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venerdì 30 agosto 2024

PATRIA, NAZIONE, IDENTITA'



- di Antonio Longo

Viviamo tempi di cambiamento epocale, per dirla con Papa Francesco, che mettono in discussione concetti consolidati di appartenenza. Parole “forti” come identità e patria si confrontano con fatti che mettono in discussione antiche certezze.

Di fronte alla pandemia molti si sono sentiti contemporaneamente “genere umano” oltre che italiani, europei, americani o cinesi, Dipende da come è vissuta e affrontata la minaccia esterna. Se la risposta è “siamo tutti nella stessa barca” e vogliamo dare una risposta collettiva (ad esempio, con uno sforzo comune per finanziare la ricerca per il vaccino, come propose Ursula Von der Leyen) allora emerge l’idea che l’identità nazionale non è più esclusiva, ma che accanto ad essa ci può essere anche una “identità europea”, l’unità nella diversità.

Se invece la risposta è “prima i nostri”, come sta succedendo in America, allora si mettono in moto meccanismi politici e psicologici che tendono a delimitare in modo netto ed esclusivo le diverse identità nazionali, etniche e culturali.

È la risposta politica ai problemi che poi determina, nel lungo termine, i sentimenti di appartenenza di ciascuno. Se noi ci definiamo italiani, francesi o tedeschi è perché, dopo alterne vicende storiche, sono stati costruiti gli stati dell’Italia, della Francia o della Germania, prima dei quali ci definivamo semplicemente lombardi o siciliani, provenzali o alsaziani, bavaresi o prussiani. Aggiungendo poi che ci si identificava nella comune religione cristiana.

 La “nazione” è un’idea storica che nasce con l’affermazione di una forma stato specifica: lo stato-nazionale. Come tutte le affermazioni storiche ha un suo corso: all’inizio è progressivo perché consente di superare la frammentazione sociale ed economica delle precedenti formazioni feudali e di far nascere un’identità comune superiore tra gli individui. In seguito, quando si consolida e diventa “esclusiva” delle altre identità nazionali (o delle altre patrie) allora diventa un’idea regressiva: non è un caso se in nome della nazione si sono compiuti in Europa i più orrendi massacri della storia.

Abbiamo la fortuna di vivere il tempo in cui i concetti d’identità (e di patria) si vanno trasformando. L’integrazione sociale ed economica tra gli individui è sempre più in estensione, al di la degli stati-nazione. In Europa questa esperienza ha già creato una società europea de facto, con regole e istituzioni comuni in campo economico e politico.

 Tutto ciò modifica i concetti di identità, di patria e scopriamo di possedere tante identità diverse. Se siamo in Lombardia, magari ci dividiamo tra varesini, bergamaschi o bresciani; se siamo in Italia, ci dividiamo tra lombardi e campani o tra veneti e calabresi. Se siamo in Europa, tra italiani, tedeschi, spagnoli o polacchi. Ma se siamo in America scopriamo di sentirci Europei, quando siamo in Cina ci scopriamo occidentali. E infine, di fronte a problemi planetari quali la crisi ambientale o le pandemie ci scopriamo semplicemente ‘umani’.

Tante identità, tutte diverse, ma tutte valide. Se non le mettiamo in contrapposizione arricchiscono la nostra esperienza umana, anziché ridurla. E ci consentono di affrontare i problemi del Mondo – quelli che ormai decidono della nostra esistenza su questo pianeta – con una prospettiva diversa, quella della ricerca dell’unità, nella molteplicità delle nostre differenze. Dunque, ciascuno di noi possiede tante identità culturali, quante sono le esperienze di vita che percorre.

 Tutto ciò non può non riflettersi sul concetto di “patria”. I giovani della Rosa Bianca scrissero nei loro diari che la “patria è l’odore delle mele quando stai disteso nei campi”. Una patria che corrisponde alla terra del borgo natio, una piccola patria, ma che non impediva a loro, che auspicavano la sconfitta della “patria Germania” perché si era macchiata di cose orribili, di pensare ad una patria più grande, di immaginare che in Europa ci voleva “ein Staat der Staaten”, uno stato di stati, così chiamarono la federazione europea.

Un tempo erano le guerre a creare gli Stati e le Patrie. Il processo di unificazione europea sta creando, con la pace e la democrazia, il senso di appartenenza a una comunità di popoli, diversi, ma che possono essere uniti attraverso ciò che il filosofo e sociologo tedesco Juergen Habermas chiama il “patriottismo costituzionale”. 

