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domenica 17 luglio 2022

PER UN'INTELLIGENZA ARTIGIANA


 - di Mauro Magatti e Chiara Giaccardi.

 

Per sfuggire alla rabbia e all'aggressività crescenti c'è bisogno di più 'persona' e più collaborazione.  Più intelligenza artigiana, insomma.

La serie ormai nutrita di shock globali – siamo al quarto in ventuno anni (Torri gemelle, Lehman Brothers, coronavirus, Ucraina-Russia) – dovrebbe convincerci che la stagione della globalizzazione – cioè la fase della espansione lineare verso una maggiore integrazione planetaria – inaugurata dalla caduta del muro di Berlino, è definitivamente tramontata.

Siamo oltre la modernità liquida: è arrivato il momento di fare i conti con gli effetti entropici del modello di sviluppo che ha dominato il passaggio di secolo.

Il cambiamento è accelerato: la questione della transizione ecologica – percepita finalmente come rilevante da larga parte dell’opinione pubblica – si incrocia con una digitalizzazione sempre più avanzata, mentre è ormai dentro un processo di riorganizzazione l’intero quadro geopolitico planetario.

Così oggi si deve far quadrare il cerchio: governare gli esiti di una pandemia che fatichiamo a debellare e allo stesso tempo ripensare il senso dello sviluppo, nel quadro del paradigma tecnico digitale e del delicato processo di costruzione di un nuovo ordine mondiale.

Un attraversamento per nulla sicuro: aperto nella direzione, incerto nei risultati, difficile nei passaggi.  Con opportunità straordinarie e rischi altrettanto ingenti.

Di fronte ai nuovi ardui problemi da risolvere, l’organizzazione sociale – ormai inestricabilmente vincolata alla dimensione planetaria – é chiamata a rispondere con un aumento di complessità.

Supersocietà

Stiamo entrando nella “supersocietà”, un inedito intreccio tra processi già in corso da tempo, che si caratterizza per la convergenza di tre dimensioni: la stringente interdipendenza tecno-economica su scala globale; il nesso sempre più stringente tra azione umana e biosfera; la trasformazione progressiva del soggetto umano in un oggetto della stessa autoproduzione sociale.

A differenza della globalizzazione (e delle sue narrazioni), la supersocietà non origina un processo uniforme, bensì una integrazione non lineare che, mentre spinge verso una maggiore verticalizzazione, aumenta le disuguaglianze e apre nuovi conflitti.

Non un assetto univoco né rigido, ma una nuova cornice per interpretare le dinamiche del tempo che stiamo cominciando a vivere.

Superata la fase dell’espansione planetaria, ci troviamo davanti a una biforcazione.

I due principali vettori del cambiamento, sostenibilità e digitalizzazione, ruotano infatti attorno a un’ambivalenza di fondo.

In che direzione ci muoviamo?

Verso un mondo distopico, centralizzato e burocratizzato, verso una “stupidità di massa” dove la libertà personale è confinata al puro spazio del divertimento?

Oppure verso una società più desiderabile, dove la libertà sarà ancora l’elemento cardine per tenere insieme sviluppo economico e democrazia?

Una domanda che diventa ancora più pressante se si allarga lo sguardo alla situazione mondiale, dove gli equilibri tra democrazia e autocrazia, che dopo l’’89 tendevano decisamente verso il primo polo, oggi sembrano subire l’attrazione fatale dei modelli che non amano la libertà.

Il destino della supersocietà è dunque apertissimo: occasione per un passo in avanti, a partire dal riconoscimento della costitutiva relazionalità della vita o per una regressione dentro una spirale di verticalizzazione, conflitto, esclusione?

Per l’Occidente, in particolare, si prospetta una vera e propria scelta di civiltà: decidere, ancora una volta, che è la libertà – e con essa la democrazia e l’iniziativa personale, il pluralismo, la sussidiarietà, la solidarietà, la giustizia sociale, la pace – la carta vincente per affrontare le nuove sfide della fase post-pandemica. Una scelta tutt’altro che scontata e a costo zero: solo sovrainvestendo sulle persone e la qualità delle nostre relazioni personali e istituzionali possiamo pensare di farcela.

Non in astratto, ma molto concretamente, con un massiccio e consapevole investimento nell’educazione, nelle organizzazioni, nei territori. Non è affatto detto che ce la faremo.

Ma risultati arriveranno se torneremo a interrogarci su quel bene inestimabile che è la libertà.

Dopo gli anni dell’io e della concorrenza, per sfuggire alla rabbia e all’aggressività crescenti, viene il tempo del noi e della collaborazione.

