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lunedì 23 settembre 2024

VITE SDOPPIATE


 Neonati sepolti, 

l’orrore in giardino: 

le vite sdoppiate 

di quei ragazzi 

senza legge né tormenti


- di Massimo Recalcati*

È sempre difficile commentare l’orrore ed è impossibile per uno psicoanalista formulare giudizi clinici quando non si ha un contatto diretto o informazioni esaurienti sul caso. Mi limiterò dunque a isolare solo quattro brevi note sul duplice caso dei bambini seppelliti in giardino dalla mamma Chiara Petrolini.

 La prima riguarda la categoria di normalità. Anche in questa vicenda, come in quella recentissima di Paderno Dugnano, siamo di fronte a uno schermo di vite normali (quella di Chiara, dei suoi famigliari e del suo ragazzo) che senza preavviso esplode traumaticamente. L’orrore della sepoltura nel giardino di casa dei due corpicini appena partoriti è un simbolo tragico di questa distorsione: lo scorrere di una vita apparentemente normale avviene con accanto l’orrore.

La seconda nota riguarda l’alterazione profonda che ritroviamo anche in molte altre situazioni psicopatologiche della funzione materna. Se l’essere madre si realizza prendendosi cura della vita che si è generata, in questo caso si è di fronte a una inversione brutale di questa funzione. La generazione non si lega alla vita ma alla morte. Dunque al posto dell’atteggiamento di cura nei confronti della vita inerme del figlio, abbiamo la sua terribile soppressione.

 La terza nota, ai miei occhi la più significativa, riguarda invece il tema dello sdoppiamento. Dovremmo qui provare ad allargare il nostro sguardo: questa ragazza si trova ad affrontare una esperienza profonda com’è quella della maternità senza avere evidentemente le risorse psichiche per soggettivarla. Qualcosa viene troppo in anticipo, accade troppo precocemente, troppo presto.

 Il soggetto non ha gli strumenti per mentalizzare quello che sta accadendo a se stesso e al suo corpo. La maternità non diventa una esperienza possibile, ma viene rigettata insieme all’esistenza dei due neonati. Il parto sembra assomigliare a un processo di pura evacuazione, di liberazione, di separazione da un oggetto bizzarro che ha occupato impropriamente il corpo di questa ragazza.

 Perché lo sdoppiamento si manifesta proprio a questo livello: per un verso Chiara è ancora un’adolescente, ma, per un altro verso, ella deve affrontare una maternità che non sa in nessun modo fare propria.

 Si tratta di una scissione che deve essere valutata clinicamente nel dettaglio, ma che ritroviamo in termini evidentemente meno drammatici nella vita dei nostri figli. Essa appare, infatti, per un verso, esposta a una miriade di informazioni, contatti, sensazioni, possibilità, ma, per un altro verso, in grande difficoltà nel tradurre simbolicamente tutto questo in una forma di esperienza soggettivamente elaborata.

 In altre parole, non è così scontato che il guadagno più che legittimo di libertà delle nuove generazioni coincida con la necessaria responsabilità. Piuttosto i comandamenti sociali del nostro tempo tendono a produrre la loro più netta divaricazione: l’assoluta libertà provoca un collasso del senso della responsabilità. La crisi in cui versa il discorso educativo è un esito significativo di questa divaricazione e ci consegna una domanda inaggirabile: come fare esistere una libertà che non rigetti la responsabilità? Come non separare la libertà dal vincolo che l’esistenza dell’altro stabilisce?

 La quarta e ultima nota riguarda il venire meno del senso della Legge che costituisce lo sfondo più generale di questa e di altre vicende simili. Se la vita di questa ragazza sembrava normale è perché riusciva ad adattarsi alle regole basiche imposte dalla vita collettiva sufficientemente bene.

 Ma dovremmo sempre ricordarci che il rispetto formale delle regole non coincide affatto con l’acquisizione etica del senso della Legge. Quello che in questa scena sembra, infatti, palesarsi è l’assoluta assenza di senso di colpa.

 La vita continua come se niente fosse perché niente di davvero significativo è accaduto. Mentre per l’uomo moderno — si pensi al protagonista di Delitto e castigo di Dovstoevskj, è il confronto con la solidità della Legge a generare angoscia, lacerazione morale, vergogna e senso di colpa — nel nostro tempo è l’inconsistenza della Legge ad aprire un nuovo campo dove semmai l’angoscia non sorge dal confronto con il peso della Legge ma con la sua latitanza.

 Ogni volta la domanda risuona identica a se stessa: ma come è stato possibile? In questo caso non c’è alcun brivido della trasgressione, non c’è alcuna tentazione di aggirare la Legge perché, in fondo, la Legge non esiste, è evaporata, non ha alcuna consistenza. Il giorno dopo del passaggio all’atto criminale non c’è il drammatico tormento morale dell’uomo dovstojeskiano, ma l’organizzazione di una vacanza, il ritorno ai propri affari quotidiani in un giorno come tutti gli altri.

La Repubblica

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domenica 25 giugno 2023

FORMARE ALLA FELICITA'


I giovani e l'economia di WhatsApp. 

