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giovedì 20 novembre 2025

BAMBINI NEL MONDO


 

SCHIACCIATI 

TRA GUERRA 

E POVERTA' 

In base al report “Minori e ferite da esplosione: l'impatto devastante delle armi esplosive sui bambini", diffuso da Save the Children, questi ordigni sono stati responsabili del 70% dei quasi 12mila minori uccisi o feriti nelle zone di guerra lo scorso anno, a causa dei conflitti che si spostano sempre più nelle aree urbane. 

Nel 2025 118 milioni hanno sofferto la fame e oltre 48 milioni sono vittime di disastri climatici.

 In Europa negli ultimi cinque anni 446mila bambini in più colpiti dalla povertà. In Italia sono 1,28 milioni i minori in povertà assoluta

di Redazione

Save the Children traccia un bilancio della situazione dei bambini nel mondo, sempre più colpiti da conflitti, malnutrizione, crisi climatica e povertà.

Le armi esplosive mietono vittime tra i bambini a livelli senza precedenti. In base al report “Minori e ferite da esplosione: l’impatto devastante delle armi esplosive sui bambini“, diffuso oggi, questi ordigni sono stati responsabili del 70% dei quasi 12mila minori uccisi o feriti nelle zone di guerra lo scorso anno, a causa dei conflitti che si spostano sempre più nelle aree urbane. Questo dato è nettamente superiore a quello del periodo 2020-2024 (pari a una media di circa il 59%).  Per il 2024 i dati delle Nazioni Unite evidenziano che 4.676 bambini sono stati uccisi in zone di conflitto e 7.291 feriti, portando il totale delle vittime a 11.967. Si tratta del numero più alto mai registrato, in aumento del 42% rispetto alle 8.422 vittime infantili del 2020, con guerre sempre più urbanizzate, più distruttive e caratterizzate da una crescente impunità.

Per tre anni consecutivi, le forze governative sono state identificate come i principali responsabili di questi bambini morti e feriti, in gran parte a causa dell’uso di armi esplosive ad ampio raggio in aree densamente popolate. Gli esplosivi di fabbricazione statale causano ora il 54% delle morti e dei feriti tra i civili, rispetto al 17% del 2020. Dagli anni ’90, il numero di bambini e bambine che vivono sotto il peso della guerra è più che raddoppiato, raggiungendo oggi la cifra record di 520 milioni di bambini e adolescenti, oltre uno su cinque a livello globale presenti in zone di conflitto attivo, con un aumento del 30% delle gravi violazioni contro i minori nei conflitti accertate, con numeri record di uccisioni, mutilazioni, aggressioni sessuali e rapimenti.

Fame e sfruttamento: piaghe senza fine

Accanto a questi, tanti altri dati testimoniano come il mondo sia diventato un luogo terribilmente pericoloso per i minori, che vengono sempre più privati dei loro diritti.  Dei circa 118 milioni di bambini che hanno sofferto la fame nel 2025, quasi 63 milioni – oltre la metà – sono stati costretti a questa situazione dai conflitti, che rimangono la principale causa di fame nel mondo – dove addirittura a volte è utilizzata come arma di guerra. Sfollamenti, eventi climatici catastrofici, povertà estrema hanno aggravato le condizioni alimentari dei minori nel mondo. A livello globale la malnutrizione acuta è la causa di circa la metà dei decessi dei bambini e bambine sotto i 5 anni. A rendere più grave la situazione, ci sono stati i recenti tagli agli aiuti internazionali che stanno mettendo a rischio il sostegno a programmi fondamentali per la salute, la nutrizione e l’istruzione di milioni di bambini. Inoltre, nel mondo 1 persona su 4 in condizione di sfruttamento o schiavitù moderna è minorenne, pari a 12,3 milioni, mentre circa 48 milioni di minori all’anno, ovvero in media 136 mila al giorno, sono stati colpiti da disastri climatici negli ultimi 30 anni.

La povertà attanaglia l’Europa e l’Italia

Restringendo il campo a livello europeo, si registrano 446mila bambini in più – pari a una media di 244 bambini al giorno – colpiti dalla povertà in Europa negli ultimi cinque anni. L’Italia è al quintultimo posto in Ue per la percentuale di bambini a rischio povertà ed esclusione sociale, con il 27,1%, mentre i minori in povertà assoluta nel nostro Paese sono 1,28 milioni, il 13,8% del totale.  I diritti specifici dei bambini e degli adolescenti – da quello all’istruzione, alla protezione, al cibo e alla sicurezza dallo sfruttamento – sono ignorati e calpestati in moltissimi contesti, a causa dei conflitti, crisi umanitarie, povertà estrema o crisi climatiche, a causa dei quali bambini e bambine, ragazzi e ragazze non possono andare a scuola, devono abbandonare le loro case, cercare un futuro possibile altrove affrontando viaggi pericolosi, ricorrere a misure disperate per sopravvivere.  Save the Children chiede ai leader mondiali di fermare l’uso di armi esplosive nelle aree popolate e di proteggere i bambini nei conflitti. Più in generale, l’organizzazione sottolinea come sia necessaria un’inversione di tendenza dei governi e delle istituzioni, che portino a investire sull’infanzia, mettendo sempre la protezione, i bisogni e i diritti dei più piccoli al centro dell’agenda politica della comunità internazionale. 

AP Photo/Abdel Kareem Hana/Associated Press/LaPresse

VITA

 

BAMBINI AL MACELLO



 

Dichiarazione della Direttrice generale

 dell'UNICEF Catherine Russell


Da oltre 700 giorni, i bambini di Gaza vengono uccisi, mutilati e sfollati in una guerra devastante che è un affronto alla nostra comune umanità. Gli attacchi israeliani su Gaza City e su altre parti della Striscia di Gaza continuano.

 Il mondo non può e non deve permettere che questo continui.

Negli ultimi due anni, secondo le notizie, un numero sconcertante di 64.000 bambini sono stati uccisi o mutilati in tutta la Striscia di Gaza, tra cui almeno 1.000 appena nati. Non sappiamo quanti altri siano morti a causa di malattie prevenibili o siano sepolti sotto le macerie.

La carestia persiste a Gaza City e si sta diffondendo verso sud, dove i bambini vivono già in condizioni disastrose. La crisi legata alla malnutrizione, soprattutto tra gli infanti, rimane drammatica. Mesi senza cibo adeguato hanno causato danni permanenti alla crescita e allo sviluppo dei bambini.

La necessità di un cessate il fuoco non potrebbe essere più urgente. Da sabato mattina, secondo le notizie, almeno 14 bambini sono stati uccisi, mentre i bombardamenti da parte di Israele continuano a colpire Gaza City e altre zone.

L’UNICEF accoglie con favore tutti gli sforzi volti a porre fine alla guerra e a stabilire un percorso verso la pace a Gaza e nella regione. Qualsiasi piano deve portare a un cessate il fuoco, al rilascio degli ostaggi e al passaggio sicuro, rapido e senza ostacoli degli aiuti umanitari – attraverso tutti i valichi e le rotte disponibili – nella misura estremamente necessaria per tutti gli abitanti di Gaza, soprattutto i bambini.

Il diritto internazionale umanitario è chiaro: chiediamo a Israele di garantire la piena protezione della vita di tutti i civili. Negare l'assistenza umanitaria ai civili è inequivocabilmente proibito. I principi di distinzione, proporzionalità e precauzione devono guidare tutte le azioni militari e i civili che non possono, non vogliono o scelgono di non evacuare le zone di combattimento rimangono civili e devono essere sempre protetti.

