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venerdì 31 luglio 2026

DEMOGRAFIA E LAVORO

 

La fine del lavoro abbondante 

 La demografia riscrive gli equilibri in Italia

di Luigino Giliberto

Per lungo tempo il dibattito pubblico e accademico sul mercato del lavoro italiano si è sviluppato attorno a una diagnosi relativamente stabile: un sistema caratterizzato da elevata disoccupazione, in particolare giovanile, da una domanda di lavoro debole e da una crescita insufficiente. Ma negli ultimi anni, questa lettura sta progressivamente perdendo capacità esplicativa.

Non perché tali problemi siano scomparsi, ma perché si sta imponendo una dinamica più profonda che modifica le fondamenta stesse del mercato del lavoro: il declino demografico, che rende il lavoro una risorsa sempre più scarsa e decisiva. E se per decenni il problema è stato creare occupazione, oggi la sfida si sta spostando: trovare persone, competenze e capitale umano su cui costruire la crescita. Un cambiamento profondo che rischia di ridisegnare gli equilibri economici e territoriali del Paese (…)

In questa analisi, realizzata per il Diario del Lavoro, il fenomeno con cui sempre più saremo costretti a fare i conti, e cioè la “fine del lavoro abbondante”, viene osservato e descritto in tutti i suoi aspetti. (…continua a leggere nel file allegato)

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pdf Tra inverno demografico e divari territoriali

sabato 16 luglio 2022

LA SCOMPARSA DEI MATRIMONI


 

- di Giuseppe Savagnone*

 

 «Il crollo della nuzialità 

e della natalità»

L’ultimo rapporto annuale Istat, pubblicato alcuni giorni fa, evidenzia un fenomeno che peraltro abbiamo tutti sotto gli occhi e che forse merita qualche riflessione. Mi riferisco alla crisi sempre più evidente della famiglia come è stata concepita per secoli, crisi che da tempo riguarda tutta l’Europa ma che ha ormai effetti dirompenti anche nel nostro paese.

Eloquente già il titolo del paragrafo in cui il rapporto affronta la questione: «Il crollo della nuzialità, l’aumento dell’instabilità matrimoniale». Gli italiani si sposano sempre più tardi e quelli che lo fanno sono comunque sempre di meno. «Nel 2011 l’età media al primo matrimonio era 32,6 anni per gli uomini e 30,1 per le donne mentre nel 2019, ultimo anno non toccato dalla pandemia era pari, rispettivamente, a 33,9 e 31,7 anni. L’effetto della pandemia ha prodotto un’ulteriore accentuazione del rinvio delle prime nozze. Nel 2020 per i primi matrimoni gli uomini hanno in media 34,1 anni e le donne 32,0».

Sia uomini che donne, dunque, si sposano – quando lo fanno – sempre più tardi. Basta leggere un romanzo ottocentesco o del primo Novecento per constatare che allora era normale sposarsi appena ventenni (le ragazze anche prima). Soprattutto, però, si sposano sempre di meno. Al netto delle inevitabili oscillazioni prodotte dalla pandemia, nel 2021 i primi matrimoni sono diminuiti quasi del 20% rispetto al 2011. Osserva il rapporto: «La protratta permanenza dei giovani nella famiglia di origine ha, come è noto, un effetto diretto sul rinvio delle prime nozze». Gli italiani restano “figli di famiglia” fin dopo i trent'anni.

Certo, giocano spesso anche motivi economici, legati alla difficoltà di trovare un lavoro, almeno un lavoro non precario. Ma ci sono anche altre ragioni. Viene da pensare alla precocità che si riscontra ormai abitualmente nei bambini. Quelli di una volta andavano a letto presto, non sapevano nulla su come nascono i figli, non dicevano parolacce, facevano naturalmente i capricci, ma in sostanza ubbidivano ai genitori.

Oggi molti di loro hanno tra le mani un cellulare o un tablet fin dai primi anni (o addirittura mesi) di vita, cosicché è a loro che il nonno deve rivolgersi per essere aiutato nel suo difficile rapporto con questi strumenti; trascorrono molte ore posteggiati davanti alla TV, dove vedono e sentono ogni sorta di notizie; vengono coinvolti dai genitori nelle uscite serali e notturne; dicono parolacce, e a volte le dicono proprio rivolgendosi al padre e alla madre.

 In un certo senso, sono già adulti da bambini. Ma si tratta di un processo a doppio taglio, perché accade che crescendo restino estremamente fragili e immaturi sotto un profilo più ampiamente umano. Incapaci, perciò, di assumersi responsabilità sponsali e genitoriali. Insomma, sono rimasti un po’ bambini anche da adulti.

Questa crisi del matrimonio appare particolarmente acuta se si guarda a quello religioso. «Sono in particolare i primi matrimoni religiosi ad aver subito la contrazione più forte dal 2011 al 2019 (-29,9 %), con un’incidenza sui primi matrimoni che è diminuita dal 70,1 % al 58,4 %». Ormai solo poco più di metà dei giovani che si sposano lo fanno in chiesa. «Nell’ultimo decennio si è assistito, all’opposto, a un incremento continuo del ricorso al solo rito civile per la celebrazione delle prime nozze: dal 29,9 % del totale dei primi matrimoni del 2011 al 43,4 % del 2021».

La precarietà dei rapporti: convivenze e divorzi

Ma soprattutto crescono le convivenze: «La diminuzione dei primi matrimoni è speculare alla progressiva diffusione delle libere unioni (convivenze more uxorio) che sono più che triplicate dal 2000-2001 al 2020-2021, passando da circa 440 mila a 1 milione e 450 mila».

Rispetto al matrimonio la convivenza è decisamente meno impegnativa. Si resta comunque dei single che stanno insieme finché stanno bene insieme, salvo a riacquistare la propria “libertà” in qualunque momento la relazione non li soddisfi più.

È vero che ormai anche il matrimonio, almeno dal punto di vista civile, dopo l’introduzione del divorzio non è più indissolubile. Ma rimane una scelta assai più impegnativa che quella di “stare insieme”. In ogni caso, nota il rapporto, «i divorzi sono stati in costante aumento dall’introduzione di questa possibilità nell’ordinamento italiano nel 1970 fino alla metà del decennio scorso.

