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venerdì 2 gennaio 2026

IL CORAGGIO DELLA PACE

 

Scegliamo

il coraggio 

della pace. 


La guerra 

non è un destino


Al centro delle nostre vite nel nuovo anno non sarà un oggetto, ma ugualmente è qualcosa di estremamente concreto: la pace. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ha pubblicato da poco “Il coraggio della pace”: «Il coraggio viene spesso associato solo alla guerra», spiega. 

«La pace richiede lavoro, sacrificio e uno sforzo enorme per essere raggiunta. Si sta diffondendo l'idea che la guerra sia il vero destino antropologico dell'uomo, che l'essere umano e il conflitto siano compagni inscindibili. Io non lo credo affatto»

di Anna Spena

 

Non siamo ciò che possediamo, questo è chiaro. Ma è pur vero che gli oggetti che ci stanno accanto nella quotidianità plasmano il nostro essere. Quali sono allora “le cose” che segneranno l’anno che verrà? Quali gli oggetti da riscoprire? Quali quelli da guardare sotto una nuova luce? Nei giorni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, ripartiamo da qui: le cose. Senza troppi discorsi, senza troppa teoria. Gli oggetti. A ricordarci che la realtà precede le nostre parole e che l’esercizio da fare è sempre quello, paziente, di adeguare le parole alla realtà che cambia tumultuosamente e sempre ci sfugge. In fondo oggi non siamo più solo nell’epoca della post-verità, siamo in quella della post-realtà. Non è un caso che da poco sia uscito un libro titolato La realtà è sopravvalutata (lo ha scritto Alfredo Gatto). Il contesto in cui siamo immersi lo descrive bene Mattia Ferraresi nel suo I demoni della mente: in questa epoca «segnata dal dominio incontrastato del soggetto», la grande certezza è che «la realtà non esiste». È qui che prosperano i complottismi, le dietrologie e prende forma un’epoca «in cui non si ha fiducia in niente ma si crede a tutto». Se vogliamo arginare lo scivolamento verso una concezione della realtà come luogo inconoscibile e tutto sommato ostile per chi lo abita, occorre forse ripartire da qui: «dare all’oggetto una possibilità». Quello che è nato come un gioco per i giorni di festa, così, è diventato un gioco serissimo. Buona lettura e buon anno! (SDC)

La guerra non è un destino inevitabile. Ce lo dobbiamo ripetere, sempre. La pace ha bisogno di coraggio, di quello di tutti. Leggiamolo l’ultimo libro pubblicato da Andrea Riccardi, professore di Storia contemporanea e fondatore, nel 1968, della Comunità di Sant’Egidio, ha ricoperto la carica di ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione nel governo Monti tra il 2011 e il 2013. Il libro si intitola Il coraggio della pace (Editrice Morcellina, 80 pag). L’appello di Riccardi è quello di riscoprire il «senso di appartenenza a una comunità globale di destino».

Professore, cosa portiamo nel 2026?

Un anno di pace. Il mio pensiero va agli ucraini, sotto i bombardamenti da quattro anni, ai gazawi, ai sudanesi e al loro dramma troppo spesso dimenticato. Stiamo vivendo l’era della forza, in cui la guerra domina i rapporti internazionali e si riflette drammaticamente nella nostra società, rendendo i rapporti personali più duri, competitivi e aggressivi. Per il 2026 auspico un ritorno alla pace. In questo senso, l’anniversario francescano cade a proposito: San Francesco, nel duro Medioevo, annunciò la pace tra comuni e signorie in lotta. Oggi il nostro mondo è fatto di frammenti e fare pace significa ricollegare questi pezzi attraverso un atteggiamento fraterno.

Papa Leone XIV nel suo messaggio per la 59esima Giornata mondiale della pace, che si celebra proprio il primo gennaio 2026 – “La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante” – dice così: «Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica».

È un documento profondamente pacificante e pacificatore. Purtroppo, il dibattito politico spesso “furbamente” non fa i conti con queste parole, fingendo di non accorgersene perché scardinano le logiche di potere correnti.

La pace è ancora possibile?

Oggi la pace sembra scomparsa come valore e aspirazione, persino rispetto ai tempi della Guerra Fredda. Ho intitolato il libro Il coraggio della pace perché il coraggio viene spesso associato solo alla guerra. C’è chi dice che noi europei siamo paurosi perché non vogliamo vedere i nostri figli morire in battaglia; io credo, invece, che non siamo paurosi se abbiamo il coraggio della pace. La pace richiede lavoro, sacrificio e uno sforzo enorme per essere raggiunta. La guerra, come vediamo in Ucraina, è solo distruzione: distrugge i Paesi e trasforma gli Stati in entità militari chiuse e imperiali. Si parte baldanzosi e si finisce in cattività o indeboliti. 