Ogni bambino ucciso è una perdita insostituibile.
 Per il bene di tutti i bambini di Gaza, questa guerra deve finire ora.

sabato 24 maggio 2025

MORIRE A GAZA

 

La crisi umanitaria a Gaza sta diventando un altro capitolo della vergogna umana nei libri di storia mondiale.


Joseph Kelly*

Questa settimana le Nazioni Unite hanno lanciato uno dei loro più urgenti allarmi sulla crescente crisi umanitaria a Gaza. In quella che molti descrivono come "la fase più crudele" di questa aspra e logorante guerra di logoramento, circa 9.000 camion carichi di aiuti vitali rimangono attualmente bloccati al confine, mentre l'intera popolazione di Gaza – circa 1,2 milioni di persone – è ora a rischio concreto di carestia. Si ritiene inoltre che circa 14.000 bambini siano a rischio di morte perché le loro madri affamate non possono allattarli al seno, e le scorte vitali di farina per fare il pane stanno per esaurirsi. Sono già stati emessi ordini di evacuazione per le poche aree di Gaza rimaste non ancora devastate dal fuoco missilistico, e la maggior parte delle persone ora vive per strada.

Sebbene l'orrore che si sta verificando sia stato creato dalla decisione di Israele di annientare la popolazione di Gaza dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, nella Striscia di Gaza esisteva già una fragilità preesistente che induceva tutti ad avvertire che una dura azione militare avrebbe portato rapidamente a una crisi umanitaria. Al momento dell'attacco di ottobre, si stimava che oltre il 60% della popolazione di Gaza fosse già pericolosamente insicura dal punto di vista alimentare e che i pesanti blocchi alimentari fossero già diventati una realtà. Già nel 2006, quando gli fu chiesto del blocco sistematico e continuo da parte di Israele delle forniture alimentari essenziali a Gaza, il consigliere del governo israeliano Dov Weisglass fu ampiamente citato per aver affermato: "L'idea è di mettere i palestinesi a dieta, ma non di farli morire di fame".

Da quando Israele ha reagito nell'ottobre 2023, la distruzione sistematica e incessante di case, fabbriche alimentari, panetterie, supermercati e delle infrastrutture generali che avrebbero permesso alla popolazione di sfamarsi ha avuto esattamente questo effetto: Medici Senza Frontiere ha stimato che 53.000 palestinesi siano morti e circa 120.000 siano rimasti gravemente feriti nel conflitto. A livello strategico e di autosufficienza, la sovranità alimentare è ora interamente nelle mani degli israeliani: persino i pescatori di Gaza sono stati colpiti regolarmente dalle cannoniere israeliane quando si sono spinti in acque non autorizzate, dove i pesci nuotano più facilmente; la maggior parte del bestiame di Gaza è stata uccisa, i terreni agricoli sono stati resi inutilizzabili dalla guerra e meno di un terzo dei pozzi agricoli è funzionante.

Il resto del mondo è pienamente consapevole di questo genocidio da tempo ormai, ma è stato in gran parte ben disposto a permettere agli israeliani di proseguire, a causa di una combinazione tossica tra la necessità di sostenere un potente alleato e l'oscura sottoscrizione di voler rimuovere un'organizzazione terroristica e la sua cultura di supporto. Come ha sottolineato il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu proprio questa settimana, solo ora viene pressato ad allentare il blocco totale perché gli alleati di Israele non possono tollerare "immagini di carestia di massa".

Fin dal momento in cui è stato sparato il primo colpo, il 7 ottobre, mentre circa 6.000 cittadini di Gaza pesantemente armati si riversavano attraverso il confine tra Gaza e Israele con l'intento di uccidere quante più persone possibile, il governo israeliano si è impegnato a raggiungere solo l'annientamento della popolazione palestinese. Vede questo come l'unico meccanismo sicuro per porre fine ad anni di terrorismo e di attacchi brutali e casuali contro la sua popolazione, con l'ulteriore vantaggio che la proliferazione della tanto contesa Striscia di Gaza riporterà questo prezioso territorio sotto il controllo israeliano. Per Israele, decenni di dialogo e negoziati si sono rivelati infruttuosi e non hanno fatto nulla per rallentare le uccisioni da entrambe le parti; per gran parte del mondo esterno, fino a poco tempo fa, il conflitto di Gaza sembrava solo un'altra guerra civile, fortunatamente in corso nel cortile di qualcun altro.

Forse non sapremo mai esattamente cosa avesse in mente Hamas quando ha lanciato il suo assalto suicida contro il suo vicino molto più potente e spietato, ma la depravata profondità delle atrocità commesse avrebbe prodotto solo una risposta.

Ironicamente, mentre il mondo si fa sempre più frenetico nel condannare ciò che sta accadendo a Gaza in questo momento, è una triste realtà che questa sia in realtà la conseguenza della maggior parte delle guerre: i paesaggi vengono devastati, le città si riducono in polvere e la popolazione tende a morire di fame per strada. Questo è il prezzo che tutti dobbiamo pagare per la nostra incapacità umana di dialogare e di raggiungere compromessi pacifici sulle nostre divergenze.

Il blocco delle forniture alimentari vitali a Gaza è stato al centro delle preoccupazioni umanitarie questa settimana, soprattutto quando gli aiuti sono stati forniti volontariamente e rimangono bloccati al confine di Gaza. L'uso della fame come arma di guerra è severamente vietato dalle Convenzioni di Ginevra e la fame è stata condannata dalla Risoluzione ONU 2417, che invita tutte le parti coinvolte in un conflitto a consentire che cibo e beni di prima necessità fluiscano liberamente alla popolazione civile. Tali aspirazioni sono belle parole scritte in auditorium lontani, ma la realtà della guerra è che la sconfitta di un avversario non sarà perseguita concedendogli un accesso prolungato a forniture essenziali, e chi può determinare in una zona di guerra chi è un civile protetto e chi è un combattente pericoloso?

Ascoltando le proteste e le proteste pubbliche, si potrebbe legittimamente concludere che la nostra popolazione attuale non ha alcun ricordo delle reali realtà della guerra e, a parte le memorie sbiadite di alcuni veterani di guerra sopravvissuti, non ce l'ha.

Uno dei motivi principali per cui abbiamo risoluzioni globali che condannano la fame come arma di guerra è proprio perché è la conseguenza più comune dei conflitti, e alleviare la fame è invariabilmente la prima priorità delle conseguenze della guerra.

Dalla vergogna della carestia irlandese all'eroismo del ponte aereo di Berlino, il cibo – e in particolare la privazione alimentare – è un'arma intrinseca di conflitto, da sempre utilizzata per manipolare o distruggere le popolazioni. Già nel V secolo a.C., il grande generale, stratega e filosofo cinese Sun Tzu descrisse il cibo come un'arma di guerra nel suo epico libro "L'arte della guerra". Oggi, l'UNICEF stima che tra 691 e 783 milioni di persone soffrano di insicurezza alimentare, l'85% delle quali vive in contesti di conflitto armato.