Dal 2015 il numero di divorzi ha subito una forte impennata (+57,5 per cento in un solo anno), a seguito dell’entrata in vigore di due leggi che hanno semplificato e velocizzato le procedure consensuali senza rivolgersi ai tribunali e ridotto l’intervallo tra separazione e divorzio (a dodici mesi per le separazioni giudiziali e sei mesi per quelle consensuali». Rispetto al 2011, le separazioni sono aumentate del 10,1 % e i divorzi del 54,3 %.

La «famiglia unipersonale»

Tutto ciò ha un riflesso immediato sulla composizione della famiglia. Si osserva nel rapporto che «se all’inizio del nuovo millennio la famiglia nucleare formata da una coppia con figli era ancora la più frequente, seppure non più maggioritaria, ai giorni nostri è superata dalla famiglia unipersonale». Per la prima volta quelle formate da una sola persona (33,2 %) sono più numerose di quelle costituite da una coppia con figli (31,2 %).

Di poco inferiore, ancora, alla media di famiglie composte di single nei paesi europei (35,9 % nel 2021) ma con una crescita progressiva (dal 24,0 % del 2000) che, tendenzialmente, sembra portare ai numeri dell’Europa Centrale (Germania e Francia 41 %) e del nord Europa (Svezia al 50,1 %). Insomma, il processo è stato, nel giro di pochi decenni,dalla famiglia patriarcale del secolo scorso a quella mononucleare dell’inizio del terzo millennio a quella composta di una sola persona, di cui ancora in Italia abbiamo solo un’avvisaglia (33,2 % è già una forte percentuale), ma che altrove è ormai pienamente affermata.

Tutto ciò ha preciso riscontro a livello di diminuzione delle nascite. Leggiamo nel rapporto: «Il saldo naturale, già pari a -335 mila unità nel 2020, si è sommato a un ulteriore decremento di 310 mila unità nel 2021, determinando un deficit di “sostituzione naturale” di 645 mila persone».

Il crollo delle nascite è particolarmente accentuato tra le donne con meno di 30 anni. A conferma di quanto si diceva prima sulla incapacità dei giovani di assumersi responsabilità. Anche qui, come per il matrimonio, giocano sicuramente fattori economici. Si aggiungano ad esse le ovvie conseguenze, sul piano biologico, di avere un figlio in un’età in cui la curva della fertilità della donna è in netto calo. Ma, come per il matrimonio, questi elementi non possono nascondere una difficoltà più profonda, che rende gli italiani sempre meno capaci di generare.

Questo il quadro oggettivo dell’andamento della famiglia , secondo il nostro Istituto di statistica. Quale valutazione darne? Dobbiamo guardare con favore a un futuro in cui il single sembra destinato a sostituire la comunità familiare? Personalmente dubito che la maggior parte delle persone, almeno in Italia, saluti questo come un traguardo auspicabile. Allora però è necessario chiedersi quali sono le cause che lo stanno rendendo, col passare degli anni, sempre più vicino. E poiché questa cause non sono solo economiche, ma anche culturali , dobbiamo interrogarci su ciò che dobbiamo cambiare nel nostro modo di pensare e di agire, se vogliamo davvero evitare quell’esito.

Un diverso concetto di libertà

A dominare lo scenario della crisi della famiglia, come abbiamo visto, è l’affermarsi sempre più indiscusso – già in Italia e ancora più in altri paesi europei – della figura del single, di una persona, cioè, che è senz’altro disposta ad avere rapporti con un partner, ma tende sempre di più a evitare un legame stabile e definitivo. Convivenze, divorzi, famiglie unipersonali, hanno come protagonista il single. Analogamente, si è restii a fare figli, perché ad essi non si può applicare la logica del “stiamo insieme finché stiamo bene insieme”. Padri e

madri lo si è per sempre.

Il punto è che per il single la libertà si identifica con l’autonomia, con la possibilità di operare senza essere condizionati da vincoli di sorta. E se noi non rimettiamo in discussione questa idea, il futuro sarà sempre più dominato dal declino della famiglia come comunità. Bisogna riscoprire, accanto a questo concetto di libertà, quello per cui essa non è solo la possibilità di fare e di avere quello che si desidera senza incontrare ostacoli (non a caso di questa libertà di dice che «finisce dove comincia quella dell’altro»: l’ostacolo invalicabile è

l’altro), ma la capacità di scegliere qualcosa o qualcuno per il valore che vi si trova e di impegnarsi nei suoi confronti con tutto il proprio essere.

In questa prospettiva, veramente libero è alla fine solo chi sa scoprire il senso della propria esistenza in un ideale o in una persona a cui rimane fedele malgrado tutte le difficoltà. Questo non esclude l’autonomia, ma le dà un orientamento e una regola. Poter fare o avere senza ostacoli ciò che si desidera non è ancora avere compreso che cosa davvero desiderare.

L’esperienza di tante persone – si pensi a molti giovani – che fanno “liberamente” (nell’accezione dell’autonomia) esperienze balorde e autodistruttive ci mette in guardia dal ridurre a questo la libertà. Se essa non include anche la responsabilità verso qualcosa di buono, di importante, gira a vuoto e non porta da nessuna parte. Ma la responsabilità è inscindibile dalla serietà dell’impegno: nel caso della famiglia, verso il partner e verso i figli. Se non vogliamo che la famiglia del futuro sia in maggioranza formata da single.

 

*Pastorale della Cultura, Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu

 

mercoledì 22 dicembre 2021

MENO FIGLI, MENO VITA E MENO DEMOCRAZIA

 


Cause e conseguenze 

della denatalità 

in continua crescita



Nascono meno bambini, molti meno. Sono 15mila in meno nel 2020, e 12mila e 500 (finora) nel 2021. Lo so che su queste pagine l’allarme viene documentato e approfondito da anni. Ma anch’io voglio dire la mia. La denatalità è un indice davvero brutto per una società: indica che non si ama la vita e non si vuole trasmetterla. Non è un indice che dipenda dal benessere, quando le nascite sono poche non significa che si sta peggio, e quando sono tante non significa che si sta meglio.

