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martedì 13 gennaio 2026

FIGLI CHE MUOIONO


* LA STRAGE

 DI CAPODANNO 

CI

 INTERROGA*




Alessandro D’Avenia


Affrontiamo la morte altrui con paura, dolore, tristezza, rassegnazione, rabbia, ma se a morire sono dei giovani, e per di più tragicamente, sembriamo sprovvisti del sentimento adatto ad affrontare una realtà che interrompe il corso «naturale» della vita: i figli non dovrebbero morire prima di chi li ha generati. Esiste la parola per chi perde i genitori (orfano), ma non quella per chi perde un figlio/a, un fratello, una sorella. Un vuoto emotivo e semantico tipico del mistero: ciò che non si riesce a nominare non si riesce a controllare, ci spiazza e ci chiede di rimanere aperti, di cercare, di crescere. La morte «anzitempo» svela la nostra concezione quantitativa della vita: più dura, meglio è. Ma longevo non è affatto sinonimo di felice, come ripetevano i Greci «Muore giovane chi è caro agli dei», perché la vecchiaia comporta dolore e fatica. Ma neanche giovane è sinonimo di felice, come sapeva Leopardi: «I giovani soffrono più che i vecchi e sentono molto più di questi il peso della vita nella impossibilità di adoperare sufficientemente la forza vitale» (Zibaldone). Non è questione di anni, ma di vita negli anni. E quando la vita è viva? Quando non temiamo di morire cioè attingiamo a una vita già eterna, indistruttibile. E come si arriva a questo livello, a prescindere dall'età? Quando si frequenta il livello a cui appartiene: quello spirituale. Che cosa è? Dove si trova?

Gli animali sono pura natura, non hanno vita spirituale, non vogliono essere immortali né capire la vita, vivono e basta. In qualsiasi momento sono pronti a morire: l'istinto li porta a fare esattamente quello che devono. La morte li può cogliere di sorpresa, ma mai impreparati, a causa di rimpianti o rimorsi. In noi c'è qualcosa di più. Noi non agiamo per istinto, ma per scelta, tanto che possiamo sacrificare la vita per salvare quella altrui (come ha fatto qualcuno nell'incendio di Capodanno) o addirittura togliercela, cioè andare contro lo stesso principio di natura. Questo perché per noi vivere non è solo respirare, noi vogliamo sentire e capire la vita, vogliamo abbia senso e verità, vogliamo rischiarla, impegnarla per qualcosa che non sia il suo mero procedere, non ci basta farla durare fino a stancarsi come i mitici Iperborei: «Popolo incognito, ma famoso; ai quali non si può penetrare, né per terra né per acqua; ricchi di ogni bene, potendo essere immortali, perché non hanno infermità né fatiche né guerre né discordie né carestie né vizi né colpe, tuttavia muoiono tutti: perché, in capo a mille anni di vita o circa, sazi della terra, saltano spontaneamente da una certa rupe in mare, e vi si annegano» (G. Leopardi, Dialogo di un fisico e di un metafisico). In noi c'è qualcosa di più radicale del dettato di natura (conservarsi e riprodursi), siamo «a immagine e somiglianza di Dio» per usare le parole della Genesi, un modo di dire che in noi c'è una vita spirituale, da cui dipende quella biologica, altrimenti il sistema immunitario non dipenderebbe anche da quanto siamo stati accarezzati e chiamati (cioè amati) nei primi mille giorni di vita. 

I tragici eventi di Capodanno mi hanno riportato a uno dei miei film preferiti, The Tree of Life di Terrence Malick, in cui una giovane coppia perde uno dei tre figli, giovanissimo. In apertura la madre, una superba Jessica Chastain, ricorda ciò che ha imparato da bambina: «Ci sono due vie per vivere. La via della natura e la via della grazia, e tu devi scegliere quale seguire». Nel film lei segue la via della grazia, mentre il marito (un ruvido Brad Pitt) quella della natura. La grazia mette al primo posto la capacità di amare, la natura quella di affermarsi. E così entra in scena Jack (da adulto un perfetto Sean Penn), il fratello maggiore del ragazzo morto, in crisi da sempre per quel lutto e combattuto tra le due vie, come tutti noi impauriti dalla morte ci rifugiamo nel controllo anziché nell'amore. La via della natura teme la morte, quella della grazia no, la prima lotta per non morire, la seconda per amare. Malick attinge al padre Zosima dei Fratelli Karamazov: «Bisogna ricorrere alla forza o all'umile amore? Decidi sempre per l'umile amore. Se deciderai per quello una volta per tutte, potrai conquistare il mondo intero. L'umiltà amorevole è una forza terribile, la più potente di tutte, non c'è niente che le stia alla pari». Non a caso nel film, una delle meditazioni interiori della madre riassume un passaggio del romanzo di Dostoevskij che precede di poco le righe citate sopra: «Amate tutte le creature, l'intera creazione come ciascun granello di sabbia. Amate ogni foglia, ogni raggio divino. Amate gli animali, amate le piante, amate ogni cosa. Se amerete ogni cosa, in ogni cosa coglierete il mistero di Dio. E una volta che lo avrete colto, lo comprenderete ogni giorno di più, giorno dopo giorno. Arriverete, finalmente, ad amare tutto il mondo di un amore onnicomprensivo, totale». Amare come ama Dio è la via della grazia, la via dell'essere vivi a ogni età, ed è un dono che Dio dà a tutti ma che si attiva solo in chi decide liberamente di riceverlo. E così un 15enne può essere più vivo di un 85enne o viceversa, dipende dalla sua vita spirituale, cioè il diventare se stessi attraverso l'amore e non attraverso la potenza. 

Educhiamo i ragazzi ad affermarsi, a realizzarsi, cioè a diventare «reali» (come se non lo fossero già) attraverso la «potenza» e la potenza è «dei grandi», coloro che hanno potere sulle cose, cioè li educhiamo secondo il paradigma della tecnica: prodursi, essere auto-efficienti, darsi la vita da soli, allontanare la morte fino a credere di farla sparire. Invece dovremmo educarli a dare la vita, cioè amare ogni cosa, questo permette di non temere la morte, perché si è vivi di una vita che non è solo quella naturale. Come facciamo a non sentire che la vita non ce la siamo data da soli ma è qualcosa a cui attingiamo e non che possediamo? Quale regalo migliore si può allora fare a un figlio se non quello di liberarlo dalla paura di morire insegnandogli ad amare? In un punto del film che uso come preghiera, alle domande della madre: «Signore, perché? Dove eri tu? Sapevi? Chi siamo noi per te? Rispondimi», seguono le straordinarie immagini della creazione accompagnate dalle note di uno struggente requiem moderno (il Lacrimosa di Preisner). 

