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venerdì 15 maggio 2026

VERSO LA CATASTROFE

  "Se la civiltà corre verso la catastrofe"

 In un’epoca di sgomento e paura la tecnologia sconvolge le nostre forme di vita e il Diritto è in crisi profonda. Si profila una lotta finale che ci avvicina all’apocalisse. 

 

-di Massimo Cacciari 

Quando si attraversano epoche di rottura avviene sempre che figure e conflitti tendano ad assumere un significato simbolico. Vi sono momenti di crisi per così dire normali, in cui l'Ordine, la Legge si riassestano o riformano per potersi adattare a mutamenti "locali" di situazione e così resistere e durare. Ma altri nei quali la trasformazione è così sistematica, investe così organicamente tutti gli aspetti della vita, da rendere patetico ogni "riformismo" e da costringere a pensare a nuovi Ordini globali. Credo che la nostra epoca abbia questi caratteri catastrofici. Catastrofe significa letteralmente cambiamento radicale di stato. Non è l'apocalisse, poiché nell'idea di apocalisse vi è il Giudizio divino che mette fine alla storia – e però ci somiglia, ne avverte in qualche modo la tremenda imminenza. E noi, credo, per citare un verso del Faust di Goethe, ci sentiamo, tra lo sgomento e la paura, maturi a un tale Giorno. 

Nulla più continua sulle tracce del tempo passato. La Tecnica che irrefrenabilmente sconvolge le nostre forme di vita non è semplicemente una nuova espressione dell'Homo technicus. Essa pone l'uomo stesso, la sua evoluzione biologica, a oggetto del proprio potere di manipolazione e trasformazione. Così un'altra Intelligenza rispetto a quella umana sarà chiamata a programmare istituzioni, comportamenti, la nostra stessa immaginazione. Un'analoga metamorfosi sta terremotando la geopolitica; gli equilibri tra i grandi spazi che avevano caratterizzato il secondo Dopoguerra non reggono evidentemente più. All'affermazione della realtà imperiale cinese occorre aggiungere la crescita dello spazio economico, tecnologico, politico del continente indiano. E la possibilità di giungere a una pace americano-occidentale-israeliana in Medio-oriente dimostra ogni giorno di più, con le guerre e i massacri che costa, la propria radicale infondatezza. O si giunge a un accordo, a una rete di trattati multipolari, che nulla hanno più a che fare con la Yalta di un tempo, oppure, se la follia ci guida a perseguire l'obbiettivo di uno Stato mondiale, l'attuale catastrofe produrrà l'Apocalisse. 

E, infine, altro segno dell'epoca di rottura che viviamo: la crisi del Diritto in tutte le sue forme. Nei conflitti e nelle guerre in atto non se ne fa più neppure cenno. Diritto è ormai nient'altro che il "nome" dell'atto in cui realizzo la mia volontà di potere. La legalità, come ha detto un alto esponente della leadership americana, è una cosa che va trattata "tiepidamente". Non solo non deve cercare di impedire, ma neanche essere d'intralcio all'attuazione del mio progetto. Una Giustizia patriottica è quella che serve, e che cosa significa patria lo decide, di nuovo, chi detiene il potere. 

Ma non era lo Stato di diritto il valore supremo che noi occidentali offrivano al resto del mondo? quello che pretendevamo anche di esportare? 

Discontinuità radicale su tutti i fronti. Nulla resterà come prima. Ripetiamolo, c'è odore di apocalisse. Inevitabile che nello stesso discorso politico emergano tratti e immagini di pregnanza simbolica. 

 Chi avrebbe mai immaginato un presidente degli Stati Uniti che attacca la Chiesa di Roma? 

Sbaglieremmo profondamente a derubricarlo come un caso pato-psicologico, limitato alla "maschera" di Trump. Le forme attuali del potere che regolano il sistema economico-finanziario globale, nel suo necessario rapporto con quello politico-militare, non possono non entrare in conflitto con il significato e il ruolo che la Chiesa contemporanea è chiamata, per propria natura, ad assumere. Anzitutto, esso è un ruolo di contenimento o di freno. Per questo aspetto, non si viene a contraddire in quanto tale la pressione irrefrenabile cui ci sottopone il ritmo dell'innovazione, ma certo si denuncia il fatto che l'imperativo dell'indefinito sviluppo non considera i propri effetti, le disuguaglianze che produce, non si traduce in benessere generale. 

Il sistema della Tecnica, che si esprime nella crescente simbiosi di economia e politica caratterizzante i grandi spazi imperiali, non tollera queste funzioni di contenimento. Per essi queste rappresentano limitazioni di quella libertà dell'individuo dalla cui fonte, dalla cui inesauribile tensione soltanto vengono ricerche, scoperte, innovazioni. Ogni sforzo va sostenuto per promuoverne l'energia creativa. O la politica assume questo come il proprio fine, o che l'ira Dei possa distruggerla. L'Anticristo è uno Stato mondiale che pretenda di programmare crescita e distribuzione della ricchezza, e ogni Stato che voglia ancora svolgere funzioni di comando sull'Intelligenza che dello sviluppo è l'anima, governarne lo spirito attraverso la sua "lettera", dell'Anticristo è l'immagine. 