Nel dopoguerra, che è stato un periodo piuttosto lungo (è stata dura tirarsi su dalla batosta della guerra mondiale perduta, ma è stata anche una lezione, perché quella guerra noi italiani l’avevamo voluta e provocata), le nascite erano tante, la popolazione cresceva, e chi ha la mia età ricorda che le famiglie più povere erano anche le più numerose: non c’era da mangiare, eppure le bocche da sfamare crescevano. Ma eravamo

in un trend positivo. C’era voglia di vivere, di darsi da fare, di metter su casa, di cercare lavoro magari all’estero. I nostri padri poverissimi (c’erano regioni del Sud e del Nord Italia, come il Veneto, che erano sacche di Terzo Mondo in casa nostra), facevano qualsiasi mestiere, per quanto precario, per quanto faticoso, e cercavano lavoro nei Paesi vicini, come la Francia, ai quali si offrivano per le campagne stagionali, come quella delle bietole.

Io ero studente di scuola media, sapevo il francese, e i braccianti della zona venivano da me per farsi scrivere le lettere con le quali chiedevano al padrone dell’anno prima di riprenderli per un mese o due, allo stesso salario, «anche meno, se lo stesso salario non si poteva». Io scrivevo per loro e mi sembravano degli schiavi. Poveri, bisognosi di tutto, e supplici. Ma tutti avevano figli. La Chiesa aveva più autorità di adesso, e sul fare figli non demordeva, rilanciava il motto «crescete e moltiplicatevi». La popolazione cresceva, e tutti vedevano questo indice come un segno di progresso. Non si viveva bene, ma la vita era un bene così grande che bisognava trasmetterlo. Adesso si vive bene, ma tendiamo a non trasmettere la vita.

Mia madre ha avuto 4 figli, adesso mediamente una donna ha 1 figlio virgola 17. Se una coppia ha un solo figlio, la popolazione cala inesorabilmente. I dati che ho sottomano dicono che un tasso più decente di nascita c’è soprattutto da genitori immigrati, anche se, italianizzandosi, tendono poi anche loro a fare meno figli. La grande responsabile di questo calo di figli è la pandemia. La vita è meno gioiosa, non è entusiasmante come una volta. Allora nascere (anche poveri) era sempre 'un lieto evento', da festeggiare, adesso è un problema, anche se non lo si dice, è maleducato dirlo.

Il calo delle nascite trasforma le famiglie: in una famiglia che ha un solo figlio cosa cambia rispetto alla famiglia di ieri che ne aveva di più? Il dialogo. Nella famiglia con più figli si parlava tanto, pranzo e cena erano discussioni. Magari vaniloquenti e caotiche, ma pur sempre discussioni. Ci si abituava alla democrazia, agli altri. Le famiglie con un solo figlio educano all’individualismo, e lo si vede a scuola, anzi già all’asilo. Parlano meno. La famiglia dei miei figli parla meno della mia, che parlava meno di quella da cui venivo.

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sabato 11 dicembre 2021

ALLEANZA TRA LE GENERAZIONI PER SUPERARE LA CRISI


 «La crisi demografica si batte 

con una nuova alleanza tra generazioni»

 

La sfida del futuro oltre la pandemia è coinvolgere famiglia, scuola e società, alimentando il “noi” rispetto all’“io”

 

-         Roberto Zoppi

 

Due importanti avvenimenti, che ci riguardano e ci toccano da vicino, hanno caratterizzato lo scorso fine settimana: la Conferenza sulla Famiglia e la presentazione del 55° rapporto Censis sullo stato di salute della società italiana. Due appuntamenti che hanno, in maniera diversa, puntato i riflettori sulla “famiglia”, sulla situazione delle nostre famiglie italiane, sui bisogni, sulle fatiche e difficoltà che attraversano. Sulla riflessione e le proposte venute da questi eventi pesa certamente, come un macigno, la situazione demografica del nostro Paese ma non solo; pesa anche il crescente sfilacciamento di quel tessuto sociale nel quale la famiglia era nucleo centrale. Problemi non di poco conto che sembrano presi “di petto” dal governo che per bocca del premier Draghi, proprio alla conferenza sulla Famiglia, ha definito le politiche familiari prioritarie oggi per il nostro Paese. «La famiglia è un bene collettivo essenziale – ha detto Draghi – può e deve essere tutelato dallo Stato». E in un altro passaggio ha sottolineato come si debbano usare le politiche pubbliche per rimuovere gli ostacoli alla scelta di formare una famiglia e «mettere le coppie in condizione di avere figli se lo desiderano».

Dietro alle parole del premier, accolte con un certo apprezzamento da tante associazioni di genitori, ci sta una grande sfida che ogni tanto fa capolino nel dibattito pubblico per essere poi puntualmente messa da parte. Parliamo del patto generazionale, di quell’atteggiamento che tutti dovremmo avere non tanto di protezione dei nostri figli, magari quelli più giovani, ma di una reciproca collaborazione nel rispetto dei ruoli e delle responsabilità. Ci capita talvolta, in riferimento soprattutto all’ambiente scolastico, di incrociare storie positive in cui un ruolo centrale l’ha avuto un adulto. È in questi luoghi, spesso tra le mura di un’aula scolastica, che si formano uomini e donne in grado di pensare in grande il domani della nostra società.

È un po’ il nostro sogno di genitori Agesc: rinsaldare un’alleanza trasversale, scuola, genitori, territorio, in grado di dare risposte concrete al bisogno di crescita umana e culturale della nostra società civile attraverso uomini e donne che si assumono la responsabilità di stare, da “adulti”, in un contesto sociale complesso ed in continuo cambiamento.

Dal momento in cui siamo nati abbiamo iniziato questo percorso di relazioni, di “rete”, la cui necessità si riscontra soprattutto oggi. Un cammino non sempre facile, anzi, decisamente impegnativo perché non è semplice coinvolgere le giovani generazioni di genitori, mantenere un dialogo con le scuole e i gestori stessi, alimentare quel pensiero del “noi” rispetto all’“io” in cui non solo le restrizioni dovute alla pandemia ci hanno rigettato.