Come ben sanno gli strateghi militari, la fame non colpisce solo i singoli individui affamati, ma distrugge anche popolazioni e infrastrutture con effetti devastanti, con i settori più vulnerabili della società che soffrono maggiormente. Ciò che potrebbe sorprendere molti è che questo particolare crimine di guerra sia spesso oggetto di discussioni aperte e piuttosto sincere, e non solo in tempo di guerra. Per le economie capitaliste di libero mercato, la produzione e il controllo delle fonti alimentari sono uno dei principali strumenti di manipolazione e controllo demografico, sia in tempo di guerra che di pace. È il concetto del cibo come diritto (legato alla ricchezza) che lo trasforma in un'arma ; ma è un altro tipo di concetto di diritto al cibo (giustizia umana) che dovrebbe preoccuparci di più.

Proveniente dall'Argentina, un Paese dedito principalmente all'allevamento, Papa Francesco conosceva bene il cibo come mezzo di liberazione e anche come arma di oppressione. Ha spesso collegato le due contraddizioni: ad esempio, durante la sua prima visita al Programma Alimentare Mondiale nel 2016, ha osservato ironicamente che è uno "strano paradosso" che il cibo spesso non riesca ad arrivare a chi soffre a causa della guerra, mentre le armi sì.

"Di conseguenza, si alimentano le guerre, non le persone. In alcuni casi, la fame stessa viene usata come arma di guerra", ha affermato.

Sempre nel giugno 2016, durante la sua consueta udienza settimanale in Piazza San Pietro, Francesco affermò che il blocco russo alle esportazioni di grano dall'Ucraina, da cui dipendono milioni di persone, soprattutto nei Paesi più poveri, "sta causando grave preoccupazione".

"Per favore, non si usi il grano, un alimento base, come arma in guerra", ha implorato.

Questo è stato il tema ripreso anche dal nostro nuovo pontefice, Leone XIV, mercoledì, durante la sua prima Udienza Generale. Leone ha detto: "Rinnovo il mio appello a consentire l'ingresso di aiuti umanitari dignitosi e a porre fine alle ostilità, il cui prezzo straziante è pagato da bambini, anziani e malati".

Anche il vescovo responsabile per la Terra Santa della Conferenza episcopale cattolica di Inghilterra e Galles, il vescovo Jim Curry, ha seguito l'esempio di Leo e ha affermato, in una dichiarazione rilasciata ieri, riguardo alla situazione di Gaza: "Questo è un disastro umanitario. Gli aiuti disperatamente necessari devono poter entrare a Gaza per essere distribuiti con urgenza ai civili. Il costo umano è intollerabilmente alto, con decine di migliaia di persone stanche, regolarmente sfollate e minacciate dalla fame. Noi abbiamo bisogno di un cessate il fuoco immediato per porre fine alle sofferenze ."

Naturalmente, la tragica realtà è che non ci sarà alcun cessate il fuoco, né fine alle sofferenze della popolazione di Gaza, finché Israele non si sarà assicurato che qualsiasi futura minaccia da parte di Hamas o di gruppi simili sia stata eliminata – e tutti sanno che Israele è risoluto a sostenere che questo obiettivo possa essere raggiunto solo con la completa e totale annientamento dell'intera popolazione della regione. A tal fine, Israele sembra felice di ignorare non solo il diritto internazionale e gli appelli umanitari, ma anche la fondamentale decenza umana e morale. Tentare di negoziare con questa posizione assolutista potrebbe sembrare francamente inutile, ma se si guarda agli Accordi di Oslo del 1993 e del 1995, gli israeliani hanno effettivamente avviato negoziati di pace con i palestinesi (e in effetti con altri paesi arabi ) e sono stati compiuti progressi significativi. La pace sarebbe stata persino possibile se non ci fosse stata l'infiltrazione del governo palestinese da parte di Hamas, un'organizzazione politica nazionalista sunnita islamista palestinese con un'ala militare che molti considerano di fatto un'organizzazione terroristica – e considerando gli abominevoli attacchi del 7 ottobre , chi potrebbe dire il contrario? Certamente, dal punto di vista israeliano, Hamas e il popolo palestinese sono diventati un'unica entità distruttiva.

Più vicino a casa, i Troubles in Irlanda del Nord, apparentemente irrisolvibili, ruotavano attorno ad analoghe ambiguità e confusioni circa il rapporto tra organizzazioni paramilitari estreme e una popolazione civile le cui simpatie non si sarebbero mai potute stabilire. Solo quando la popolazione civile e i paramilitari furono finalmente separati si poté intravedere una via di pace. Si spera che le lezioni apprese dall'Accordo del Venerdì Santo possano aprire qualche speranza di una via d'uscita a Gaza – dopotutto, la giustificazione per le azioni di Israele è che nella nebbia della guerra semplicemente non riesce a distinguere tra terroristi violenti e bambini affamati, e per questo motivo non può permettere che cibo e beni essenziali raggiungano nessuno. Detto questo, si sarebbe potuto pensare a questo punto che le immagini terribili e angoscianti provenienti da Gaza avrebbero lasciato pochi dubbi sul fatto che non stiamo vedendo combattenti assediati che mendicano cibo, ma civili disperati e morenti che hanno urgente bisogno di compassione e cure.

*Joseph Kelly è uno scrittore cattolico e teologo pubblico

Catholic Network


 

 

 

lunedì 27 maggio 2024

UN PANE DA CONDIVIDERE

 Un dramma cristiano è il pane senza la solidarietà.

Nelle fedi è da sempre simbolo di solidarietà. Mangiarne insieme significa condividere. Non averne nega, spesso, anche il diritto al nome e alla parola: evidenze di vuoto umano e spirituale


- di Andrea Ricciardi

 Mangiare insieme

Prendiamo il tema della tavola in comune che tocca i primi secoli del cristianesimo. La tavola unisce, nella memoria della cena, ma anche nell’agape condivisa, gente che si dice cristiana, di provenienza sociale e religiosa differente. Ebrei e non ebrei, gente di ceto diverso: le diversità, però, si fanno evidenti alla tavola comune, non solo per gli interdetti alimentari, ma per gli usi delle varie classi sociali e anche della qualità del cibo. A Corinto la comunanza di tavola suscita problemi gravi: si fatica a mangiare insieme.

Mangiare insieme vuol dire riconoscersi dello stesso mondo e solidali nella stessa famiglia. Ha avuto successo nei decenni dopo il Vaticano II un versetto della Didaché, testo tra la fine del I secolo e l’inizio del II, perduto e ritrovato a fine Ottocento: «Se condividiamo il pane del cielo, come non condivideremo quello della terra?». Il pane evidenzia distanze e divisioni, come pure la volontà di fraternità.

Condividere il pane della terra non è facile e spontaneo, come si vede anche in antiche comunità entusiaste come quella dei corinti. Paolo scrive, ammonendoli: «Ciascuno, infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame e l’altro è ubriaco. Non avete le vostre case per mangiare e per bere?» (I Cor 11, 21-22). Ci sono quelli che consumano il proprio cibo senza condividerlo con gli altri, nota l’esegeta Richard Hays. Per Paolo è un’umiliazione dei fratelli poveri e un oltraggio all’unità della Chiesa. La tavola, luogo d’intimità e di gusti e abitudini di gruppo, mette in luce il classismo dei vari gruppi sociali. Paolo lotta perché la comunanza alla tavola esprima l’uguaglianza e la fraternità dei cristiani.

La tavola è una prova per la fraternità.

