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domenica 26 maggio 2024

AMBIENTE e FAKE NEWS

Le nuove bugie sull'ambiente servono a bloccare le politiche per il clima

 


Il negazionismo tende a spostarsi dal fenomeno del cambiamento climatico in sé ai rimedi proposti. 

Dietro a molte campagne sui social media ci sono anche le compagnie petrolifere


-           di Gianluca Schinaia

    E se fossero i nostri stessi governi ad affamarci, distruggendo i raccolti per far crescere i prezzi del cibo, usando come scusa questa storia dei cambiamenti climatici? O se invece questo “climate change” sia solo un'espressione straniera che condanna a morte i nostri valori culturali? Le fake-news sui dati climatici, il complottismo sull’economia circolare, la diffidenza per la scienza ufficiale: le bufale su tutto ciò che riguarda le motivazioni di una quanto mai più urgente rivoluzione socio- economica in favore della sostenibilità sono ancora diffuse. Secondo un rapporto della coalizione Climate Action Against Disinformation (CAAD), la disinformazione online sui cambiamenti climatici continuano a prosperare. Nell'ultimo anno, secondo la ricerca, i post con l'hashtag #climatescam (“truffa climatica”) hanno ottenuto più like e retweet sulla piattaforma social X rispetto a quelli con #climatecrisis o #climateemergency.

Tra i motivi principali di questo successo della propaganda negazionista sui cambiamenti climatici ci sono il grande appeal delle fake news, il ruolo delle echo chambers (le camere dell’eco), la spinta consapevole alla disinformazione promossa dalle lobby delle energie fossili. Ecco ad esempio perché la metà degli statunitensi non crede che i cambiamenti climatici siano legati all’attività dell’uomo, e il 15% tra loro è addirittura convinta che ci sia una grande cospirazione dietro l'azione climatica. Tutto ciò nonostante il 99% dei climatologi a livello mondiale affermi che il cambiamento climatico sia reale e causato dall’uomo, così come ha ribadito la più alta autorità scientifica al mondo sul tema climatico: l’IPCC.

E se il problema fossero proprio loro, gli esperti? Se quest’ansia climatica non fosse altro che colpa degli scienziati del clima che hanno interessi a noi ignoti per diffondere dati falsi, non sarebbe giusto metterli a tacere nel mondo digitale inondandoli di insulti? Secondo il rapporto di CAAD, circa il 73% degli scienziati del clima che appaiono regolarmente sui media ha subito attacchi online. È parte del problema dell’oggettività informativa, oggi sempre più parziale nel mondo digitale. Spiega Emma Frances Bloomfield, docente dell’Università del Nevada in Texas, che molte persone fanno leva su informazioni cospirazionistiche dato che «dubitano del cambiamento climatico perché dubitano delle autorità scientifiche. Prendono decisioni sull'ambiente non in base ai fatti o alla scienza, ma in base ai loro valori o ad altre cose che sono importanti per loro». E infatti, come spiega la scrittrice Naomi Klein, «non è l'opposizione ai fatti scientifici del cambiamento climatico a guidare il negazionismo, ma l'opposizione alle implicazioni concrete di questi fatti». Segue Bloomfield: « Nella storia del cambiamento climatico, noi siamo i cattivi, o almeno parzialmente colpevoli di ciò che sta accadendo all'ambiente, e questo ci impone di fare molti sacrifici: è più comodo proporre il dubbio che la certezza».

Molto dipende dalle proprie convinzioni politiche. Al giorno d'oggi, tutto ciò che suona ambientale o sostenibile è identificato come “verde”, e per molti partiti conservatori il “green” è una forma di “rosso”, inteso come identità di una fazione politica sinistroide. È quindi più semplice identificare il “green” come vessillo di un nemico da sconfiggere piuttosto che di un problema da risolvere. Ecco uno dei motivi della popolarità delle fake news sul clima: strumenti oggi comuni per diffondere le idee che stanno minando la lotta contro i cambi climatici, secondo quanto riferisce la Royal Swedish Academy of Science.

Nel 2023 compagnie petrolifere come Shell, ExxonMobil e BP hanno speso tra i 4 e i 5 milioni di dollari in annunci su Facebook relativi a temi sociali e politici, secondo quanto riporta CAAD. Se però qualche anno fa i negazionisti erano chiamati tali perché negavano l’esistenza del climate change, oggi invece cercano di screditare le politiche e le soluzioni necessarie per affrontare la crisi climatica. Il Center for Countering Digital Hate ha conteggiato i messaggi del “nuovo negazionismo” che, come riporta il sito Scienza in rete, sono passati da un 35% del totale nel 2018 a un 70% nel 2023. Al contempo, quelli relativi al “vecchio negazionismo” variano dal 65% al 30%. Non si tratta solo della spinta pubblicitaria ad idee avverse alla sostenibilità: parte del problema della persuasione è il fascino genuino delle fake news. Infatti, un altro studio pubblicato su Nature Human Behavior rivela che la disinformazione sul cambiamento climatico è più persuasiva dei fatti scientifici.

Perché? Gioca con le emozioni delle persone e coinvolge elementi di appartenenza sociale legati alla propria psicologia. Infatti, le convinzioni ideologiche creano disaccordo sulla percezione della crisi climatica e il disaccordo causa la sfiducia nei dati scientifici relativi al cambiamento climatico. A questi elementi si sommano difficoltà oggettive: ad esempio, la conoscenza di un quadro complesso per analizzare a fondo le sfide della sostenibilità. Oppure il fatto che le massicce alterazioni del clima non hanno un impatto sulla percezione quotidiana. E per risolvere queste problematiche l’intelligenza artificiale non sarà di grande aiuto: « Abbiamo già un problema enorme di disinformazione», afferma Lauren Cagle, docente di retorica e studi digitali all'Università del Kentucky. « I modelli linguistici di grandi dimensioni come ChatGPT sono sul punto di farlo esplodere ancora di più». Infatti, alcuni ricercatori dell'Università del Wisconsin- Madison hanno scoperto che il tipo di informazioni fornite da GPT-3 dipendeva dall'interlocutore.