La tendenza a guardare il proprio interesse a discapito del bene comune, che poi è di fatto ricchezza per noi stessi, lascia sempre più il segno nelle nostre comunità fino a lasciarne i segni che tocchiamo con mano.

La domanda allora sorge spontanea: siamo sicuri che le poche nascite, le poche famiglie, siano conseguenza di insufficienti politiche familiari? O meglio pensiamo che bastino più soldi nelle tasche delle giovani famiglie per fare figli? Siamo convinti che le due cose debbano andare di pari passo, vale a dire che il sostegno economico e le condizioni di attenzione di una società alle problematiche della famiglia debbano andare assieme ad un’azione culturale che è trasversale alle generazioni. Come ricorda uno slogan famoso e anche qualche presidente di associazioni familiari e di genitori, dopo le parole bisogna passare ai fatti. Allora dedicare più risorse al sistema scolastico, all’istruzione, alle politiche familiari potrà risultare una tra le mosse vincenti per andare in quella direzione: ricreare un rapporto stretto e di fiducia fra le generazioni. Mettere la persona al centro oggi vuol dire proprio questo.

 www.avvenire.it

 

 

CULLE VUOTE


 La fotografia dell’Istat, i modelli, i calcoli e i timori esistenziali

E QUI CI RITROVIAMO A PENSARE L’INCUBO DI CITTÀ SENZA FIGLI

Era una bella città. Ordinata, le aiuole curate, le case ben tenute. I vetri dei grattacieli avveniristici scintillanti al sole. Vetrine lussuose in centro, e ressa nei negozi, sotto Natale. Tuttavia un visitatore casuale notava che mancava qualcosa. Che cosa esattamente, dapprima non capiva. All’una passò davanti a un edificio d’epoca a tre piani. Scuola elementare, c’era scritto sul portone. Il visitatore tese l’orecchio in attesa della campanella di fine lezioni. Ma, niente: nessuna campana, nessun fragoroso precipitare di passi e voci giù per le scale, né l’allargarsi di grembiuli neri in cortile, in crocchi, attorno a un mazzo di figurine Panini. Nulla di tutto questo: perché la grande scuola era chiusa. Didattica a distanza? Si chiese lo straniero, stupito. Camminando, nel pomeriggio, non sentì per le strade eco di calci al pallone, né di 'gol!' gridati a squarciagola. I cortili, perfettamente silenziosi, erano vuoti. Né, sotto ai campanili, dagli oratori si sentivano voci o canzoni. Ma dove sono andati i bambini? si chiedeva l’uomo. Neppure a sera, dalle finestre, le voci delle madri, come quando bambino era lui – quel coro di nomi gridati all’ora di cena, quando uno della banda correva via con la palla sottobraccio, e la partita era finita.

Andò alla Maternità dell’ospedale, chiese della nursery. Non c’è più alcuna nursery, gli disse un’infermiera. L’uomo vide dietro una vetrata le file di culle vuote e se ne uscì, zitto. È soltanto un brutto sogno, naturalmente. Può capitare però di farne così, davanti all’ultimo dato Istat: nel 2020 i nati in Italia sono stati appena 405mila, un record negativo, e si presume dalle proiezioni che nel 2021 si scenderà sotto ai 400mila. Certo, nel ’20 il Covid ha pesato come piombo sulle famiglie. Nel ’21 si assiste a una certa ripresa ma niente, la paura ad avere figli permane. D’altra parte, anche prima della pandemia il precariato generalizzato o i tempi del lavoro non erano fatti per incoraggiare a procreare. Né il sospetto, in tante ragazze, di dover scegliere: un figlio, o la carriera. Possiamo ringraziare naturalmente la scarsità di asili e di nidi, e la scomparsa delle grandi famiglie, dove una mano qualcuno te la dava. E anche una cultura dominante per cui l’aborto è una scelta ragionevole e 'normale'. Allargando la sguardo, un pegno la natalità lo paga anche a certo ecologismo che annuncia inevitabili catastrofi. «Sul clima manca un minuto a mezzanotte», ha detto dopo la Cop 26 Boris Johnson – non è frase delle più incoraggianti, se vuoi diventare madre. Tutto congiura insomma contro la natalità nei Paesi occidentali, ma in questa classifica l’Italia è ai primi posti. Certo, quanto a politiche familiari e di conciliazione maternità-lavoro non abbiamo mai brillato. Però non è, ammettiamolo, solo una questione economica: se oggi una coppia a 26 anni ha un figlio, i coetanei laureati e in carriera ne sono meravigliati. Gli stessi adulti spesso commentano: «Così presto? Che si divertano, finché possono...». Oltre ai nidi mancanti, agli orari impossibili, al precariato, esiste, fra i benestanti l’«opzione zero»: quando hai un bambino hai finito di divertirti, viaggiare, di fare quello che ti pare. Cultura, pandemia, motivati timori, tutto congiura a diminuire la natalità. Eppure, dietro a tante concrete obiezioni si avverte fra noi un dubbio non detto: ma, ne varrà poi la pena? È così bello questo mondo, da spingere un nuovo figlio sulla scena?

Non è anche questo retropensiero a svuotare le nursery italiane? Le nostre grandi città le vedi piene di bambini filippini, pachistani, nordafricani. I più poveri hanno meno paura? O, scampati alla fame o alla guerra, hanno più voglia di vita?

Nelle periferie, nei caseggiati popolari, i loro figli ci sono, non tanti, ma un po’ di più. I quartieri residenziali invece sempre più silenziosi: cani al guinzaglio nei giardini, e altalene immote. E dal piano di sopra, non uno strillo o un rincorrersi, che dica: qui, tuttavia, è arrivato un bambino. Che cosa cambia una simile denatalità? Tanto, dentro al cuore di un Paese: se non si sa più, in fondo, per chi, per che cosa costruire e combattere – se tutto, tanto, finisce con noi.