 Plinio il Giovane, morto circa nel 114, illustra il classismo a tavola, quando parla di un ospite raffinato che esalta: «Per sé e per pochi imbandiva cibi ricercati, per tutti gli altri cibi di poco valore e dozzinali. Anche il vino in piccole bottiglie aveva suddiviso in tre categorie… l’una era per lui e per noi, un’altra per gli amici meno importanti (perché egli gradua le amicizie), l’ultima per i liberti suoi e nostri».

Le religioni, nella loro storia, con tutte le diversità dei tempi e delle situazioni, hanno dato il pane a chi aveva fame o hanno spinto i loro fedeli a darlo. Ma sono state sfidate dalla distanza, dal senso di superiorità, dal disprezzo, quando - lo dice Gregorio - non basta dare il pane ma bisogna dare la parola, che sola costruisce fraternità. Anche perché il povero ha bisogno di parlare e di essere chiamato per nome come ognuno, perché la povertà si accompagna alla solitudine.

Le vicende dei senza fissa dimora che popolano le nostre città e che hanno storie tanto diverse, sono quasi marcate da solitudine profonda. Senza fissa dimora e senza parole. Chi ha esperienza di questo mondo che popola le nostre città -a Roma ce ne sono circa 8.000 con storie e motivazioni diverse - sa bene come la deprivazione di quasi tutto (anche se talvolta si dorme all’aperto anche per motivi personali) sia accompagnata da un grande silenzio, mancanza di parole, dialogo, senza mai essere chiamati per nome.

Chi ha esperienza di questo mondo conosce la fame di parole e di conversazione che taluni hanno, espressa anche nella volontà di raccontare storie.

Universalità del pane.

Il pane, nel sentire comune, ha conservato per secoli un valore simbolico e sacro, con l’idea, viva fino a ieri in varie famiglie, che il pane non debba andare buttato. Ricordo della sacramentalità dell’Eucarestia, coscienza legata al fatto che è un alimento prezioso. C’è, rispetto al pane, così basilare nella dieta di molti, l’idea di una sua destinazione universale. David Maria Turoldo, in una raccolta di poesie, Il sapore del pane, scrive: «l’ultimo pane è per chi ha fame». È la tradizione che biso-gna lasciare qualcosa, un po’ di pane, per chi verrà. Il mio pane non è tutto mio. Una ribellione all’appropriazione totale del pane.

Pablo Neruda ne canta l’universalità: «Il pane… / di ogni uomo, / ogni giorno / arriverà perché andammo a seminarlo / …non per un uomo / ma per tutti, /…per tutti i popoli / e con esso ciò che ha / forma e sapore di pane / divideremo: / la terra, / la bellezza, / l’amore, / tutto questo ha sapore di pane». Pane non per uno solo, ma per ogni uomo, per tutti. Il sapore del pane è quello di una terra condivisa assieme all’amore e alla bellezza. Sembra quasi che il pane si trascenda. D’altra parte, pane significa anche intimità familiare. Edith Bruck, ragazza ebrea, ungherese e contadina, strappata dalla sua povera casa, mentre i gendarmi ungheresi irridevano il padre che aveva sul petto le medaglie di guerra, e stanno per portare gli ebrei nel ghetto e poi allo sterminio… sente la madre che, nell’istante della deportazione, grida: «Il pane, il pane!». Il ricordo della madre e della vita familiare del villaggio ungherese, discriminati tra i poveri, diventa il pane perduto, un romanzo-memoria.

Il sapore del pane.

Il sapore del pane è anche quello dell’intimità, ma allo stesso tempo il pane chiama a essere condiviso oltre, in solidarietà. Questo è il dramma che ha spaccato il cristianesimo. Il quale ha colto, in taluni momenti e personaggi, il valore di solidarietà che promana dal pane. Ma anche vissuto il divorzio tra pane e parola e ha generato un’elemosina univoca, che non crea solidarietà, incapace di cogliere la voglia di riscatto del mondo povero.

Il cristianesimo orientale, meno organizzato dei cattolici in opere caritative, ne ha colto il dramma. Olivier Clément, occidentale ma ortodosso, ha parlato di divorzio tra le aspirazioni di riscatto del mondo dei poveri e la Chiesa: un divorzio all’origine del conflitto tra movimento socialista e comunista, che proponeva una redenzione sociale e la Chiesa stessa.

Il filosofo russo Berdjaev, che ha vissuto la rivoluzione bolscevica, critica il prometeismo marxista, ma anche l’individualismo che separa fede e giustizia sociale. Tocca il tema del pane e della solidarietà con una profondità straordinaria: «Quella del pane per me è una questione materiale; ma la questione del pane per il mio prossimo, per gli uomini di tutto il mondo, è una questione spirituale e religiosa. La società dev’essere organizzata in modo tale che vi sia pane per tutti; soltanto allora la questione spirituale si porrà davanti all’uomo in tutta la sua profonda essenza».

Alzogliocchiversoilcielo

 

sabato 2 dicembre 2023

OCCHI APERTI VERSO IL FUTURO

Il Papa: il clima è impazzito, con i soldi delle armi creare un Fondo contro fame e povertà

 

Il cardinale Parolin pronuncia il discorso di Francesco alla Cop28 di Dubai, in cui il Pontefice chiede ai leader del mondo di superare “divisioni” e “tifoserie” per procedere a un’azione comune contro la devastazione del Creato, “offesa a Dio”, e per frenare "deliri di onnipotenza" e "avidità senza limiti": “L’ora è urgente. La storia vi sarà riconoscente”. Sfata poi il tabù delle nascite e dei poveri come responsabili della crisi in atto e auspica: “Il 2024 sia anno di svolta”

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-         -di Salvatore Cernuzio - Città del Vaticano

 Occhi aperti verso il futuro della terra e della sua popolazione che vedono minacciata la loro stessa esistenza; orecchie tese per ascoltare il “grido” dei poveri, vittime e non responsabili della crisi climatica in atto; mani e braccia impegnate per contrastare quella “avidità senza limiti, che ha fatto dell’ambiente l’oggetto di uno sfruttamento sfrenato”; la mente libera da “tifoserie” tra catastrofisti e negazionisti e concentrata a elaborare progetti e iniziative che promuovano la “cultura della vita”. Come quella di un Fondo mondiale per eliminare la fame, costituito con il denaro impiegato per armi e spese militari. Papa Francesco non è presente fisicamente alla Cop28, ma il suo messaggio - di denuncia e di speranza - risuona efficacemente alla Expo City, dove gli oltre 190 capi di Stato e di governo sono riuniti nel terzo giorno di lavori.

Cop28, il Papa: reagiamo ora o il cambiamento climatico danneggerà milioni di persone

È il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, alla guida della delegazione della Santa Sede alla Conferenza Onu, a leggere le parole che Francesco - impossibilitato a viaggiare a causa della bronchite acuta che l’ha colpito la scorsa settimana - avrebbe voluto pronunciare nel consesso internazionale. Consesso che auspica possa essere “un punto di svolta”. Perché “l’ora è urgente”, afferma il Pontefice.

Il clima impazzito suona come un avvertimento a fermare tale delirio di onnipotenza

 Devastazione del Creato, offesa a Dio

Francesco si pone in prima linea insieme ai leader delle nazioni in questa sfida: “Sono con voi perché, ora come mai, il futuro di tutti dipende dal presente che scegliamo. Sono con voi perché la devastazione del creato è un’offesa a Dio, un peccato non solo personale ma strutturale che si riversa sull’essere umano, soprattutto sui più deboli, un grave pericolo che incombe su ciascuno e che rischia di scatenare un conflitto tra le generazioni”.