È una costituzione materiale comune che crea, nel tempo, l’idea di una patria sovrannazionale.

 

Pubblicato da Il Lettore di VareseNews


venerdì 3 maggio 2019

STATO? NAZIONE ? STATO-NAZIONE? UNA SFIDA PER IL FUTURO

Papa: diffondete la coscienza di una rinnovata solidarietà internazionale

Udienza con Papa Francesco per la Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, una cinquantina di esperti di tutto il mondo, riunita dal 1 al 3 maggio per riflettere su un tema di grande attualità: “Nazione, Stato; Stato Nazione”. Per il Papa "sembra aprirsi una nuova stagione di confronto nucleare inquietante"

 di Adriana Masotti - Città del Vaticano
Vatican News

“La Chiesa osserva con preoccupazione il riemergere, un po’ dovunque nel mondo, di correnti aggressive verso gli stranieri, specie gli immigrati, come pure quel crescente nazionalismo che tralascia il bene comune”. Le parole pronunciate da Papa Francesco di fronte ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali convocati in riunione plenaria, dicono il cuore del suo discorso e della Plenaria stessa che si è data quest’anno un tema cruciale: "Nazione, Stato; Stato Nazione". In apertura all'udienza, il saluto rivolto al Papa dal presidente dell'Accademia, l'economista Stefano Zamagni. 
L'idea di popolo: territorio, leggi e modo di vivere comune
La costatazione di partenza del discorso di Francesco è che oggi “alcuni Stati nazionali attuano le loro relazioni in uno spirito più di contrapposizione che di cooperazione”. Il Papa sottolinea “che le frontiere degli Stati non sempre coincidono con demarcazioni di popolazioni omogenee e che molte tensioni provengono da un’eccessiva rivendicazione di sovranità da parte degli Stati” e ricorda l’idea di popolo in San Tommaso per il quale, come un fiume ha sempre lo stesso nome, anche se l’acqua che vi scorre muta continuamente, così “‘un popolo è lo stesso non per l’identità di un’anima o degli uomini, ma per l’identità del territorio, o ancora di più, delle leggi e del modo di vivere’”.
La Chiesa ha sempre esortato all’amore del proprio popolo, della patria, al rispetto del tesoro delle varie espressioni culturali, degli usi e costumi e dei giusti modi di vivere radicati nei popoli. Nello stesso tempo, la Chiesa ha ammonito le persone, i popoli e i governi riguardo alle deviazioni di questo attaccamento quando verte in esclusione e odio altrui, quando diventa nazionalismo conflittuale che alza muri, anzi addirittura razzismo o antisemitismo.
“ Uno Stato che suscitasse i sentimenti nazionalistici del proprio popolo contro altre nazioni o gruppi di persone verrebbe meno alla propria missione. Sappiamo dalla storia dove conducono simili deviazioni; penso all’Europa del secolo scorso. ”
Il migrante non è una minaccia ed è tenuto ad integrarsi 
E' comunemente riconosciuto che “lo Stato è al servizio della persona e dei raggruppamenti naturali delle persone - prosegue Francesco - troppo spesso, tuttavia, gli Stati vengono asserviti agli interessi di un gruppo dominante, per lo più per motivi di profitto economico”. E fa notare come il modo in cui uno Stato gestisce il fenomeno immigrazione “rivela la sua visione della dignità umana e del suo rapporto con l’umanità”. Il Papa ribadisce che: “Ogni persona umana è membro dell’umanità e ha la stessa dignità”. Ricordando i quattro principi già espressi, attorno ai quali si articolano i nostri obblighi verso i migranti: accogliere, proteggere, promuovere e integrare, afferma:
Il migrante non è una minaccia alla cultura, ai costumi e ai valori della nazione che accoglie. Anche lui ha un dovere, quello di integrarsi nella nazione che lo riceve. Integrare non vuol dire assimilare, ma condividere il genere di vita della sua nuova patria, pur rimanendo sé stesso come persona, portatore di una propria vicenda biografica. In questo modo, il migrante potrà presentarsi ed essere riconosciuto come un’opportunità per arricchire il popolo che lo integra.