 

- di Leonardo Becchetti

Il tema di maggior successo alla prova di maturità in corso è stato quello dell’attesa scelto dal 43,4% dei maturandi. Il tema sottolinea come la rivoluzione digitale ci abbia reso sempre più potenti, veloci nel realizzare i nostri desideri (spesso a distanza di un solo clic) e impazienti nel voler tutto e subito. Un atteggiamento collegato anche all’aumento dell’ira che è tipicamente una reazione che si produce quando un ostacolo improvviso si frappone alla realizzazione dei nostri desideri. L’aumento della potenza si accompagna dunque anche ad un aumento della rabbia nel momento in cui per qualche blackout momentaneo non otteniamo quello che siamo abituati ad avere quasi istantaneamente (provate a fare memoria di cosa succede quanto il computer o il telefonino si “impallano”).

 Il problema dell’avvento dell’era digitale è però legato alla questione della soddisfazione e ricchezza di senso di vita in modo più profondo. Per capirlo dobbiamo fare riferimento ad un economista tanto geniale quanto poco valorizzato come Tibor Scitovsky che scriveva negli anni 70 del Novecento della “Joyless economy” l’economia (la società) senza gioia. Scitovsky avvertiva che esistevano al mondo due fondamentali categorie di beni. La prima è quella dei ben di comfort, in genere beni materiali che servono ad alleviare dolore o a soddisfare piaceri momentanei. I beni di comfort hanno utilità decrescente, producono assuefazione e, in caso di abuso, dipendenze. La seconda è quella dei beni di stimolo che sono in genere esperienze che al contrario dei beni di comfort non sono immediatamente accessibili. Non ci basta guardare in una bella giornata di sole le persone sciare su una montagna innevata per poter godere della stessa esperienza. I beni di stimolo richiedono un faticoso e previo allenamento per poter essere “consumati” e quindi un abito costante e virtuoso d’investimento in quelle capacità che ci abilitano a poterli usare. Si tratta di beni culturali, relazionali, spirituali, di pratica sportiva la cui qualità e varietà aumenta con l’aumentare del nostro allenamento. Attingendo ai risultati della psicologia Scitovsky sottolineava come il canale attraverso il quale i beni di stimolo assicurano soddisfazione e ricchezza di senso di vita è la continua varietà di esperienza che essi garantiscono, con una qualità ed una soddisfazione che crescono all’aumentare del nostro allentamento. Per questo motivo tali beni rendono la nostra vita quotidiana interessante ad assorbente, a differenza di quella dominata dalla noia in caso di abuso di beni di comfort, che hanno tra l’altro la proprietà indesiderata di indebolire la nostra capacità d’investimento proprio nei beni di stimolo.

 Collegandosi al progresso tecnologico, oggetto della traccia di maturità, Scitovsky osservava che il suo sviluppo e quello dei mercati era molto più orientato all’aumento di offerta di beni di comfort che di stimolo. In ottica di massimizzazione di profitto conviene infatti vendere il primo tipo di beni che generano dipendenza e dunque domanda meno sensibile al prezzo assicurando maggiori guadagni. Il fenomeno che Scitovsky notava è enormemente aumentato dopo la rivoluzione digitale che ha notevolmente aumentato le opportunità di fruizione dei beni di comfort disponibili in grandissima abbondanza, prezzi spesso nulli ed immediata disponibilità in rete. Un educatore saggio spiegherebbe ai nostri ragazzi che sono i beni di stimolo a fare la fortuna della nostra vita e che il comfort è moderatamente necessario e godibile nel tempo libero evitando abusi Ma i giovani dei nostri tempi incontrano questi educatori in famiglia, a scuola o nelle istituzioni formative?

 I dati su decine di anni e migliaia di cittadini europei confermano che le considerazioni che abbiamo fatto non solo elucubrazioni o fantasie dei filosofi.

 Le persone che investono più nelle esperienze che assicurano i beni di stimolo (attività di volontariato, istruzione, attività sportiva, pratica religiosa) hanno una vita significativamente più soddisfacente e ricca di senso dei loro simili dopo aver controllato per tutti gli altri fattori che di solito incidono (reddito, salute, età, condizione professionale e stato familiare). E l’effetto si determina soprattutto perché i primi dichiarano in misura significativamente maggiore di imparare cose nuove e di essere interessati, assorbiti ed entusiasti della loro vita. I risultati empirici che confermano le ipotesi di Scitovsky sollecitano politiche pubbliche che potremmo sintetizzare sotto il cappello del concetto di life wide learning (che è leggermente diverso da quello del life long learning). Non solo la formazione deve accompagnarci tutta la vita per renderla bella, varia e aumentare la nostra capacità di apprezzare e godere di esperienze e beni culturali. Ma il concetto di formazione deve essere “ampio” includendo esperienze di vita importanti (volontariato, incontro con spiritualità e pratiche religiose, attività sportiva) che ci consentono di allenarci e formarci per poter fruire della bellezza e delle potenzialità della nostra vita in tutte le sue dimensioni.

 

www.avvenire.it

 

sabato 17 giugno 2023

INCARNARE IL LIMITE

 Lo sfacelo educativo 

e noi tutti. 