 Multilateralismo

La via d’uscita è solo una: “La via dell’insieme, il multilateralismo”. Multilateralismo che va raffreddandosi mentre il pianeta si surriscalda. “È essenziale ricostruire la fiducia, fondamento del multilateralismo”, auspica il Papa, citando Giovanni Paolo II nel suo discorso all’Onu del 1995.  Ciò vale per la cura del creato così come per la pace.

 “Quante energie sta disperdendo l’umanità nelle tante guerre in corso, come in Israele e in Palestina, in Ucraina e in molte regioni del mondo: conflitti che non risolveranno i problemi, ma li aumenteranno!”, è l’amara constatazione del Papa.

Quante risorse sprecate negli armamenti, che distruggono vite e rovinano la casa comune!

 Un fondo per sradicare la fame

Il Papa allora richiama un altro Papa suo predecessore, Paolo VI, per rilanciare la proposta della Populorum Progressio: “Con il denaro che si impiega nelle armi e in altre spese militari costituiamo un Fondo mondiale per eliminare finalmente la fame”. 

Per andare avanti serve “un cambiamento politico”, aggiunge Francesco. “Usciamo dalle strettoie dei particolarismi e dei nazionalismi, sono schemi del passato”, è il suo invito, “abbracciamo una visione alternativa, comune”, perché “non ci sono cambiamenti duraturi senza cambiamenti culturali”.

 Lavorare per la vita, non per la morte

Al momento l'unico cambiamento a cui si assiste è quello climatico, rimarca il Papa. Esso è “un problema sociale globale che è intimamente legato alla dignità della vita umana”. “Lavoriamo per una cultura della vita o della morte?”, domanda il Vescovo di Roma.

 Scegliamo la vita, scegliamo il futuro! Ascoltiamo il gemere della terra, prestiamo ascolto al grido dei poveri, tendiamo l’orecchio alle speranze dei giovani e ai sogni dei bambini! Abbiamo una grande responsabilità: garantire che il loro futuro non sia negato.

 Sfruttamento, avidità, deliri di onnipotenza

Il Papa entra nei gangli della emergenza climatica in atto, parla quindi del “surriscaldamento del pianeta”, causato dei gas serra nell’atmosfera, provocato a sua volta dall’attività umana divenuta negli ultimi decenni “insostenibile per l’ecosistema”. Stigmatizza, il Pontefice, “l’ambizione di produrre e possedere” che si è trasformata in “ossessione”, in “avidità senza limiti”, “sfruttamento sfrenato”, “delirio di onnipotenza”. Il Papa esorta a superare le divisioni, primo ostacolo a questo percorso.

 Un mondo tutto connesso, come quello odierno, non può essere scollegato in chi lo governa, con i negoziati internazionali che non possono avanzare in maniera significativa a causa delle posizioni dei Paesi che privilegiano i propri interessi nazionali rispetto al bene comune globale.

 “Assistiamo - sottolinea il Pontefice - a posizioni rigide se non inflessibili, che tendono a tutelare i ricavi propri e delle proprie aziende, talvolta giustificandosi in base a quanto fatto da altri in passato, con periodici rimpalli di responsabilità”.

 La difesa della Casa comune, da Paolo VI a Francesco

In tal senso, Jorge Mario Bergoglio si dice colpito dai tentativi di “scaricare le responsabilità sui tanti poveri e sul numero delle nascite”. “Sono tabù da sfatare con fermezza”, afferma chiaramente.

 Non è colpa dei poveri, perché la quasi metà del mondo, più indigente, è responsabile di appena il 10% delle emissioni inquinanti, mentre il divario tra i pochi agiati e i molti disagiati non è mai stato così abissale.

 Le “popolazioni indigene” sono quindi delle “vittime” e tutto intorno ci sono deforestazione, fame, insicurezza idrica e alimentare, flussi migratori indotti. “Le nascite non sono un problema, ma una risorsa: non sono contro la vita, ma per la vita, mentre certi modelli ideologici e utilitaristi che vengono imposti con guanti di velluto a famiglie e popolazioni rappresentano vere e proprie colonizzazioni”, afferma Papa Francesco.

 Rimettere i debiti che pesano sui popoli

Chiede allora che “non venga penalizzato lo sviluppo di tanti Paesi, già gravati di onerosi debiti economici” e “si consideri piuttosto l’incidenza di poche nazioni, responsabili di un preoccupante debito ecologico nei confronti di tante altre”.

 Sarebbe giusto individuare modalità adeguate per rimettere i debiti finanziari che pesano su diversi popoli anche alla luce del debito ecologico nei loro riguardi.

 Rilanciare il cammino

L’augurio è, dunque, che il “cambio di passo” tanto predicato “non sia una parziale modifica della rotta, ma un modo nuovo di procedere insieme”. Se l’Accordo di Parigi ha segnato “un nuovo inizio”, bisogna ora “rilanciare il cammino”.

 Questa Cop sia un punto di svolta: manifesti una volontà politica chiara e tangibile, che porti a una decisa accelerazione della transizione ecologica

 Cop28: i combustibili fossili al centro dei primi dibattiti

All’auspicio il Papa accompagna indicazioni pratiche per la sua concretizzazione: efficienza energetica; fonti rinnovabili; eliminazione dei combustibili fossili; educazione a stili di vita meno dipendenti da questi ultimi. “Per favore: andiamo avanti, non torniamo indietro”, chiosa. “È noto – aggiunge - che vari accordi e impegni assunti hanno avuto un basso livello di attuazione perché non si sono stabiliti adeguati meccanismi di controllo, di verifica periodica e di sanzione delle inadempienze”. Ma tanto è cambiato in questi anni e “qui si tratta di non rimandare più, di attuare, non solo di auspicare, il bene dei vostri figli, dei vostri cittadini, dei vostri Paesi, del nostro mondo”.

 Siate voi gli artefici di una politica che dia risposte concrete e coese, dimostrando la nobiltà del ruolo che ricoprite, la dignità del servizio che svolgete.

 Il potere per servire

A questo serve il potere: “A servire”. “E a nulla giova conservare oggi un’autorità che domani sarà ricordata per la sua incapacità di intervenire quando era urgente e necessario”, ammonisce Papa Francesco.

 “La storia – assicura - ve ne sarà riconoscente. E anche le società nelle quali vivete, al cui interno vi è una nefasta divisione in ‘tifoserie’: tra catastrofisti e indifferenti, tra ambientalisti radicali e negazionisti climatici... È inutile - osserva - entrare negli schieramenti; in questo caso, come nella causa della pace, ciò non porta ad alcun rimedio”. Il rimedio è solo “la buona politica”.

 Uscire dalla notte di guerre e devastazioni

Citando il santo Poverello che ne ha ispirato il nome e la missione, San Francesco d’Assisi autore del Cantico delle Creature, il Papa conclude il suo messaggio con la speranza che “il 2024 segni la svolta”.

 Lasciamo alle spalle le divisioni e uniamo le forze! E, con l’aiuto di Dio, usciamo dalla notte delle guerre e delle devastazioni ambientali per trasformare l’avvenire comune in un’alba di luce.