 

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venerdì 14 maggio 2021

NATALITA', INVERTIRE LA ROTTA

 Draghi: un'Italia senza figli è destinata a scomparire

Agli Stati Generali della Natalità, all’Auditorium di via della Conciliazione, il forte intervento del Papa, del premier Draghi, del presidente del Forum delle Associazioni Familiari, De Palo, che li ha organizzati. Ma anche di esponenti del mondo politico, istituzionale e del lavoro. Imperativo comune: sostenere la famiglia, pena la fine dell’esistenza dell’Italia

                                                                                                               Debora Donnini  

"Un'Italia senza figli è un'Italia che non crede e non progetta. È un'Italia destinata lentamente a invecchiare e scomparire". Queste parole del presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, esprimono una consapevolezza di cui nel Paese si sta prendendo sempre più atto. Una consapevolezza suffragata dai dati che da anni accendono l’allarme dipingendo un Paese morente, colpito ulteriormente dalla pandemia: nel 2020 sono nati 404mila bambini, il 30% in meno rispetto agli ultimi 12 anni, record negativo dall’unità d’Italia. Con 1,24 figli per donna contro i 2,1 che assicurerebbero un ricambio generazionale, l’Italia sta scomparendo progressivamente con ricadute drammatiche sul sistema pensionistico e sanitario ma anche con una penalizzazione del desiderio, che pure c’è, di avere figli: l’80 per cento dei giovani italiani vorrebbero due o più figli.

Draghi: assegno unico, misura epocale destinata a permanere

L'assegno unico per le famiglie - sul quale il Forum delle Associazioni Familiari si è impegnato fortemente - "è una di quelle trasformazioni epocali” destinate a permanere, promette Draghi. Da luglio la misura entrerà in vigore per i lavoratori autonomi e i disoccupati, che oggi non hanno accesso agli assegni familiari. Nel 2022, la estenderemo - afferma - a tutti gli altri lavoratori, che nell’immediato vedranno un aumento degli assegni esistenti. 

La questione giovani, segnati dalla precarietà

Ricordate anche le misure, previste nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, per giovani, donne e famiglie, tra cui "la realizzazione di asili nido e scuole per l'infanzia, l'estensione del tempo pieno e il potenziamento delle infrastrutture scolastiche". Investimenti nelle politiche attive del lavoro, nelle competenze scientifiche e nell'apprendistato. Nel complesso, misure da "venti miliardi" circa. Prevista anche una clausola per incentivare le imprese, come condizione per partecipare al Piano, "a assumere più donne e giovani". E' proprio l'incertezza a pesare fortemente, segnala ancora. Per decidere di avere figli, i giovani hanno bisogno di un lavoro certo, una casa e un sistema di welfare e servizi per l’infanzia mentre in Italia il percorso è segnato dalla precarietà. La spesa sociale per le famiglie è, inoltrre, molto più bassa che in altri Paesi come la Francia e il Regno Unito.

Individualismo non è una vittoria

Un percorso che dunque non può non passare dalle madri. Il discorso di Draghi arriva a uno dei punti decisivi: "Si è guardato - afferma - alle donne che decidevano di avere figli come un fallimento, e all'individualismo come una vittoria”. Per il premier, “la consapevolezza dell'importanza di avere figli è un prodotto del miglioramento della condizione della donna, e non antitetico alla sua emancipazione” ma lo Stato deve accompagnarla questa nuova consapevolezza.

Da Palo: senza figli non c'è sviluppo sostenibile

Le parole di Draghi e del Papa sono state precedute dall’introduzione del presidente del Forum delle Associazioni Familiari, Gigi De Palo, che con passione solleva da anni una questione, molto sentita a livello sociale, che oggi si concretizza con questi Stati generali della Natalità. Con il declino demografico che vive l’Italia, non ci sarà alcuno sviluppo sostenibile. Con la realtà dipinta dai dati si evidenzia, dunque, “un terremoto” che viene sottovalutato ma che ha già compromesso l’architrave della casa. “Ormai fare figli è diventato un lusso, se è vero che è una delle prime cause di povertà”, nota De Palo. Quello che prima era ricchezza, che lo è sempre stato, quando i Paesi sono cresciuti economicamente, oggi di fatto in Italia viene penalizzato. Si tratta dunque di “una questione sociale universale”, rimarca De Palo, anche di chi non ha figli perché avrà bisogno delle generazioni di domani per poter vivere. Senza contare che sono proprio i giovani di domani che porteranno innovazione. È dunque urgente cambiare mentalità: non si tratta di spesa ma di investimento. E rivolgendosi a Draghi, a nome di milioni di famiglie italiane, si appella: “facciamolo bene questo assegno” unico e universale. Bisogna quindi invertire la rotta, restituire speranza la Paese: “i figli – conclude – sono il segnale di un Paese che torna a desiderare e amare”.

Dati sulla natalità caleranno ancora

Ma i dati sulla natalità sono destinati a essere rivisti al ribasso, avverte il presidente dell'Istat, Gian Carlo Blangiardo, intervenendo all’incontro: "Nel 2021 - spiega - il confine dei 400mila nati raggiunto nel 2020 e' destinato a essere superato al ribasso" con tre possibilità per il domani: la più pessimistica che è quella su cui ci sta incamminando “con 350mila nati in un Paese di 60 milioni di abitanti".

Sostenere le donne e misure globali

Da parte sua la ministra della Famiglia, Elena Bonetti, richiama l’Italia a un nuovo inizio, che passa anche per le donne: per loro “libertà significa scegliere insieme lavoro e maternità e non essere costretta a scegliere tra le due", afferma. Centrale, in questo senso, una intera riforma delle politiche familiari, “la prima della nostra storia, il cosiddetto Family Act,il Family Act”, ha rimarcato la Bonetti, scelto come asse nel percorso di ripartenza per rimettere al centro i bambini. Con l'assegno unico e universale - ha proseguito – li si riconosce come bene comune. Si esigono investimenti per la loro educazione, si investe nel lavoro femminile e insieme nella valorizzazione della maternità.