- di Eraldo Affinati

 

Il video attraverso cui il giovane youtuber romano proclama esaltato al mondo intero il proprio entusiasmo per aver noleggiato la Lamborghini che poche ore dopo si schianterà contro una Smart causando la morte del piccolo Manuel, di soli cinque anni, è la dimostrazione più lampante dello sfacelo educativo in cui, volenti o nolenti, siamo tutti coinvolti. Fa impressione guardarlo, non solo e non tanto se pensiamo allo scontro avvenuto in seguito a Casal Palocco, una giovane madre che sta guidando l’auto con dentro i suoi due figli perforata dal bolide lanciato a tutta velocità con a bordo cinque ragazzi, quanto per il vuoto spirituale presente nell’animo dell’adolescente che l’ha girato.

 Sarebbe troppo facile liquidare tale ridicola e farsesca esibizione come un caso isolato di narcisismo giovanile legato all’ambiente dei social dove si organizzano sfide estreme: intanto perché se queste iniziative vengono promosse, peraltro registrando un grande successo, significa che esiste un mercato pronto a ricavarne profitto, poi soprattutto in ragione della nefasta influenza prodotta in gran parte delle generazioni coinvolte, anche se non direttamente.

 Crescere in una dimensione esclusivamente virtuale, nella quale viene sfalsato il rapporto con la realtà, illudendo chi vi partecipa che si possono causare danni senza dover pagare il prezzo del risarcimento, non può che avere effetti deleteri, specialmente nelle personalità in formazione, nel momento delicato in cui si prova a diventare sé stessi. Una maschera tira l’altra, fin quando finalmente riconosci allo specchio la tua vera identità. Ci vogliono anni per accettare le proprie imperfezioni, alcuni non ci riusciranno mai, avranno sempre bisogno di protesi.

 Ecco perché gli schermi, grandi e piccoli, stanno minacciando i princìpi d’umanità che dovrebbero invece venire salvaguardati. Stiamo parlando di immaginari distorti, deflagrazione del desiderio, superamento del limite, illusioni di potenza, possibili intelligenze artificiali, fantasmagorie informatiche. I magistrati stanno facendo il loro lavoro per individuare i responsabili e definire le colpe della tragedia di Roma, ma quanto accaduto è la punta emergente dell’iceberg e chiama in causa i figli insieme ai padri. Le challenge online, come vengono definiti questi spettacoli digitali, spesso di natura automobilistica ma non soltanto, possono diventare macchinette mangiasoldi solo perché contano sulla vittoria del numero rispetto alla qualità. Un tema cruciale del nostro tempo, insieme alla questione ambientale. Possibile rinunciare al consenso? Sappiamo come funziona oggi: quanti like hai ricevuto sotto al tuo ultimo post? Più sono, più sei considerato bravo. Una volta stare da soli con sé stessi era il segno distintivo del talento. Oggi sembra esserlo della mediocrità perché viene reputato un fallimento. Ma a quali gruppi ci riferiamo?

 A quelli riuniti intorno a TikTok? Come riuscire a spiegare a un ragazzo che fin quando avrai bisogno del riscontro di numerose persone non diventerai mai adulto? Solo se saprai fare a meno del giudizio altrui, potrai veramente crescere. Intendiamoci: è giusto essere contenti mentre si riceve l’applauso, ma se facciamo dipendere la nostra vita solo da questo saremo presto schiavi del risultato che ci siamo proposti. C’è tutto un lavoro da fare nelle scuole e nelle famiglie per rifondare l’esperienza.

 Non rinunciare alle nuove tecnologie sarebbe impossibile e sbagliato, ma ripristinare le gerarchie di valore all’interno della grande Rete. Orientare i percorsi senza occultare il male: soltanto così potremo sperare di evitarlo. Dimostrare coi fatti la differenza sostanziale fra informazione e conoscenza. Aprire gli occhi dei giovani, spingendoli a uscire dalle loro cerchie fatate. Dovremmo avvicinarli al fuoco anche lasciando che talvolta si brucino le dita, invece di indurli a credere di poter sempre farla franca. Incarnare, noi adulti, il limite che loro dovrebbero rispettare.

 Avvenire

giovedì 4 agosto 2022

ESAMI DI MATURITA'. QUALE SENSO?


 È il pomeriggio dopo il primo scritto della maturità. Mi godo, orgoglioso, le scelte della mia quinta: 19 su 23, cioè l’83%, ha scelto la prova di letteratura (analisi di una poesia di Pascoli o di stralci da una novella di Verga), in Italia appena il 19%. Ottimo segnale, l’esperimento ha funzionato. Quale? Leggere per cinque anni classici in versione integrale, dall’Odissea alle Operette morali, dall’Inferno agli Ossi di seppia. Liberi dalla paragrafite, adesso non hanno bisogno di rifugiarsi nella tipologia C, il covo delle tracce per disperati, dove è risaputo che basta scrivere quattro luoghi comuni sul Covid o su internet: in Italia l’ha scelta il 35%, qui nessuno.ation 0:57