O meglio di quella che Alexis de Tocqueville chiamava “l’interesse bene inteso”.

Proprio perché è una relazione, la libertà vive infatti di alleanze, legami, riconoscimenti: pubblico e privato, imprese e territorio, scuola e mondo del lavoro, innovazione e tradizione, piccolo e grande, scienza e religione, Occidente e Oriente.

Nel comune sforzo di aprire varchi nel “tutto pieno” delle procedure, dei protocolli, delle regolazioni.

Di contrastare le nuove forme di dominio e di odio violento.

Di comprendere meglio l’intreccio delle interdipendenze entro cui si da la vita sul pianeta. Di combattere le fratture sociali e le disuguaglianze.

Di prevenire, o almeno contenere, i potenti venti di guerra che soffiano in tante parti del mondo, e che oggi investono pericolosamente la stessa Europa.

Di allestire spazi contributivi non ancora saturi e capaci di ospitare azioni capaci di dialogo con la realtà che cambia in continuazione.

Per procedere in questa direzione occorre uno sguardo “farmacologico” nei confronti di quella leva straordinaria che è la tecnologia, necessaria per ogni realistico percorso di transizione.

Senza mai dimenticare, però, che la tecnologia è curativa e tossica allo stesso tempo.

Mentre potenzia, indebolisce.

Per quanto essenziale, la tecnologia da sola non ci salverà. Quanto mai necessaria, essa non è però sufficiente per realizzare i cambiamenti che ci servono.

E tantomeno per costituire un orizzonte di senso condiviso che li renda possibili.

Per scongiurare le spinte distopiche che la attraversano, la supersocietà ha dunque bisogno di più “persona”.

Accanto ai superpoteri dell’intelligenza artificiale serve potenziare il sapere concreto dell’intelligenza umana diffusa: fatta di errori e fallimenti, ma anche di comprensione dei problemi, di condivisione delle prospettive, di concretezza delle soluzioni. Di sapere concreto, locale e universale insieme.

Un’intelligenza vivente, non sclerotica, dialogante, non ingabbiata dalle procedure e invece capace di orientarle e sottoporle a critica.

Una intelligenza libera, concreta, creativa.

E perciò in relazione con tutto ciò che sta attorno, con la tradizione da cui viene e con il futuro verso cui tende. Una intelligenza artigiana.


 Mauro Magatti e Chiara Giaccardi, “Supersocietà e intelligenza artigiana”, ed. Il Mulino, 2022

 

 

 

 

 

martedì 8 marzo 2022

ARTIGIANI DI PACE


 La pace, opera artigianale 

di cui il mondo ha bisogno

 

-         di  Pinella Crimì

 -

 È mai esistito un mondo senza guerra? Perché l’uomo non riesce a risolvere le controversie con gli altri uomini attraverso gli strumenti del dialogo e della parola? Quindi la Storia non ha insegnato nulla? Sono queste le grandi domande che abitano oggi il cuore dei giovani. Tra i banchi di scuola vogliono sapere, capire, poter leggere le informazioni attraverso gli occhi autorevoli degli insegnanti, ancora una volta adulti dei quali fidarsi e ai quali chiedere conto di una guerra incredibile e inattesa, perché era stato loro detto che non sarebbe accaduto mai più.

Con i giovani, però, bisogna essere onesti. È il solo modo per essere credibili ai loro occhi. A loro va detta la verità: nel mondo le guerre non si sono mai interrotte. Da anni si combatte su più fronti, tanto che Papa Francesco nel 2014 ebbe a dire “Siamo entrati nella Terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli” e, nel 2020, “Diamo un’occhiata al mondo così com’è. Guerre ovunque. Stiamo vivendo la terza Guerra Mondiale a pezzi”. Guerra significa vite umane interrotte, interi territori distrutti, storie spezzate, sogni che non diventeranno mai progetti. Il mondo di oggi ha trasformato tutto questo in numeri, asettici e, per questo, rassicuranti, perché senza nome e senza volto.

Prendere coscienza della storia del mondo, però, significa anche imparare a guardare alle donne e agli uomini che non si sono arresi alla violenza della ragion di Stato. Si tratta dei tanti che hanno permesso alla Storia di andare avanti grazie alle loro storie. È gente che ha dato la vita per migliorare un angolo di mondo con passione, competenza e lavoro. Questi eroi silenziosi si distinguono da tutti gli altri. Si riconoscono dalle parole che usano: non combattono, ma lavorano per la pace; non si schierano contro qualcuno o qualcosa, ma stanno dalla parte degli ultimi; non sventolano bandiere, ma si inginocchiano davanti alla sofferenza del mondo per curarne le ferite.