Lo Stato nazionale non può affrontare da solo le sfide globali
Compito dei governi è quello di “proteggere i migranti e regolare con la virtù della prudenza i flussi migratori”, osserva il Papa, preparando anche le popolazioni locali all’accoglienza. "Tutte le nazioni - prosegue - sono frutto dell’integrazione di ondate successive di persone (…) e tendono ad essere immagini della diversità dell’umanità” pur essendo legate da valori culturali comuni. Del resto nella situazione di globalizzazione che viviamo, “lo Stato nazionale non è più in grado di procurare da solo il bene comune alle sue popolazioni. Il bene comune è diventato mondiale e le nazioni devono associarsi per il proprio beneficio” e costituire “un’apposita autorità legalmente e concordemente costituita” che possa favorirlo. Il Papa cita alcune di queste sfide globali: il cambiamento climatico, le nuove schiavitù, la pace e, come esempi positivi da non disperdere, cita la cooperazione e la pace vissuta tra i diversi Paesi in Europa e la visione di Simón Bolivar di un America Latina come di una Patria Grande capace di valorizzare ogni singolo popolo.
“ È da auspicare che, ad esempio, non si perda in Europa la consapevolezza dei benefici apportati da questo cammino di avvicinamento e concordia tra i popoli intrapreso nel secondo dopoguerra ”
Rilanciare il multilateralismo che rispetti le singole identità 
Papa Francesco parla della necessità di rilanciare il multilateralismo “opposto sia alle nuove spinte nazionalistiche, sia a una politica egemonica”, che allontani il rischio di nuovi conflitti, ma anche quello "della colonizzazione economica e ideologica delle superpotenze” sulle nazioni più deboli.
Di fronte al disegno di una globalizzazione immaginata come “sferica”, che livella le differenze e soffoca la localizzazione, è facile che riemergano sia i nazionalismi, sia gli imperialismi egemonici. Affinché la globalizzazione possa essere di beneficio per tutti, si deve pensare ad attuarne una forma “poliedrica”, sostenendo una sana lotta per il mutuo riconoscimento fra l’identità collettiva di ciascun popolo e nazione e la globalizzazione stessa, secondo il principio che il tutto viene prima delle parti, così da arrivare a uno stato generale di pace e di concordia.
No ad una nuova stagione di conflitto nucleare
Il Papa fa riferimento a “istituzioni intergovernative” in cui tutti gli Stati siano “effettivamente rappresentati”, in grado di sostituire “la logica della vendetta, la logica del dominio, della sopraffazione e del conflitto con quella del dialogo, della mediazione”, perché appartenenti alla stessa umanità. E  incoraggia la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali “nella ricerca di processi atti a superare ciò che divide le nazioni e a proporre nuovi cammini di cooperazione”. Riguardo alla pace”, costata amaramente che oggi “la stagione del disarmo nucleare multilaterale appare sorpassata”.
Anzi, sembra aprirsi una nuova stagione di confronto nucleare inquietante, perché cancella i progressi del recente passato e moltiplica il rischio delle guerre, anche per il possibile malfunzionamento di tecnologie molto progredite ma soggette sempre all’imponderabile naturale e umano. Se, adesso, non solo sulla terra ma anche nello spazio verranno collocate armi nucleari offensive e difensive, la cosiddetta nuova frontiera tecnologica avrà innalzato e non abbassato il pericolo di un olocausto nucleare.
Occorre diffondere la coscienza di una nuova solidarietà 
Da qui la chiamata di ogni singolo Stato ad una maggiore responsabilità perché, pur perseguendo il bene del proprio popolo, non trascuri l’edificazione del bene dell’intera umanità. Quindi l’invito conclusivo:
Cari amici (…) vi chiedo di collaborare con me nel diffondere questa coscienza di una rinnovata solidarietà internazionale nel rispetto della dignità umana, del bene comune, del rispetto del pianeta e del supremo bene della pace.