Vanno avanti per sei ore, e alla fine nessun compito somiglia a un altro. La piattezza dei quesiti ministeriali viene spazzata via dalla familiarità con i testi letterari e con il libro dell’esperienza. Non sciorinano discorsi precotti sul verismo, ma scoprono differenze fra gli occhi “neri, grandi, nuotanti in un fluido azzurrino” eppure “offuscati dall’ombrosa timidezza della miseria” di Nedda e quelli “ridenti e fuggitivi” di Silvia; non essendo ostriche abbarbicate allo scoglio del manuale, si salvano dalla fiumana delle frasi fatte sulla società siciliana dell’Ottocento e, quando la protagonista piange dando “alla luce una bambina rachitica e stenta”, intercettano, al bordo dell’amarezza per la sua sorte d’infelicità, il segno di un immenso amore; si chiedono anche se a qualcuno importi di quelle remote lacrime e delle loro più fresche, perché il dolore ti stravolge i lineamenti ma “in fondo è bello avere un cuore”. Su questi fogli non duellano un paragrafo e uno studente, ossia due avatar, ma si incontrano due soggetti reali: questo testo e questo ragazzo.

La sera fra la prima e la seconda prova il concerto a Bari di Vasco Rossi mi mette in testa, oltre all’adrenalina di Siamo solo noi, un altro refrain: “Voglio trovare un senso a questo esame / anche se questo esame un senso non ce l’ha”.

Mi sfugge, per esempio, quale sia il senso del colloquio orale: interrogare ancora? Sei insegnanti interni non dovrebbero aver già verificato e straverificato per un anno o due o tre o perfino cinque? Fino all’ultima ora dell’ultimo giorno dell’ultimo anno si sbaverà dietro un’ultima domandina, tre minuti a testa?!? O il senso sarà forse dimostrare chissà a chi quanto uno studente sa? A sentir balbettare di fascisti alleati con i nazisti e di atomiche su Hiroshima, l’impressione è che l’asticella si assesti a poco più che a un’infarinatura da camionista, che stride con il pallore di un mese lontano dal mare; quanto al latino, diplomarsi allo Scientifico equivale a uscire da Scienze applicate.

Da qualche tempo l’orale verte sui “nodi concettuali”: il rapporto uomo-natura, la crisi del soggetto, il progresso eccetera. Qual è la prassi? In italiano di progresso parla Verga, in inglese ne parla Dickens, in storia la rivoluzione industriale. A mancare è la semplice domanda: tu, a proposito del progresso, cosa dici? Perché “progresso” è l’argomento, ma la tua tesi quale sarebbe? I monologhi oscillano fra la ripetizione dei paragrafetti e qualche sventolata di opinionismo da bar, entrambi nemici della conoscenza affettiva, ossia di un giudizio personale non dopo ma dentro quello che si studia. Forse nessuno, a questi ragazzi, ha insegnato ad argomentare. C’era sempre da interrogare sul paragrafetto. Bastava poi che si aggiungesse un qualsiasi slogan posticcio del tipo “bisognerebbe rispettare l’ambiente” oppure “al giorno d’oggi i giovani vivono attaccati al cellulare mentre i veri valori sono altri” perché se ne elogiasse lo spirito critico.

Eppure l’ordinanza ministeriale parlava chiaro: “argomentare in maniera critica e personale”, “interdisciplinare”, “evitando una rigida distinzione” tra materie. Ci vorrebbe un discorso compatto, che attraverso passaggi logici documentati sviluppi una tesi. Ma dopo anni di steccati invalicabili fra le discipline, ci si illude di una miracolosa improvvisazione in extremis?

Qualche esempio di interdisciplinarità: l’ipersfera del Paradiso dantesco nella lettura del fisico Patapievici; Heisenberg e il Titanic come punti di collisione del positivismo comtiano; il rapporto fra verità e bellezza nello Zibaldone come sintesi fra la geometrizzazione illuminista e la sensibilità poetica: differenze rispetto a Keats.

In assenza di tale habitus, non resterà che delirare tra collegamenti strampalati, che sono la tomba di ogni serio percorso disciplinare e interdisciplinare. A molti ragazzi hanno già messo nero su bianco, in largo anticipo, non solo quali saranno i nodi, ma anche quali argomenti per ogni materia e in quale ordine dovrà esporli: ritagliarsi un angolino per sé è un’eventualità non contemplata.

Almeno oggi, invece, le domande andrebbero ribaltate: più che “lo sai questo?”, “cosa pensi?”; più che “cosa farai dopo?”, “chi sei tu, adesso?”. Nessun ragazzo intelligente risponderebbe alle seconde prescindendo dalle prime. Eppure, dopo una vita dietro i banchi di scuola, non li riteniamo capaci di orizzonti così ampi. Infatti i corridoi si annuvolano di diciannovenni alti un metro e novanta che il minuto prima dell’orale ripetono nervosamente qualche paragrafetto dal quadernetto. Forse non hanno trovato scritto su nessun libro che la cultura è ciò che rimane quando hai dimenticato tutto quello che hai imparato, e che perciò l’obiettivo del sapere è vedere e, più che memorizzare, capire.