Siamo di fronte a una crisi del multilateralismo: si tagliano i fondi alla cooperazione internazionale per investire nel riarmo. Come spieghiamo quanto sia controproducente questa scelta?

Tagliare i fondi alla cooperazione è un errore globale, non solo italiano. La cooperazione crea legami e previene i conflitti; è un atto politico che unisce i popoli in un destino comune. Oggi, invece, la parola d’ordine è “riarmarsi”. Si giustifica questa scelta con la minaccia militare russa, ma io concordo con quanto sostenuto da Cacciari: se la minaccia è reale, allora il problema non è solo una questione di bilancio, ma coinvolge il tema dell’arma atomica. Ciò che mi preoccupa profondamente in questa corsa al riarmo è lo scenario politico europeo: pensiamo alla Germania, dove il partito di estrema destra AfD è in forte ascesa nei sondaggi. Vogliamo davvero consegnare un arsenale militare potenziato a forze di questo tipo, qualora dovessero vincere le elezioni? È un rischio storico che non possiamo ignorare.

Il settimo capitolo del suo libro si intitola “La guerra come destino la pace come parentesi”: è questa la prospettiva in cui siamo?

Purtroppo sì, è una tendenza pericolosa. La pace di cui abbiamo goduto in Europa per decenni viene oggi considerata da molti come una semplice “parentesi” storica. Si sta diffondendo l’idea che la guerra sia il vero destino antropologico dell’uomo, che l’essere umano e il conflitto siano compagni inscindibili. Io non lo credo affatto. Credo nella civiltà e credo che quello che abbiamo pregustato in questi decenni non sia un intervallo tra due tragedie, ma un progetto concreto per il mondo intero. Non dobbiamo rassegnarci all’idea dell’essere umano come “essere combattente” per sempre. La guerra, prima ancora di essere atroce, è una cosa stupida; bisogna averla vista da vicino per capire quanto sia priva di senso.

Si sta diffondendo l’idea che la guerra sia il vero destino antropologico dell’uomo, che l’essere umano e il conflitto siano compagni inscindibili. Io non lo credo affatto.

Lei la guerra l’ha toccata con mano…

L’ho vista in Libano e in Mozambico. Lì ho capito che la guerra è una realtà diabolica. Ma possiamo toccarla anche qui, attraverso gli occhi dei rifugiati. Ricordo i disegni dei bambini siriani in Libano: usavano solo il rosso per dipingere fuoco e case che bruciavano. Quegli occhi testimoniano l’orrore meglio di qualsiasi discorso.

Il primo capitolo del libro, invece, è una domanda: “Parole incompatibili?” e si riferisce alla pace e al coraggio. Quindi come facciamo a trovare noi il coraggio della pace? Quali sono i nostri strumenti?

Prima di tutto, bisogna uscire dall’indifferenza: bisogna interessarsi a ciò che succede nel mondo. Non si può vivere responsabilmente in una comunità globale senza avere un minimo di cultura geopolitica. È proprio l’ignoranza dei più che permette ai “forti” e ai potenti di questo mondo di decidere per la guerra sopra le nostre teste. Interessarsi significa sviluppare una cultura, partecipare attivamente e far sentire il nostro peso nelle scelte del Paese. Significa sostenere la cooperazione e, per chi crede, praticare la preghiera per la pace. La preghiera non è un atto passivo, ma una “grande arma di pace” che smuove le coscienze.

Professore, restando sul tema dell’interesse e della partecipazione: tra settembre e ottobre le piazze si sono riempite per la questione di Gaza, dando un segnale che forse il governo non ha saputo cogliere. È un caso isolato o potrebbe essere un punto di svolta verso quella consapevolezza che lei auspica?

Gaza è una guerra che sentiamo vicina, ma non dobbiamo dimenticare il grande silenzio che avvolge altri conflitti. Anche quella in Ucraina è una guerra vicina. La Siria è stata distrutta per quasi 15 anni da una guerra civile brutale e da un potere feroce, eppure non ho sentito una reazione paragonabile. Anche in Sudan sta accadendo qualcosa di terribile proprio ora, ma noi nemmeno lo sappiamo. Credo che sia necessario allargare ulteriormente la nostra coscienza. Dobbiamo superare l’ignoranza e l’indifferenza verso ogni dramma dimenticato.