Posta così la questione, lo scontro è radicale, poiché attiene al significato ultimo dell'escatologia cristiana. Colui che in prima persona è chiamato a rappresentarla e difenderla non può non denunciare il rovesciamento totale che della figura dell'Anticristo viene fatto da chi ora se ne proclama l'autentico nemico. Anticristo è chi sovverte in toto il senso cristiano della libertà, assumendo il volto del suo difensore e svuotandola dall'interno. 

Si profila davvero una lotta sulle "cose ultime", come avvenne con un altro Papa allo scoppio della prima Guerra mondiale che decise del suicidio d'Europa. La libertà cristiana escatologicamente intesa è quella che obbedisce al "comandamento nuovo", all'unico comandamento, quello di amore. 

È quella del samaritano che con gesto assolutamente gratuito cura il nemico mezzo morto sulla sua strada. È quella di chi sa perdonare. 

Vi era un potere che ipocritamente sembrava a volte rendere omaggio a questo "comandamento", e lo tradiva in tutti i modi di continuo. Ora infingimenti e ipocrisie non hanno più corso. È bene che così sia. Lo spirito di ognuno di noi può decidere in chiarezza. Due forme di libertà si confrontano e richiedono questa decisione. La libertà che, come limite, non ha che il proprio potere. E quella libertà che trascende il proprio stesso potere e riconosce il valore indistruttibile dell'altro e ne ha cura, e con lui vuole pace.

Alzogliocchiversoilcielo

La Stampa 

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martedì 23 dicembre 2025

GESU', CONSUSTANZIALE AL PADRE


 "Gesù Cristo 

Figlio di Dio.


 L'attualità

 del Concilio di Nicea"


 - di  IRENE CANE  

La fraternità della Madia ha accolto molte persone venute ad ascoltare Massimo Cacciari. Fr. Enzo Bianchi ha presentato Cacciari, non solo come filosofo, ma soprattutto come voce morale capace di interpretare in profondità il tempo presente. “Il suo intervento – ha ricordato Bianchi – si colloca nel cammino spirituale che ci conduce al Natale, ma affronta un tema che riguarda tutti, credenti e non, poiché tocca le radici stesse della cultura europea e della sua idea di umanità”. 

 Massimo Cacciari ha invitato a riflettere sul significato del Concilio di Nicea, considerandolo un evento decisivo non solo per la teologia cristiana ma per l’intera civiltà europea. A Nicea, infatti, sono state definite le sorti dell’essenza del cristianesimo, con la domanda fondamentale rivolta da Gesù ai suoi discepoli: «Chi credete che io sia?». Ed è proprio dal tentativo di rispondere a questa domanda, che si è aperta una frattura decisiva. 

 La controversia che condusse al Concilio nacque dal tentativo di definire il rapporto tra il Figlio e il Padre e trovò la sua espressione più radicale nella posizione di Ario, presbitero alessandrino, secondo il quale Gesù, pur essendo divino, non sarebbe Dio in senso pieno, ma una creatura generata dal Padre, a sua immagine e somiglianza, senza essere consustanziale a lui. 

Secondo Cacciari, questa impostazione difende l’unità assoluta di Dio, ma indebolisce il cuore dell’annuncio cristiano. Se il Figlio non è pienamente Dio, il cristianesimo perde la sua specificità: non avrebbe più senso chiamarsi “cristiani”, poiché la figura di Cristo si ridurrebbe ad un semplice strumento o intermediario del Padre. 

La decisione di Nicea, sostenuta in particolare da Atanasio il Grande, affermava invece l’omousia: Padre e Figlio sono della stessa sostanza, pur restando distinti come persone. Questa affermazione introdusse una concezione radicalmente nuova dell’unità. Non si tratta di un’unità astratta o monarchica, ma di un’unità che è relazione: Dio non è solitudine, ma comunione. Proprio questa impostazione rende necessaria la riflessione sullo Spirito, inteso come espressione della relazione viva tra Padre e Figlio. 

Secondo Cacciari, solo se il Figlio è pienamente Dio si può parlare di una salvezza autentica e di una reale divinizzazione dell’umano. 

Al tempo stesso, egli richiama un altro elemento essenziale del dogma: l’unità di Dio non è mai completamente dicibile, ma resta sempre oltre ciò che il linguaggio umano può esprimere. Dimenticare questo limite significherebbe ridurre la teologia ad un esercizio puramente razionale e smarrire il mistero che attraversa l’annuncio cristiano. 

 La soluzione di Nicea, conclude Massimo Cacciari, non offre una risposta semplice né rassicurante, perché afferma un paradosso che impedisce di ridurre Dio a uno schema logico chiuso. Dio è una relazione viva e, per questo, egli non si impone come potere assoluto: lascia spazio alla libertà, e quindi anche alla possibilità del rifiuto. 