Vatican News

 

Francesco: senza natalità non c'è futuro. Se la famiglia riparte, riparte tutto

 

https://www.statigeneralidellanatalita.it/

Discorso di Papa Francesco

 

Discorso del Presidente del Consiglio, Draghi

 

 

 

 

 

venerdì 17 luglio 2020

TORNARE A GENERARE PER RISCOPRIRSI UN POPOLO



Al di là delle news, 

la crisi della natalità

di Giuseppe Savagnone

Avrebbe forse meritato maggiore attenzione, da parte della stampa e dell’opinione pubblica, il dato, pubblicato in questi giorni, dall’Istat, secondo cui nel 2019 il numero delle nascite, in Italia, è ulteriormente diminuito di 19.000 bambini (-4,5%) rispetto all’anno precedente, toccando un minimo storico dal tempo dell’Unità. Abituati come siamo a lasciarci polarizzare dalle novità che “fanno notizia” – le news –, rischiamo di non percepire la direzione dei grandi processi a medio e lungo termine che maturano anno per anno, e da cui in realtà il nostro futuro dipende molto più che da singoli eventi su cui tanto si discute.
Il riflesso sulle pensioni
In questo caso la gravità della situazione avrebbe dovuto essere percepita se non altro alla luce dall’altro dato, anch’esso ufficiale, che il numero delle pensioni erogate dall’Inps, nel nostro Paese, ha superato per la prima volta quello degli stipendi. Perché non è necessario essere particolarmente inclinati alla matematica per aver chiaro che cosa questo significhi per le future generazioni. In passato un lavoratore poteva contare, per ricevere la meritata pensione, sui prelievi che lo Stato faceva dagli stupendi dei suoi due o tre figli. Era una piramide la cui base, normalmente abbastanza ampia (i figli a volte erano anche più d due o tre), di soggetti produttivi, sosteneva senza problemi il vertice, costituito dal pensionato.
Era già allarmante, nel recente passato, la progressiva riduzione di quella base. Il numero di giovani lavoratori che potevano mantenere gli anziani a riposo è andato diminuendo sempre di più. Oggi sappiamo che il rapporto è addirittura sceso al di sotto della parità. Grazie anche a riforme come quella della “quota cento”, fatta dal precedente governo, che ha ulteriormente favorito l’aumento dei pensionati (220.000 in più rispetto all’anno precedente). Se continua così, chi verrà dopo di noi, i nostri figli, non potrà più avere la ragionevole fiducia di godere, alla fine del proprio servizio professionale, di un reddito garantito. Si parla tanto di “diritti”, ma noi stiamo sistematicamente violando – in questo come in altri campi – quelli delle generazioni future.
L’occasione sprecata degli stranieri
Per un certo periodo a compensare questi vuoti c’è stata l’immigrazione, con l’arrivo di lavoratori stranieri i cui stupendi hanno dato ossigeno al nostro sistema pensionistico. Il precedente presidente dll’Inps, Tito Boeri – silurato dal governo giallo-verde anche per questo –, si era sforzato disperatamente di spiegarlo, dati alla mano, chiedendo una politica di progressiva integrazione che permettesse di fa passare dal lavoro “in nero” a quello “in regola” i cosiddetti “clandestini”. I “decreti sicurezza” – emanati dal Conte 1 e mai abrogati dal Conte 2, malgrado il cambiamento della formazione governativa – hanno messo una pietra tombale su questo progetto, rendendo sempre più difficile quella integrazione e respingendo gli stranieri verso un quasi inevitabile permanenza nella clandestinità.
Un Paese di vecchi
Ma l’emergenza pensionistica è solo un aspetto – sia pure di immediata rilevanza economica – di un problema più ampio. Stiamo sempre più diventando un Paese di vecchi. Il tasso di natalità è di 1,5 figli per donna, quando ce ne vorrebbero almeno due per mantenere il nostro livello di popolazione. Perfino gli stranieri, che avevano in una prima fase sopperito a questo deficit di natalità e contribuito a mantenere discretamente alto il numero degli alunni nelle nostre scuole primarie, da una parte sono stati scoraggiati dal venire in Italia (-8,6%) dall’altra sembrano essersi adeguati al trend degli italiani.
Il risultato, secondo lo studio Istat, è che la nostra popolazione dovrebbe scendere dai 60 milioni e 391mila residenti del 2019 ad appena 28 milioni alla fine di questo secolo. Anche altri Paesi del mondo stanno avendo una flessione, ma noi siamo in prima linea.
La mancanza di una politica per la famiglia
Le cause ovviamente sono tante. Una però è subito evidente, ed è la mancanza di una seria politica a favore della famiglia tradizionale – quella, per intenderci, che genera figli – e della maternità. Nella crescente attenzione ai diritti individuali l’Italia è rimasta sempre più indietro, rispetto anche ad altri Paesi europei, nel sostegno alla comunità familiare come tale, anzi ha promosso una serie di misure legislative, in nome della libertà individuale, che ne indebolivano i legami costitutivi, senza controbilanciarle – come invece si è fatto altrove – con altre che almeno incoraggiassero comunque alla generazione di figli.
Già al tempo del referendum sull’aborto
Il problema, del resto, ha radici antiche. Clamoroso il fatto che, già nella storica disputa sulla legalizzazione dell’aborto, non si sia mai pensato, prima di arrivare allo scontro sui princìpi, a promuovere di comune accordo – fautori e oppositori – una politica che, predisponendo una serie di contributi e di servizi, rendesse comunque più libera la scelta delle donne, dando loro, prima che il triste diritto di interrompere la gravidanza, quello di portarla a termine. Dall’una e dall’altra parte, si sono fatte dichiarazioni, si sono enunciati grandi valori, e non si è fatto quello che era più ovvio e più necessario.
Nessuna meraviglia: si era al tramonto di una stagione in cui a governare era stato il partito dei cattolici, da sempre entusiasti tutori della sacralità della famiglia, ma che non aveva fatto per essa nemmeno la metà di quello che si era invece fatto nella laicissima Francia.
E si è continuato sempre così, fino ad oggi. Molta retorica, sovrabbondanti promesse, qualche occasionale bonus bebè, ma non un’organica legislazione in grado di incoraggiare la generatività. C’è da stupirsi che siamo agli ultimi posti nel mondo?
Il problema del lavoro
Al di là dei fattori che riguardano direttamente la famiglia, ce ne sono altri che l’hanno colpita indirettamente. Penso alla difficoltà di trovare un lavoro prima di un certa età (e talvolta anche dopo…), che ovviamente ritarda la possibilità per le coppie di progettare di avere un figlio. Oppure, anche quando il lavoro c’è, alla sua precarietà (pardon, in politically correct si dice “flessibilità”): chi può pensare di mettere al mondo un bambino quando sa che il suo contratto scade dopo un anno? E questo già prima della pandemia. Che succederà adesso?
Non solo biologia
La mancanza di fecondità degli italiani non è però solo un fatto che riguarda la biologia. Da molti anni si parla di un “declino” dell’Italia che non è tanto una questione demografica o, come alcuni credono, economica, ma riguarda le risorse più profonde di vitalità del nostro Paese. del resto, sono gli economisti a sottolineare che la decrescita del Pil dipende da una crisi della produzione, che a sua volta deriva da quella del consumo, le cui origini vanno cercate in una diffusa sfiducia. Manca la speranza nel futuro.
La rabbia e la paura non generano nulla
Le passioni dominanti di questi ultimi anni sono state la rabbia e la paura. Ma con esse non si genera nulla. Con la rabbia si rimpiange qualcosa del passato che si è perduto, con la paura ci si trincera nell’esistente, difendendolo con le unghie e con i denti. Perché si possa generare bisogna, invece, aprirsi al futuro, preferire il rischio alla sicurezza, immaginare ciò che ancora non esiste invece di aggrapparsi a ciò che non esiste più.
La mancanza generatività biologica è così una metafora di quella spirituale e culturale che ci rende un Paese di vecchi anche a prescindere dall’anagrafe. Non mancano, naturalmente le eccezioni che potrebbero essere invocate per smentire questa diagnosi. Ma è pur vero che molte grandi espressioni del genio italiano sono state possibili proprio per il fatto che sono state realizzate all’estero.
Tornare a generare per riscoprirsi un popolo
In ogni caso, resta il problema di fondo di un risveglio delle risorse morali e spirituali del nostro popolo. La ripresa economica, che pure è una urgenza assoluta, in questo momento difficilissimo, non può essere affidata solo a misure che piovono dall’alto. A parte le perplessità – che purtroppo condivido – sull’efficacia di queste ultime, anche nella migliore delle ipotesi esse non possono sostituire uno spirito di iniziativa, una creatività, un coraggio che esige l’impegno di tutti. Per uscire dalla crisi bisogna di nuovo ritornare a generare: non solo figli, ma anche idee, esperienze, relazioni costruttive… Magari riscoprendo, così, di essere quello che ci siamo dimenticati di essere: un popolo.