 Vatican News

 DISCORSO DEL SANTO PADRE



 

sabato 16 ottobre 2021

AFRICA A RISCHIO


SULL’AFRICA 

UNA TEMPESTA PERFETTA

 

-          di PAOLO M. ALFIERI

-           

C’è una tempesta perfetta all’orizzonte di un’Africa che si interroga sul suo futuro. Tramontata, o almeno momentaneamente accantonata, la narrativa dell’«Africa rising» di qualche anno fa – quell’ottimismo diffuso di inizio millennio che poggiava su tassi di crescita del Pil a doppia cifra per molti Paesi africani e sull’emergere, finalmente, anche di una nuova classe media – il continente nero frena ora più del previsto. E non solo a causa di sue debolezze. Ogni volta che un nuovo rapporto esce, ogni volta che si snocciolano numeri, tabelle, grafici su una fame che è già lì solo a volerla osservare con sguardo attento e lucido, ci si chiede quale sia la novità rispetto al passato, cosa va meglio, cosa peggio, su quale aspetto si possa concretamente intervenire. Le Ong lanciano appelli, le agenzie Onu raccolgono fondi, le fondazioni benefiche, anche quelle nate in ambito religioso, provano a far sentire le voci «dal basso». Eppure, tutto questo sembra non bastare mai, la malnutrizione sempre dieci passi più avanti. Fame zero, è l’obiettivo che si è data l’Onu, un obiettivo che oggi scopriamo ancora più lontano, e non solo per l’Africa, con 20 milioni di persone in più rispetto al 2019 in stato di «insicurezza alimentare acuta» stando al rapporto Cesvi presentato ieri. A luglio, già lo studio annuale Sofi della Fao non aveva lasciato spazio a interpretazioni: la fame, sottolineava il documento, continua a crescere per il quinto anno consecutivo: nel mondo ne soffrono 811 milioni di persone.

L’incidenza della pandemia di Covid-19, il riscaldamento climatico di cui l’Africa soffre le maggiori conseguenze pur inquinando molto meno degli altri continenti, i conflitti che nel continente continuano a imperversare, senza contare la crescente penetrazione del terrorismo islamico, formano nubi micidiali sul futuro di intere regioni africane che già hanno a che fare con corruzione e cattivi modelli di governance. Il triangolo Mali-Niger-Burkina Faso, da questo punto di vista, è il perfetto emblema di una situazione allo sbando. La debolezza delle istituzioni, unita agli appetiti delle formazioni armate locali, ha favorito i crescenti conflitti per un bene sempre più prezioso e sempre meno coltivato, la terra.

L’insicurezza ha portato 1,5 milioni di persone a scappare dai propri villaggi, la crisi ambientale si è fatta alimentare,

poi sociale ed economica, etnico-religiosa, e infine umanitaria, compiendosi così in una grave forma di degrado umano. Un territorio in cui non vince il dialogo, ma vede regnare i potentati e i giochi di parte, è destinato a veder fallita in partenza la sfida contro la fame, pure complicata dalla volatilità dei prezzi delle materie prime, dall’energia ai beni agricoli. Il Sud Sudan, ultimo nato tra gli Stati africani, non ha fatto in tempo a esultare nel 2011 per la sua indipendenza che già all’orizzonte risuonavano tamburi di guerra.

Risultato: 7 milioni di persone, il 60% della popolazione, lottano ancora ogni giorno per riuscire a mangiare. È giusto, è necessario affrontare il nodo della mancanza di vaccini anti-Covid in Africa. Ma di pari passo va vinta la sfida della fame, quella del clima, quella dei conflitti, restituendo dignità umana a chi oggi fatica anche a reclamare i suoi più elementari diritti.

 

www.avvenire.it

 

CLIMA, COVID, CONFLITTI CAUSA DI POVERTA' E FAME NEL MONDO


La sfida più grande

Emergenza climatica, Covid e conflitti condannano alla fame altri 20 milioni


- di FEDERICA ULIVIERI

 

La conferma della battuta d’arresto nella lotta alla malnutrizione, denunciata da Avvenire già da mesi, arriva dall’Indice della fame nel mondo (Ghi), uno dei principali rapporti internazionali sulla situazione Paese per Paese, presentato dalla Fondazione Cesvi, che da 35 anni si occupa dell’infanzia e delle categorie sociali più vulnerabili. Fino a qualche anno fa l’indice Ghi aveva segnalato un calo costante. Con il 2020, però la percentuale di popolazione denutrita è tornata a salire, allontanando così l’obiettivo “Fame Zero” fissato dalle Nazioni Unite per il 2030. L’indice della fame si basa su 3 indicatori: l’insufficiente assunzione calorica, riferita sia ai bambini sia agli adulti; la sottonutrizione infantile, che registra il deperimento e l’arresto della crescita; la mortalità infantile. In base a questi criteri sono stati individuati 155 milioni di persone in stato di insicurezza alimentare acuta, 20 milioni in più rispetto al 2019. Un incremento causato da tre fattori: i conflitti armati, il cambiamento climatico e la pandemia di Covid-19. Secondo l’indice Ghi, l’Asia meridionale è una regione a rischio, visto che registra livelli «alti» di fame (così vengono definiti dal report); ma l’Africa rimane il continente più problematico. È considerata «estremamente allarmante» la situazione in cui si trova la Somalia, il Paese più critico. «Allarmante» è la situazione

di nove Paesi del continente: Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Yemen, Burundi, Comore, Siria, Sud Sudan e Madagascar. «È evidente come la lotta alla fame stia andando pericolosamente fuori strada – ha denunciato Gloria Zavatta, presidente della Fondazione Cesvi – i conflitti sono “la” causa della fame nel mondo». La maggior parte dei Paesi con alti livelli di denutrizione, infatti, è quella in cui sono presenti i conflitti e i dati dell’indice della fame lo confermano. Otto dei 9 Paesi in cui ci sono livelli «allarmanti» sono afflitti dalle guerre. «È urgente spezzare il circolo vizioso con cui fame e conflitto si alimentano l’un l’altro, perché senza pace difficilmente potremo eliminare la fame nel mondo e senza sicurezza alimentare non potrà esserci pace duratura», continua Gloria Zavatta. Questa pericolosa connessione mette a rischio anche il futuro: si prevede un aumento delle persone denutrite da qui al 2030. Saranno 47 i Paesi che non riusciranno a raggiungere un livello basso di fame entro il 2030; 28 di questi si trovano in Africa subsahariana.

«Una recente proiezione della Fao ha evidenziato come, per effetto della pandemia, nel 2030 ci saranno 657 milioni di persone denutrite – ha affermato Maurizio Martina, vicedirettore generale dell’agenzia Onu per l’alimentazione e l’agricoltura –. Si tratta dell’8% della popolazione mondiale, 30 milioni di persone in più rispetto a un mondo senza coronavirus». Maurizio Martina rimarca come l’obiettivo “Fame Zero” per il 2030 si stia allontanato ma raggiungerlo non è impossibile: «Sono necessari dai 40 ai 50 miliardi di dollari all’anno di investimenti mirati, su progetti che vadano a lavorare, punto su punto, sulle aree problematiche. Serve una mobilitazione straordinaria di risorse. Otto anni sono veramente pochi ma dobbiamo provarci».

Per spezzare la catena di connessione tra guerra e fame è indispensabile pianificare conoscendo bene il territorio, dice ancora il vicedirettore generale della Fao. L’agenzia delle Nazioni Unite, ad esempio, sta lavorando su 20 cisterne nel Sahel, per fornire un aiuto infrastrutturale che duri nel tempo, per la salvaguardia del territorio e agendo così sul dramma della desertificazione, alla base dei grandi flussi migratori degli ultimi anni.