venerdì 15 marzo 2019

IL CONFINE, UN'IDENTITÀ' CHE ESCLUDE

Nasce come idea inclusiva e finisce come idea esclusiva. Dove il confine è frontiera, la frontiera è esclusione, e l’esclusione è di fatto annichilimento dell’alterità dell’altro
Una riflessione del filosofo Givone sulle rimonte attuali dei concetti di sovranismo e nazionalismo e sul rischio che possano trasformarsi in nuove forme totalitarie Ma davvero oggi l’unica scelta è fra globalizzazione commerciale e l’insorgere di barriere invalicabili che separano popoli e Stati?
Si dice “confine” e non semplicemente “fine” (nel senso di finis, terminus, limite invalicabile) evidentemente per qualche buona ragione: una delle quali, non la sola, è che si tratta di una linea divisoria in comune con altri o comunque condivisa. Non dunque un elemento di separazione, al di là del quale il mondo, abitato o meno che sia, cessa di essere mondo, e si fa luogo inospitale e ostile, o addirittura nonluogo, ma un principio di riconoscimento reciproco, sia pur minimo, quale ad esempio è espresso dalla formula: «Io sono chi tu non sei, tu sei chi io non sono». Tuttavia l’idea di confine reca con sé una contraddizione. A stabilire il confine, ad assicurarlo può essere soltanto una istituzione sopra le parti in grado di impedire a qualsiasi forza aggressiva di invadere territori altrui. Questa istituzione è stata storicamente l’“impero”. Ed è proprio la vocazione imperialistica di questa istituzione sopra le parti a snaturare l’idea di confine da essa presupposta fino a contraddirla.
Infatti c’è confine e confine. C’è il confine che separa ma prima ancora unisce i popoli che formano l’impero: li conferma nella loro separatezza, rispettandone consuetudini tradizioni credenze eccetera, ma li include in un più ampio orizzonte e quindi li unifica. E c’è il confine che separa per escludere e anzi per negare qualsiasi diritto, compreso il diritto alla vita, a chiunque si ponga al di fuori di esso. Nel momento in cui l’impero si costituisce come nazione delle nazioni, e dunque non già come potere sovranazionale, ma come potere ipernazionale, il confine è uno solo: fra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori, fra i titolari dei diritti e fra coloro che non lo sono, fra i popoli dell’impero e i barbari.
Inevitabilmente il concetto di confine si fa evanescente, contraddittorio, nato com’è in nome della pace e funzionale com’è diventato unicamente alla guerra contro quello che appare un irriducibile nemico. Così è stato nel caso dell’impero romano. Con l’affermarsi del potere imperiale di Roma e con la progressiva estensione della cittadinanza romana a tutti i popoli dell’impero, il concetto di confine viene meno e svapora. In quanto confine fra popoli dell’impero cessa di essere un limite e una barriera (limes) per configurarsi come una porta aperta piuttosto che chiusa, insomma, come una soglia (limen). E in quanto confine ultimo, confine delimitante l’impero, torna a essere stazione terminale, punto conclusivo oltre il quale non c’è praticamente nulla (finis).
Se all’interno dell’impero il confine dice l’omogeneità e la compattezza dei popoli che lo compongono, ma soprattutto dice la loro piena appartenenza al mondo civile (quanto meno l’appartenenza che è propria del civis romanus), all’esterno dell’impero il confine indica quel nulla incolto e disumano che è il deserto. Perfino etimologicamente ( finis da figere, conficcare nel terreno), il confine evoca il gesto imperiale, imperialistico e soprattutto imperioso del centurione che, giunto al limite del mondo civile, decreta: hic sunt leones. E qui vale la pena di ricordare che il trattamento riservato ai leoni (nel deserto) era più o meno lo stesso riservato a coloro che (dentro i confini dell’impero) non si lasciavano assimilare ma erano peggio che barbari perché erano estranei, “stranieri”.