Se non c’è uno sforzo corale da parte nostra, non possiamo chiedere il perdono a chi ha perso tutto

Non possiamo chiedere lo sforzo della pace alle vittime. È un impegno che spetta a noi?

Il dolore delle vittime va assunto da noi. Mi torna in mente Paolo VI all’Onu nel 1965: “Faccio mia la voce dei sofferenti”. Se non c’è uno sforzo corale da parte nostra, non possiamo chiedere il perdono a chi ha perso tutto. Il perdono è un modo per chiudere il cerchio, ma serve un impegno collettivo per creare le condizioni affinché avvenga.

Cosa pensa del piano di pace per l’Ucraina?

Siamo in una dinamica terribile. L’Ucraina chiede una “pace giusta” e non vuole rinunciare ai territori. Ma vediamo un popolo stremato. Bisogna fare presto, perché ogni giorno in più è un giorno di tragedia. La pace deve essere giusta, sì, ma deve arrivare prima che il popolo sia completamente annientato.

VITA


 

lunedì 30 settembre 2024

IMMAGINARE LA PACE


 PERCHE'

 IL MONDO 

NON SIA SFIGURATO


 - di Andrea Riccardi

L’appello di pace, lanciato a Parigi la settimana scorsa da donne e uomini di religione e da personalità umaniste, chiede di «immaginare la pace» e ricordare cosa è stata la guerra.

Sul sagrato della basilica di Notre Dame, ormai quasi ricostruita, l’appello firmato dai vari leader è suonato grave.

Sembrava che ci fosse un’altra ricostruzione da fare per non scivolare nel fuoco della guerra. Infatti, è necessario guardare oltre l’attuale orizzonte, dominato dalle logiche di guerra, senza spazio per costruire o immaginare.

L’appello afferma: «Purtroppo, c’è una diffusa rassegnazione di fronte ai conflitti aperti, che rischiano di degenerare in una guerra più grande e travolgente. In tante parti del mondo, e anche qui in Europa, si è smarrita la memoria dell’orrore della guerra, eredità dei due conflitti mondiali del Novecento.

Quell’eredità che mostra come solo la pace è un’alternativa umana e giusta!».

La pace è stata ormai, in larga parte, espunta dal discorso pubblico.

Si parla di armi, minacce, scontri. A questo si fa l’abitudine.

Anche il recente e allarmante discorso di Putin sull’uso dell’arma atomica e il cambiamento della dottrina strategica russa è stato preso – mi pare – alla leggera.

Abbiamo dimenticato che cosa sono state le guerre.

Stanno scomparendo quanti hanno vissuto l’ultimo conflitto mondiale e i testimoni della Shoah. E con loro la memoria.

Papa Francesco, nell’enciclica Fratelli tutti, ha denunciato la «fine della coscienza storica».

In Lussemburgo ha ripreso questo tema con forza in una terra che ha conosciuto l’invasione nazista, nonostante la neutralità: «Siamo smemorati in questo.

Per sanare questa pericolosa sclerosi, che fa ammalare gravemente le nazioni e aumenta i conflitti e rischia di gettarle in avventure dai costi umani immensi, rinnovando inutili stragi, occorre alzare lo sguardo verso l’alto...».

La storia rischia di ripetersi.

Per questo ci vuole una svolta profonda, non si può lasciare tutto nelle mani delle logiche di guerra e di una politica a rimorchio degli eventi.

Bisogna «impedire l’impazzimento della ragione e l’irresponsabile ritorno a compiere i medesimi errori dei tempi passati, aggravati per giunta dalla maggiore potenza tecnica di cui l’essere umano ora si avvale».

La guerra oggi è più distruttiva di ieri.

Siamo sulla china dell’impazzimento della ragione, causato dai nazionalismi, per cui non c’è altra strada che sconfiggere l’altro e non esistono ragioni se non le proprie.

La guerra, anche se porta risultati militari a una parte, alla fine è la sconfitta di tutti.

Così Francesco, nel cuore dell’Europa, ha parlato con una solennità raramente usata, «come Successore dell’Apostolo Pietro, a nome della Chiesa... esperta di umanità».

Per lui – l’ha detto più volte – il momento è grave.

In questo tempo smemorato, la Chiesa non dimentica la storia e implora che non si ripeta.

Tutti oggi pagano un duro prezzo per le guerre. Soprattutto i Paesi più fragili.