sabato 7 dicembre 2019

ITALIA. UN PAESE IN CRISI. INCERTEZZA, DIFFIDENZA, ANSIA .... .

CENSIS, UN RAPPORTO 
CHE 
DEVE FARCI RIFLETTERE
 E
RIMBOCCARCI LE MANICHE
  

  -   di Giuseppe Savagnone 


Uno specchio dell’ansia
La pubblicazione, in questi giorni, del 53esimo Rapporto annuale del Censis, intitolato «La società italiana al 2019», costituisce per il nostro Paese uno specchio in cui guardarsi. E va detto subito con franchezza che non c’è molto di cui rallegrarci.
A preoccupare soprattutto è il clima di ansia che, secondo il 69% della popolazione, caratterizza il popolo italiano. Sta di fatto che, nel giro di tre anni (2015-2018), il consumo di ansiolitici e sedativi è aumentato del 23% e a farne uso sono ormai 4,4 milioni di italiani (800.000 di più di tre anni fa).
Incertezza e diffidenza
Alla radice c’è il sentimento che, secondo il Censis, è oggi dominante nel nostro Paese, che è l’incertezza. È ormai il terzo anno che lo stato d’animo diffuso viene sintetizzato con un termine a dir poco inquietante.
Nel 2017 la parola chiave della fotografia dell’Italia emergente nel Rapporto era «rancore» e nel 2018 «cattiveria». L’insicurezza si collega a questi atteggiamenti precedenti come loro effetto. Se si è risentiti e arrabbiati, si tende a dubitare di tutto e di tutti.
Non stupisce, allora, che secondo il Censis il 75% delle persone non si fidi degli altri, visti più una minaccia che come una risorsa e una possibilità di relazione umana. E il 49%  degli intervistati riferisce di aver subìto nel corso dell’ultimo anno, in luoghi pubblici, insulti, spintoni e altri atti di prepotenza;  il 44% si sente insicuro quando cammina nelle vie che frequenta abitualmente; il 26% racconta di avere litigato con qualcuno per strada.
Il timore di essere declassati
Ci sono certamente, in questo quadro allarmante, componenti di ordine materiale che giocano pesantemente. La forbice tra ricchi e poveri si allarga ogni giorno e chi stava in mezzo teme di essere risucchiato dalla parte sbagliata. Così, secondo il Rapporto, il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme un declassamento. Più in generale, la stagnazione dell’economia viene percepita come un destino pressoché ineluttabile dal 74% degli intervistati. E sono i più ottimisti, perché il 26% prevede una nuova recessione.
L’illusorio aumento dei posti di lavoro
Si potrebbe obiettare che un segno di speranza viene dal fatto che, rispetto al 2007, nel 2018 ci sono stati 321.000 occupati in più: +1,4%, e che anche nei primi sei mesi di quest’anno si registra aumento dello 0,5%. Ma è un motivo di consolazione illusorio, perché questo scarto positivo è, in realtà, il risultato di una riduzione di 867.000 occupati a tempo pieno e del concomitante aumento di 1 milione e 200.000 occupati a part time.
E proprio il part time, nel periodo 2007-2018, è aumentato del 38%. Oggi un lavoratore ogni cinque ha un impiego a tempo parziale. E quello involontario, che nel 2007 riguardava il 38,3% del totale dei lavoratori part time, nel 2018 rappresenta il 64,1%, con un  aumento, tra i giovani del 71,6%.
Denatalità ed esodo
Da qui anche la poca voglia o la poca possibilità di fare figli. Dal 2015 i cittadini italiani sono diminuiti di 436.066 unità, nonostante l’incremento di 241.066 stranieri residenti. Nel 2018 le nascite sono state 18.404 in meno rispetto al 2017.
Ma sulla diminuzione della popolazione giovanile hanno un effetto anche le emigrazioni verso l’estero: in un decennio più di 400.000 cittadini italiani 18-39enni hanno abbandonato l’Italia, cui si sommano gli oltre 138.000 giovani con meno di 18 anni.
Per non parlare della Pubblica Amministrazione, che riscuote la fiducia solo del 29% degli italiani. Nell’Unione europea (valore medio: 51%) sono peggio di noi solo Grecia e Croazia.
Non possono non tornare alla mente, davanti a questo quadro, le altisonanti promesse dei leader politici che hanno inaugurato la Seconda Repubblica, e ora la Terza, in sprezzante contrapposizione alla Prima….
La sfiducia (motivata, purtroppo) nella democrazia
Ma la nota più allarmante del Rapporto è quella che riguarda gli atteggiamenti di fondo a cui questa situazione di incertezza diffusa dà luogo. E’ significativo che il 76% degli italiani non abbia fiducia nei partiti (e la percentuale sale all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati) e il 48% ritenga che ci vorrebbe un «uomo forte al potere» che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai).