L’ombra lunga, lunghissima di Roma si estende in modo quanto mai inquietante e pauroso sul nostro tempo, caratterizzato com’è da forme di imperialismo non sempre evidenti né dichiarate, ma inconfutabili, che derivano da una doppia dissoluzione: la dissoluzione dell’impero romano, prima, e la dissoluzione del sacro romano impero, poi. Ma qui più che di dissoluzione si dovrebbe parlare di trasformazione: da impero a impero, l’uno non meno dell’altro a vocazione imperialistica, come dimostra il fatto che l’idea di confine è sempre quella. Nasce come idea inclusiva e finisce come idea esclusiva. Dove il confine è frontiera, la frontiera è esclusione, l’esclusione è di fatto annichilimento dell’alterità dell’altro. Consideriamo gli Stati Uniti d’America – sempre che sia lecito applicare una categoria come quella di imperialismo a una democrazia per molti versi esemplare – senza chiudere gli occhi di fronte agli aspetti oscuri e sconcertanti che hanno inquinato la storia di quel grande Paese e che si ripresentano sempre di nuovo in modo inquietante. Dà da pensare il fatto che il Paese massimamente inclusivo, il popolo fatto di popoli provenienti da Europa, Asia, Africa e America Latina, stia erigendo sul suo confine meridionale una frontiera invalicabile e percepisca come un’invasione potenzialmente distruttiva una pacifica processione di disperati che in realtà altro non sono che potenziale forza-lavoro (quella forza-lavoro già reclutata in tempi non lontani con i mezzi più brutali).
Si era materializzata una prima volta in America l’idea che il confine fosse una frontiera, una nuova frontiera, da raggiungere con qualsiasi mezzo per fissare là dove tramonta il sole (far west) il limite oltre il quale il mondo non è più mondo, ma deserto, oppure oceano. Il mondo è di chi se ne impossessa, lo fa suo, lo coltiva, scacciandone ed estirpandone chi lo abita neanche fosse gramigna. Fanno da corollario a questa condotta le pratiche omicide che mettono capo al linciaggio, da una parte, e all’eugenetica, dall’altra, l’una e l’altra legate da un filo rosso, ed è la soppressione della vita che si presume indegna o estranea alla comunità. È doloroso ammetterlo, ma sarebbe falso negarlo: il leerer Raum in cui avrebbero dovuto lanciarsi i carri armati tedeschi verso il confine orientale riproponeva a suo modo lo “spazio vuoto” dove si erano lanciati i carri dei coloni, così come le deportazioni altro non erano che forme di linciaggio e cioè di assassinio cui la popolazione assisteva e assentiva silenziosamente.
È dunque inevitabile che il confine sia destinato a cessare di essere confine per ridiventare ostacolo, muro, carcere (come sembra suggerire la parola confino)? Non resta cioè che denunciare la propria impotenza di fronte alla deriva non solo imperialistica ma totalitaria del potere, per cui non c’è differenza che non finisca con l’essere sacrificata sull’altare di una identità tanto idolatrica quanto ideologica? Davvero il diritto, il diritto delle genti, non esiste se non in forza di un imperium che tende a perpetuarsi e a confermare se stesso?
L’impero – ogni impero, sia quello che si chiama così sia quello che si nasconde nella tendenza all’imperialismo che è propria delle nazioni – è basato su una cessione di sovranità. Diventando a sua volta sovrano grazie a questa operazione, l’impero si fa nazione: più esattamente, nazione delle nazioni. E facendosi tale sfuma i confini al suo interno fino a farli sparire e ribadisce i confini con l’esterno fino a trasformarli in frontiere. Così i popoli diventano nazioni e le nazioni si sciolgono nell’impero.
Per i popoli non c’è più posto, proprio nel posto che li doveva accogliere tutti: non c’è più posto per i popoli nomadi, per i popoli sradicati, per i senza terra o la cui terra sia stata violata. A questo punto la domanda è: è possibile invertire questa tendenza apparentemente irreversibile verso un mondo sempre più globalizzato e prigioniero di un unico stile di vita, mondo senza popoli, mondo di consumatori? Oggi c’è chi pensa di reagire appellandosi alla sovranità perduta, contrapponendo all’imperialismo il populismo, ripristinando i confini. Senza rendersi conto che significa evocare quella logica sovranista, nazionalista e identitaria che, sviluppata, porta al totalitarismo.
Ma forse c’è un’altra strada. Espressa in forma di domanda, è la seguente: e se la cessione di sovranità avvenisse non tanto a favore di una nazione delle nazioni, con i suoi confini e tutto il resto, ma di una non-nazione, una terra di nessuno perché di tutti, una terra di libero scambio, dove i popoli potessero abitare appunto liberamente, facendo della libertà il principio regolatore e legittimante?