Per i conservatori e le persone meno istruite, l’IA generativa tendeva a usare parole associate a emozioni negative e a parlare degli effetti distruttivi del riscaldamento globale. Per coloro che sostenevano il consenso scientifico, era più probabile che parlasse di cosa si può fare per ridurre l'impronta di carbonio, come mangiare meno carne o andare in bicicletta. Insomma, il chatbot tendeva a compiacere le inclinazioni dell’interlocutore: qualcosa di simile a come funzionano i feed sulle pagine social. Nonostante questi difetti, l'uso dei chatbot per aiutare le persone a conoscere i cambiamenti climatici può avere dei lati positivi. In una normale conversazione tra esseri umani sono in gioco molte dinamiche sociali, mentre all’IA generativa è riconosciuta un’oggettività che nessun uomo potrà incarnare. E poi da poco esiste un chatbot che mira specificamente a fornire informazioni di qualità sul cambiamento climatico: si chiama ClimateGPT, un modello linguistico open-source di grandi dimensioni che è stato addestrato su studi e dati relativi al clima.

Oltre all’intelligenza artificiale, sarà utile sdrammatizzare. Come spiegava in un convegno organizzato dal Centro Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici John Cook, esperto di scienze cognitive presso il Melbourne Centre for Behaviour Change, i giochi e l'umorismo applicati al pensiero critico sono strumenti potenti per riconoscere e smontare le tecniche retoriche: « Le persone capiscono meglio e di più se sono coinvolte nel pensiero critico. Una delle tecniche più efficaci è quella di coinvolgere attivamente le persone, con app e giochi per smartphone, e renderle protagoniste delle attività necessarie a smascherare il negazionismo».

Un altro approccio promettente è il “deep canvassing”, che cerca di persuadere le persone attraverso conversazioni individuali e non giudicanti. Questo metodo consiste nell’ascoltare le preoccupazioni delle persone e aiutarle a elaborare i loro sentimenti contrastanti. Parlare di fatti locali e di persone che si conoscono davvero aiuta anche i potenziali negazionisti ad aprirsi al dialogo. Per questo ottenere informazioni da amici, familiari e altre persone fidate possono essere davvero utile come conclude Bloomfield: «Non sono necessariamente autorevoli come l'IPCC, ma ti aiutano a connetterti con quelle informazioni: ti fidi di quella persona, quindi ti fidi delle informazioni che sta condividendo». Il buon vecchio dialogo umano, che proprio all’alba della quarta rivoluzione industriale rimane necessario e sempre più utile per superare gli steccati ideologici issati perfino su temi di interesse assoluto: come il futuro dell’umanità.

www.avvenire.it

 

martedì 16 novembre 2021

COVID E FAKE-NEWS

 Recuperare fiducia nella scienza, 

pur riconoscendone i limiti

Il ripetersi in diverse città di manifestazioni no vax e no Green pass, e l'aumento recente del numero dei contagiati e dei ricoveri, riaccendono in Italia il dibattito sulle capacità degli scienziati, sulle regole imposte per frenare la diffusione della pandemia e sulle resistenze. Il teologo Maspero: la scienza va rispettata nel suo ambito, ma non può rispondere alla domanda sul senso del male nel mondo

-         di Adriana Masotti - Città del Vaticano

     

“Viviamo in un'era post-verità in cui la disinformazione abbonda e le prove scientifiche sono spesso soppiantate da fatti alternativi, pseudoscienza, notizie false e teorie del complotto. La Oxford Dictionaries ha recentemente eletto "Post-Truth" come parola dell'anno”. A scriverlo, sul proprio sito, è la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali che lo scorso settembre ha promosso un incontro internazionale sul tema "Verità e Post-Verità nelle comunicazioni, nei media e nella società". È ormai un dato comprovato che la pandemia ha portato acqua al mulino di chi fabbrica le fake news. Oggetto in questo caso di false notizie sono stati il Covid e i vaccini, nella più totale sfiducia verso la scienza e le istituzioni, e spesso disegnando complotti a livello mondiale.

Sospetti, sfiducia e false credenze

Un’indagine dell'Università Cattolica di Cremona sulla situazione in Italia del luglio scorso, rileva che il 35% degli italiani è sicuro o quasi che i politici spesso non dicano le vere motivazioni delle loro decisioni e il 23% che molte cose importanti accadano al mondo senza che la popolazione ne venga informata. Il 22% è abbastanza sicuro che ci siano organizzazioni segrete che esercitano un’importante influenza sulle decisioni politiche, il 14% ne è assolutamente certo. Il 13% degli italiani condivide l’affermazione che la diffusione di Covid-19 sia legata alla diffusione della tecnologia cellulare e il 37% del campione preso in esame crede che i vaccini siano una manovra di arricchimento delle case farmaceutiche. “Il senso di grande incertezza in cui ci troviamo da diversi mesi - afferma la professoressa Guendalina Graffigna, coordinatrice dello studio - è stata terreno fertile per il crescere di false credenze. Dal punto di vista psicologico, le cosiddette teorie complottiste risultano ipotesi credibili e seducono di più dei dati di ricerca reale soprattutto quando la situazione in cui si vive appare complessa e fuori dal proprio controllo. Di fatto si tratta di risposte semplici e parziali a domande complesse, quelle stesse domande complesse – conclude - che anche gli scienziati si pongono”.