Pensiamo al Libano, già modello di convivenza tra cristiani e musulmani, che ospita profughi – palestinesi e siriani –, che assommano a più della metà della sua popolazione.

Citando il Lussemburgo nella Seconda guerra, ma forse pensando al Libano oggi, il Papa ha detto: «Quando prevalgono logiche di scontro e di violenta contrapposizione, i luoghi che si trovano al confine tra potenze che confliggono finiscono per essere – loro malgrado – pesantemente coinvolti».

Eppure, questi luoghi sono crocevia preziosi, come il Libano in Medio Oriente: sono «i più adatti a indicare, non solo simbolicamente, le esigenze di una nuova epoca di pace e le strade da percorrere», ha concluso Francesco.

Bisogna immaginare un’epoca di pace.

Il dolore dei popoli in guerra lo esige: ucraini, palestinesi, israeliani, libanesi, sudanesi, gente del Kivu e tanti altri.

Si devono aprire percorsi di tregua e di dialogo per avanzare verso un’architettura internazionale di pace. Altrimenti le guerre non avranno fine.

Una vittoria militare non renderà mai sicuro un Paese.

Solo una solida “civiltà del vivere insieme” offre sicurezza e pace a popoli che confinano o abitano nelle stesse terre.

Tuttavia – come ha detto Francesco – bisogna alzare lo sguardo e ispirarsi a visioni e valori più alti, che ci liberino dal fascino prepotente delle ragioni della guerra e dalla logica della risposta conflittuale all’altro.

Alla base c’è anche un imbarbarimento dei cuori e delle menti.

Chiese, religioni, umanisti, persone di buona volontà devono muoversi per “una civiltà del vivere insieme”.

Ci vuole immaginazione: com’è stato dopo la Seconda guerra mondiale in Europa occidentale.

Perché il mondo non sia disumanizzato e sfigurato dalle guerre.

 

www.avvenire.it

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lunedì 27 maggio 2024

UN PANE DA CONDIVIDERE

 Un dramma cristiano è il pane senza la solidarietà.

Nelle fedi è da sempre simbolo di solidarietà. Mangiarne insieme significa condividere. Non averne nega, spesso, anche il diritto al nome e alla parola: evidenze di vuoto umano e spirituale


- di Andrea Ricciardi

 Mangiare insieme

Prendiamo il tema della tavola in comune che tocca i primi secoli del cristianesimo. La tavola unisce, nella memoria della cena, ma anche nell’agape condivisa, gente che si dice cristiana, di provenienza sociale e religiosa differente. Ebrei e non ebrei, gente di ceto diverso: le diversità, però, si fanno evidenti alla tavola comune, non solo per gli interdetti alimentari, ma per gli usi delle varie classi sociali e anche della qualità del cibo. A Corinto la comunanza di tavola suscita problemi gravi: si fatica a mangiare insieme.

Mangiare insieme vuol dire riconoscersi dello stesso mondo e solidali nella stessa famiglia. Ha avuto successo nei decenni dopo il Vaticano II un versetto della Didaché, testo tra la fine del I secolo e l’inizio del II, perduto e ritrovato a fine Ottocento: «Se condividiamo il pane del cielo, come non condivideremo quello della terra?». Il pane evidenzia distanze e divisioni, come pure la volontà di fraternità.

Condividere il pane della terra non è facile e spontaneo, come si vede anche in antiche comunità entusiaste come quella dei corinti. Paolo scrive, ammonendoli: «Ciascuno, infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame e l’altro è ubriaco. Non avete le vostre case per mangiare e per bere?» (I Cor 11, 21-22). Ci sono quelli che consumano il proprio cibo senza condividerlo con gli altri, nota l’esegeta Richard Hays. Per Paolo è un’umiliazione dei fratelli poveri e un oltraggio all’unità della Chiesa. La tavola, luogo d’intimità e di gusti e abitudini di gruppo, mette in luce il classismo dei vari gruppi sociali. Paolo lotta perché la comunanza alla tavola esprima l’uguaglianza e la fraternità dei cristiani.

La tavola è una prova per la fraternità.

 Plinio il Giovane, morto circa nel 114, illustra il classismo a tavola, quando parla di un ospite raffinato che esalta: «Per sé e per pochi imbandiva cibi ricercati, per tutti gli altri cibi di poco valore e dozzinali. Anche il vino in piccole bottiglie aveva suddiviso in tre categorie… l’una era per lui e per noi, un’altra per gli amici meno importanti (perché egli gradua le amicizie), l’ultima per i liberti suoi e nostri».

