venerdì 19 luglio 2019

UN GIOVANE SU TRE PARLA E SCRIVE MALE L'ITALIANO. PERCHÉ ?

“Vi spiego perché un giovane su 3 non sa l’italiano”: Francesco Sabatini (Accademia della Crusca) commenta i risultati del test Invalsi
Intervista al presidente onorario della prestigiosa istituzione linguistica: "Le parole ci aiutano a capire chi siamo e il mondo in cui viviamo. 
In Italia non è la lingua a godere di poca salute, ma quelli che la parlano. 

Difficile correggere gli errori negli adulti, la chiave è a scuola nella formazione dei docenti"

“La lingua è dentro di te, tu sei tra le sue braccia”, recitano i Pensieri casuali sulla lingua di Mario Luzi. E uno che per tutta la vita si è fatto abbracciare volentieri dalla sua lingua, l’italiano, è il linguista nonché attuale presidente onorario dell’Accademia della Crusca, Francesco Sabatini. La sua rubrica in Rai “Pronto soccorso linguistico” da dieci anni risolve i dubbi grammaticali di milioni di spettatori, svelando i misteri della parola. Anche alla luce dei dati emersi dalle prove Invalsi, in esclusiva per TPI, Sabatini fa una diagnosi dello stato di salute della lingua italiana.
Qualche giorno fa, sono stati diffusi i dati delle prove Invalsi, che hanno evidenziato nuovamente i problemi dell’istruzione nel nostro Paese. Un ragazzo su tre, alle medie, non riesce a comprende un testo. In che stato di salute versa la lingua italiana?
Non è la lingua a godere di poca salute, ma quelli che la parlano! Per quanto riguarda la scuola il problema è ormai vecchio. L’insegnamento dell’italiano in Italia non è una cosa facile, perché veniamo da una storia che ha prodotto larghe masse di analfabeti. Per educare alla lingua ci sarebbe voluto un programma di governo molto più ampio, molto più preciso e scientificamente fondato. Questo non c’è mai stato. Certamente dall’Unità d’Italia si sono fatti dei passi avanti, ma la formazione del docente di italiano è la chiave principale e anche il lato più oscuro della vicenda. L’insegnante deve comprendere i meccanismi della lingua e come essa funziona. C’è stata e c’è tuttora una formazione inadeguata. Ripeto, da un lato le masse di analfabeti, dall’altro l’ostacolo rappresentato dai dialetti, fanno di questa faccenda qualcosa di molto serio.
Ancora una volta viene fuori la frattura fra Nord e Sud, come si spiega nel 2019 una distanza così marcata nel nostro paese nel campo dell’istruzione?
Non è qualcosa di recente. Sono problemi che il Mezzogiorno si porta dietro da secoli. Pensi che ho lavorato a delle indagini sulla diffusione delle tipografie in Italia nel 1400 e nel 1500. Da Roma in su erano presenti ben il 90 per cento delle tipografie, soltanto il 10 per cento al Sud. Significherà pure qualcosa che al Nord si scriveva e si leggeva di più e al Sud meno. Questo fa riflettere anche sull’oscurantismo del Regno di Napoli e del Regno delle due Sicilie…
C’è chi, anche fra gli insegnanti, non ritiene l’Invalsi uno strumento adeguato di diagnosi. Lei cosa pensa a riguardo?
Un istituto che conduca queste indagini con dei test è necessario. Possono essere test più appropriati alla realtà, più adeguati, ma il fallimento delle capacità degli alunni si vede anche senza le prove Invalsi. Inutile attribuire colpe all’Invalsi. La realtà è chiara [Uno studente su tre non capisce un testo in italiano: gli allarmanti risultati dei test Invalsi].
Leggendo attentamente i dati, si scorge comunque un miglioramento rispetto allo scorso anno. Il Miur ha annunciato una serie di assunzioni che andranno a ringiovanire la classe docente nei prossimi anni. C’è un consiglio che si sentirebbe di dare a un aspirante docente di lettere o di materie umanistiche?
Se non ha studiato linguistica italiana, se la studi a fondo. È questa la disciplina che forma il docente di lettere. La linguistica italiana, non la storia della letteratura, che è un altro capitolo, una cosa diversa. Purtroppo le nostre università fino a quarant’anni fa non avevano insegnamenti linguistici, ma solo letterari. Con quelli soltanto non si insegna bene l’italiano. Questo è il mio consiglio: studiare libri di linguistica, attività che si può svolgere anche da soli.
Nel suo libro “Lezione di italiano. Grammatica, storia, buon uso” (Mondadori, 2016) ha spiegato che l’italiano è una lingua che, a differenza di molte altre, ha avuto solo da poco una sua più piena funzionalità. Ci può dire di più?
Abbiamo una lingua antica, nobile, ricca, ma per letterati e poeti. La lingua vive e diventa facile da imparare quando è usata dalla massa dei parlanti nella comunicazione orale. Una lingua usata per secoli soltanto in letteratura non ha quelle scioltezze, quelle prontezze che la rendono adatta a tutti, sia nel parlato che nello scritto. Per questo ritorna la questione di una formazione più forte, più scientifica del docente di italiano.