Abbiamo avuto tredici anni per dirglielo ma non c’è stato tempo. Adesso rimaniamo fedeli alla linea, investigando un’ennesima volta sulle informazioni che ha ingurgitato ed espelle. Impensabile che la palla della conoscenza venga arroventata da un pensiero fondato e originale. Sottovoce mormoro un’altra canzone, di Niccolò Fabi: “non vorrei che tu dicessi quello che so, ma quello che non so dire”. Perché nella didattica l’alternativa rimane radicale, tra informazioni e conoscenza: ammaestriamo a sapere, come doppioni di internet, oppure insegniamo a vedere, come nessun altro?

 

Il Sussidiario

domenica 28 novembre 2021

SCUOLA. NON SOLO VIRUS


Basta con le guerre puniche

 e 

con gli scritti della maturità?

È di questi giorni la presa di posizione del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani il quale, intervenendo al Tg2 Post si è chiesto se abbia ancora senso «fare tre o quattro volte le guerre puniche nel corso di dodici anni di scuola», quando invece oggi urge «impartire un tipo di formazione un po’ più avanzata, più moderna, a cominciare dalle lingue, dal digitale. Bisogna cambiare l’assetto».

Non è la prima volta che Cingolani mostra una certa avversione per le guerre puniche. Già in passato le aveva assunte come esempio eclatante dell’arretratezza dei nostri programmi scolastici. «Cosa hanno studiato a scuola i miei figli?», si era chiesto in quell’occasione. «Le guerre puniche, come me che ho 56 anni ma che appartengo alla generazione carta e penna». Si colloca sulla stessa linea la forte spinta che in questi giorni viene esercitata sul ministro della Pubblica istruzione Bianchi per mantenere anche quest’anno la formula adottata l’anno scorso per gli esami di Stato: un’unica prova orale, a partire da un elaborato su un tema in precedenza assegnato dal Consiglio di classe allo studente e riguardante una disciplina caratterizzante l’indirizzo di studi.

Nei giorni scorsi è stata avanzata su Change.org una petizione di studenti, che ha già superato le 40.000 firme, in cui si dice: «Noi studenti maturandi chiediamo l’eliminazione delle prove scritte all’esame di maturità 2022, poiché troviamo ingiusto e infruttuoso andare a sostenere un esame scritto in quanto pleonastico, i professori curricolari nei cinque anni trascorsi, hanno avuto modo di toccare con mano e saggiare le nostre capacità. L’ulteriore stress di un esame scritto remerebbe contro un fruttuoso orale indispensabile come primo passo verso l’età adulta».

Come si vede, non si invoca lo stato di eccezionalità legato agli impedimenti che la didattica ordinaria ha avuto in questi ultimi due anni di totale o parziale lockdown, ma l’inutilità intrinseca di un esame scritto come prova di maturità. Da parte sua il ministro non si è ancora pronunziato, ma ha lasciato capire che personalmente non vede alcun problema dal punto di vista culturale: «Il giudizio di quanto fatto lo scorso anno», ha dichiarato, «è buono. I ragazzi non hanno fatto tesine raffazzonate ma hanno colto questo momento di riflessione anche sulla loro condizione degli ultimi due anni». Bisogna dire che a insorgere contro questa ipotesi sono stati invece, i sindacati della scuola, i quali hanno unanimemente rivendicato l’importanza insostituibile almeno dello scritto di italiano.

Ripetitività degli studi e crescita umana degli studenti

Sulla base di queste ultime notizie dal fronte scolastico, non sembra azzardato osservare che il virus non è la sola minaccia che incombe sulla scuola italiana. Per quanto gravi siano stati i danni prodotti dalla pandemia e dalla conseguente necessità di ricorrere alla didattica a distanza (DaD), essi sono ancora solo dei disturbi passeggeri rispetto al pericolo di una radicale svalutazione culturale ed educativa che ormai da tempo minaccia la nostra istituzione scolastica e che sembra acuirsi ultimamente sotto la pressione dell’emergenza.

In realtà la polemica contro un sistema di studi che trascuri il presente per privilegiare unilateralmente il passato (le guerre puniche) sarebbe del tutto legittima. Ma supponiamo che il ministro Cingolani sappia quanto lontano sia oggi il curriculum di qualunque corso di studi da questo modello obsoleto. Le lingue e l’informatica sono da tempo entrate a pieno titolo nella nostra scuola e contrapporle allo studio della storia antica può avere solo il significato di una denunzia dell’inutilità di quest’ultima.

Vero è che gli stessi eventi storici vengono studiati più di una volta, via via che lo studente progredisce in età e passa da un livello all'altro di istruzione. Ma questo è ovviamente dovuto al diverso grado di maturità con cui egli si accosta allo studio del passato. Ritenere superfluo riprendere un argomento al superiore, dopo averlo studiato alla scuola primaria, sarebbe come pensare che sia inutile visitare da adulto una città dopo esserci stato da bambino con i genitori.

Peraltro il problema non si pone solo per la storia. Tutto il corso di studi è segnato da una apparente ripetitività che consente, in effetti, il progressivo adeguarsi dei ragazzi alla ricchezza di significato delle discipline che studiano. Qui la questione di fondo è se valga la pena dedicare tanto tempo a queste discipline.