La bellezza del creato, trasposizione visiva della risposta di Dio a Giobbe nel libro omonimo della Bibbia, citato in apertura del film, dice per immagini: «Fidati». La bellezza non ha senso ma dà senso, mostra che il peso dell'esistenza non si misura in quantità di anni ma di amore: siamo vivi se siamo amati e amiamo. E allora non conta l'età o chi siamo per il mondo, ma se siamo vivi, come nel finale del film di Malick che non mostra un «aldilà», ma un «al di dentro»: Jack, dopo tanto vagare e soffrire nella via della natura, per la quale la morte è un muro contro cui si sbatte di continuo, sceglie la via della grazia. Al di fuori lo spettatore vede un sorriso, ma al di dentro scorge una spiaggia infinita, immersa nella luce su cui la madre cammina, uno spazio interiore che niente può strappargli: la vita di Dio in lui, che in mancanza di termini più precisi chiamiamo «amore». Lo dice Giovanni in uno dei passi potenzialmente più rivoluzionari della letteratura: «Dio è amore: chi sta nell'amore abita in Dio e Dio abita in lui» (1Gv 4), cioè l'amore è il livello di vita che ci unisce a Dio, e questa unione che ci rende un «io» irripetibile, perché solo un essere che si sente amato può diventare se stesso, diventa poi un «noi» che vince la separazione che il mondo crea per paura e rende gli uomini una cosa sola, perché gli «io» riconoscono la stessa immagine divina negli altri e prendersene cura è salvare se stessi. Un circolo vitale che la natura non conosce, eppure continuiamo ad affidarci solo alla sua via, così deludente ed esclusiva rispetto a quella della grazia, che è per tutti.

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domenica 4 gennaio 2026

STRAGE DI RAGAZZI

Massimo Recalcati 

Non ci sono parole, si dice in questi casi. E si dice la verità. Non ce ne sono infatti per descrivere la disperazione dei sopravvissuti alla tragedia di questo Capodanno, che si è consumata in un locale nel quale si festeggiava la notte di San Silvestro. Non ci sono parole per chi, mentre celebrava la nascita del nuovo anno, ha perso la propria vita. La morte è arrivata prepotente, come un terribile intruso, ad un appuntamento alla quale non era invitata. Non ci sono parole perché una tragedia così non sarebbe dovuta succedere. Non è l’esuberanza festosa dei giovani ad avere scatenato il disastro ma, come quasi sempre in questi casi, l’imperizia e, probabilmente, l’avidità degli adulti rei di non mettere al primo posto la sicurezza. I morti e i feriti sono tutti giovanissimi. Potevano essere, come ancora si dice, i nostri stessi figli. 

Ma non toccherebbe mai a loro morire. A loro toccherebbe solo vivere. Perché non si può morire così a quindici anni. Sono ragazzi e ragazze travolti dalla morte proprio nell’età in cui la vita dovrebbe aprirsi alla vita nel modo più spensierato e più gioioso. È forse questa situazione a rendere tutto ancora più insensato e atroce, a renderlo psichicamente indigeribile. Non toccherebbe mai a loro. Toccherebbe a noi, piuttosto. Alle vecchie generazioni. A chi la vita l’ha più o meno già vissuta. 

La tragedia è certamente nella morte atroce tra le fiamme, ma è soprattutto nell’inversione brutale dell’ordine naturale delle cose. Se è vero che la morte nella forma umana della vita è sempre prematura, viene sempre troppo in anticipo, innaturale, ingiusta, lo è certamente ancora di più quando le sue vittime sono delle vite all’inizio della vita. Ne La stanza del figlio (2001) Nanni Moretti era riuscito a cogliere il dramma di questo testacoda osceno: non sono i genitori che si congedano dai loro figli, come dovrebbe naturalmente accadere, ma sono i genitori ad essere costretti ad assistere alla perdita brutale e inattesa di chi hanno generato. Non si può accettare, non si può metabolizzare in nessun modo. Nel racconto di quel film il dolore per la perdita del figlio finisce per separare i genitori inchiodando ciascuno di loro in una solitudine senza scampo. Non c’è niente di più straziante che vedere un figlio morire. In questo modo poi. Non c’è la lenta disperazione di una malattia; c’era solo una festa, un rito propiziatorio. La morte irrompe dove avrebbe dovuto esserci solo la vita. Niente di più sconvolgente. 

Un’amica ha raccontato di un suo conoscente che ha trascorso delle ore a cercare di mettersi in contatto con il proprio figlio che sapeva essere andato proprio in quel locale. Nessuna risposta al telefono. Poi ha sentito la voce del figlio comparire improvvisamente ed esclamare: “papà!”. Si era salvato perché, nel momento dello scoppio dell’incendio, era uscito a fumare. Un caso la morte, un caso la vita: testa o croce. Quest’uomo ha descritto l’incontro al telefono con la voce del figlio come una vera e propria resurrezione. Pensava potesse essere tra i morti e invece lo ha ritrovato. Un istante che vale una intera vita. Ma per i genitori dove invece questo istante benedetto è stato precluso, dove il figlio o la figlia si sono allontanati per sempre? Cosa accade a questi genitori che restano e che però non potranno più ascoltare la voce dei loro figli? Un’ombra scura discende improvvisamente sulla loro vita togliendo ogni luce al mondo. È quello che conosciamo come il trauma del lutto. In questi casi però il trauma appare ancora più violento e insopportabile perché, come abbiamo visto, contraddice l’avvicendamento naturale tra le generazioni. La giustizia che dovrà colpire i veri responsabili di questo disastro non sarà sufficiente a sanare questa ferita. 

La morte di un figlio mostra con una violenza che non ha eguali che nessun genitore – nemmeno i più premurosi e i più sensibili – può garantire la vita dei propri figli, perché l’intrusione insensata della morte fa drammaticamente parte della vita. Può accadere con una malattia, con un incidente stradale, con un qualunque altro passo falso o imprevisto… Ma la vita stroncata nel pieno della vita chiede giustizia. La chiede come un grido ostinato. Non solo e non tanto quella che verrà garantita, come tutti ci auguriamo, dai tribunali degli uomini. Domanda una giustizia che oltrepassa ogni giustizia. Perché di fatto non c’è consolazione possibile per chi resta di fronte a questa perdita. Solo una disperazione che tramortisce anche i più forti. Certo, quello che abbiamo condiviso con chi non è più qui può sempre restare con noi. Ogni volta che qualcuno che abbiamo profondamento amato ci abbandona, qualcosa di lui non può non restare con noi e tra di noi, non può mai morire del tutto. Resta la luce viva dei ricordi incancellabili che sono destinati ad appartenere alla nostra vita per sempre. Ma resta anche una domanda di giustizia che rivolgiamo alla vita, e che non possiamo non rivolgere con accanimento: perché? perché proprio a noi? perché proprio in questa maldetta notte? La morte diviene reale quando, mettendoci le mani addosso, ci strappa la vita di chi amiamo o la nostra stessa vita… Ma la sola solidarietà che conta inizia proprio da qui. Nel riconoscerci uguali di fronte all’inesorabilità e all’insensatezza senza parole della morte, che può sempre arrivare. Se capissimo davvero questo, la guerra di tutti contro tutti lascerebbe il posto a quella pietas che sola ci rende umani… 

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Leggi: DIO DOVE ERA?

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sabato 24 maggio 2025

MORIRE A GAZA

 

La crisi umanitaria a Gaza sta diventando un altro capitolo della vergogna umana nei libri di storia mondiale.


Joseph Kelly*

Questa settimana le Nazioni Unite hanno lanciato uno dei loro più urgenti allarmi sulla crescente crisi umanitaria a Gaza. In quella che molti descrivono come "la fase più crudele" di questa aspra e logorante guerra di logoramento, circa 9.000 camion carichi di aiuti vitali rimangono attualmente bloccati al confine, mentre l'intera popolazione di Gaza – circa 1,2 milioni di persone – è ora a rischio concreto di carestia. Si ritiene inoltre che circa 14.000 bambini siano a rischio di morte perché le loro madri affamate non possono allattarli al seno, e le scorte vitali di farina per fare il pane stanno per esaurirsi. Sono già stati emessi ordini di evacuazione per le poche aree di Gaza rimaste non ancora devastate dal fuoco missilistico, e la maggior parte delle persone ora vive per strada.