Il linguaggio rapido e abbreviato dei social network, diffuso in particolare fra i più giovani, può danneggiare in qualche modo il corretto uso della lingua?
È un modo come un altro, molto ridotto, molto scheletrico che sicuramente non serve a migliorare le capacità dell’alunno. Illudersi che si possa comunicare con una quindicina di parole in un messaggino è un errore. D’altronde, è un problema ineliminabile perché è ormai il modo di comunicare di tutti. È il docente che deve intervenire per far in modo che non prevalga lo stile usato su questi mezzi. Affidarsi completamente agli strumenti non umani per la scrittura induce a un ritardo nell’acquisizione delle capacità personali e cognitive. Un primo passo, ad esempio, è quello di insegnare nella scuola primaria a scrivere con la mano. Poi viene la grammatica. Ma la mano prima! È un’illusione di comodità fidarsi del correttore del computer.
E cosa pensa della moda sempre più in voga di utilizzare anglicismi, anche quando non ce n’è bisogno?
Un altro aspetto della debolezza, della confusione, della trascuratezza. Non per nazionalismo, ma la parola estera resta come un sasso in mezzo alla frase, senza collegamenti. Non ne conosciamo bene il significato. Nella lingua le parole si legano tra di loro, se io introduco una parola che non si lega alle altre, un nome che non si lega ai verbi o agli aggettivi, resta lì appunto come un sasso fra i piedi. Sono a volte inevitabili, ma noi cediamo sempre più a questa tendenza credendo che questa nobiliti la nostra lingua. Così, impoveriamo la struttura della lingua italiana.
Ovviamente i problemi non riguardano soltanto i giovani. Di recente, si è parlato molto dell’analfabetismo funzionale, che interesserebbe circa la metà degli italiani. Persone che pur essendo in grado di capire testi molto semplici, non riescono a elaborare e a utilizzare le informazioni ricevute, ma anche individui che non sono in grado di distinguere una notizia di un blog satirico da un editoriale di un grande giornale. Come si può intervenire per correggere questi errori in un adulto?
È difficile perché ormai l’adulto è impegnato nella vita e non si rimette a studiare l’italiano. Anzi, di solito sentiamo dire che è meglio approfondire l’inglese perché più spendibile sul mercato del lavoro. Difficile che una persona adulta si rimetta a studiare la lingua madre. Ci si illude di risolvere i problemi studiando le altre lingue. La partita fondamentale si gioca con i giovani, dagli zero ai venticinque anni, comprendendo anche l’università come periodo di perfezionamento e apprendimento della lingua italiana. Perché l’università non dovrebbe continuare il lavoro delle scuole precedenti?
Heidegger sosteneva che riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché ogni pensiero deve presupporre la parola con la quale viene pensato. La conseguenza di non coltivare la parola è un mondo sempre più povero e più stupido?
Il linguaggio verbale è una scoperta che la specie umana ha fatto del proprio corpo, la scoperta che è diventata lo strumento per pensare. Se mi mancano le parole per definire uno stato d’animo mi manca l’orientamento; non è come per gli oggetti, se prendiamo in mano un martello, anche se non so cosa sia un martello, posso intuirne il suo utilizzo. Per la noia, per la preoccupazione, per la nostalgia, se non ho la parola non riesco a definire lo stato d’animo. Si nota che le persone che soffrono di alcuni mali, prevalentemente psicologici, se non hanno le parole per individuare la propria sofferenza, non riescono a curarla. Le parole sono strumenti per cogliere il significato e il funzionamento del mondo. Senza le parole non possiamo conoscere, le parole ci conducono verso la comprensione di noi stessi e degli altri.
Emil Cioran scriveva “non si abita un paese, ma si abita una lingua”…
Certo! Il paese è un ambiente naturale. Se io ho le parole per comprendere come questo ambiente è composto, come gli umani lo hanno modificato, io abito davvero quel paese, perché ne abito la lingua. Invece, se io mi trovo in luogo dove non capisco la vegetazione, il clima, o altre caratteristiche fondamentali, perché non possiedo le parole per descriverlo, mi ci trovo, sì, ma non lo domino. È un modo per dire che la lingua interpreta tutto: dalla cose concrete agli stati d’animo, dalle speranze ai dubbi. Senza le parole non possiamo guidare la nostra mente, non possiamo guidare le nostre azioni, se non a livello elementare. Questo ce lo spiegano la neurologia e l’antropologia, prima ancora della linguistica.







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