La teoria negazionista

La stragrande maggioranza delle teorie della cospirazione e della disinformazione contro il Covid-19 è partita da sole 12 persone, sostiene un rapporto del Center for Countering Digital Hate, organizzazione no-profit che opera nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Secondo lo studio una dozzina di account ha un seguito combinato di 59 milioni di persone su più piattaforme social.
“A Bergamo non è morto nessuno a causa del Covid-19”, si è sentito dire da persone schierate sul fronte del negazionismo per i quali la pandemia non è che una montatura o una costruzione a tavolino. Sono evidenti le conseguenze talvolta tragiche di queste posizioni se i negazionisti del Covid-19 non mettono in atto le misure di prevenzione al contagio. 

Il Covid, opera di Satana?

Un altro aspetto da osservare è il legame che si rivela a volte tra negazionismo e religione. La pandemia ha visto, infatti, una crescita delle sette religiose, ma anche tra i cattolici idee negazioniste hanno trovato spesso credito fino a sostenere che il Covid è opera di Satana, in collaborazione con i grandi poteri finanziari e tecnologici del mondo, e i vaccini sono un suo strumento. “Il Covid-19 , scriveva il direttore di Avvenire Marco Tarquinio già nel novembre di un anno fa, non è lo strumento di un “complotto”, ma è un morbo terribile (…) è natura e, al tempo stesso, è frutto di un’ormai lunga, egoista e scriteriata manipolazione della natura che la corrompe e incattivisce. Il male dunque c’è, eccome. Ma se proprio di 'complotto' si vuol parlare, allora è bene rendersi conto che il “complotto” contro noi tutti è la guerra aperta alla vita di chi ha coltivato e ancora coltiva – come ci dice Papa Francesco – la tragica illusione di poter essere 'sani in un mondo malato', di poter essere felici e sicuri mentre manchiamo di custodire i fratelli e sorelle in umanità, ogni altro vivente e la nostra casa comune".

Non sentirsi vittime, guardare agli altri

Nell'omelia del 29 novembre 2020 alla Messa per i neo cardinali, Papa Francesco ha affermato: "Quando orbitiamo solo attorno a noi stessi e ai nostri bisogni, indifferenti a quelli degli altri, la notte scende nel cuore. Il cuore diventa oscuro. Presto si comincia a lamentarsi di tutto, poi ci si sente vittime di tutti e infine si fanno complotti su tutto. Lamentele, senso di vittima e complotti. È una catena. Oggi questa notte sembra calata su tanti, che reclamano per sé e si disinteressano degli altri. Come ridestarci da questo sonno dell’indifferenza? Con la vigilanza della carità".

Maspero: una comunicazione scientifica non corretta

La Commissione vaticana Covid-19 si è espressa in favore dell'uso dei vaccini e Papa Francesco ha auspicato la sospensione temporanea dei brevetti per assicurare una loro distribuzione globale. Ma non mancano tra i cattolici le prese di posizione contrarie basandosi, addirittura, su presunti messaggi della Madonna in altrettante presunte apparizioni in Italia e nel mondo. Sono rivelazioni non riconosciute dalla Chiesa ma molto popolari. Per comprendere meglio quanto sta accadendo abbiamo parlato con il professor Giulio Maspero, fisico e teologo, sacerdote, docente di Teologia dogmatica alla Pontificia Università della Santa Croce e all'Istituto Sophia di Loppiano che, per l'editrice Città Nuova, ha scritto insieme al sociologo Pierpaolo Donati il libro "Dopo la pandemia".

Professor Maspero, la pandemia ha fatto crescere in tanti la sfiducia nella scienza. Colpa degli scienziati? Delle loro incertezze e qualche volta opinioni differenti tra loro? Eppure sono stati bravi a darci in poco tempo i vaccini per combattere il Covid....

Sicuramente non è colpa degli scienziati che fanno del loro meglio e che come lei ha detto sono stati bravissimi e continuano ad esserlo, dobbiamo anche ricordare il sacrificio dei medici e degli infermieri, perchè dietro la nostra vita ci sono sempre persone che fanno il loro dovere, magari in corsia o in un laboratorio. Forse qualcosa di meglio andava fatto a livello di comunicazione. Il problema non è la scienza, ma come la scienza è stata usata nel meccanismo comunicativo che oggi è pervasivo. Faccio un esempio: un filosofo molto famoso che si chiama Yuval Noah Harari, meno di dieci anni fa, scriveva nel suo volume "Homo deus", che ormai all'alba del terzo millennio siamo riusciti a tenere sotto controllo carestie, pestilenze, guerre e per questo non abbiamo più bisogno di pregare alcun Dio che ci liberi, abbiamo conoscenze sufficienti per prevenire carestie, pestilenze ecc.... Ora si vede che qui c'è una pretesa che eccede l'ambito della scienza e invade invece quello della religione. Allora in un certo senso quello che sta accadendo è che un idolo è caduto, non l'idolo della scienza ma dell'uso comunicativo che si fa della scienza come possibile sorgente della nostra salvezza. Questo idolo non ha retto perché semplicemente non può reggere, non è il suo mestiere. Bisogna invece riconoscere il grande lavoro che è stato fatto e continuamente stanno facendo scienziati, medici e infermieri nel loro campo.

Il rapporto fede/scienza non è stato facile nel passato, ma si pensava di aver superato quel momento. Perché oggi tra i negazionisti del Covid e i no vax ci sono credenti, che in nome della religione sfidano il pericolo?   

Bisogna dire che il rapporto tra religione e scienza non è stato buono nel passato prossimo, non nel passato remoto, nel senso che tutti i più grandi scienziati sono stati credenti, l'ateismo in ambito scientifico è raro e recente. Riprendo quanto detto prima, cioè la pretesa della scienza di spiegare il senso, di diventare filosofia e di diventare religione portata avanti a livello comunicativo e non voluta dagli scienziati, rende sospettosi, perchè anche il popolo ha un'intuizione del fatto che la scienza non può rispondere alle domande ultime, appunto perché non si può andare dal fruttivendolo a comprare la carne, o dal macellaio per la frutta, sono mestieri diversi. Quando uno fa un'operazione scientifica deve limitare il campo di ricerca, non posso osservare le stelle con un microscopio o le cellule più piccole con un telescopio. Proprio l'atto iniziale del fare scienza è delimitare il campo d'indagine e identificare gli strumenti per questa indagine. Io, quando facevo il fisico, ricordo discussioni filosofiche bellissime tra me e il mio professore, e al centro c'era la questione di rendersi conto che la scienza non bastava e bisognava invece aprirsi a domande ulteriori che sono le domande di senso. La scienza ci darà i vaccini e questo è preziosissimo, ma non ci aiuterà, secondo me, a spiegare che senso ha la malattia, che senso ha la morte. Recentemente ho accompagnato un caro amico, un fisico, e lui mi domandava sul letto di ospedale dove è morto dopo due giorni: "Che cos'è la morte?" Ecco, a questa domanda non può rispondere la scienza, perché la scienza indaga dentro il limite e le persone se ne rendono conto. Questo però non è una ragione per essere contro i vaccini, e questo uso improprio della scienza non deve allontanarci dai benefici della scienza che Dio vuole che noi seguiamo, perchè Dio segue le leggi della natura, in Gesù è nato e morto come un essere umano, si è fatto carne, proprio per dirci che le leggi di natura sono buone.

A proposito del significato da dare a quanto ci è successo, che cosa spinge alcune persone a credere in un complotto mondiale a proposito della diffusione del coronavirus?

Questa è una domanda molto interessante. L'idea che mi sono fatto e che è successo un po' come un complesso di Stoccolma all'inverso: quando uno è rapito rischia di innamorarsi del suo rapitore perché per la psiche è più conveniente credere che quella persona gli vuole bene perché gli porta da mangiare piuttosto che credere che è in balìa del nulla, in balia dei capricci e della violenza. Forse qui c'è un effetto simile perché è più tranquillizzante pensare che c'è un complotto mondiale piuttosto che pensare che invece le malattie ci sono, che la scienza non può tutto, che siamo veramente limitati. Io ho l'esperienza, e sono molto grato per questo, dei miei studenti, soprattutto quelli che vengono da Paesi meno fortunati a livello medico e di welfare, che mi dicono: "Voi occidentali siete stupidi, perchè con il Covid avete scoperto la morte". Ecco, il coronavirus ci ha fatto scoprire che si muore. Penso che questo ci dia una lezione sul fatto che in Occidente abbiamo perso il senso del limite e forse il complotto mondiale è un pò un trucco della nostra psiche per gestire questo panico di fronte alla morte e alle malattie che invece possiamo gestire solo con una fede autentica, con un ritorno al religioso che oggi è ineludibile e penso che questa del coronavirus sia anche una grande opportunità. Allora, no al complotto mondiale, sì alla fede in Dio che ci ha creato e sempre ci salva.

Che dire invece di coloro che pensano che il coronavirus sia legato non solo al male che c'è nel mondo, ma lo vedono opera di Satana stesso?

E' una lettura in parte corretta e in parte scorretta, almeno dalla mia prospettiva di teologo. Perché, in fondo, ogni malattia remotamente è causata dal peccato originale, quindi è causata da colui che è un omicida fin dal principio che è il demonio che, corrompendo la relazione tra le creature e il Creatore, ha introdotto la morte e il male. Allora, remotamente è così, prossimamente no, non si può dire che il coronavirus sia una punizione per i peccati del mondo per il semplice fatto che Gesù è morto in croce ed era giusto, quindi il Vangelo stesso ci dice che chi soffre può essere un giusto, basta pensare al Libro di Giobbe, ai Salmi. Quindi, pensare alla pandemia come opera di Satana è una spiegazione troppo semplicistica. I turbamenti della natura sono frutto della libertà angelica e umana e la libertà è una cosa serissima, però non si può dire che Dio si scatena contro i colpevoli, anzi la Bibbia è piena di libri sapienziali che sono pieni di stupore di fronte all'ingiusto che vive bene e invece il giusto che patisce. Allora Dio come si comporta? Queste sono le domande di senso che la Bibbia ci offre e che ci possono sostenere. In questo momento consiglio a tutti di leggere i Salmi, di tornare alla Scrittura perché c'è una provocazione alla nostra mente e al nostro cuore che la Scrittura ci può aiutare a superare.

Come aiutare una persona a venir fuori da letture, diciamo, irrazionali o estremiste, non corrette anche dal punto di vista della fede, di questa pandemia?