Sebbene l'orrore che si sta verificando sia stato creato dalla decisione di Israele di annientare la popolazione di Gaza dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, nella Striscia di Gaza esisteva già una fragilità preesistente che induceva tutti ad avvertire che una dura azione militare avrebbe portato rapidamente a una crisi umanitaria. Al momento dell'attacco di ottobre, si stimava che oltre il 60% della popolazione di Gaza fosse già pericolosamente insicura dal punto di vista alimentare e che i pesanti blocchi alimentari fossero già diventati una realtà. Già nel 2006, quando gli fu chiesto del blocco sistematico e continuo da parte di Israele delle forniture alimentari essenziali a Gaza, il consigliere del governo israeliano Dov Weisglass fu ampiamente citato per aver affermato: "L'idea è di mettere i palestinesi a dieta, ma non di farli morire di fame".

Da quando Israele ha reagito nell'ottobre 2023, la distruzione sistematica e incessante di case, fabbriche alimentari, panetterie, supermercati e delle infrastrutture generali che avrebbero permesso alla popolazione di sfamarsi ha avuto esattamente questo effetto: Medici Senza Frontiere ha stimato che 53.000 palestinesi siano morti e circa 120.000 siano rimasti gravemente feriti nel conflitto. A livello strategico e di autosufficienza, la sovranità alimentare è ora interamente nelle mani degli israeliani: persino i pescatori di Gaza sono stati colpiti regolarmente dalle cannoniere israeliane quando si sono spinti in acque non autorizzate, dove i pesci nuotano più facilmente; la maggior parte del bestiame di Gaza è stata uccisa, i terreni agricoli sono stati resi inutilizzabili dalla guerra e meno di un terzo dei pozzi agricoli è funzionante.

Il resto del mondo è pienamente consapevole di questo genocidio da tempo ormai, ma è stato in gran parte ben disposto a permettere agli israeliani di proseguire, a causa di una combinazione tossica tra la necessità di sostenere un potente alleato e l'oscura sottoscrizione di voler rimuovere un'organizzazione terroristica e la sua cultura di supporto. Come ha sottolineato il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu proprio questa settimana, solo ora viene pressato ad allentare il blocco totale perché gli alleati di Israele non possono tollerare "immagini di carestia di massa".

Fin dal momento in cui è stato sparato il primo colpo, il 7 ottobre, mentre circa 6.000 cittadini di Gaza pesantemente armati si riversavano attraverso il confine tra Gaza e Israele con l'intento di uccidere quante più persone possibile, il governo israeliano si è impegnato a raggiungere solo l'annientamento della popolazione palestinese. Vede questo come l'unico meccanismo sicuro per porre fine ad anni di terrorismo e di attacchi brutali e casuali contro la sua popolazione, con l'ulteriore vantaggio che la proliferazione della tanto contesa Striscia di Gaza riporterà questo prezioso territorio sotto il controllo israeliano. Per Israele, decenni di dialogo e negoziati si sono rivelati infruttuosi e non hanno fatto nulla per rallentare le uccisioni da entrambe le parti; per gran parte del mondo esterno, fino a poco tempo fa, il conflitto di Gaza sembrava solo un'altra guerra civile, fortunatamente in corso nel cortile di qualcun altro.

Forse non sapremo mai esattamente cosa avesse in mente Hamas quando ha lanciato il suo assalto suicida contro il suo vicino molto più potente e spietato, ma la depravata profondità delle atrocità commesse avrebbe prodotto solo una risposta.

Ironicamente, mentre il mondo si fa sempre più frenetico nel condannare ciò che sta accadendo a Gaza in questo momento, è una triste realtà che questa sia in realtà la conseguenza della maggior parte delle guerre: i paesaggi vengono devastati, le città si riducono in polvere e la popolazione tende a morire di fame per strada. Questo è il prezzo che tutti dobbiamo pagare per la nostra incapacità umana di dialogare e di raggiungere compromessi pacifici sulle nostre divergenze.

Il blocco delle forniture alimentari vitali a Gaza è stato al centro delle preoccupazioni umanitarie questa settimana, soprattutto quando gli aiuti sono stati forniti volontariamente e rimangono bloccati al confine di Gaza. L'uso della fame come arma di guerra è severamente vietato dalle Convenzioni di Ginevra e la fame è stata condannata dalla Risoluzione ONU 2417, che invita tutte le parti coinvolte in un conflitto a consentire che cibo e beni di prima necessità fluiscano liberamente alla popolazione civile. Tali aspirazioni sono belle parole scritte in auditorium lontani, ma la realtà della guerra è che la sconfitta di un avversario non sarà perseguita concedendogli un accesso prolungato a forniture essenziali, e chi può determinare in una zona di guerra chi è un civile protetto e chi è un combattente pericoloso?

Ascoltando le proteste e le proteste pubbliche, si potrebbe legittimamente concludere che la nostra popolazione attuale non ha alcun ricordo delle reali realtà della guerra e, a parte le memorie sbiadite di alcuni veterani di guerra sopravvissuti, non ce l'ha.

Uno dei motivi principali per cui abbiamo risoluzioni globali che condannano la fame come arma di guerra è proprio perché è la conseguenza più comune dei conflitti, e alleviare la fame è invariabilmente la prima priorità delle conseguenze della guerra.

Dalla vergogna della carestia irlandese all'eroismo del ponte aereo di Berlino, il cibo – e in particolare la privazione alimentare – è un'arma intrinseca di conflitto, da sempre utilizzata per manipolare o distruggere le popolazioni. Già nel V secolo a.C., il grande generale, stratega e filosofo cinese Sun Tzu descrisse il cibo come un'arma di guerra nel suo epico libro "L'arte della guerra". Oggi, l'UNICEF stima che tra 691 e 783 milioni di persone soffrano di insicurezza alimentare, l'85% delle quali vive in contesti di conflitto armato.

Come ben sanno gli strateghi militari, la fame non colpisce solo i singoli individui affamati, ma distrugge anche popolazioni e infrastrutture con effetti devastanti, con i settori più vulnerabili della società che soffrono maggiormente. Ciò che potrebbe sorprendere molti è che questo particolare crimine di guerra sia spesso oggetto di discussioni aperte e piuttosto sincere, e non solo in tempo di guerra. Per le economie capitaliste di libero mercato, la produzione e il controllo delle fonti alimentari sono uno dei principali strumenti di manipolazione e controllo demografico, sia in tempo di guerra che di pace. È il concetto del cibo come diritto (legato alla ricchezza) che lo trasforma in un'arma ; ma è un altro tipo di concetto di diritto al cibo (giustizia umana) che dovrebbe preoccuparci di più.

Proveniente dall'Argentina, un Paese dedito principalmente all'allevamento, Papa Francesco conosceva bene il cibo come mezzo di liberazione e anche come arma di oppressione. Ha spesso collegato le due contraddizioni: ad esempio, durante la sua prima visita al Programma Alimentare Mondiale nel 2016, ha osservato ironicamente che è uno "strano paradosso" che il cibo spesso non riesca ad arrivare a chi soffre a causa della guerra, mentre le armi sì.

