con il Padre. Il suo tenero invito – riposatevi un po’ – dovrebbe accompagnarci: guardiamoci, fratelli e sorelle, dall’efficientismo, fermiamo la corsa frenetica che detta le nostre agende. Impariamo a sostare, a spegnere il telefonino, a contemplare la natura, a rigenerarci nel dialogo con Dio.

Tuttavia, il Vangelo narra che Gesù e i discepoli non possono riposare come vorrebbero. La gente li trova e accorre da ogni parte. A quel punto il Signore si muove a compassione. Ecco il secondo aspetto: la compassione, che è lo stile di Dio. Lo stile di Dio è vicinanza, compassione e tenerezza. Quante volte nel Vangelo, nella Bibbia, troviamo questa frase: “Ebbe compassione”. Commosso, Gesù si dedica alla gente e riprende a insegnare (cfr vv. 33-34). Sembra una contraddizione, ma in realtà non lo è. Infatti, solo il cuore che non si fa rapire dalla fretta è capace di commuoversi, cioè di non lasciarsi prendere da sé stesso e dalle cose da fare e di accorgersi degli altri, delle loro ferite, dei loro bisogni. La compassione nasce dalla contemplazione. Se impariamo a riposare davvero, diventiamo capaci di compassione vera; se coltiviamo uno sguardo contemplativo, porteremo avanti le nostre attività senza l’atteggiamento rapace di chi vuole possedere e consumare tutto; se restiamo in contatto con il Signore e non anestetizziamo la parte più profonda di noi, le cose da fare non avranno il potere di toglierci il fiato e di divorarci. Abbiamo bisogno di una “ecologia del cuore”, che si compone di riposo, contemplazione e compassione. Approfittiamo del tempo estivo per questo!

Papa Francesco, Angelus, 18 luglio 2021 

www.vatican.va


lunedì 14 settembre 2020

IL NUOVO LIBRO CUORE DELLA SCUOLA ITALIANA


di Luigi Sanlorenzo

 In questi giorni di intenso dibattito sulla scuola italiana non posso fare a meno di associare l’archetipo contenuto nel  libro Cuore,  scritto dal socialista Edmondo De Amicis,  pubblicato nel 1886 dall’editore Treves Milano  e divenuto un secolo dopo una seguitissima mini serie televisiva con la regia di Luigi Comencini. Nel cast, tra  Johnny Dorelli, Giuliana De Sio, Andréa Ferréol, Ugo Pagliai e, perfino, Eduardo De Filippo e Pier Paolo Pasolini, la parte del piccolo Enrico Bottini, sintesi delle  virtù umbertine da coltivare fin dall’infanzia,  fu affidata al nipotino undicenne del regista,  Carlo Calenda,  oggi deputato europeo.

 L’opera, capo saldo, insieme al coevo Pinocchio di  Collodi,  di quella che un tempo era chiamata letteratura per ragazzi,  ebbe immediato successo nell’ italietta  fin de siecle che celebrava i primi 25 anni di unità nazionale di cui la scuola, di stampo umbertino,  sarebbe dovuta essere la fucina del futuro, riprendendo il monito attribuito a Massimo D’Azeglio “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Vasto programma,   tuttavia preso molto sul serio in quegli anni di grandi speranze e di molte ingenuità da parte di una giovane nazione  che presto avrebbe cominciato ad aprire gli occhi  dopo i cannoni del Generale Fiorenzo Bava Beccaris, l’uccisione a Monza dell’ erede di Vittorio Emanuele II, la Grande Guerra, il Fascismo.

 Quegli eventi erano ancora lontani. Torino era stata la capitale provvisoria del regno e malvolentieri si era rassegnata a lasciare il posto a Roma nel 1870, dopo il breve interludio di Firenze. In quell’ultimo scorcio del XIX secolo la città rischiava di tornare nell’ombra della provincia da cui Cavour l’aveva tratta per portarla in Europa e nel mondo moderno.

 Città laica ed esoterica,  era animata da un consistente anticlericalismo e permeata da una significativa influenza massonica che non a caso aveva voluto la nascita del Museo Egizio, il primo al mondo,  già nel 1824; città caserma,  presto ne  avrebbe mutuato  lo stile impiantando la Fabbrica Italiana di Automobili Torino che per oltre un secolo le  restituì un nuovo  ruolo regio,  con tanto di dinastia regnante e abilissimi “primi ministri” quali Vittorio Valletta e Cesare Romiti.

 Nell’anno scolastico 1881-1882 che racchiude le vicende narrate da De Amicis, cresceva dunque una nuova generazione, all’insegna della preminenza assegnata all’istruzione pubblica, luogo di integrazione sociale non solo tra ceti ma anche con i primi e numerosi immigrati provenienti dalle regioni meridionali, dove il tasso di analfabetismo era dell’81% a fronte del già grave 57% nazionale.

 In tale scenario, molteplici erano gli scopi dell’istruzione pubblica  ......

Leggi: https://www.lospessore.com/31/08/2020/il-nuovo-libro-cuore-della-scuola-italiana/




sabato 22 agosto 2020

LE TRE SORGENTI

“La carità procede da tre sorgenti: da un cuore puro, da una coscienza buona e da una fede sincera. Il cuore puro ci porta al prossimo, la buona coscienza a noi stessi, la fede a Dio”.
(S. Bernardo di Chiaravalle)

Sono, queste, alcune parole del santo che oggi il calendario ci propone, il celebre Bernardo, grande riformatore dell’ordine cisterciense, nato nel1090 e morto nel 1153 nell’abbazia di Clairvaux in Francia, da lui fondata e destinata a diventare il suo appellativo. I suoi sermoni sono spesso intrisi di dolcezza, celebrano !’incontro con Dio con simboli di amore e di tenerezza (non per nulla egli vorrà commentare il Cantico dei Cantici con una serie di discorsi che rimarranno incompiuti alla sua morte).
Fissiamo ora la nostra attenzione su quelle tre sorgenti dell’amore.
Si parte dal cuore, che dev’essere sgombro da malizia, egoismo, ansia di possesso. Solo così si riesce ad accogliere il fratello, ad avvolgerlo con la generosità della donazione. C’è, poi, la coscienza giusta e retta: essa ci permette di conoscere il nostro lo e di amarlo in modo corretto, eliminando orgoglio e chiusura egoistica. Non si dimentichi, infatti, che il precetto biblico ammonisce: «Ama il prossimo tuo come te stesso».
Infine, ecco entrare in scena la fede: essa ci fa amare Dio, ci apre a lui e al suo mistero, ci permette non solo di contemplarlo ma anche d’abbracciarlo. Della carità si parla spesso nelle prediche e non di rado si cade nel generico, nello spiritualismo evanescente o nella mera filantropia. Bernardo ci ricorda che l’amore esige purezza di cuore, limpidità di coscienza e sincerità di fede, una trilogia di doti che rendono la persona autentica e matura.

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori