Abuso dei social da parte dei ragazzi?
Abuso dei social da parte dei ragazzi?
L’unica via è multare i genitori
Quanta responsabilità
hanno i genitori rispetto all'uso eccessivo e per nulla controllato dei social
network da parte dei ragazzi? Enorme, ma fanno spallucce: sono i primi a
mettere uno smartphone in mano ai figli e a smontare i filtri. Ecco allora la
proposta provocatoria (ma non troppo) di Matteo Flora di multarli
La scorsa estate, mentre
si presentavano le proposte di legge per normare l’accesso a Internet per quel
che riguarda i documenti obbligatori, ha acceso il dibattito con il suo
libro Tette e gattini (scaricabile gratuitamente
online), dove parla del perché bloccare l’accesso ai minori serve a poco,
soprattutto se i genitori, con i loro comportamenti, remano contro. Ora Matteo
Flora, imprenditore, divulgatore, esperto in sicurezza delle Ai e
delle Superintelligenze, torna a far discutere con una tesi disruptive e
impopolare: «È inutile pretendere che siano i social a fare i guardiani, se poi
sono i genitori stessi a giurare che l’account è loro, che lo gestiscono loro,
che il figlio “lo usa solo ogni tanto”. Non esiste verifica dell’età, sistema
di parental control o moderazione algoritmica che regga, se poi sono gli adulti
i primi a sabotare il meccanismo. Bastano due clic e una dichiarazione mendace
per riaprire un profilo chiuso, e l’intera impalcatura normativa si sgretola»,
ha scritto sul suo profilo Linkedin.
Il tema cioè «è
continuiamo fa chiedere ad altri di fare il lavoro che spetta a chi quel
telefono, quella SIM e quell’account li ha materialmente consegnati a un
minore, e che, quando viene chiamato in causa, sceglie di coprirlo invece di
assumersene la responsabilità». In altre parole, il tema è la responsabilità
dei genitori, di cui si è già ampiamente parlato nei giorni scorsi a valle
della doppia sentenza contro Meta e Google, che sono state condannate negli
Stati Uniti a multe e risarcimenti: i giudici in sostanza hanno stabilito che
la dipendenza non deriva tanto da “come usi” i social, ma da come sono
costruiti». La tentazione di dire che è «tutta colpa dell’algoritmo» è forte,
ma in realtà un tema di responsabilità resta. «Alle industrie digitali – che
ormai pervadono la nostra vita con un’ottica orientata al profitto, non certo
al benessere – vanno certamente date delle regole, ma ogni iniziativa di questo
tipo non può smarcare gli adulti e in generale la comunità/società dal suo
ruolo educativo», ha sottolineato Jacopo Dalai, psicoterapeuta
sistemico-relazionale, fondatore e presidente della cooperativa sociale Nivalis su “Dire, fare, baciare”,
la newsletter di Sara De Carli riservata agli abbonati di VITA e dedicata alla
famiglia, alla scuola, all’educazione.
Flora, davvero ritiene
che l’unica soluzione sarebbe multare i genitori…
Ovviamente non è l’unica
soluzione. Abbiamo due problemi paralleli. Il primo è se limitare i social e il
web a un pubblico adulto può funzionare o meno. Ci ha provato la Francia, ci ha
provato l’Australia, ci sta per provare la Spagna… non funziona, ci sono i
numeri che lo attestano. Fra l’altro con questa norma non stiamo dicendo al
social network che i ragazzini non possono stare online, almeno noi: stiamo
solo dicendo che, per aprire un account, devi inserire un documento di
identità. Poi potremmo anche far finta che questa cosa funzioni, ma i dati
dicono che è solo un palliativo comodo, nel senso che abbiamo fatto qualcosa da
un punto di vista politico, abbiamo prodotto una norma. Che poi non abbia
funzionato passa in secondo piano, dal punto di vista della comunicazione
politica e sociale il messaggio che passa è che qualcosa andava fatto e noi
l’abbiamo fatto. Ma, a parte tutto questo, il problema reale è un altro e
resta. Il problema reale è che già adesso le piattaforme Internet non possono
far accedere minori e invece noi troviamo una quantità enorme, spropositata, di
minori online. Così puntiamo il dito: «Cattivi social network, adesso vi
multiamo». Io ho fondato un’associazione, si chiama “PermessoNegato“: è la
più grande realtà europea che si occupa di contrasto alla pornografia non
consensuale. Spesso segnaliamo: «C’è questo account con un minore – molto
minore, lo voglio dire, vediamo casi di bambini di 8-9 anni – che risponde, che
interagisce». Cosa succede a valle della segnalazione? Succede che chiudono
l’account, ma tempo 24 ore viene riaperto. E noi siamo ancora contro i social
network.