Una sfiducia nella democrazia che trova purtroppo conferma nello squallido scenario di partiti al governo che sembrano misconoscere la più elementare grammatica della gestione della cosa pubblica – ma anche della semplice correttezza istituzionale – e passano il tempo a fare campagna elettorale, litigando tra loro.
Come del resto aveva fatto il più consistente di quelli ora all’opposizione, quando era al potere. È del tutto assente l’idea che la politica ha come obiettivo il perseguimento del bene comune e non una continua spettacolarizzazione finalizzata all’accrescimento dei consensi per la propria fazione.
Diritti senza responsabilità
Se poi dal discorso strettamente politico passiamo a quello dei valori sottostanti, la situazione è ancora più drammatica. La “sinistra”, orfana del marxismo e del suo impegno nel sociale, da tempo si è concentrata sulla difesa indiscriminata dei diritti degli individui, a prescindere dai doveri e dalle responsabilità che questi diritti dovrebbero comportare in una dimensione comunitaria.
Ricordiamo tutti la senatrice del Pd Cirinnà, notissima per aver promosso la legge oggi in vigore sulle unioni civili, che l’8 marzo scorso, per rivendicare i diritti delle donne, in polemica col convegno di Verona sulla famiglia, si è fatta fotografare mentre brandiva un cartello con la scritta: «Dio – patria – famiglia: che vita de merda!».
Una dissacrazione offensiva. E suicida
Il riferimento dissacrante alla religione, peraltro, continua ad essere una nota distintiva della cultura “di sinistra”. Proprio in questi giorni una festa, organizzata, in opposizione a Salvini, da vari collettivi studenteschi dell’Università di Bologna due giorni prima della festività cattolica dell’Immacolata concezione, si intitolava «Immacolata Con(trac)cezione» e veniva propagandata con una locandina blasfema in cui era rappresentata la Madonna contornata, invece che da angeli, da preservativi.
Al pari della Cirinnà, anche questi ingegnosi e lungimiranti oppositori della Lega, assicurano che la loro è stata solo una «provocazione».
Qualcuno prima o poi dovrebbe spiegare loro che non solo offendere la sensibilità e la coscienza di altre persone è una parodia della libertà, ma anche che non c’è favore più grande per la “destra” che quello di spingere con gesti simili l’elettorato cattolico – o comunque affezionato alla tradizione cattolica – nelle sue braccia.
La strumentalizzazione della fede
A questo elettorato, infatti, Salvini fin dall’inizio ha cercato – con successo – di presentarsi come il rappresentante dei valori cristiani, di fatto ampiamente traditi dalla sua linea politica, ma sbandierati con l’esibizione reiterata di simboli religiosi e con l’appello a tutti i santi del Paradiso.
Alla ricerca dell’anima
Qui quello che sembra venuto meno non è solo la sicurezza psicologica, l’aumento del Pil, il lavoro: è l’anima del nostro Paese, che non deve certo essere necessariamente cattolica – anche se lo è stata per secoli, fino agli anni recenti del secondo dopoguerra – , ma che non può certo venire espressa da questa perversa oscillazione tra due forme opposte di violenza, quali sono quella della dissacrazione e quella della strumentalizzazione.
L’Italia è dunque destinata, nel vuoto di valori autentici, all’alternativa tra l’ascesa al potere di un «uomo forte», l’affermazione della sicurezza senza rispetto delle persone, l’esibizione dell’apparenza della religiosità, e il caos in cui gli individui perseguono senza limiti i loro pretesi “diritti”?
Segni di speranza, malgrado tutto
No. Personalmente non perdo la fiducia che ci siano nel nostro Paese tante risorse culturali, etiche, politiche in grado di uscire dalla terribile strettoia che il Rapporto del Censis e le cronache di ogni giorno sembrerebbero prospettare. Lo stesso Rapporto ne fornisce degli spunti significativi, quando sottolinea che molti italiani suppliscono al quadro deficitario dell’Italia di questi giorni. «Fino ad oggi», vi si dice, «ha vinto il furore di vivere degli italiani che hanno messo in campo stratagemmi individuali per la difesa del futuro», stratagemmi che il Rapporto definisce «muretti a secco», barriere modeste ma solide di contenimento della caduta del Paese.
E del resto, nota il Censis, gli italiani che prestano attività gratuite in associazioni di volontariato sono aumentati del 19,7% negli ultimi dieci anni. Esistono ancora delle riserve di generosità, di fiducia negli altri, di speranza, che devono però riversarsi nella politica invece di restare confinate nel sociale.
Il movimento delle “Sardine” potrebbe forse costituire un segnale in questa direzione. E noi possiamo e dobbiamo fin da ora rimboccarci le maniche perché il prossimo Rapporto del Censis ci offra un’immagine del nostro Paese meno deprimente.