Sicuramente è necessario ascoltare queste persone, dialogare con loro, perché non dobbiamo dimenticare che siamo in una società profondamente manipolatrice per il consumismo, tutti cercano di farci comprare qualcosa e le migliori menti dell'umanità sono impiegate a fare pubblicità e a creare desideri e bisogni, anche falsi. Allora le persone sviluppano il sospetto e quindi è essenziale stabilire una relazione di fiducia con loro ascoltandole. Io sono rimasto molto colpito parlando con una coppia di carissimi amici, lei afroamericana lui italiano, che mi spiegavano come negli Stati Uniti la popolazione di colore sia estremamente sospettosa nei confronti dei vaccini. Perché? Perché negli anni '30 in un paesino dell'Alabama, hanno iniziato un esperimento che riguardava la sifilide sulla popolazione di colore e sono andati avanti per tantissimi anni contro il benessere di queste persone, anche quando è stata scoperta la penicellina non è stata somministrata. Hanno rotto l'alleanza medico paziente in modo radicale. Allora bisogna, in primo luogo, ascoltare queste persone e cercare di capire cosa cercano davvero, cosa sanno davvero, cercare di ristabilire queste relazioni di fiducia. Penso che non si possa fare come stanno facendo i mezzi di comunicazione dove c'è una forte struttura manipolativa che trasforma tutto in un tifo calcistico. Quindi in un contesto dove la verità non esiste più, si trasforma tutto in Lazio-Roma o Milan-Inter, e questo non fa bene alle persone perché la verità c'è e non è solo una questione di opinioni o di scelte. Quindi bisogna essere anche molto comprensivi nei confronti di chi cade in questa dinamica da derby calcistico. Faccio un esempio personale: Io sono vaccinato e si sono vaccinate mia madre, mia zia che hanno 89 anni, la loro badante. Però nessuno ci aveva spiegato che anche con il Green pass ci si può ammalare lo stesso, che se hai il tampone negativo il giorno prima, il giorno dopo puoi contagiare. E per questo a settembre tutti noi abbiamo preso il Covid, per dire che un tipo di informazione troppo trionfalista per spingere a vaccinarsi, non ha sempre comunicato in modo corretto che però bisogna essere prudenti. Io penso che avere coscienza che la comunicazione deve recuperare un rapporto più umile con la verità ci può servire.

Riprendendo quello che lei diceva poco fa, in che cosa possono aiutarci i Salmi nella nostra vita quotidiana di oggi?

I Salmi sono poesie sapienziali che ci parlano di gratitudine, ma anche di una sofferenza che è caduta addosso al giusto. Sono i primi testi della letteratura mondiale dove si assume la prospettiva del giusto che viene però condannato ingiustamente. Questa è una novità che introduce la Bibbia, e secondo me, ci aiutano moltissimo a metterci di fronte al limite, al fatto che noi abbiamo un desiderio di infinito, ma che siamo limitati. E' chiaro che le malattie e le situazioni che viviamo in questi mesi ci sbattono in faccia il limite. Noi abbiamo bisogno di sapere che questo è già successo, che in fondo è il cammino dell'uomo, e soprattutto di sapere che Cristo è entrato in questo limite. Che cosa ci racconta il Vangelo, se non il fatto che Dio è così grande da potersi fare piccolo abitando i nostri limiti, per farsi trovare lì? E che la morte è l'incontro con Cristo per noi che abbiamo fede, e quindi potremmo dire che il limite non fa più paura, perché diventa una soglia. Meditare i salmi e pregare i salmi, come ha fatto Cristo sulla croce quando ha detto "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato", ci può aiutare a scoprire che possiamo vivere con gioia e volerci bene, sapendo che il limite non è l'ultima parola ma è una soglia che ci porta incontro all'altro, prima con la 'a' minuscola, tra di noi, ma poi ancora di più, con la 'A' maiuscola, perché è l'incontro con Dio che ci viene a prendere nei nostri limiti.

Vatican News

 


sabato 12 dicembre 2020

CORONA VIRUS: GIOCARE CON LA MORTE

 

-          di Giuseppe Savagnone

 

Abbiamo scoperto che possiamo morire

Fra le tante conseguenze della pandemia sulla nostra vita di ogni giorno ne va segnalata una che sembra la più ovvia, ma lo è meno di quanto sembri: la sempre più chiara consapevolezza che possiamo morire.

A ricordarcelo ogni giorno sono i numeri impressionanti dei decessi, nel corso di questa “seconda ondata” del coronavirus; ma sono anche, e forse soprattutto, i volti di conoscenti, di amici, di parenti che si sono ammalati e non ce l’hanno fatta.

La favola dei “negazionisti”

I “negazionisti” si sono ostinati a minimizzare, sostenendo che moltissimi dei decessi attribuiti al virus sono in realtà dovuti ad altre patologie, da sempre presenti. Per dimostrarlo, sono arrivati a sostenere che in Italia il numero totale dei morti, da quando è scoppiata la pandemia, nel 2020, è lo stesso, anzi inferiore, a quello degli anni precedenti.

Una clamorosa fake news, spazzata via dai dati Istat. Da essi risulta che a marzo 2020 la mortalità, rispetto alla media degli anni precedenti, è aumentata del 47,2%. Al Nord, dove il virus ha colpito più duramente, questa crescita è stata addirittura del 93,9%, mentre al Centro e al Sud, dove i contagi sono stati molto minori, si è fermata rispettivamente al 12,2% e al 4,3%.

Anche ad aprile l’aumento dei morti, rispetto agli anni passati, è stato forte, raggiungendo il 39,2%. Ancora una volta ad avere un ruolo decisivo è stato l’incremento dei decessi registrati al Nord, con un +74,3%, mentre al Centro l’aumento è stato del 12,6% e al Sud del 6,8%.

Vedremo quali saranno i dati ufficiali per i mesi di questa seconda ondata, ma fin da ora possiamo prevedere che purtroppo il bilancio anche per essi sarà pesantemente negativo. In ogni caso, la favola del complotto volto a drammatizzare una semplice influenza, per oscuri interessi economici e politici, è nettamente smentita.

La morte in prima pagina…

Con la pandemia la morte, dunque, miete in Italia (e non solo in Italia) più vittime di quante non ne abbia mai fatte, almeno in tempo di pace. Ma, soprattutto, è, per così dire, “uscita allo scoperto”, riempiendo le pagine dei nostri giornali e i servizi dei nostri notiziari. Ormai ogni giorno le une e gli altri si aprono con il bollettino in cui si annuncia il numero dei decessi del giorno precedente. Un duro risveglio, per chi comincia la sua giornata.