I divieti vanno bene per
poter dire “qualcosa andava fatto e noi l’abbiamo fatto”. Ma il problema reale
è un altro e resta. Il problema reale è che già adesso le piattaforme Internet
non possono far accedere minori e invece noi troviamo una quantità enorme,
spropositata, di minori online
E dove sbagliamo? Qual è
il punto reale su cui agire, allora?
In realtà il problema è
un altro. Quando arriva il blocco del contenuto, il genitore esordisce: «No,
non è vero, non è stato lui, ero io che lo utilizzavo». E il social network non
può fare nient’altro, in quanto non è un organo di Polizia, che accettare la
dichiarazione del genitore e riattivare l’account. Quello che noi vediamo è
questa cosa qui e sono certo che continueremo a vederla. Se il social network
viene obbligato solo a verificare l’età, allora la prospettiva in cui ci
mettiamo è semplicemente quella del poter dire “abbiamo fatto qualcosa”, non
quella del voler dare una risposta al problema: non aspettiamoci che ci siano
dei risultati. Il problema c’è prima, c’è già quando un genitore dà in mano il
cellulare al figlio, perché non credo che un bambino di 8-9 anni lo smartphone
se lo compri con la paghetta e si installi la Sim, anche perché nessuno gliela
attiverebbe.
Significa che bisogna
chiamare in causa il tema dell’educazione?
Non devo essere io a
spiegare a nessuno come educare i propri figli, ci sono dei professionisti che
hanno questo compito. Pensiamo però a quello che succede con la scuola, dove
sappiamo benissimo che il docente, un tempo figura educativa, oggi non è più tale.
Quando portavo a casa una nota, giusta o sbagliata che fosse, non mi lamentavo
mai a casa con i miei genitori, perché sapevo che avrebbero dato ragione al
professore: adesso si fanno i ricorsi al Tar. L’unica cosa che io dico,
provocatoriamente ma neanche tanto, è di rifare quello che è successo con il
casco in moto: quando in realtà i caschi sono stati finalmente utilizzati?
Quando è entrata in vigore la norma e con essa le multe a chi vi contravveniva.
Ora, se noi non prevediamo a livello normativo una disincentivazione da un
punto di vista meramente economico, non ne usciremo. Un altro esempio? Ci sono
Paesi in cui nessuno parcheggia in seconda fila e la società è abbastanza
evoluta da non avere bisogno di una sanzione per questo. L’Italia non è tra questi
e ha bisogno di una norma sanzionatoria.
Subentra la
responsabilità del genitore che mette il ragazzino davanti a Internet,
nonostante sappia che dà dipendenza e che genera depressione
C’è, quindi, un problema
di controllo?
Il controllo è alla base
di tutto. Ne abbiamo bisogno, così come ci vogliono attenzione e
autorizzazione. Non possiamo avere solo il controllo perché se lasciamo che
esistano le figure dei baby influencer, che ci sono e che continueranno ad
esistere, quello che noi impediremo non è la pubblicazione di materiale
riguardante un minore online, ma che il minore possa in autonomia decisionale
gestirsi un account. E per quello basta una dichiarazione. E chi può dire di
no? Il social network non lo può certamente fare. Qui subentra la
responsabilità del genitore che mette il ragazzino davanti a Internet,
nonostante sappia che dà dipendenza e che genera depressione. E questo ce lo
dicono le evidenze scientifiche. E perché il genitore lo lascia comunque lì da
solo? Perché è comodo. È un’ottima alternativa all’attenzione, un’ottima
alternativa al tempo da dedicare.