"Di conseguenza, si alimentano le guerre, non le persone. In alcuni casi, la fame stessa viene usata come arma di guerra", ha affermato.

Sempre nel giugno 2016, durante la sua consueta udienza settimanale in Piazza San Pietro, Francesco affermò che il blocco russo alle esportazioni di grano dall'Ucraina, da cui dipendono milioni di persone, soprattutto nei Paesi più poveri, "sta causando grave preoccupazione".

"Per favore, non si usi il grano, un alimento base, come arma in guerra", ha implorato.

Questo è stato il tema ripreso anche dal nostro nuovo pontefice, Leone XIV, mercoledì, durante la sua prima Udienza Generale. Leone ha detto: "Rinnovo il mio appello a consentire l'ingresso di aiuti umanitari dignitosi e a porre fine alle ostilità, il cui prezzo straziante è pagato da bambini, anziani e malati".

Anche il vescovo responsabile per la Terra Santa della Conferenza episcopale cattolica di Inghilterra e Galles, il vescovo Jim Curry, ha seguito l'esempio di Leo e ha affermato, in una dichiarazione rilasciata ieri, riguardo alla situazione di Gaza: "Questo è un disastro umanitario. Gli aiuti disperatamente necessari devono poter entrare a Gaza per essere distribuiti con urgenza ai civili. Il costo umano è intollerabilmente alto, con decine di migliaia di persone stanche, regolarmente sfollate e minacciate dalla fame. Noi abbiamo bisogno di un cessate il fuoco immediato per porre fine alle sofferenze ."

Naturalmente, la tragica realtà è che non ci sarà alcun cessate il fuoco, né fine alle sofferenze della popolazione di Gaza, finché Israele non si sarà assicurato che qualsiasi futura minaccia da parte di Hamas o di gruppi simili sia stata eliminata – e tutti sanno che Israele è risoluto a sostenere che questo obiettivo possa essere raggiunto solo con la completa e totale annientamento dell'intera popolazione della regione. A tal fine, Israele sembra felice di ignorare non solo il diritto internazionale e gli appelli umanitari, ma anche la fondamentale decenza umana e morale. Tentare di negoziare con questa posizione assolutista potrebbe sembrare francamente inutile, ma se si guarda agli Accordi di Oslo del 1993 e del 1995, gli israeliani hanno effettivamente avviato negoziati di pace con i palestinesi (e in effetti con altri paesi arabi ) e sono stati compiuti progressi significativi. La pace sarebbe stata persino possibile se non ci fosse stata l'infiltrazione del governo palestinese da parte di Hamas, un'organizzazione politica nazionalista sunnita islamista palestinese con un'ala militare che molti considerano di fatto un'organizzazione terroristica – e considerando gli abominevoli attacchi del 7 ottobre , chi potrebbe dire il contrario? Certamente, dal punto di vista israeliano, Hamas e il popolo palestinese sono diventati un'unica entità distruttiva.

Più vicino a casa, i Troubles in Irlanda del Nord, apparentemente irrisolvibili, ruotavano attorno ad analoghe ambiguità e confusioni circa il rapporto tra organizzazioni paramilitari estreme e una popolazione civile le cui simpatie non si sarebbero mai potute stabilire. Solo quando la popolazione civile e i paramilitari furono finalmente separati si poté intravedere una via di pace. Si spera che le lezioni apprese dall'Accordo del Venerdì Santo possano aprire qualche speranza di una via d'uscita a Gaza – dopotutto, la giustificazione per le azioni di Israele è che nella nebbia della guerra semplicemente non riesce a distinguere tra terroristi violenti e bambini affamati, e per questo motivo non può permettere che cibo e beni essenziali raggiungano nessuno. Detto questo, si sarebbe potuto pensare a questo punto che le immagini terribili e angoscianti provenienti da Gaza avrebbero lasciato pochi dubbi sul fatto che non stiamo vedendo combattenti assediati che mendicano cibo, ma civili disperati e morenti che hanno urgente bisogno di compassione e cure.

*Joseph Kelly è uno scrittore cattolico e teologo pubblico

Catholic Network


 

 

 

sabato 28 dicembre 2024

NEL SEGNO DI ERODE


 L’anno nuovo 

nel segno di Erode



 

-         di Giuseppe Savagnone *

  

La strage degli innocenti

Le luci e il clima festoso del Natale hanno fatto dimenticare ormai da tempo alla grande maggioranza delle persone, anche ai credenti, una delle feste liturgiche che la Chiesa cattolica celebra ogni anno il 28 dicembre, all’indomani della ricorrenza della nascita di Gesù, e che si collega strettamente ad essa, quella dei Santi Innocenti.

La storia, narrata nel vangelo di Matteo, è nota: il re Erode, allarmato da quanto i magi gli hanno riferito sulla nascita in Bethlem di un misterioso “re dei Giudei”, quando si accorge che essi, malgrado le sue raccomandazioni, non torneranno per informarlo sull’identità del suo possibile concorrente al trono, decide di mettersi al sicuro mandando i propri soldati ad uccidere tutti i bambini del villaggio dai due anni in giù.

Un racconto che ci appare rappresentativo della bestiale violenza a cui la logica del potere può condurre chi lo assolutizza. Forse, però, dovremmo chiederci se il mondo, dopo duemila anni, non sia ancora alle prese con il triste fantasma di Erode e se la nostra giusta reazione non rischi di essere un alibi per distogliere gli occhi dal presente di cui siamo protagonisti e in una certa misura responsabili.

Bambini deportati e massacrati

Perché i bambini continuano ad essere le vittime innocenti dei conflitti che oggi travagliano il nostro pianeta e dei giochi di potere che ne sono l’origine. Emblematico ciò che è accaduto in Ucraina.

All’inizio dell’aggressione di Putin, una delle prime misure degli invasori è stata la deportazione di almeno 20.000 bambini ucraini, che sono stati strappati alle loro famiglie e portati con la forza in Russia, dove si sta cercando di cancellare ogni legame con la loro patria e di trasformarli a tutti gli effetti in russi.

È questa «deportazione illegale di popolazione (bambini)» il «crimine di guerra» menzionato nel mandato di arresto emesso il 23 marzo 2023 dalla Corte penale internazionale nei confronti di Vladimir Putin.

Non meno impressionante quello che sta accadendo nella guerra che da ormai più di un anno infuria tra Israele ed Hamas. Già nell’attacco di Hamas del 7 ottobre, tra le vittime civili israeliane si contavano anche 33 minori uccisi e circa 30 rapiti.

Testimonianza di una spietatezza che non rispetta neppure l’infanzia e che disonora chi se ne rende responsabile. I piccoli sono ancora in mano ai terroristi. Un video recentemente diffuso dall’organizzazione islamica attraverso i suoi canali social mostra uomini armati che tengono in braccio o spingono nei passeggini i bambini presi in ostaggio.

Ancora più drammatici sono i numeri della strage che, in reazione a quel massacro, si sta perpetrando da più di un anno nella Striscia di Gaza. Dall’inizio della guerra al luglio scorso i bambini vittime dalle bombe e delle azioni di terra dell’esercito israeliano erano 16.456, ma da allora ne sono morti altri. Una nota dell’UNICEF di metà dicembre riferiva che solo dall’inizio di novembre sono stati uccisi una media di quattro al giorno.