…dopo essere stata a lungo esorcizzata

Ma forse si tratta di un risveglio in un senso più profondo, per tutta una società che da molto tempo ormai esorcizzava la morte con ogni mezzo, cercando di dimenticarsene. Di essa quasi non si parlava più. E quando si era costretti a farlo, si evitava perfino di nominarla, ricorrendo a circonlocuzioni per indicarla.

In realtà è tutto un costume sociale che a lungo l’ha, per così dire, “nascosta”. In altre epoche intorno al moribondo si riuniva la famiglia, bambini compresi, per confortarlo e ascoltare le sue ultime parole. E le tombe erano intorno alle chiese (così è ancora, in alcuni paesini dell’Alto Adige) o, addirittura, per i personaggi più illustri, dentro di esse. La memoria dei propri morti era dunque almeno settimanale, con la frequenza alla messa

Invece, nella nostra società, in occasione della morte di un familiare si mandano i figli da un’amica, perché non siano presenti e non “si impressionino”. E i cimiteri, dopo l’editto di Saint-Cloud, ricordato da Foscolo nei Sepolcri, vengono situati (peraltro per validi motivi igienici) fuori dei centri abitati, per essere visitati una volta l’anno. Sono solo degli esempi. Al fondo, c’è il rifiuto di prendere atto di questo scomodo appuntamento con la propria fine, anche se, a pensarci bene, esso è l’unico che in un’esistenza umana è assolutamente sicuro. A ricordarlo, evidenziando la relatività di tanti programmi, di tante ansietà e di tanti conflitti, si rischia di attirarsi la triste fama di jettatore e di essere emarginato.

La fuga dalla morte

Pascal ha efficacemente illuminato il retroterra culturale e spirituale di questa “fuga dalla morte”. Più che mai attuali sono le sue riflessioni su quello che egli chiamava «divertissement», vale a dire sulla “distrazione” con cui cerchiamo di stordirci per sfuggire al pensiero della morte, tuffandoci in mille occupazioni e preoccupazioni che ci distolgono da esso.

«Gli uomini» – spiega il filosofo francese – «non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici». Da qui, secondo lui, la frenetica corsa che egli già, nel XVII secolo, registrava nella società del suo tempo: «Così si spiega perché sono così ricercati il gioco, la conversazione delle donne, la guerra, le grandi cariche. Non già che in queste cose ci sia effettivamente della felicità, né che si pensi che la vera beatitudine consiste nel possedere il denaro che si può guadagnare al gioco, oppure nell’inseguire una lepre; queste cose, se ci fossero offerte, non le vorremmo. Noi (…) cerchiamo proprio il trambusto che ci distoglie dal pensare [alla morte] e ci distrae. Questa è la ragione per cui si gusta più la caccia che la preda. Per questo gli uomini amano tanto il rumore e il trambusto; per questo la prigione è un supplizio così orribile; per questo il piacere della solitudine è una cosa incomprensibile (…) Questo è tutto quello che gli uomini hanno potuto inventare per diventare felici. E quelli che fanno i filosofi su questo e credono che il mondo sia troppo poco ragionevole nel passare tutto il giorno a correre dietro a una lepre che non accetterebbero se comprata, non conoscono la nostra natura. Quella lepre non ci garantirebbe dalla visione della morte e delle miserie, ma la caccia, che ce ne distoglie, ci garantisce».

Costretti dalla morte a pensare alla vita

Sono passati quasi quattro secoli, ma il quadro tracciato dal filosofo francese si applica perfettamente alla iper-attiva società industrializzata in cui siamo immersi. In essa non c’è più il tempo per pensare in generale, figurarsi alla morte. Il lavoro e lo svago, incalzati entrambi dal medesimo ritmo frenetico, funzionano benissimo come anestetico.

La pandemia, con la sua irruzione, ha rotto questo incantesimo, rendendoci impossibile “distrarci” dalla malattia e dalla morte. Il coronavirus ha evidenziato la fragilità esistenziale dell’essere umano e la precarietà delle sue sicurezze e dei suoi progetti. Sia al livello individuale che a quello collettivo abbiamo toccato con mano la relatività delle nostre costruzioni e dei nostri calcoli per raggiungere il successo. Abbiamo di nuovo dovuto prendere coscienza della nostra finitezza.

Ci sono, è vero, quelli che reagiscono a questo messaggio chiudendo gli occhi sulla realtà e continuando a stordirsi. Ma gli spiriti meno superficiali sono indotti a riflettere, favoriti in questo anche dalla relativa immobilità a cui siamo spinti dalle misure sanitarie. E da questa riflessione può riemergere l’autenticità del nostro volto umano, con le sue paure, ma anche con la gioia di vivere. Perché la morte, da sempre, ci costringe a interrogarci sul senso della vita.

La partita a scacchi con la Morte

Nel suo film Il settimo sigillo (1957), il regista Ingmar Bergman ha espresso tutto questo immaginando che – nel suo viaggio di ritorno dalla Crociata, dove ha cercato Dio vanamente – il nobile cavaliere Antonius Block si imbatta nella Morte. Allo scopo di guadagnare tempo per la sua incompiuta ricerca esistenziale, Block sfida l’oscura visitatrice a una partita a scacchi, la cui posta è la sua stessa vita. E tutto il cammino del cavaliere sarà scandito dalle tappe di questo duello, le cui fasi giocate sulla scacchiera rispecchiano le travagliate vicende del suo viaggio reale in cerca di una risposta.

Alla fine, il cavaliere perderà la sua partita. Ma avrà imparato molte cose e stabilito un rapporto nuovo con se stesso e con gli altri. Forse il coronavirus, invitandoci a giocare a scacchi con la Morte, può offrirci l’occasione di capire meglio anche noi la nostra vita.