 

www.avvenire.it

 

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                      

giovedì 17 dicembre 2020

LA CULTURA DELLA CURA COME PERCORSO DI PACE - Messaggio per la prossima Giornata Mondiale della Pace


Messaggio di Papa Francesco 

per la 54.ma 

Giornata mondiale

 della pace, 

che verrà celebrata il primo gennaio 2021, ha per titolo “La cultura della cura come percorso di pace”. 

Praticare ed educare alla cura, scrive il Papa, è la via per “debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente”

 Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

 La cultura della cura, come “impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti”, e “disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca”, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace, per “debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente”. Lo scrive Papa Francesco nel suo Messaggio, reso noto oggi, per la 54.ma Giornata mondiale della pace, che verrà celebrata il primo gennaio 2021, solennità di Maria Santissima, Madre di Dio.

Servono artigiani di pace per avviare processi di guarigione

Nelle otto pagine del testo, dal titolo “La cultura della cura come percorso di pace”, che porta la data, come da tradizione, dell’8 dicembre, solennità dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria, il Papa “si rivolge ai capi di Stato e di Governo, ai responsabili delle Organizzazioni internazionali, ai leader spirituali e ai fedeli delle varie religioni, agli uomini e alle donne di buona volontà”. A loro ricorda quanto scritto nella sua ultima enciclica, Fratelli tutti: “In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia”.

Profeti della cultura della cura, per colmare le disuguaglianze

Incoraggia tutti a diventare “profeti e testimoni della cultura della cura, per colmare le tante disuguaglianze sociali”. Perché la barca dell’umanità, dove “nessuno si salva da solo”, può “navigare con una rotta sicura e comune” solo col “timone della dignità della persona” e la “bussola dei principi sociali fondamentali”.

La pandemia ha aggravato le altre crisi

Francesco guarda agli eventi del 2020, segnato “dalla grande crisi sanitaria del Covid-19”, che ha aggravato crisi molto legate tra loro, “come quelle climatica, alimentare, economica e migratoria, e provocando pesanti sofferenze e disagi”. Pensa anzitutto “a coloro che hanno perso un familiare o una persona cara, ma anche a quanti sono rimasti senza lavoro”. Ricorda in modo speciale medici, infermieri, farmacisti, ricercatori, volontari, cappellani e personale di ospedali e centri sanitari, “che si sono prodigati e continuano a farlo, con grandi fatiche e sacrifici, al punto che alcuni di loro sono morti nel tentativo di essere accanto ai malati, di alleviarne le sofferenze o salvarne la vita”.

Vaccini e assistenza anche ai più poveri e fragili

Pensando a loro, il Pontefice rinnova l’appello ai responsabili politici e al settore privato, già lanciato nel videomessaggio per il 75.mo anniversario delle Nazioni Unite, “affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati a tutti coloro che sono più poveri e più fragili”.

Cultura della cura contro l’indifferenza, lo scarto e lo scontro

Purtroppo, lamenta Papa Francesco, “accanto a numerose testimonianze di carità e solidarietà”, prendono nuovo slancio “diverse forme di nazionalismo, razzismo, xenofobia e anche guerre e conflitti che seminano morte e distruzione”. La pandemia, e gli altri eventi che hanno segnato il cammino dell’umanità nel 2020, sottolinea il Papa…

Ci insegnano l’importanza di prenderci cura gli uni degli altri e del creato, per costruire una società fondata su rapporti di fratellanza. Perciò ho scelto come tema di questo messaggio: La cultura della cura come percorso di pace. 

“Cultura della cura per debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente”

E Dio affida il mondo ad Adamo, per “coltivarlo e custodirlo”

Il Papa fonda poi le basi della “cultura della cura” e della vocazione umana a curarsi di se stesso, dell’altro e del creato, in Dio Creatore, primo modello da seguire, insieme al figlio Gesù e ai suoi seguaci, e infine alla dottrina sociale della Chiesa. Già nel progetto di Dio per l’umanità, scrive Francesco, la cura e il custodire sono fondamentali. Il Libro della Genesi, nel racconto della creazione, descrive Dio che affida il giardino dell’Eden ad Adamo, con l’incarico di “coltivarlo e custodirlo”, quindi “rendere la terra produttiva” ma anche “proteggerla e farle conservare la sua capacità di sostenere la vita”.

La cura di Dio Creatore per tutti i suoi figli, Caino compreso

La Genesi narra poi di Caino, che dopo aver ucciso Abele, rifiuta davanti a Dio di essere “il custode" di suo fratello. E riprendendo un brano dell’enciclica Laudato si’, il Pontefice commenta che già in questi racconti antichi era presente la convinzione “che tutto è in relazione e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri”. Dio stesso, prosegue Papa Francesco, è modello della cura, quando “si prende cura delle sue creature, in particolare di Adamo, di Eva e dei loro figli”. Lo stesso Caino, pur maledetto per il crimine compiuto, riceve dal Creatore “un segno di protezione, affinché la sua vita sia salvaguardata”: come persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio, ha una dignità inviolabile, e l’armonia della creazione vuole che “pace e violenza non abitino nella stessa dimora”.

Il popolo ebraico e i profeti: Dio si prende cura dei poveri

Celebrando il riposo di Dio nello Shabbat, il popolo ebraico dell’Antico Testamento ristabiliva “l’ordine sociale e l’attenzione per i poveri”, e con il Giubileo, nella ricorrenza del settimo anno sabbatico, “consentiva una tregua alla terra, agli schiavi e agli indebitati". In questo anno, "ci si prendeva cura dei più fragili, offrendo loro una nuova prospettiva di vita”. E infine tra i profeti, ricorda il Papa, Amos e Isaia, in particolare, “alzano continuamente la loro voce a favore della giustizia per i poveri, i quali, per la loro vulnerabilità" sono ascoltati "solo da Dio, che si prende cura di loro”.

Gesù Buon Pastore cura le sue pecore, e si offre sulla croce

La missione di Gesù, che lui stesso proclama nella sinagoga di Nazaret, è “portare ai poveri il lieto annuncio”, “proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista” e “rimettere in libertà gli oppressi”. Gesù, sottolinea Francesco “è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore, è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito" e "si prende cura di lui”. E che “suggella la sua cura per noi offrendosi sulla croce e liberandoci così dalla schiavitù del peccato e della morte”.

La cura dei primi cristiani per i più fragili

Seguendo l’esempio del Maestro, prosegue il Pontefice, i primi cristiani “praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente", disposta "a farsi carico dei più fragili”. E quando poi “la generosità dei cristiani perse un po’ di slancio, alcuni Padri della Chiesa insistettero sul fatto che la proprietà è intesa da Dio per il bene comune”. Sant’Ambrogio, ricorda Papa Francesco, sosteneva che la natura ha dato “tutte le cose per gli uomini per uso comune”, ma l’avidità ha trasformato questo diritto comune per tutti in “diritto per pochi”. Una volta libera dalla persecuzione, la Chiesa attuò la “charitas christiana”, istituendo o suscitando la nascita di “ospedali, ricoveri per i poveri, orfanotrofi e brefotrofi, ospizi” per l’umanità sofferente.