«Questa guerra è una guerra contro i bambini», ha denunziato il responsabile dell’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, sottolineando che, secondo i dati, il numero di quelli uccisi nella Striscia di Gaza in soli quattro mesi supera il numero di bambini uccisi in tutti i conflitti del mondo negli ultimi quattro anni.

Senza contare quelli morti a causa della mancanza di cibi e di medicinali, per il blocco effettuato dallo Stato ebraico e indicato come «crimine di guerra» nel mandato di arresto della stessa Corte penale internazionale, questa volta nei confronti del premier israeliano Netanyahu.

Noi spettatori e protagonisti della strage

C’è però una inquietante differenza rispetto al caso della violenza dei russi contro i piccoli ucraini e di quella di Hamas nei confronti dei bambini israeliani – entrambe ampiamente deprecate da tutti – , ed è che a Gaza il massacro si svolge, da quattordici mesi, sotto gli occhi indifferenti delle democrazie occidentali, (ad eccezione di Spagna e Irlanda), le quali fin dall’inizio forniscono ad Israele la copertura politica e le armi per la sua campagna, limitandosi a rivolgere di tanto in tanto vaghi inviti al rispetto dei diritti umani, fingendo di non vedere che essi sono stati ormai da tempo calpestati. 

Ancora più evidenti sono le responsabilità dei paesi “progrediti” nella violenza contro i bambini nella sempre più rigida chiusura delle loro frontiere al flusso dei migranti.

Pioniera e sostenitrice di questa linea è la premier italiana Giorgia Meloni, il cui governo si è prodigato fin dall’inizio per contrastare i viaggi verso l’Italia  ostacolando e rendendo più difficile il salvataggio dei naufraghi nel Mediterraneo da parte delle navi delle ONG.

Quanti bambini sono morti a causa di queste misure di “difesa dei confini”? Solo nei primi mesi del 2023 l’UNICEF parlava di 289. Ma ogni settimana giungono notizie di altri naufragi, in cui almeno alcuni dei morti sono minori.

Per non parlare di quelli che, grazie agli accordi di Roma con la Libia e la Tunisia, sono trattenuti in condizioni disumane nei lager creati da questi paesi per impedirne la partenza verso l’Italia.

Ora il modello Meloni viene apprezzato e fatto proprio anche da altri paesi europei, che si stanno prodigando nell’alzare muri e nel creare lager di smistamento per i rimpatri. 

Quanto agli Stati Uniti, Trump, in coerenza col proprio programma elettorale, è sul punto di realizzare la «più grande deportazione di massa di migranti illegali». Non disponiamo del numero dei bambini coinvolti in queste operazioni, ma non è azzardato presumere che sia elevato.

Un ultimo capitolo di questa odierna “strage degli innocenti” è il progressivo assurgere della libertà delle donne di abortire ad emblema della loro emancipazione e della loro recuperata dignità. Quello che dovrebbe essere considerato un doloroso trauma, da affrontare come estremo rimedio a situazioni di estremo pericolo per la gestante e per il bambino, è stato invece inserito di recente nella Costituzione francese «in riconoscimento del diritto delle donne di disporre liberamente del proprio corpo», come ha orgogliosamente dichiarato il primo ministro Gabriel Attal su X. E poco dopo il Parlamento europeo ha votato a favore dell’inserimento di un’analoga normativa nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE.

L’embrione, il feto, sono ancora privi di una vita biografica – e questo certamente li differenzia dai bambini già nati –, ma ne hanno una biologica che, secondo la scienza, li qualifica a tutti gli effetti come esseri umani. Considerarli “disponibili” ad ogni manipolazione, come semplici parti del corpo materno, secondo le parole del primo ministro francese, equivale a dire che la terra è piatta e che il sole ruota intorno alla terra.

La libertà delle donne non può prevalere sul diritto a vivere di altri esseri umani. Ed è una triste mistificazione farla risiedere nel diritto di uccidere i propri figli, invece che in quello di essere aiutate dalla comunità civile ad averli e a mantenerli dignitosamente.

No, non è un mondo per bambini. Si capisce anche dal fatto che ne nascono sempre di meno. Mentre nei paesi poveri i bambini sono accolti come una benedizione, l’Occidente evoluto fa sempre meno figli, ossessionato dalla paura di dover dividere la propria libertà e la propria ricchezza con i nuovi venuti, quasi fossero clandestini indesiderati anche loro.

Alla viglia del nuovo anno

Il 28 dicembre, la festa liturgica della strage degli innocenti, precede di soli tre giorni l’imminente Capodanno, con cui comincia un 2025 che, da questo punto di vista, non sembra promettere niente di buono.

Nel nuovo anno i piccoli ucraini torneranno alle loro case? I bambini israeliani ostaggio di Hamas saranno finalmente liberati? Smetterà l’esercito dello Stato ebraico di uccidere e di affamare quelli palestinesi? Si permetterà ai migranti di portare i loro figli a vivere in ambienti più sicuri, dove farli crescere al riparo dalle guerre e dalla fame? Si prenderà coscienza che anche i bambini non ancora nati hanno il diritto avere un futuro?

Vorremmo poter rispondere positivamente a queste domande, ma non possiamo. E non dipende da noi. A ognuno di noi spetta però continuare a parlare, a scrivere, a lottare come possiamo – come stiano facendo – per denunciare e combattere con tutte le forze la triste ombra di Erode che si stende sul nostro mondo civilizzato.

 

*Editorialista e scrittore. Pastorale della cultura dell’Arcidiocesi di Palermo.

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Immagine: Guido Reni, La strage degli innocenti


 

venerdì 13 settembre 2024

LA LIBERTA' IMPAZZITA

 


UN RAGAZZO 

FA STRAGE DELLA FAMIGLIA

 

PERCHE’?

 

-         di Giuseppe Savagnone*

-          

“Una famiglia perfetta”

Ci sono fatti cronaca che colpiscono tanto in profondità l’opinione pubblica da restare in qualche modo impressi come un drammatico punto interrogativo nella coscienza collettiva. La strage familiare di Paderno è avvenuta nella notte fra il 31 agosto e il 1° settembre, ma la grande eco che stanno avendo i funerali delle vittime, celebrati più di dieci giorni dopo, solennemente, dall’arcivescovo di Milano Delpini, evidenza quanto ancora sia forte la commozione che quella vicenda ha suscitato.

 La domanda più terribile che fin dall’inizio tutti si sono fatti, e a cui non è stata data ancora risposta, è: perché? Una domanda resa ancora più drammatica dall’efferatezza dell’episodio: un ragazzo di diciassette anni, Riccardo, che massacra a coltellate (ben sessantotto!) il fratellino di dodici anni, la madre e il padre, è l’incarnazione di una violenza inaudita, tanto più impressionante perché scatenata fra le mura domestiche, a conclusione di una festicciola familiare per il 51° compleanno del genitore.