 

www.tuttavia.eu

 

 

mercoledì 5 febbraio 2020

CURRICOLO DI STORIA, CURRICOLO DELLA MEMORIA

LA MEMORIA PERDUTA

Quello che stupisce è che ci si meravigli che il passaggio dal Curricolo di Storia al Curricolo della Memoria non sempre avvenga e che l’incedere idealista dello “svolgimento della storia che cade nel tempo” non sia poi il modo migliore perché tutti imparino cosa è accaduto realmente nel passato, perché è accaduto e – soprattutto – cosa sarebbe meglio non accadesse più

di Stefano Stefanel

In questi ultimi tempi c’è stata un’accelerazione imprevista di comportamenti e segnali molto preoccupanti per chi ritiene che alcune verità storiche non possano più essere revisionate, ma debbano soltanto essere insegnate dentro un sistema naturale di civiltà. Molto spesso, poi, accade che dal mondo accademico o scolastico si chieda di smetterla con competenze e curricoli e si torni a conoscenze e programmi. E così i segnali peggiori vengono ignorati e abbandonati al loro destino senza avere il coraggio di andare a vedere da che cosa nasce tutta questa confusione revisionistica su un passato piuttosto recente e incontrovertibile (Shoah, leggi razziali, alleanza tra Hitler e Mussolini, antisemitismo). Il vecchio mantra di destra “ma Mussolini ha fatto anche cose buone” si è evoluto, purtroppo, in un incredibile crescendo di follie interpretative.
​Assemblo alcuni fatti a cui ci stiamo assuefacendo e che sono il sintomo di un mutamento drammaticamente duraturo: l’insegnante che in classe denigra Liliana Segre dicendo che cerca solo visibilità; il Comune che attribuisce la cittadinanza onoraria alla Segre, deportata in quanto ebrea, e poi dedica una via ad Almirante che aveva firmato il “Manifesto della razza” che ha dato origine alle leggi razziali che hanno fatto deportare la Segre;un aumento di italiani (qualcuno ha detto che sono il 15%) che nega la Shoah; il saluto fascista ridiventato segno di distinzione; le scritte antisemite sulle porte delle case degli ebrei e sui muti delle città; il richiamo al comunismo ogni volta che si nomina il nazismo; il negazionismo su quanto avvenuto nei campi di sterminio. Questo museo degli orrori è sì un museo “storico” degli orrori, ma questo uso distorto della storia sta entrando nelle coscienze civiche, alterando il concetto stesso di civismo che non può svilupparsi dentro queste atroci falsità.
​La prima banalità che balza agli occhi è che tutte queste persone hanno frequentato le scuole pubbliche italiane in cui si insegna, ormai da più di 70, anni in forma antifascista e antirazzista la storia del Novecento. La scuola esecra, ma non si interroga sul perché ciò sia potuto accadere. La scuola italiana ritiene che la storia si possa insegnare solo in forma storicistica, cioè seguendo nella linea del tempo l’evolversi degli avvenimenti, dei motivi e delle cause. E così la storia del Novecento si affronta in terza media (secondaria di primo grado) e in quinta superiore (secondaria di secondo grado), cioè senza alcuna connessione temporale e verticale (a 14 anni si studia la storia del Novecento e a 15 quella dei greci e dei romani: e tutto questo viene ancora definito logico!), per poi ritornare a studiare il Novecento a 18-19 anni. La battaglia sul compito di italiano con una traccia di tipo storico continua a pretendere questa partizione di tipo storico. E la drammatica assenza di verticalità tra i due ciclo oltre a produrre dispersione, ora mi pare produca anche revisionismo.
​Tutto questo cozza contro la banale considerazione che l’evoluzione mentale dei ragazzi si evolve più velocemente di un tempo, anche perché messi a contatto con un mare di nozioni e notizie rinvenibili senza sforzo critico sul web. Così può accadere (ed è accaduto) che uno studente faccia un approfondito studio sul passato di suo bisnonno, internato nei campi di concentramento dai nazisti durante la seconda guerra mondiale e contemporaneamente sia segretario provinciale di Casa Pound. Non comprendo perché a nessuno venga in mente che l’insegnamento storicistico della storia (parto dall’uomo di Neanderthal e arrivo fino a Donald Trump se ci arrivo) sia un elemento cardine della trasformazione del sapere storico in un semplice film del passato dove tutto si confonde (la Resistenza come Lepanto, la Prima Guerra Mondiale come la Guerra dei Trent’anni). E tutto questo avvenga mentre cresce e si sviluppa il pensiero dello studente e le ideologie si sedimentano e non sono più scalfibili. Così accade che se un ragazzo tra i 15 e i 18 anni diventa fascista poi quando in quinta superiore studia la storia non la collega con la propria ideologia e può al tempo stesso studiare la Shoah e negarla. Cosa avvenga poi dopo la fine degli studi è sotto gli occhi di tutti. Quando un’ideologia si è formata – qualunque essa sia – è difficile da scalfire: e a 18 anni è quasi sempre già formata.
​A me pare evidente che la storia del Novecento si dovrebbe studiare in prima superiore legandosi strettamente a quanto si è studiato in terza media, prima cioè che la corsa verso l’ideologia (sia di destra sia di sinistra, sia antifascista sia revisionista) inizi la sua “fuga” irreversibile. Ma poiché questa evidenza appare solo a me e l’Università, gli intellettuali, il Miur, gli studiosi si battono per la Storia del Novecento in terza media e in quinta superiore assistendo, attoniti, al drammatico fatto per cui tutti quelli che hanno studiato nelle scuole pubbliche italiane (statali e private) possano acquisire quanto appreso o negarlo senza poterci fare nulla. Credo che allora l’unica cosa da fare sia quella di separare il Curricolo di Storia (che continuerà nel suo incedere storicista, per cui se prima non si è studiata la Seconda Guerra d’Indipendenza non si può studiare la Seconda Guerra Mondiale) dal Curricolo della Memoria. Erodoto non la pensava così e neppure Tito Livio, ma allora la Storia raccontava i vincitori e non aveva altre pretese. Noi invece abbiamo attuato una pedagogia scolastica dell’antifascismo per sentirci poi dire da troppi che Fascismo e Antifascismo sono solo due modi di pensare e tutti e due leciti. 
​Potrebbe allora accadere che il Curricolo di Storia produca le amate conoscenze dentro i sempre applauditi Programmi, il Curricolo della Memoria, invece, sviluppi dentro un suo percorso, slegato da rigide partiture annuali, le Competenze Civiche e di Cittadinanza dove i valori del sapere e quelli del civismo coincidono. Prima che sia troppo tardi spero nello sdoppiamento, così che il Curricolo della Memoria aiuti dai dieci ai vent’anni lo studente a crescere culturalmente su quanto si deve ricordare mentre sviluppa la sua ideologia, fermando così alcune derive revisioniste, antisemite e naziste che si annidano nella mente dei giovani mentre sono spinti a studiare il Medioevo e il Rinascimento.
​Il passato non è ordinato e il suo ordine dentro in manuali è spesso spaventoso, con la storia della Cina ridotta a  qualche paragrafo e quella dell’Islam messa qua e là. Ma questo Novecento messo alla fine dei due cicli, senza neppure farsi sfiorare dal dubbio che il passaggio dallo studio della Seconda Guerra Mondiale (terza media) allo studio di Pericle (prima superiore) non sia così logico come sembra in uno sviluppo armonico e organico dell’apprendimento. 
​Quello che stupisce è, allora, che ci si stupisca che il passaggio dal Curricolo di Storia al Curricolo della Memoria non sempre avvenga e che l’incedere idealista dello “svolgimento della storia che cade nel tempo” non sia poi il modo migliore perché tutti imparino cosa è accaduto realmente nel passato, perché è accaduto e – soprattutto – cosa sarebbe meglio non accadesse più.