Ciò che è utile e ciò che è importante

Perché nessuno può negare che, come ha detto il ministro Cingolani, oggi sia più utile studiare le lingue e l’informatica che non la storia, la lingua e la letteratura greca, la filosofia e che, se vogliamo adeguarci agli standard europei e del mondo occidentale, la scuola debba sempre più dare spazio alle prime rispetto alle seconde.

La questione è se davvero ciò che è più utile sia anche più importante. Oggi siamo portati a far coincidere i due concetti: qualcosa è importante se è utile. Il denaro, per esempio. Ma siamo sicuri che sia davvero così? Basta, per dubitarne, prendere semplicemente atto che qualcosa è utile se “serve” a qualcos'altro. Ma proprio ciò implica che non valga di per sé, bensì per quello a cui è funzionale.

Utili sono i mezzi. Una cosa importante, invece, deve esserlo di per sé, come lo è un fine. Siamo in una società dove domina quella che Max Horkheimer, uno dei fondatori della Scuola di Francoforte, definiva «ragione strumentale», vale a dire una razionalità tutta volta a conseguire dei risultati pratici, a scapito della valutazione della verità e del valore intrinseco della realtà. Oggi spesso le nostre vite si modellano su questo tipo di “ragione”, che ci permette di calcolare come fare ad ottenere un risultato o a raggiungere uno scopo, ma non di valutare se quel risultato o quello scopo valgano davvero la pena di essere perseguiti.

La ragione strumentale è cieca di fronte ai fini, perché è specializzata negli strumenti ed è essa stessa solo una strumento. Vediamo tutti gli effetti di questa deriva. Essa è particolarmente evidente nel predominio della tecnica, che si occupa appunto di elaborare i metodi e le procedure per raggiungere degli scopi, facendoli prevalere sulla capacità degli esseri umani di individuare e valutare, dal punto di vista del bene e del male, questi scopi. Che la scoperta dell’energia atomica sia utile è fuori questione. Ma può esserlo per distruggere una città – come è accaduto a Hiroshima e Nagasaki – , oppure per illuminarla.

Allo stesso modo l’abilità nell’utilizzazione dell’informatica è preziosa, ma può servire indifferentemente a scopi di pace o di guerra, a migliorare la vita di tutti o alla egoistica affermazione personale. La tecnica, essendo per sua natura fondata sulla razionalità strumentale, non può dire nulla, per definizione, su quale sia l’uso migliore da fare dei suoi prodotti.

Qualcosa di analogo vale per le lingue moderne, soprattutto per l’inglese, che sono una preziosa risorsa per la comunicazione, ma possono servire a comunicare qualunque cosa, sia messaggi d’amore che minacce di morte.

Naturalmente le si può studiare, come quelle antiche, nella loro valenza logica e nelle loro espressioni letterarie, ma non è certo in questo senso che ne parlava il ministro Cingolani e che oggi molti ne caldeggiano un ruolo sempre maggiore nella scuola. Dietro la loro posizione c’è la constatazione che l’economia ha bisogno di “capitale umano” qualificato nello svolgere certi ruoli e che l’Italia è ancora indietro, rispetto ad altri Paesi, nella formazione di questo “capitale”. Di passaggio sarebbe il caso di ricordare che con quest’ultimo termine si sono sempre indicati degli strumenti per produrre – denaro, macchinari, materie prime – , cose “utili”. È così sicuro che una persona possa essere ridotta a “capitale”? Ancora una volta siamo davanti al problema di ciò che è utile e ciò che è importante. 

Un essere umano vale solo perché “serve” a qualcosa? Qualcuno obietterà che è solo un modo per intendersi. Ma il linguaggio ci plasma e a forza di dire che la scuola deve produrre “capitale umano”, invece di parlare della sua funzione educativa, stiamo finendo per credere che studiare certe discipline “inutili” (ma importantissime) sia tempo perso.

Per una scuola che aiuti i ragazzi a “nascere”

Non si tratta solo di nozioni. Le guerre puniche, come qualunque altra vicenda storica, sono da studiare come punto di partenza di una riflessione critica che colga il senso degli eventi del passato per educare alla lettura di quelli del presente. Nella scuola l’insegnare (letteralmente: l’imprimere in qualcuno una conoscenza, un’abilità) è fondamentale, ma deve sempre essere finalizzato all’educare (dal latino e-ducere: condurre fuori, metafora dell’opera dell’ostetrico durante il parto).

La scuola dovrebbe educare a pensare e, attraverso questa riflessione, ad instaurare un corretto rapporto con se stessi., paragonabile alla nascita E su questo terreno il nostro sistema scolastico ha perduto negli anni molta della sua incisività.
Lo sbandamento umano a cui i nostri ragazzi sono in larga misura soggetti – non certo solo per colpa della scuola, ma senza che essa riesca ad arginarlo – si manifesta in molti modi, ma è spietatamente evidenziato dalla percentuale di neet («Neither in Employment or in Education or Training»), i giovani che non studiano e neppure lavorano, che nel nostro Paese, nella fascia tra i 18 e i 24 anni, nel 2020 è stata del 24,8%!

