Visualizzazione post con etichetta FAO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta FAO. Mostra tutti i post

sabato 16 ottobre 2021

CLIMA, COVID, CONFLITTI CAUSA DI POVERTA' E FAME NEL MONDO


La sfida più grande

Emergenza climatica, Covid e conflitti condannano alla fame altri 20 milioni


- di FEDERICA ULIVIERI

 

La conferma della battuta d’arresto nella lotta alla malnutrizione, denunciata da Avvenire già da mesi, arriva dall’Indice della fame nel mondo (Ghi), uno dei principali rapporti internazionali sulla situazione Paese per Paese, presentato dalla Fondazione Cesvi, che da 35 anni si occupa dell’infanzia e delle categorie sociali più vulnerabili. Fino a qualche anno fa l’indice Ghi aveva segnalato un calo costante. Con il 2020, però la percentuale di popolazione denutrita è tornata a salire, allontanando così l’obiettivo “Fame Zero” fissato dalle Nazioni Unite per il 2030. L’indice della fame si basa su 3 indicatori: l’insufficiente assunzione calorica, riferita sia ai bambini sia agli adulti; la sottonutrizione infantile, che registra il deperimento e l’arresto della crescita; la mortalità infantile. In base a questi criteri sono stati individuati 155 milioni di persone in stato di insicurezza alimentare acuta, 20 milioni in più rispetto al 2019. Un incremento causato da tre fattori: i conflitti armati, il cambiamento climatico e la pandemia di Covid-19. Secondo l’indice Ghi, l’Asia meridionale è una regione a rischio, visto che registra livelli «alti» di fame (così vengono definiti dal report); ma l’Africa rimane il continente più problematico. È considerata «estremamente allarmante» la situazione in cui si trova la Somalia, il Paese più critico. «Allarmante» è la situazione

di nove Paesi del continente: Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Yemen, Burundi, Comore, Siria, Sud Sudan e Madagascar. «È evidente come la lotta alla fame stia andando pericolosamente fuori strada – ha denunciato Gloria Zavatta, presidente della Fondazione Cesvi – i conflitti sono “la” causa della fame nel mondo». La maggior parte dei Paesi con alti livelli di denutrizione, infatti, è quella in cui sono presenti i conflitti e i dati dell’indice della fame lo confermano. Otto dei 9 Paesi in cui ci sono livelli «allarmanti» sono afflitti dalle guerre. «È urgente spezzare il circolo vizioso con cui fame e conflitto si alimentano l’un l’altro, perché senza pace difficilmente potremo eliminare la fame nel mondo e senza sicurezza alimentare non potrà esserci pace duratura», continua Gloria Zavatta. Questa pericolosa connessione mette a rischio anche il futuro: si prevede un aumento delle persone denutrite da qui al 2030. Saranno 47 i Paesi che non riusciranno a raggiungere un livello basso di fame entro il 2030; 28 di questi si trovano in Africa subsahariana.

«Una recente proiezione della Fao ha evidenziato come, per effetto della pandemia, nel 2030 ci saranno 657 milioni di persone denutrite – ha affermato Maurizio Martina, vicedirettore generale dell’agenzia Onu per l’alimentazione e l’agricoltura –. Si tratta dell’8% della popolazione mondiale, 30 milioni di persone in più rispetto a un mondo senza coronavirus». Maurizio Martina rimarca come l’obiettivo “Fame Zero” per il 2030 si stia allontanato ma raggiungerlo non è impossibile: «Sono necessari dai 40 ai 50 miliardi di dollari all’anno di investimenti mirati, su progetti che vadano a lavorare, punto su punto, sulle aree problematiche. Serve una mobilitazione straordinaria di risorse. Otto anni sono veramente pochi ma dobbiamo provarci».

Per spezzare la catena di connessione tra guerra e fame è indispensabile pianificare conoscendo bene il territorio, dice ancora il vicedirettore generale della Fao. L’agenzia delle Nazioni Unite, ad esempio, sta lavorando su 20 cisterne nel Sahel, per fornire un aiuto infrastrutturale che duri nel tempo, per la salvaguardia del territorio e agendo così sul dramma della desertificazione, alla base dei grandi flussi migratori degli ultimi anni.

 

www.avvenire.it

 

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                      

lunedì 12 ottobre 2020

16 ottobre - GIORNATA MONDIALE ALIMENTAZIONE

Si propone alle istituzioni scolastiche  di dedicare l’attività didattica del prossimo 16 ottobre 2020 al tema della GMA 2020 
“Coltivare, nutrire, preservare. Insieme. Le nostre azioni sono il nostro futuro”.

Si allega alla presente la lettera che la FAO rivolge agli insegnanti per promuovere attività dedicate alla GMA 2020, nonché la nona edizione del Concorso Poster per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione della FAO, rivolto a studenti di tutto il mondo di età compresa tra i 5 e i 19 anni.