Le religioni, nella loro storia, con tutte le diversità dei tempi e delle situazioni, hanno dato il pane a chi aveva fame o hanno spinto i loro fedeli a darlo. Ma sono state sfidate dalla distanza, dal senso di superiorità, dal disprezzo, quando - lo dice Gregorio - non basta dare il pane ma bisogna dare la parola, che sola costruisce fraternità. Anche perché il povero ha bisogno di parlare e di essere chiamato per nome come ognuno, perché la povertà si accompagna alla solitudine.

Le vicende dei senza fissa dimora che popolano le nostre città e che hanno storie tanto diverse, sono quasi marcate da solitudine profonda. Senza fissa dimora e senza parole. Chi ha esperienza di questo mondo che popola le nostre città -a Roma ce ne sono circa 8.000 con storie e motivazioni diverse - sa bene come la deprivazione di quasi tutto (anche se talvolta si dorme all’aperto anche per motivi personali) sia accompagnata da un grande silenzio, mancanza di parole, dialogo, senza mai essere chiamati per nome.

Chi ha esperienza di questo mondo conosce la fame di parole e di conversazione che taluni hanno, espressa anche nella volontà di raccontare storie.

Universalità del pane.

Il pane, nel sentire comune, ha conservato per secoli un valore simbolico e sacro, con l’idea, viva fino a ieri in varie famiglie, che il pane non debba andare buttato. Ricordo della sacramentalità dell’Eucarestia, coscienza legata al fatto che è un alimento prezioso. C’è, rispetto al pane, così basilare nella dieta di molti, l’idea di una sua destinazione universale. David Maria Turoldo, in una raccolta di poesie, Il sapore del pane, scrive: «l’ultimo pane è per chi ha fame». È la tradizione che biso-gna lasciare qualcosa, un po’ di pane, per chi verrà. Il mio pane non è tutto mio. Una ribellione all’appropriazione totale del pane.

Pablo Neruda ne canta l’universalità: «Il pane… / di ogni uomo, / ogni giorno / arriverà perché andammo a seminarlo / …non per un uomo / ma per tutti, /…per tutti i popoli / e con esso ciò che ha / forma e sapore di pane / divideremo: / la terra, / la bellezza, / l’amore, / tutto questo ha sapore di pane». Pane non per uno solo, ma per ogni uomo, per tutti. Il sapore del pane è quello di una terra condivisa assieme all’amore e alla bellezza. Sembra quasi che il pane si trascenda. D’altra parte, pane significa anche intimità familiare. Edith Bruck, ragazza ebrea, ungherese e contadina, strappata dalla sua povera casa, mentre i gendarmi ungheresi irridevano il padre che aveva sul petto le medaglie di guerra, e stanno per portare gli ebrei nel ghetto e poi allo sterminio… sente la madre che, nell’istante della deportazione, grida: «Il pane, il pane!». Il ricordo della madre e della vita familiare del villaggio ungherese, discriminati tra i poveri, diventa il pane perduto, un romanzo-memoria.

Il sapore del pane.

Il sapore del pane è anche quello dell’intimità, ma allo stesso tempo il pane chiama a essere condiviso oltre, in solidarietà. Questo è il dramma che ha spaccato il cristianesimo. Il quale ha colto, in taluni momenti e personaggi, il valore di solidarietà che promana dal pane. Ma anche vissuto il divorzio tra pane e parola e ha generato un’elemosina univoca, che non crea solidarietà, incapace di cogliere la voglia di riscatto del mondo povero.

Il cristianesimo orientale, meno organizzato dei cattolici in opere caritative, ne ha colto il dramma. Olivier Clément, occidentale ma ortodosso, ha parlato di divorzio tra le aspirazioni di riscatto del mondo dei poveri e la Chiesa: un divorzio all’origine del conflitto tra movimento socialista e comunista, che proponeva una redenzione sociale e la Chiesa stessa.

Il filosofo russo Berdjaev, che ha vissuto la rivoluzione bolscevica, critica il prometeismo marxista, ma anche l’individualismo che separa fede e giustizia sociale. Tocca il tema del pane e della solidarietà con una profondità straordinaria: «Quella del pane per me è una questione materiale; ma la questione del pane per il mio prossimo, per gli uomini di tutto il mondo, è una questione spirituale e religiosa. La società dev’essere organizzata in modo tale che vi sia pane per tutti; soltanto allora la questione spirituale si porrà davanti all’uomo in tutta la sua profonda essenza».

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