Qualcuno si chiederà che cosa c’entri in tutto questo l’eventuale abolizione dello scritto di italiano. La scrittura ha una funzione fondamentale nella formazione di una capacità di oggettivare i problemi, in una certa misura, anche il proprio mondo interiore. In un clima culturale che esalta l’emotività fino ai limiti dell’irrazionalità, è importante che si impari a fissare in un discorso organico sentimenti e pensieri per imparare a guardarli, per così dire, dal di fuori.

Altrimenti capita che la sola esperienza di scrittura sia quella che si realizza sui social, dove essa diventa espressiva di stati d’animo incontrollati e nebulosi. L’esame non è solo lo sbocco degli studi, ne è anche il punto di riferimento durante tutto il loro svolgimento. Un esame che include la prova scritta esige che negli anni di formazione gli studenti si esercitino a scrivere, per raccontare se stessi, le cose che studiano, il mondo.

Sopravviverà la nostra scuola al virus della sua “modernizzazione”? Dipende da tutti noi. Sarebbe ora che l’opinione pubblica si interessasse della sua sorte un po’ di più di quanto abbia fatto in questi ultimi anni. E che, invece di andare a dare pugni sul naso ai docenti, i genitori stringessero con loro un patto per aiutare i propri figli a nascere.

 

www.tuttavia.eu


 

 

sabato 12 giugno 2021

UNO SNODO DELICATO


AL VIA GLI ESAMI 

DI MATURITA

- di Giuseppe Savagnone*

Mercoledi 16 giugno, alle 8,30, cominciano gli esami di maturità per 540 mila studenti delle scuole superiori. Un appuntamento che, ogni anno, coinvolge una larga fascia della popolazione, ben al di là del numero, già consistente, dei candidati. Basti pensare ai docenti e in genere al personale scolastico, ma soprattutto alle famiglie, che accompagnano i figli, in questo tradizionale momento di stress, cercando di sostenerli come possono.

Perché gli esami di Stato rappresentano comunque, da sempre, uno snodo delicato della vita di un ragazzo e di una ragazza. Uno di quei “riti di passaggio” che segnano il compimento di una stagione e l’inizio di un’altra. In questo caso, la conclusione del ciclo degli studi scolastici e l’ingresso all’Università o nel mondo del lavoro. Dopo, non si sarà più “ragazzi”, come ancora si è definiti finché si frequenta la scuola. Non è un caso che, malgrado l’espressione sia stata da tempo abolita, si continui a parlare di “esami di maturità”.

Si capisce perché nell’immaginario collettivo, e soprattutto nella percezione degli studenti, questa prova continui a mantenere la sua carica intimidatoria. Perfino nell’edizione di quest’anno, che, a causa del Covid, li vede ridimensionati sia perché ridotti alla sola prova orale, sia perché collocati nel contesto di una valutazione globale della carriera scolastica del candidato che ne riduce sensibilmente il peso (40 punti su cento, rispetto ai 60 attribuiti ai risultati degli ultimi tre anni di studi).

Abbassare l’asticella

Una scelta ragionevole, che tiene conto, giustamente, delle particolari condizioni in cui si è svolto l’anno scolastico, in seguito alla minaccia della pandemia. È ormai abbastanza noto che la dad (didattica a distanza), se da un lato apre delle nuove opportunità, di cui i docenti e gli alunni più attrezzati possono avvalersi, dall’altro, nella maggior parte dei casi, incide per lo più negativamente sulla qualità delrapporto educativo e dell’attività didattica.

Anche perché evidenzia le disparità di condizione economica, sociale e culturale degli studenti. Altro è seguire le lezioni potendo contare su un ambiente confortevole, raccolto, avendo a propria esclusiva disposizione strumenti adeguati, col sostegno di una famiglia attenta ai problemi scolastici del figlio, dove si parla un buon italiano e si è abituati a leggere, altro farlo da locali angusti e rumorosi, coi fratellini più piccoli che piangono e quelli più grandi che pressano per avere anch’essi l’uso dell’unico computer di casa, in una famiglia alle prese con altri problemi e sprovvista di basi culturali.

Era necessario, perciò, per evitare una selezione che avrebbe risentito pesantemente (e comunque più pesantemente del solito) di fattori estranei al merito strettamente scolastico, abbassare l’asticella della prova. Da qui la rinunzia allo scritto, che normalmente dà luogo a una prima scrematura dei candidati. Certo, con la conseguenza, già verificatisi l’anno scorso, di un indebolimento anche della selezione culturale e di una inflazione di voti alti. Ma, ripeto, è un prezzo che bisognava pagare.

Né credo sarà un fattore selettivo in senso socio-economico – come denunziato in termini eccessivamente drammatici, da Ernesto Galli Della Loggia – l’introduzione di un curriculum in cui verranno segnalate le diverse esperienze ed attività, anche extra-scolastiche, dei candidati. Un modo di far conoscere e valorizzare degli aspetti della loro personalità che la scuola spesso stenta ad intercettare e che non necessariamente sono collegati alle loro disponibilità economiche.

Opportuna la novità, rispetto agli esami di maturità dell’anno scorso, rappresentata dal ripristino dell’ammissione all’esame da parte del consiglio di classe. Le difficoltà legate alla pandemia non possono far perdere di vista la differenza elementare tra chi in qualche modo, durante l’anno, si è impegnato e chi invece ha approfittato della situazione per non far nulla. E i professori del consiglio di classe sono nella condizione di valutare questa differenza.