Ulteriori informazioni didattiche  e video dell’iniziativa sono consultabili all’indirizzo: http://www.fao.org/world-food-day/home/it/

Allegati


lunedì 8 giugno 2020

IL NOSTRO FUTURO E' NEL MARE

Giornata mondiale 
degli oceani

“Innovazione per un oceano sostenibile”, il tema della Giornata 2020. Buone notizie nel Rapporto sullo Stato della Pesca e dell’acquacoltura. Crescita record del settore secondo standard ecocompatibili. Timori per le conseguenze della pandemia. 
Intervista ad Audun Lem, responsabile della Fao

di Roberta Gisotti – Città del Vaticano

Gli Oceani sono il nostro futuro. Ce lo ricorda ancora una volta l’Onu che nel 2008 ha istituito la Giornata mondiale degli Oceani per proteggerli ed utilizzare le risorse marine in modo sostenibile per la vita dell’intero pianeta. Una tematica emergente già nella prima Conferenza sull’Ambiente convocata dalla Nazioni Unite a Rio de Janeiro, in Brasile, nel 1992, quando era stato organizzato - promosso dall’Istituto per gli oceani del Canada – l’evento “Oceans day-The blue planet”, parallelo ai lavori ufficiali, per dare l’opportunità alle organizzazioni non governative e alla società civile di esprimere le proprie opinioni su questioni ambientali. Nasceva allora l’idea di un giorno dedicato alla tutela del pianeta blu, fino alla celebrazione nel giugno 2017, a New York, di una Conferenza dell’Onu sugli Oceani.
Utilizzare le risorse marine in modo sostenibile
 “Innovazione per un oceano sostenibile” è il tema scelto in questo anno 2020 per rilanciare l’interesse della comunità internazionale. Dobbiamo aumentare - sollecita l’Onu – “la consapevolezza globale dei benefici che l'umanità deriva dall'oceano e dal nostro dovere individuale e collettivo di utilizzare le sue risorse in modo sostenibile”. Da qui l’invito a governi e comunità del mondo intero, a centri scientifici e istituti di ricerca, organismi pubblici e privati, esperti ed appassionati del mare a mobilitarsi per proteggere gli oceani e a comprendere che “le generazioni future dipenderanno anche dall'oceano per i loro mezzi di sussistenza!”.
Rapporto della Fao sulla pesca e l’acquacoltura
Buone notizie riguardo lo sfruttamento delle risorse ittiche arrivano dalla Fao, che ha presentato oggi il Rapporto mondiale sullo Stato della pesca e dell’acquacoltura. Quasi l’80 per cento di tutto il pesce sbarcato proviene infatti da stock biologicamente sostenibili. Un settore strategico, quello della pesca, con un fatturato annuo globale di mezzo trilione di dollari ed una produzione record in crescita di 20,5 chili pro capite all’anno, che evidenzia – si legge nel Rapporto – il ruolo fondamentale del pesce per la sicurezza alimentare e nutrizionale globale. “il pesce e i prodotti ittici – dichiara il direttore generale della Fao, QU Dongyu – sono ritenuti non solo gli alimenti più sani del pianeta, ma anche tra quelli con minor impatto sull’ambiente naturale.
I danni della pandemia e i rischi del settore
Restano però critiche le politiche di sostenibilità nelle regioni e nei Paesi colpiti da fame, povertà e conflitti, per le cui popolazioni “non c’è alternativa per impiantare soluzioni sostenibili” di pesca e acquacoltura. C’è inoltre allarme per le conseguenze della pandemia, che potrebbe si stima diminuire di oltre il 6 per cento la produzione di pescato a causa dei divieti, della carenza di manodopera dovuto all’emergenza sanitaria, all’interruzione dei trasporti internazionali e alla forte riduzione dell’offerta e della domanda turistica.
Ma c’è grande ottimismo sulle potenzialità del settore e sull’aumentata sensibilità dei governi, delle imprese del settore e dell’opinione pubblica sulla necessità di gestire in modo virtuoso le risorse marine, sfruttando anche innovazione e tecnologie, oggi a disposizione, sottolinea Audun Lem, vicedirettore del Dipartimento Pesca e Acquacoltura della Fao. E’ questo il messaggio positivo del nostro Rapporto 2020: "la gestione delle risorse ittiche sta funzionando ed è giunto il momento di applicarla in modo più ampio".