Di questi esempi i ragazzi hanno bisogno per la più grande delle loro domande: “io cosa posso fare?”. L’educatore non può far altro che accogliere la risposta: “I care! Mi sta a cuore”. È così che si costruisce la pace, opera artigianale di cui il mondo di oggi ha bisogno.

 Forum Associazioni Familiari

 

sabato 14 novembre 2020

VITE DIGITALI E SCORCIATOIE

 Le «scorciatoie digitali» 

ci stanno ingannando

 di GIGIO RANCILIO

 È più forte di noi: nutriamo una passione irrefrenabile per le scorciatoie. Così, ogni volta che una qualunque strada davanti a noi diventa un po’ tortuosa o solo troppo faticosa, ci viene spontaneo tagliare per la via più breve, incuranti del fatto che così facendo magari ci infangheremo le scarpe.

Amiamo le scorciatoie perché siamo convinti che grazie a loro risparmieremo tempo ed energie. Ma c’è anche altro: mentre prendiamo una scorciatoia è come se ribadissimo a noi stessi e al mondo che noi non siamo come gli altri. Siamo più indipendenti, più furbi, meno 'pecoroni'.

Oggi questa tendenza ha conquistato anche larghe fette delle nostre vite digitali, facendo danni. Ma non è solo colpa nostra. Da sempre il digitale ha usato come leva per avere successo due cardini: la velocità e la facilità. Se ci fate caso la maggior parte degli oggetti, delle app, dei servizi e dei siti di successo giocano su queste due caratteristiche. E lo fanno perché sanno che siamo immersi in vite così frenetiche da essere ossessionati dal risparmiare tempo (e fatica). Col risultato che, quando ci riusciamo davvero, poi magari ci annoiamo perché non sappiamo cosa fare nel tempo guadagnato.

Ma c’è un inganno ancora peggiore. Ed è il farci credere che per ogni problema (o sfida) che ci si pone davanti possa e debba esistere un’applicazione facile, un tool (cioè un 'attrezzo') o un tutorial video che ci faccia superare gli ostacoli e ci faccia 'evolvere' in fretta al livello successivo, come un superpotere in un videogioco.

Così ci siamo abituati a non fare più troppa fatica. Peggio: ad avere l’illusione che non si debba fare più tanta fatica per imparare le cose e per risolvere i problemi. E che nessun problema meriti la nostra fatica o una fetta troppo grande del nostro tempo. Vogliamo tutto e subito.

Per questo nelle nostre vite (digitali e non) ci offrono sempre più scorciatoie. Vuoi diventare uno YouTuber? Vuoi avere più visite al tuo blog o al sito aziendale? Vuoi imparare a gestire al meglio i social network o a fare un podcast? Vuoi imparare a fare dirette video su YouTube e sui social con migliaia di visualizzazioni? Nessun problema: eccoti un corso, un video, un tutorial o un’app a pagamento che ti insegnerà tutto.

Vuoi usare lo smartphone o gli elettrodomestici senza fare fatica? Eccoti l’assistente vocale che lo farà per te: basta ordinarglielo a voce.

Sono solo alcuni esempi, ma credo spieghino bene la tendenza. Per non fare fatica, per non perder tempo, per non studiare troppo (non abbiamo mai tempo per studiare abbastanza) scegliamo in continuazione scorciatoie che non solo ci fanno inzaccherare le scarpe ma anche i neuroni. Perché alla lunga ci 'sporcano' il ragionamento, la capacità di apprendimento e persino la professionalità, illudendoci che non ci vuole niente a imparare qualcosa.

Un po’ è colpa di chi vende queste moderne 'pozioni miracolose' e un po’ (tanto) è colpa nostra. Di noi che vogliamo migliorare le nostre vite ma non vogliamo fare troppa fatica. Che pretendiamo di imparare senza però impegnarci più di tanto. E così, alla fine, diamo retta a chi ci offre la strada più corta. La 'scorciatoia'.

Potrà sembrare incredibile ma anche se sono passati oltre 300 anni e dall’analogico siamo sbarcati nel digitale, commettiamo gli stessi errori dei contadini di un tempo che nei mercati acquistavano le 'pozioni miracolose' (che di miracoloso non avevano nulla).

Come se ne esce? Applicando al digitale l’approccio al lavoro degli artigiani. Gente che sa che nessuna professionalità si può imparare in poche ore. Ci vuole tempo, sudore e fatica.

Ma soprattutto ci vogliono maestri che siano davvero tali e non venditori di «pozioni».

 www.avvenire,it