Una ipotesi su cui riflettere bene

All’interno dei limiti dell’emergenza, andrebbe tutto bene se il ministro Patrizio Bianchi non avesse enfatizzato la nuova formula come una svolta epocale. «È una bellissima forma di esame, è un esame di Stato che riguarda la maturità delle persone, non se hai una competenza o l’altra, ma se hai la capacità, la testa per poter affrontare degli argomenti complessi. Quindi non è un esame ridotto ma un esame che ha una sua identità». Da qui anche l’ipotesi, avanzata dal ministro, che da ora in poi questa formula possa essere adottata anche in regime di normalità.

È una prospettiva su cui vale la pena di riflettere con calma. L’abolizione definitiva delle prove scritte tradizionali – il tema di italiano e la prova di indirizzo, differenziata secondo il tipo di studi – sarebbe compensata dalla composizione di un «elaborato» che ogni studente nell’arco di un mese dovrebbe preparare, con la guida di un docente, su un argomento.

Secondo quello che già quest’anno si sta facendo. «Quest’anno c’è molta più enfasi sull’elaborato, più attenzione per svolgere un pensiero complesso». Ma non c’è il rischio che tutto si riduca alla riproposizione della vecchia “tesina”, che già in passato aveva costituito il punto di partenza per la discussione orale? «Non voglio sentir parlare di tesina», ripete Bianchi: si tratta di un elaborato «ampio e personalizzato».

A cercare il pelo nell’uovo, anche la tesina richiesta, in passato, per l’esame di Stato – l’esame “di maturità”! – avrebbe dovuto essere espressione di «un pensiero complesso, ampio e personalizzato». Sulla carta. Sappiamo tutti com’è finita.

Ma qui – si obietterà – c’è un docente che ne segue la stesura. In verità, anche per la tesina gli studenti si facevano guidare da un professore. E questo, però, non evitava la banalizzazione…

Lo spartito e l’orchestra

Forse bisogna stare a vedere come andranno le cose. L’esperienza insegna che, nella vita della scuola, le aspirazioni di un ministro non sempre hanno una corrispondenza nella realtà dei fatti. Le ordinanze, le circolari sono ovviamente normative, ma come lo è lo spartito di una sinfonia rispetto alla sua esecuzione. Chi suona la musica è l’orchestra. E l’orchestra, in questo caso, sono i professori e gli studenti.

Ricordo ancora quando una delle tante riforme degli esami di Stato previde che i candidati avrebbero scelto una materia fra quattro indicate dal ministero, mentre la commissione esaminatrice avrebbe assegnato la seconda. Il risultato fu che il membro interno (allora unico) faceva sapere alla commissione qual era la seconda materia richiesta dallo studente, che nel novantanove per cento dei casi veniva accontentato. Alla fine, bastava studiare due materie per fare un eccellente esame “di maturità”.

Non si può escludere che la musica, questa volta, sia più fedele allo spartito. Ma si dovrà monitorare attentamente lo svolgimento di questa nuova formula. Tanto più che la rinunzia alle prove scritte tradizionali non è indolore. Pensare di poterle sostituire con la discussione orale – sia pure basata sull’«elaborato» – è illusorio. Le logiche della scrittura e quelle dell’oralità sono molto diverse. E l’esperienza dice che persone capaci di incantare l’uditorio con le loro brillanti parole, quando sono costrette a costruire un discorso per iscritto ne sono del tutto incapaci. Senza contare le offese all’ortografia, alla grammatica e alla sintassi, mascherate dall’oralità, ma pesantemente evidenziate quando si scrive.

In Italia l’Università denunzia il fatto che gli studenti usciti dalla scuola non sanno scrivere. L’ipotesi del nuovo esame di Stato avanzata (ancora con cautela) dal ministro Bianchi non sembra una buona risposta a questo problema. Certo, non è il tema di maturità che può risolverlo. Ma l’esame che conclude il ciclo di studi ha soprattutto la funzione di orientare gli sforzi della scuola negli anni precedenti. Il venir meno delle prove scritte tradizionali rischierebbe di indebolire la tensione a educare i giovani ad esprimersi correttamente quando scrivono.

Una proposta più drastica

Qualcuno, più drasticamente, ha proposto in passato – e c’è chi lo fa anche nel presente – l’abolizione di quello che, malgrado le riforme, torna ogni volta ad apparire un “rito inutile”. Si avrebbe la tentazione di dar loro ragione. Se non fosse che, in questa società informe, dove le stagioni della vita si confondono – bambini invecchiati, adulti infantili… – , dove gli unici riti che rimangono sacri è quello legati alla logica del consumismo – lo shopping, la movida… – , forse ha ancora un valore questo segnale di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, con la conseguente sfida a viverlo bene. Perché alla fine, la vera maturità non è nell’esito di una prova ormai scolorita, ma nel modo in cui chi deve sostenerla vi si prepara e sa affrontarla, quale che sia la sua formula, con nervi saldi e consapevolezza. E questo mantiene il suo valore.

 

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 

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