La “grammatica” della cura nella dottrina sociale della Chiesa

Questi esempi di “carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede”, scrive ancora il Papa, si sono riversati nei principi della dottrina sociale della Chiesa, che offrono a tutte le persone di buona volontà la “grammatica” della cura: “la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato”.

Cura come promozione della dignità e dei diritti della persona

Quattro principi base che Francesco analizza uno ad uno, a partire dalla difesa “della dignità e dei diritti della persona”, un concetto “nato e maturato nel cristianesimo”, che “aiuta a perseguire uno sviluppo pienamente umano”. Persona, infatti, “dice sempre relazione, non individualismo, afferma l’inclusione e non l’esclusione, la dignità unica e inviolabile e non lo sfruttamento”. Ogni persona umana, sottolinea, “è creata per vivere insieme nella famiglia", "nella società, dove tutti i membri sono uguali in dignità”. Una dignità che porta diritti ma anche i doveri, come “accogliere e soccorrere i poveri, i malati, gli emarginati, ogni nostro prossimo”.

La cura del bene comune

Il bene comune da servire e curare, chiarisce poi il Pontefice, è, scrivono i padri conciliari nella Gaudium et spes, l’“insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono" alla collettività a ai singoli, "di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente” e riguarda anche le generazioni future. La pandemia di Covid-19 ci ha mostrato che ci troviamo “sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme”, come Papa Francesco ha detto nella preghiera del 27 marzo, in una piazza San Pietro deserta, perché “nessuno si salva da solo" e nessuno Stato nazionale isolato “può assicurare il bene comune della propria popolazione”.

La cura dell’altro nella solidarietà

Solidarietà è quindi, ribadisce il Papa, impegnarsi per il bene di tutti e di ciascuno:

La solidarietà ci aiuta a vedere l’altro – sia come persona sia, in senso lato, come popolo o nazione – non come un dato statistico, o un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non più utile, ma come nostro prossimo, compagno di strada, chiamato a partecipare, alla pari di noi, al banchetto della vita a cui tutti sono ugualmente invitati da Dio.

Cura e salvaguardia del creato e degli ultimi

Dall’ascolto attento del “grido dei bisognosi e quello del creato”, come chiesto da Francesco nella Laudato si’, “può nascere un’efficace cura della terra”, casa comune, “e dei poveri”, tenendo conto che il sentimento di “intima unione con gli altri esseri della natura” non può essere autentico se non si accompagna alla tenerezza “per gli esseri umani”.

Rotta comune seguendo la bussola di questi principi

Il Pontefice invita perciò “i responsabili delle Organizzazioni internazionali e dei Governi, del mondo economico e di quello scientifico, della comunicazione sociale e delle istituzioni educative”, davanti “all’acuirsi delle disuguaglianze all’interno delle Nazioni e fra di esse”, a prendere in mano la “bussola” dei principi della dottrina sociale della Chiesa, per imprimere al processo di globalizzazione, una rotta comune, “veramente umana” come indicato già nella Fratelli tutti. Cosa che permetterebbe “di agire insieme e in solidarietà per il bene comune, sollevando quanti soffrono dalla povertà, dalla malattia, dalla schiavitù, dalla discriminazione e dai conflitti”.

Mediante questa bussola, incoraggio tutti a diventare profeti e testimoni della cultura della cura, per colmare tante disuguaglianze sociali. E ciò sarà possibile soltanto con un forte e diffuso protagonismo delle donne, nella famiglia e in ogni ambito sociale, politico e istituzionale.

Troppe violazioni del diritto umanitario

Una bussola utile anche per le relazioni tra le Nazioni, “che dovrebbero essere ispirate alla fratellanza, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale”.  Promuovendo i diritti umani fondamentali, e rispettando il diritto umanitario, “soprattutto in questa fase in cui conflitti e guerre si susseguono senza interruzione”. Papa Francesco lamenta infatti che “molte regioni e comunità hanno smesso di ricordare un tempo in cui vivevano in pace e sicurezza”.

Numerose città sono diventate come epicentri dell’insicurezza: i loro abitanti lottano per mantenere i loro ritmi normali, perché vengono attaccati e bombardati indiscriminatamente da esplosivi, artiglieria e armi leggere. I bambini non possono studiare. Uomini e donne non possono lavorare per mantenere le famiglie. La carestia attecchisce dove un tempo era sconosciuta. Le persone sono costrette a fuggire, lasciando dietro di sé non solo le proprie case, ma anche la storia familiare e le radici culturali.

Il Fondo contro la fame, con i soldi oggi usati per le armi

“Dobbiamo fermarci – è l’appello del Papa - e chiederci: cosa ha portato alla normalizzazione del conflitto nel mondo? E, soprattutto, come convertire il nostro cuore" per cercare veramente "la pace nella solidarietà e nella fraternità?”. La pandemia e i cambiamenti climatici mettono in luce la grande “dispersione di risorse” per le armi, “in particolare per quelle nucleari”, che potrebbero essere utilizzate per “la promozione della pace e dello sviluppo umano integrale, la lotta alla povertà, la garanzia dei bisogni sanitari”. E Francesco rilancia la proposta fatta nell’ultima Giornata mondiale dell’alimentazione: “Costituire con i soldi che s’impiegano nelle armi e in altre spese militari un ‘Fondo mondiale’ per poter eliminare definitivamente la fame e contribuire allo sviluppo dei Paesi più poveri”.

Per educare alla cultura della cura

Diventa fondamentale allora “un processo educativo” alla cultura della cura, che nasca nella famiglia, “dove s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco”, e si sviluppi nella scuola e l’università, e attraverso la comunicazione sociale. Soggetti che sono chiamati a sostenere “un sistema di valori fondato sul riconoscimento della dignità di ogni persona, di ogni comunità linguistica, etnica e religiosa, di ogni popolo e dei diritti fondamentali che ne derivano”.

Il ruolo insostituibile dei leader religiosi

I leader religiosi in particolare, spiega ancora il Pontefice, possono svolgere “un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili”. Il traguardo per tutti coloro che “operano nel campo dell’educazione e della ricerca”, è un’educazione “più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, di dialogo costruttivo e di mutua comprensione”, come indicato da Papa Francesco nella proposta di un “Patto educativo globale”.

Usare il timone della dignità umana e la bussola dei princìpi

Il Papa conclude il suo messaggio sottolineando che non può esserci pace “senza la cultura della cura”, un impegno comune a “proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti”, ad interessarsi, “alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca”.

“In questo tempo, nel quale la barca dell’umanità, scossa dalla tempesta della crisi, procede faticosamente in cerca di un orizzonte più calmo e sereno, il timone della dignità della persona umana e la “bussola” dei principi sociali fondamentali ci possono permettere di navigare con una rotta sicura e comune”

Una comunità di fratelli che si prendono cura gli uni degli altri

I cristiani, è l’invito finale di Francesco, guardino alla Vergine Maria, “Stella del mare e Madre della speranza”, e tutti insieme “collaboriamo per avanzare verso un nuovo orizzonte di amore e di pace, di fraternità e di solidarietà, di sostegno vicendevole e di accoglienza reciproca”.

Non cediamo alla tentazione di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli, non abituiamoci a voltare lo sguardo, ma impegniamoci ogni giorno concretamente per “formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri”

 Vatican News

MESSAGGIO PONTIFICIO