 A colpire, fra l’altro, è la lucida indifferenza con cui Riccardo ha compiuto e commentato il suo gesto. Nel verbale del primo interrogatorio, fatto dal Gip il giorno successivo, il ragazzo ha raccontato: «E’ stata la sera della festa che ho pensato di farlo, non avevo ancora ideato questo piano, però avevo pensato di usare comunque il coltello perché era l’unica arma che avevo a disposizione in casa (…). Anch’io sono andato a dormire con loro, ma sono stato sveglio ad aspettare che loro si addormentassero (…). Sono andato di sopra, il primo che dovevo colpire era mio fratello (…). Lui si è svegliato e ha urlato ‘papà’. Io gli ho tappato la bocca e ho sferrato diverse coltellate. Sono andato in camera dei miei genitori. Loro hanno acceso la luce, io ero davanti a loro con il coltello in mano. Loro mi hanno detto di stare calmo, sono venuti in camera con me e lì li ho aggrediti. Non ricordo chi ho aggredito prima, ma credo che mia mamma sia stata la prima, perché poi si è accasciata a terra. Mio padre mi ha chiesto di lasciare il coltello. L’ho fatto e mi ha detto di chiamare il 118. A quel punto, mio padre è andato verso mio fratello e allora gli ho dato un colpo alla schiena».

 Ma la cosa più inquietante è che tutto ciò è accaduto senza alcuna apparente motivazione: nessuna lite, nessun progetto ostacolato, nessuna seria incomprensione.

 «Era una famiglia perfetta», ha detto il nonno materno del ragazzo, parlando agli inquirenti «di un padre attento all’educazione e di una madre che, pur severa con i figli, era molto presente e premurosa». I due fratelli, poi, «avevano un rapporto “idilliaco” e il minore ammirava molto il fratello maggiore, che era solito emulare».

 Anche la zia materna ha messo a verbale che era una «famiglia normale, senza particolari problemi, nemmeno economici», aggiungendo che il cognato «era un uomo piacevole, ironico, un bravo papà e marito». Il nipote viene descritto come «un ragazzo meraviglioso, bravo, educato, aiutava in casa, faceva sport. A livello caratteriale era riservato».

 Uno straniero

Perché, allora? La difesa si sta disperatamente appigliando alla richiesta di una perizia psichiatrica, ma nulla lascia pensare che Riccardo sia un pazzo o comunque uno squilibrato.

 Ai magistrati ha detto: «Non c’è un vero motivo per cui li ho uccisi. Mi sentivo un corpo estraneo nella mia famiglia. Oppresso. Ho pensato che uccidendoli tutti mi sarei liberato da questo disagio. Me ne sono accorto un minuto dopo: ho capito che non era uccidendoli che mi sarei liberato».

 E ancora: «Non so davvero come spiegarlo. Mi sento solo anche in mezzo agli altri (…). Non avevo un vero dialogo con nessuno. Era come se nessuno mi comprendesse (…). Ogni tanto i miei genitori mi chiedevano se c’era qualcosa che non andava perché mi vedevano silenzioso, ma io dicevo che andava tutto bene».

 Non possono non tornare in mente le pagine di grande romanzo del premio Nobel Albert Camus, Lo straniero (1942), in cui si descrive l’assassinio compiuto, senza motivo, per una serie di riflessi condizionati, da un modesto impiegato, Meursault, il quale, durante una banale lite sulla spiaggia, si trova messa tra le mani una pistola. «In quel momento ho pensato che si poteva sparare oppure non sparare e che una cosa valeva l’altra».

Alla fine spara, ma senza odio e, in fondo, senza un vero motivo. Ha scritto a questo proposito Raffaele La Capria: «L’indifferenza con cui il protagonista della storia di Camus compie le sue azioni discende dalla consapevolezza della sua estraneità al mondo e alla natura, che si traduce, nella vita di tutti i giorni, in gesti meccanici, privi di senso, e, anche se estremi come un assassinio, equivalenti».

 Ritornano alla mente le parole di Riccardo: «Non c’è un vero motivo per cui li ho uccisi. Mi sentivo un corpo estraneo nella mia famiglia». Anche lui era uno straniero. E anche lui, in una società dove si compiono ogni giorno azioni prive di senso, ha percepito che, tra uccidere e non uccidere, «una cosa vale va l’altra».

 La crisi dei fini

Il punto decisivo, di cui Albert Camus ha percepito tutta la drammaticità, è che la “morte di Dio” – annunciata da Nietzsche alla fine dell’Ottocento come simbolo del tramonto di tutti i valori su cui l’Occidente ha costruito la propria storia – ha lasciato le persone prive di qualunque fine che non sia l’esercizio della stessa libertà.

 Mentre – con il rapidissimo progresso della tecnica e il miglioramento delle condizioni economiche – è andato sempre più crescendo il potere della maggioranza delle persone sui mezzi, si è sempre indebolita la possibilità di individuare dei fini.

 Il tramonto delle grandi ideologie che, dallo scientismo, al marxismo, al fascismo avevano dato un senso alla vita; il declino della religione e la conseguente secolarizzazione, la crisi progressiva della famiglia, il progressivo indebolirsi dello Stato nazionale e la conseguente minore incidenza della politica, hanno progressivamente creato un grande vuoto, che colpisce tutti, ma di cui i giovani avvertono più immediatamente gli effetti.

 Anche perché proprio essi sono oggi molto più liberi di prima e avvertono più gravemente, perciò, il paradosso di una libertà che finisce per non avere altro scopo che la propria auto-celebrazione (vedi il diffondersi della droga, la sempre maggiore frequenza di comportamenti balordi che mettono  a rischio la vira propria e altrui..)

 Non è un problema solo italiano. Anche recentemente, negli Stato Uniti, la libertà è alla fine il punto fondamentale del programma di Kamala Harris. Ma una libertà che si auto-assolutizza è destinata a vedere negli altri solo dei limiti e quindi degli ostacoli.

 Non è un caso che, nel caso della candidata democratica alla presidenza degli Stati Uniti, questa libertà si polarizzi poi di fatto sul tema dell’aborto come diritto della donna di sbarazzarsi dell’eventuale ostacolo di un figlio indesiderato.

 Che alla fine è assai meno lontano di quanto possa sembrare dal programma di Trump, che si batte per questo stesso tipo di libertà, insistendo però sulla espulsione degli immigrati. In entrambi i casi, l’“altro” diventa solo una minaccia.

 È la percezione espressa da Riccardo al Gip per cercare di fare capire il suo gesto: «Mi sentivo un corpo estraneo nella mia famiglia. Oppresso. Ho pensato che uccidendoli tutti mi sarei liberato da questo disagio».

 Non si tratta di un caso isolato. Dietro la grande impressione che la strage di Paderno ha suscitato, c’è forse l’oscura sensazione che il problema riguarda ormai tutta la nostra società, in particolare i nostri ragazzi, sempre più prigionieri dei loro cellulari e sempre meno capaci di dialogo in famiglia, ma anche sempre meno impegnati in forme comunitarie, siano quelle della religione o della politica e che, proprio per questo, ormai non avvertono più i legami, anche quelli affettivi, come un’opportunità, ma come un peso.

 Nella società della comunicazione globale, ognuno resta alla fine solo. È un bene, certo, che ciò non porti, nella stragrande maggioranza dei casi, ad uccidere, ma non esclude un individualismo profondo che prende sempre più forza.