sabato 1 febbraio 2020

EURISPES. RAPPORTO CHOC: GLI ITALIANI E LA SHOAH

 Il 15,6 per cento degli italiani nega l'Olocausto !

Fulvio Fulvi 

Nel 2004 erano il 2,7%. Il 16,1% ritiene che nei campi di sterminio le vittime siano state molte meno di quelle di cui parlano i libri di storia. L'Eurispes: più a sinistra che a destra

Una percentuale che fa venire i brividi: il 15,6% degli italiani nega la Shoah. Crede cioè che lo sterminio degli ebrei ad opera dei nazisti non sia mai avvenuto. A questi cittadini "scettici" che vorrebbero cancellare pagine di storia documentata anche da testimoni che hanno vissuto personalmente la tragedia dei lager, vanno aggiunti quelli che sostengono che l'Olocausto non avrebbe prodotto diciassette milioni di vittime ma molte meno: è il 16,1% degli intervistati a sostenerlo. I dati, allarmanti, emergono dal rapporto Eurispes 2020 sul nostro Paese.
Ma le risposte ad altri quesiti sullo stesso tema mostrano anche elementi in apparente controtendenza rispetto a quelli sulla veridicità della "soluzione finale" voluta da Hitler: l'affermazione secondo la quale gli ebrei controllerebbero il potere economico e finanziario, prosegue l'indagine Eurispes, raccoglie infatti il generale disaccordo degli italiani (76%); non manca però chi sostiene questa idea (23,9%). Gli ebrei controllerebbero i mezzi d'informazione a detta di più di un quinto degli intervistati (22,2%), mentre i contrari arrivano al 77,7%.
Dal 2004 a oggi gli italiani che negano la Shoah sono cresciuti dunque dal 2,7 al 15%. Un segnale del clima di odio e pregiudizio razziale che si sta diffondendo nella Penisola, come dimostrano i recenti episodi di minacce, scritte antisemite sui muri, e anche insulti a stranieri. "Il negazionismo continua a infangare la memoria di questa tragedia - commenta il viceministro agli Interni, Matteo Mauri -, dobbiamo fare di più affinché le teorie negazioniste non trovino nuovo consenso". "È responsabilità di tutti noi - prosegue Mauri - non sottovalutare questi dati che rendono evidente come razzismo e antisemitismo siano ancora presenti in Italia. Dobbiamo tenere vivo quel doloroso ricordo, in modo che soprattutto le giovani generazioni possano conservare e trasmettere la nostra memoria storica. Gli atti intimidatori di questi giorni, che spesso vengono relegati a 'ragazzate' o poco più, sono gravi e inammissibili. Nessuno deve sottovalutare la loro pericolosità. Per questo motivo il governo - conclude il vice ministro - tiene alta la guardia ed è al lavoro per contrastare con fermezza qualsiasi deriva estremista".
Il rapporto Eurispes riserva qualche sorpresa riguardo alla colorazione politica di chi nega l'Olocausto. «La credenza che la Shoah non abbia mai avuto luogo - si legge - vede il picco di intervistati “molto” d’accordo tra chi si riconosce politicamente nel Movimento 5 Stelle (8,2%), concordi complessivamente nel 18,2% dei casi; la più alta percentuale di soggetti concordi (abbastanza o molto) si registra però tra gli elettori di centrosinistra (23,5%). I revisionisti risultano più numerosi della media a sinistra – per il 23,3% l’Olocausto degli ebrei è avvenuto realmente, ma ha prodotto meno vittime di quanto si afferma di solito – ed al centro (23%), meno a destra (8,8%)».