martedì 17 ottobre 2017

INTRODURRE NEL LINGUAGGIO DELLA COOPERAZIONE LA CATEGORIA DELL'AMORE

PAPA FRANCESCO 
ALLA FAO
        
  " .......  mi pongo – e vi pongo – questa domanda: è troppo pensare di introdurre nel linguaggio della cooperazione internazionale la categoria dell’amore, declinata come gratuità, parità nel trattare, solidarietà, cultura del dono, fraternità, misericordia? In effetti, queste parole esprimono il contenuto pratico del termine “umanitario”, tanto in uso nell’attività internazionale. Amare i fratelli e farlo per primi, senza attendere di essere corrisposto: è questo un principio evangelico che trova riscontro in tante culture e religioni e diventa principio di umanità nel linguaggio delle relazioni internazionali. E’ auspicabile che la diplomazia e le Istituzioni multilaterali alimentino e organizzino questa capacità di amare, perché è la via maestra che garantisce non solo la sicurezza alimentare, ma la sicurezza umana nella sua globalità. Non possiamo operare solo se lo fanno gli altri, né limitarci ad avere pietà, perché la pietà si ferma agli aiuti di emergenza, mentre l’amore ispira la giustizia ed è essenziale per realizzare un giusto ordine sociale tra realtà diverse che vogliono correre il rischio dell’incontro reciproco. Amare vuol dire contribuire affinché ogni Paese aumenti la produzione e giunga all’autosufficienza alimentare. Amare si traduce nel pensare nuovi modelli di sviluppo e di consumo, e nell’adottare politiche che non aggravino la situazione delle popolazioni meno avanzate o la loro dipendenza esterna. Amare significa non continuare a dividere la famiglia umana tra chi ha il superfluo e chi manca del necessario.
        L’impegno della diplomazia ci ha dimostrato, anche in eventi recenti, che fermare il ricorso alle armi di distruzione di massa è possibile. Tutti siamo consapevoli della capacità di distruzione di tali strumenti. Ma siamo altrettanto consapevoli degli effetti della povertà e dell’esclusione? Come fermare persone disposte a rischiare tutto, intere generazioni che possono scomparire perché mancano del pane quotidiano, o sono vittime di violenza o di mutamenti climatici? Si dirigono dove vedono una luce o percepiscono una speranza di vita. Non potranno essere fermate da barriere fisiche, economiche, legislative, ideologiche: solo una coerente applicazione del principio di umanità potrà farlo. E invece diminuisce l’aiuto pubblico allo sviluppo e le Istituzioni multilaterali vengono limitate nella loro attività, mentre si ricorre ad accordi bilaterali che subordinano la cooperazione al rispetto di agende e di alleanze particolari o, più semplicemente, ad una tranquillità momentanea. Al contrario, la gestione della mobilità umana richiede un’azione intergovernativa coordinata e sistematica, condotta secondo le norme internazionali esistenti e permeata da amore e intelligenza. Il suo obiettivo è un incontro di popoli che arricchisca tutti e generi unione e dialogo, e non esclusione e vulnerabilità.
          Qui permettetemi di collegarmi al dibattito sulla vulnerabilità che a livello internazionale divide quando si parla dei migranti. Vulnerabile è colui che è in condizione di inferiorità e non può difendersi, non ha mezzi, vive cioè una esclusione. E questo perché è costretto dalla violenza, da situazioni naturali o peggio ancora dall’indifferenza, dall’intolleranza e persino dall’odio. Di fronte a questa condizione è giusto identificare le cause per agire con la necessaria competenza. Ma non è accettabile, che per evitare di impegnarsi, ci si trinceri dietro a sofismi linguistici che non fanno onore alla diplomazia ma la riducono, da “arte del possibile”, a un esercizio sterile per giustificare egoismi e inattività.
          E’ auspicabile che di tutto questo si tenga conto nell’elaborazione del Pacto mundial para una migración segura, regular y ordenada, in corso in questo momento in seno alle Nazioni Unite.
        4. Prestiamo ascolto al grido di tanti nostri fratelli emarginati ed esclusi: “Ho fame, sono forestiero, nudo, malato, rinchiuso in un campo profughi”. È una domanda di giustizia, non una supplica o un appello di emergenza. È necessario un ampio e sincero dialogo a tutti i livelli perché emergano le soluzioni migliori e maturi una nuova relazione tra i diversi attori dello scenario internazionale, fatta di responsabilità reciproca, di solidarietà e di comunione.
         Il giogo della miseria generato dagli spostamenti spesso tragici dei migranti, può essere rimosso mediante una prevenzione fatta di progetti di sviluppo che creino lavoro e capacità di riposta alle crisi climatiche e ambientali. La prevenzione costa molto meno degli effetti provocati dal degrado dei terreni o dall’inquinamento delle acque, effetti che colpiscono le zone nevralgiche del pianeta dove la povertà è la sola legge, le malattie sono in crescita e la speranza di vita diminuisce.
       Sono tante e lodevoli le iniziative messe in atto. Tuttavia, non bastano; è necessario e urgente continuare ad attivare sforzi e finanziare programmi per fronteggiare in maniera ancora più efficace e promettente la fame e la miseria strutturale. Ma se l’obiettivo è favorire un’agricoltura che produca in funzione delle effettive esigenze di un Paese, allora non è lecito sottrarre le terre coltivabili alla popolazione, lasciando che il land grabbing (acaparamiento de tierras) continui a fare i suoi profitti, magari con la complicità di chi è chiamato a fare l’interesse del popolo. Occorre allontanare le tentazioni di operare a vantaggio di gruppi ristretti della popolazione, come pure di utilizzare gli apporti esterni in modo inadeguato, favorendo la corruzione, o in assenza di legalità........ "