 Forse bisogna ripensare il nostro modo di intendere la libertà. Senza fini a cui dedicarsi – e i fini si devono scoprire e conquistare, magari cercandoli insieme – la libertà impazzisce. E, come evidenzia, purtroppo, l’episodio di Paderno, può arrivare a uccidere.

 www.tuttavia.eu

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura – Arcidiocesi di Palermo

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venerdì 16 febbraio 2024

UN ATROCE DELITTO CHE C'INTERROGA


«C’è chi si approfitta

 del dolore 

in un mondo pieno di disperati»

Intervista a Paolo Crepet a cura di Andrea D'Orazio

 «Non so se l’autore (o gli autori) della strage si è ispirato davvero a qualche sedicente esorcista. Quel che è certo è che siamo in un mondo di disperati e c’è gente che approfitta di questa disperazione, gente che davanti alla necessità della cura e della scienza propina soluzioni assurde, indicando vie che non esistono per guarire o far vivere meglio gli altri».

 Riflettendo sul triplice delitto di Altavilla Milicia - e prendendo spunto da alcuni video postati su Facebook da Giovanni Barreca in particolare quello su Roberto Amatulli, l’ex parrucchiere autoproclamatosi pastore evangelico e guaritore e che ha peraltro smentito di conoscere Barreca - lo psichiatra Paolo Crepet prova ad allargare lo sguardo oltre al fatto di cronaca, pensando «a quei milioni di italiani che ancora oggi, nel 2024, cadono nella rete dei santoni». Ma lo studioso, consapevole del fatto che in questa vicenda sette e movimenti pseudo religiosi c’entrano poco o nulla «salvo smentite da parte degli inquirenti», precisa subito che «davanti a un crimine tanto efferato non c’è circonvenzione o comportamento da incapace che tenga».

E quindi, professore?

 «Mi auguro che i magistrati non tengano conto delle giustificazioni di chi si è macchiato di un delitto così atroce, per quanto deliranti possano essere: che non ci siano sconti di pena. Perché dietro questi episodi può esserci di tutto, anche un’induzione da parte di qualcun altro ad uccidere, e per carità, pure un disturbo mentale, ma ci sono anche contesti di violenza, nuda e pura, e non credo che, nel caso di Altavilla, il marito portasse dei fiori alla moglie prima di ucciderla».

 Ma esistono delle forme di «religiopatia», patologie mentali indotte da credenze o culti? Insomma esiste o no un fanatismo religioso con deriva psichiatrica?

 «Vorrei fare una premessa. Ognuno può essere fanatico di qualcosa, e fin che questo si limita a una dimensione privata e individuale o privata che non fa male a nessuno, allora il fanatismo può essere addirittura definito “libero pensiero”. Il problema è quando diventa leva per limitare o eliminare la libertà degli altri, o peggio ancora togliere la vita, e la storia, purtroppo, su questo fronte è costellata di vittime e carnefici, da coloro che inducono a non ricorrere alla scienza per curare una malattia a chi ammazza senza pietà in nome di qualche entità. Detto ciò, sì, esistono patologie derivanti da credi e culti, come il delirio mistico, il delirio messianico, il delirio collettivo».

Può essere il caso di Barreca e dei suoi presunti complici?

«Può essere, e può anche essere che la religione qui sia stata mutuata da persone affette da disturbi psicotici, e da tempo. Ma se è vero questo, allora mi chiedo come è possibile che nessuno se ne sia accorto prima, non dico nel contesto domestico in cui è accaduta la strage, probabilmente assoggettato dal padre-marito, ma all’esterno».

 Guardando a quali indizi? Quelli emersi sulle pagine social di Barreca?

 «Macché! Un social network non può essere certo un rilevatore di patologie psichiatriche. Se una persona ha veramente un disturbo psicotico, altro che “indizi”: nel nostro linguaggio medico-scientifico si parla di “produzione di sintomi”, perché sono tanti e certamente non si manifestano qualche ora prima o qualche giorno prima di un evento così tragico come quello che stiamo raccontando, ma ben prima. La domanda, allora, resta: perché nessuno se n’è accorto? E se qualcuno ha capito, perché non ha allertato chi di dovere?».

 

Fonte: Il Giornale di Sicilia


 

 

venerdì 27 ottobre 2023

SIAMO TUTTI EBREI E PALESTINESI

 

-         di Giuseppe Savagnone

 

Uno scontro senza precedenti

Ha suscitato un’ondata di violentissime polemiche l’intervento, al Consiglio di sicurezza, del segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, a proposito della drammatica crisi esplosa il 7 ottobre scorso con l’attacco di Hamas ad Israele.

 L’ambasciatore israeliano all’ONU, Gilad Erdan ha immediatamente reagito con estrema durezza al discorso di Guterres, definendolo «completamente disconnesso dalla realtà della nostra regione» e chiedendo le sue immediate dimissioni: «Il segretario generale dell’ONU, che mostra comprensione per la campagna di sterminio di massa di bambini, donne e anziani, non è adatto a guidare l’ONU. Lo invito a dimettersi immediatamente».

 Gli ha fatto eco il ministro degli Esteri israeliano, Eli Cohen, anche lui presente alla riunione: «Signor segretario generale, in che mondo vive? Sicuramente non nel nostro». L’ONU, ha aggiunto il ministro israeliano, «non avrà motivo di esistere» se le nazioni che la compongono non si schiereranno dalla parte di Israele «e dalla parte dei principi fondamentali dell’umanità descritti nella Carta dell’ONU».

 Su questa linea, un comunicato il Forum delle famiglie dei dispersi e dei rapiti nell’attacco di Hamas ha definito «scandalose» le dichiarazioni di Guterres. Secondo il Forum, il segretario dell’ONU «ignora vergognosamente il fatto che sabato 7 ottobre è stato perpetrato un genocidio contro il popolo ebraico e ha trovato un modo indiretto per giustificare gli orrori che sono stati commessi contro gli ebrei».

 La clamorosa rottura ha avuto anche degli effetti pratici. Continuando la sua aspra polemica con Gutierres, Erdan ha detto, parlando alla Radio militare: «Viste le sue parole, negheremo il rilascio dei visti ai rappresentanti dell’ONU. Del resto, abbiamo già rifiutato il visto al sottosegretario per gli affari umanitari Martin Griffiths. È arrivato il tempo di dare loro una lezione».

 È stata questa la posizione anche di molti giornali italiani. «Repubblica», con un titolo di scatola in prima pagina, dava così la notizia: «L’ONU attacca Israele. “Hamas ha le sue ragioni”». (A dire il vero, è stato notato che la frase “Hamas ha le sue ragioni” attribuita a Guterres e virgolettata, come una citazione testuale, in realtà il segretario dell’ONU non l’ha mai pronunziata)

 Anche secondo l’ANSA Guterres «accusa» Israele, provocando uno «scontro» alle Nazioni Unite.

 E uno dei più autorevoli opinionisti italiani, Paolo Mieli, sul «Corriere della sera», ha commentato: «Il segretario generale Antonio Guterres, dopo parole di condanna all’attacco del 7 ottobre che potevano apparire insincere, ha ricondotto la responsabilità dell’accaduto a “cinquantasei anni di soffocante occupazione israeliana”. Un’enormità. Parole dall’innegabile sottinteso giustificazionista».