Anche altri Paesi stanno
provando a creare dei blocchi nell’accesso al web e ai social…
L‘Inghilterra sta
adottando il controllo del documento per una serie di siti web, per esempio
quelli pornografici. Quel che ha ottenuto però è estremamente pericoloso,
perché sembrerebbe positivo il fatto che il traffico ai 4-5 siti web più
conosciuti sia diminuito in maniera sostanziale ma invece, quei 4-5 siti più
importanti erano paradossalmente i più sicuri. Non che fossero etici, ma
incassavano miliardi ogni anno con la pubblicità, quindi stavano attenti a togliere
contenuti per esempio violenti: insomma erano quelli che spendevano di più per
essere sicuri. Invece, oggi, è aumentato esponenzialmente il traffico a tutti
gli altri siti minori che non si sono attrezzati e che non hanno
nessuna intenzione di farlo perché diversamente non ci guadagnerebbero così
tanto.
Sbaglia o no chi dice che
i social network sono i cattivi della situazione?
Io non sono certo un
amico dei social network, ma nemmeno me la sento di dire che sono i cattivi
della situazione. Dico che semplicemente, con un minimo di razionalità,
dobbiamo onestamente affermate che la disincentivazione va messa in capo al
comportamento di chi li usa. Non posso chiedere a un genitore
alcolizzato di sorvegliare che il figlio non segua la sua strada, ma noi stiamo
facendo esattamente la stessa cosa con i social. Ci dimentichiamo di tutti
quegli studi che ci dicono che Internet fa male ai bambini, che porta a
problemi enormi di dipendenza. Continuiamo a dire che è falso, mentre noi
adulti siamo i primi ad esserne dipendenti. Internet crea dipendenza in quelle
figure che sentono di più la marginalità e la solitudine, per esempio il nonno
che non vede i nipotini se non su Instagram e che poi non può più fare a meno
di restare connesso. Perché se vogliamo evitare gli stereotipi, dobbiamo
dircelo che il fenomeno non è nemmeno legato principalmente all’età, ma alla
solitudine. Tanto è l’allarme generale su questo che, per esempio, ci sono
alcune prefetture giapponesi che hanno emanato un’ordinanza per limitare l’uso
quotidiano di smartphone e tablet a un massimo di due ore al giorno, al di
fuori del lavoro e dello studio: vale per tutti, non per i minori. L’obiettivo
è contrastare i possibili effetti nocivi di un utilizzo prolungato dei
dispositivi sulla salute.
Se vogliamo evitare gli
stereotipi, dobbiamo dircelo che il fenomeno non è nemmeno legato
principalmente all’età, ma alla solitudine. Alcune prefetture giapponesi hanno
emanato un’ordinanza per limitare l’uso quotidiano di smartphone e tablet
a un massimo di due ore al giorno, al di fuori del lavoro e dello studio:
vale per tutti, non per i minori
Abbiamo, quindi, bisogno
di controllori…
Come possiamo chiedere a
qualcuno di fare i controllori di qualcosa che sfugge loro di mano? Sugli
adulti non lo puoi fare perché è lo stesso discorso del vietare il fumo, però
ancora una volta stiamo demandando la nostra vita a un’entità esterna che dipingiamo
come cattiva. L’estetica del nemico direbbe che il nostro nemico ci rappresenta
di più del nostro amico.
Restiamo convinti che
multare i genitori invertirebbe la rotta?
Come affermavo
all’inizio, la questione è più complessa. Dico che bisogna multare i genitori,
ma perché in un certo senso questo è un disincentivo economico
forte per il nucleo familiare. Anche perché non parlo di pochi euro, quanto di
somme importanti che inciderebbero anche nei bilanci di famiglie con un tenore
di vita superiore alla media. Ribadisco, però, che questa non è “la” soluzione,
se fosse messa in campo come unica azione. Ci sono tante componenti che devono
intervenire. La sanzione quantomeno obbliga le persone a pensarci. Non esiste,
infatti, un problema se non gli dedichi attenzione, così come non esiste –
qualunque sia il comportamento da disincentivare – un disincentivo efficace se
da quello non deriva un beneficio importante.
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