sabato 16 febbraio 2019

UN ACCORDO PER LE AUTONOMIE. CUI PRODEST?

  - di Giuseppe Savagnone *

L’accordo per le autonomie
La notizia di questi giorni che il governo sta per approvare un accordo che trasferisce a tre regioni del Nord – Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna – una serie di funzioni (con relativi budget finanziari), finora riservate allo Stato, può essere letta a vari livelli.
Uno è quello del metodo, per la verità ben poco democratico – e per nulla “populista” – che si è seguito. Dopo aver gridato a gran voce contro gli “inciuci” della “casta”, consumati sulle teste degli italiani, i partiti al governo si trovano oggi a discutere a porte chiuse una scelta che non potrà non avere una portata storica per il nostro Paese e conseguenze rilevantissime per la vita concreta delle persone.
Se, infatti, le tre regioni italiane più ricche potranno gestire i servizi fondamentali, avranno anche il diritto di trattenere all’interno dei loro confini quel surplus che deriva dal loro gettito fiscale e che attualmente viene redistribuito dallo Stato in modo da venire incontro ai bisogni delle altre regioni, in particolare di quelle meridionali, i cui bilanci sono invece in deficit. Non è un’ipotesi, ma una certezza, la previsione di un serio contraccolpo sulle economie già precarie di queste regioni.
La fine di un modello unitario statale: l’istruzione
Ma, dicevo, non è un problema solo economico. Trasferendo alle regioni che ne stanno facendo richiesta l’autonomia in ambiti decisivi come, per fare un esempio, l’istruzione, lo Stato italiano rinuncerà ad avere un modello unitario di scuola.
Potrà diventare diverso studiare in Lombardia o in Veneto e in Calabria o in Sicilia, come lo è oggi tra studiare in Italia e in Germania (potrà essere diversa anche l’offerta formativa).
Ma lo sarà anche insegnare: si parla già di stipendi più alti per i professori che lavoreranno al Nord e quelli del Sud. E, naturalmente, toccherà alle rispettive regioni stabilire le regole per l’assunzione, ivi inclusa la provenienza regionale dei candidati.
Del resto le motivazioni non mancheranno: fa parte dell’armamentario culturale della Lega il luogo comune che i “terroni” sono degli scansafatiche e dei parassiti.
Proprio a proposito di scuola, il ministro leghista dell’Istruzione Marco Bussetti, alla domanda di un cronista su come le scuole meridionali possano recuperare il gap con quelle del Nord, ha risposto che «ci vuole l’impegno del Sud, vi dovete impegnare forte».
E, all’insistenza del cronista che gli chiedeva se fosse previsto un piano di aiuti economici, si è visibilmente irrigidito: «Più fondi? No, più impegno: lavoro, sacrificio, impegno, lavoro e sacrificio».
Insomma, come titolava, «Libero» (vicino alla Lega), anche per i meridionali, dopo che per i migranti, «la pacchia è finita».
Il rischio della discrezionalità e delle discriminazioni
Ma a tutti i livelli, non solo a quello scolastico, bisogna spettarsi una ricaduta analoga del nuovo regime dell’autonomia. Ormai è prevedibile che nei bandi di concorso, nelle ammissioni a tutti i servizi, compresi quelli sanitari, possano scattare meccanismi di discriminazione che vanificherebbero la comune cittadinanza italiana, dando la precedenza a quella regionale.
Dopo il «Prima gli italiani», scatta (come ampiamente previsto dai pochi, inascoltati, che hanno fin dall’inizio diffidato delle promesse elettoralistiche di Salvini al Sud) la seconda fase: «Prima il Nord».
Roba di fronte a cui la riforma costituzionale proposta da Renzi e su cui si sono spesi fiumi di discorsi, sui giornali, in televisione, sui social, diventa ben poca cosa.
Mappa delle persone a rischio povertà nelle varie regioni, pubblicata dall’istituto tedesco BBSR
Il mancato ascolto dell’opinione pubblica
 Se c’era, dunque, una questione su cui sarebbe stato necessario un vastissimo coinvolgimento dell’opinione pubblica era proprio questa.
Invece, già il governo Gentiloni (che ha avviato la procedura) sia questo (che la sta portando a compimento) sono stati talmente riservati che solo all’ultimo momento si è cominciato a parlarne sui mezzi di comunicazione.
Si dirà che l’accordo deve ancora essere definito e che poi sarà necessaria l’approvazione del Parlamento. Ma chi ricorda che in Senato l’ultima legge di bilancio è stata approvata dai senatori senza che neppure avessero il tempo di eleggerla, e che alla Camera i deputati hanno dovuto votare senza avere quello discuterla, non può certo sentirsi rassicurato sulla possibilità di un vero confronto pubblico.