 «L’atto originario dell’attuale conflitto», continua Mieli nel suo editoriale – significativamente intitolato «Il mondo alla rovescia» – , «gli oltre mille abitanti di Israele sgozzati, bruciati vivi e in parte rapiti, quell’atto è pressoché scomparso dall’universo della comunicazione. Ha dovuto cedere il passo al “genocidio” perpetrato contro la popolazione di Gaza cui allude il segretario dell’ONU». E definisce «impressionante» questo modo di guardare «il mondo alla rovescia».

 Il discorso di Guterres

Ma che cosa ha detto effettivamente il segretario generale dell’ONU? Riporto di seguito la traduzione testuale delle parti più significative del suo intervento:

 «Ho condannato in modo inequivocabile gli orribili e inauditi atti di terrore compiuti da Hamas il 7 ottobre in Israele. Nulla può giustificare l’uccisione, il ferimento e il rapimento deliberato di civili – o il lancio di razzi contro obiettivi civili. Tutti gli ostaggi devono essere trattati umanamente e rilasciati immediatamente e senza condizioni».

 Al tempo stesso, però, ha continuato, «è importante riconoscere che gli attacchi di Hamas non sono venuti fuori dal nulla. Il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione. Hanno visto la loro terra costantemente divorata dagli insediamenti e tormentata dalla violenza; la loro economia soffocata; la loro gente sfollata e le loro case demolite. Le speranze di una soluzione politica alla loro situazione sono svanite».

 Poi ha aggiunto: «Ma le rimostranze del popolo palestinese non possono giustificare gli spaventosi attacchi di Hamas. E questi terribili attacchi non possono giustificare la punizione collettiva del popolo palestinese».

 E che una simile “punizione” sia in atto, secondo Guterres, è innegabile: «L’incessante bombardamento di Gaza da parte delle forze israeliane, il livello di vittime civili e la distruzione di quartieri continuano ad aumentare e sono profondamente allarmanti.

 Piango e onoro le decine di colleghi dell’ONU che lavorano per l’UNRWA [l’Ufficio delle Nazioni Unite per i rifugiati] – purtroppo almeno 35 – uccisi nei bombardamenti su Gaza nelle ultime due settimane (…).

 Proteggere i civili non significa ordinare a più di un milione di persone di evacuare verso sud, dove non ci sono ripari, cibo, acqua, medicine e carburante, e poi continuare a bombardare il sud stesso. Sono profondamente preoccupato per le chiare violazioni del diritto umanitario internazionale a cui stiamo assistendo a Gaza. Voglio essere chiaro: nessuna parte di un conflitto armato è al di sopra del diritto internazionale umanitario».

 Quanto al “dopo”, rimane valida la linea indicata dall’ONU nel 1947, che costituisce ancora oggi, secondo Guterres, «l’unica base realistica per una vera pace e stabilità: la soluzione dei due Stati. Gli israeliani devono vedere concretizzate le loro legittime esigenze di sicurezza e i palestinesi devono vedere realizzate le loro legittime aspirazioni a uno Stato indipendente, in linea con le risoluzioni delle Nazioni Unite, il diritto internazionale e gli accordi precedenti».

 Una strage senza cause?

Ho voluto riportare per intero i brani più discussi del discorso di Guterres, perché mi sembra che la prima considerazione da fare riguardi le interpretazioni che ne sono state date. In cui a me pare evidente che si siano attribuite al segretario dell’ONU – nel caso di «Repubblica» addirittura con un falso – una «comprensione» (Erdan), anzi addirittura «una giustificazione» (Cohen) della strage compiuta da Hamas, che nel suo discorso sono non solo assenti, ma esplicitamente escluse.

 Guterres ha detto chiarissime parole di condanna all’attacco del 7 ottobre – perché mai dovrebbero «apparire insincere» (Mieli)? – e non ha affatto minimizzato quelli che definito «gli orribili e inauditi atti di terrore compiuti da Hamas».

 Ha solo aggiunto – ed è questo che ha fatto infuriare i rappresentanti di Israele – una ovvietà, e cioè che «è importante riconoscere che gli attacchi di Hamas non sono venuti fuori dal nulla». Non c’è bisogno di uno storico di professione per sapere che ogni evento, anche il più spaventoso, ha le sue spiegazioni.

 E, in questo caso, la spiegazione – che non significa giustificazione – è che «il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione». «Un’enormità. Parole dall’innegabile sottinteso giustificazionista», ha commentato Mieli.

 Ma neppure la giusta indignazione per la ferocia dimostrata dagli uomini di Hamas può far dimenticare che in questi ultimi cinquant’anni Israele ha sistematicamente ignorato e violato tutte le risoluzioni dell’ONU che gli imponevano di rispettare i diritti dei palestinesi.

 Un atteggiamento abituale di aperto disprezzo delle indicazioni di questo organismo – che raccoglie 193 Stati di tutto il pianeta e costituisce ancora, malgrado la sua attuale debolezza, l’unica autorità a livello internazionale – che ora si manifesta nella pretesa di farne dimettere il segretario perché non è in linea con la politica della Stato ebraico  (addirittura, l’ONU, secondo Cohen, «non avrà motivo di esistere» se le nazioni che la compongono non si schiereranno dalla parte di Israele»)  e nella scelta di «dargli una lezione», negando il visto di entrata ai suoi rappresentanti.

 È difficile non avere l’impressione di una seria difficoltà di auto-critica, da parte di Israele (come del resto da parte di Hamas), che purtroppo esclude ogni possibilità di un futuro di pace.

 Se non si accetta di mettere in relazione ciò che accaduto con l’occupazione da parte israeliana del territorio che l’ONU, con la risoluzione del 1947, aveva assegnato al popolo palestinese; con la costruzione del muro che lo ha spaccato in due; con la illegale  proclamazione di Gerusalemme – la città santa degli ebrei, ma anche dei musulmani e dei cristiani (che per questo, sempre secondo la decisone dell’ONU, avrebbe dovuto rimanere internazionale)  – nella capitale dello Stato ebraico; con il moltiplicarsi degli insediamenti illegali  di coloni israeliani sulle residue terre rimaste in mano agli antichi abitanti palestinesi; con la recentissima scelta del governo di Netaniahu di promuoverne altri e di presentare un progetto in cui lo Stato palestinese non figura affatto; se non si accetta, insomma, che «gli attacchi di Hamas non sono venuti fuori dal nulla», come ha detto Guterres, la sola risposta possibile ad essi è una violenza assolutamente simmetrica, che sta uccidendo donne e bambini palestinesi per vendicare quelli  ebrei massacrati il 7 ottobre.

Una causa, a dire il vero, è stata indicata nei riferimenti dei rappresentanti e delle famiglie israeliani alla «campagna di sterminio di massa» e al «genocidio». Si evoca l’ombra della Shoah e dell’antisemitismo e c’è davvero una frangia dell’opinione pubblica mondiale che, nelle manifestazioni di questi giorni, è sembrata animata dall’odio verso gli ebrei come tali.

 Ma non si può ricondurre automaticamente a questo antisemitismo ogni critica alla politica dello Stato ebraico, specialmente quando questo, a sua volta, dà l’impressione di violare negli altri quei diritti umani elementari di cui in passato è stato privato e di trasformarsi, da vittima, in carnefice.

 Di fronte all’antisemitismo, noi siamo tutti ebrei. Ma nessuno può criminalizzare il fato che – di fronte a ciò che sta accadendo in questi giorni a Gaza –  siamo anche tutti palestinesi.

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura della Diocesi di Palermo.

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