E, in ogni caso, la decisone resterà nelle mani di gruppi parlamentari di maggioranza che hanno dimostrato inequivocabilmente di dipendere totalmente dalla volontà dei loro leader, e dunque del governo di ci essi sono i (vice)premier.
Autonomia suona meglio di secessione
Un altro livello di lettura è quello riguarda il significato politico. Quella che si sta verificando ha potuto essere definita, da un serio economista studioso dei problemi Nord-Sud, Gianfranco Viesti, la «secessione dei ricchi».
La realizzazione, cioè, del programma che la Lega Nord aveva invano perseguito con Bossi partendo dalla periferia e attaccando “Roma ladrona”, questa volta attuato da Salvini a partire proprio dal centro dello Stato. Ha aiutato anche cambiare il nome: “autonomia” suona meglio di “secessione”…
L’utilità delle autonomie per lo sviluppo della nazione
Da parte del governo, a dire il vero, arrivano le più ampie rassicurazioni. Conte al termine della riunione di governo che ha trattato l’argomento, dopo aver sottolineato che «sull’autonomia c’è assoluta unanimità e pieno consenso», ha promesso che sarà lui il «garante della coesione nazionale; non sarà un percorso che arricchirà alcune regioni e ne impoverirà altre».
Senza i miliardi che per ora lo Stato eroga, attingendo alle entrate fiscali del Nord e reinvestendole al Sud, i meridionali saranno, secondo loro, molto più felici.
Perché anche loro, si fa notare, potranno chiedere la stessa autonomia che oggi viene data alla Lombardia, al Veneto e all’Emilia Romagna. «Mi auguro che questo percorso venga raccolto dalle regioni del sud», ha detto Salvini in conferenza stampa.
Già. Forse il nostro ministro degli Interni non ricordava che questa autonomia già la Sicilia ce l’ha fin dal dopoguerra e che essa non ha portato, finora, particolare felicità, anzi ha favorito corruzione, mafia e degrado economico.
Finora si era contato sull’aiuto dello Stato per cercare di vincere queste derive. Ora che ogni regione prende la sua strada, per la parte sana della popolazione si delinea un futuro sempre più problematico.
La Chiesa e il rapporto nord-sud
Un’ultima lettura può essere quella che guarda alla visione della Chiesa italiana, che si è molto occupata del rapporto tra Nord e Sud.
Già nel documento della CEI del 1989, Chiesa italiana e Mezzogiorno: sviluppo nella solidarietà, si era voluto riflettere «sulla “questione meridionale” come problema di tutto il Paese» (n.1) e si era notato che «la questione meridionale implica sostanzialmente l’esistenza di una crisi che è di tutto il Paese e non solo del Mezzogiorno» (n.8).
In continuità con questa impostazione, nel nuovo documento Per un Paese solidale, pubblicato poco più di dieci anni dopo, i vescovi osservano che oggi «affrontare la questione meridionale diventa un modo per dire una parola incisiva sull’Italia di oggi» (n.1).
I vescovi denunziavano senza mezzi termini una deriva culturale che «ha fatto crescere l’egoismo, individuale e corporativo, un po’ in tutta l’Italia, con il rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo» (n.5).
Non si tratta, però, di scaricare i meridionali delle loro responsabilità. Già nel documento del 1989 ciò si diceva chiaramente: «Sono necessari, e doverosi, l’aiuto e la solidarietà dell’intera Nazione, ma in primo luogo sono i meridionali i responsabili di ciò che il Sud sarà nel futuro» (n.15).
Citando Giovanni Paolo II, il documento del 2010 dice la stessa cosa: «Spetta “alle genti del Sud essere le protagoniste del proprio riscatto, ma questo non dispensa dal dovere della solidarietà l’intera nazione”» (n.2).
Oltre l’assistenzialismo
Basta, dunque, col vittimismo e con l’assistenzialismo. L’aiuto che il Paese può e deve dare il Sud è di stimolarlo a trovare in se stesso le energie e le risorse per uscire dal degrado.
Ma questo, se da un lato esclude che si continui come si è fatto finora, richiede una più stretta e autentica collaborazione tra le regioni italiane: «Proprio per non perpetuare un approccio assistenzialistico alle difficoltà del Meridione, occorre promuovere la necessaria solidarietà nazionale» (n.8).
Mi sembra il contrario di ciò che si sta facendo. Invece di studiare progetti di intervento e di cooperazione tra Nord e Sud alternativi all’ “approccio assistenzialistico”, si abbandona il Meridione al suo destino. Accompagnando il gesto con parole di vago conforto, come si usa ai funerali.

*Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo. Scrittore ed Editorialista.
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