In tal senso, Nicea ha inaugurato un’epoca in cui l’essere umano è chiamato a una relazione libera con Dio. Questa libertà può spingersi fino all’allontanamento e al tradimento, come nella parabola del figlio prodigo, ma non elimina mai la possibilità di un ritorno. L’attualità del Concilio di Nicea risiede proprio in questa visione della fede, come relazione libera e responsabile, che interpella l’umano di fronte al mistero di Dio senza costringerlo. Attendere il Signore nel nostro tempo. 

  Fonte: IL TORINESE 

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venerdì 17 ottobre 2025

UNA PACE NON PACE

 


La parola pace 

è stata svuotata 

di senso.


 

Le cause di un’inimicizia quasi secolare tra israeliani e palestinesi non sono state rimosse e manca una strada da seguire.


-         di Massimo Cacciari

-          Viviamo forse l'epilogo di una secolare vicenda culturale, di cui tutti siamo artefici e vittime. 

Abbiamo cominciato col credere che non vi fosse altra realtà che nel linguaggio, poi abbiamo scoperto che il linguaggio sono infinite lingue nazionali e individuali, in continuo divenire, e perciò nessuna solidità è in esso riscontrabile. Così il pensiero che al linguaggio è connesso inscindibilmente si è fatto debole, sempre più debole. Pensiero e linguaggio si sono ridotti a pronunciare nomi, a emettere fiati di voce. E con questi fiati cui non corrisponde alcun significato, o a cui possono esserne attribuiti metaforicamente innumerevoli a piacere, andiamo giocando. 

 La nostra civiltà ha destrutturato sistematicamente tutte quelle parole con le quali si cercava di dare un senso, un fine alle forme del fare politico, del diritto, dell'economia. "Valori" si chiamavano - e non si intendeva qualcosa di astratto, poiché si trattava di principi e idee regolative che orientavano effettivamente l'agire di istituzioni e organizzazioni, non solo di singole persone. La nostra civiltà ha scavato il vuoto sotto di loro, attraverso un lavoro critico spietato e metodico. 

 Questa critica ha svolto il suo compito e sembra ora essersi ritirata, non so quanto soddisfatta di sé. 

Così ora il campo è lasciato a quelle parole ormai del tutto svuotate, meri segni a disposizione del potere di turno, che ne fa uso come di nobili, antichi pezzi di arredo delle proprie stanze, o per anniversari - come osano fare in questi giorni addirittura per San Francesco, negazione vivente di ogni retorica. 

 La critica era necessaria; denunciava uno svuotamento reale. Ma si è trasformata nella dogmatica affermazione che il discorso in generale non potesse avere sostanza, non potesse definire o indicare alcunchè di sostanziale. E perciò dalla critica non si è passati ad alcuna proposta, ad alcun progetto. 

Una critica senza virtù, avrebbe detto Machiavelli. Era necessario mettere a nudo il fatto che proseguire con certi ritornelli sulla "democrazia", senza tener conto che i rapporti sociali, gli equilibri tra le classi, i modi di produzione erano stati rivoluzionati, non aveva significato. Era necessario sottoporre a una critica rigorosa principi del diritto internazionale fondati su astratte idee di "uomo" e "tolleranza" (intollerante, poiché collegata a filo doppio con il fine dell'assimilazione). 

Ma quale nuova democrazia? Quale nuovo Nomos della terra? Qui sulle nostre carte c'è ancora scritto: hic sunt leones. 

 Chierici e politici hanno fallito. E ancor più clamoroso è il loro fallimento, o la loro impotenza a pronunciare qualcosa più di nomi, atti solo a coprire e giustificare in qualche modo il proprio agire, quando si affronti il problema della pace. Pace si è ridotta a significare il nudo fatto della sistemazione che il conflitto occasionalmente riceve in base al diritto del più forte. Qualsiasi pace, certo, sancisce un vincitore e un vinto, è asimmetrica. 

 La pace presuppone lo stato di guerra. Ma è l'imposizione al vinto che ne costituisce l'essenza? 

Osserviamo il modello "teologico" di pace - quella custodita nell'arca del Tempio, quella tra il Signore e Israele. Forse che Israele la subisce? Israele è, anzi, convinto che obbedire a quel patto rappresenta la propria salvezza. Le paci di cui la miseria umana è capace non avranno mai questo carattere, è vero - ma a quali condizioni possono essere dette reali? E cioè in che limiti alla parola pace può corrispondere un significato concreto? 

 Prima condizione: soltanto se ha luogo un qualche "riconoscimento" tra vincitori e vinti; il vinto riconosce la sconfitta (non importa se la ritiene "giusta" o meno), e il vincitore il diritto da parte del vinto di continuare a esistere. Altrimenti può trattarsi soltanto di un momentaneo armistizio. Su questa linea, dettata dalla ragione e dall'esperienza storica, si erano svolte le trattative di Camp David e di Oslo, sulla base del possibile riconoscimento da parte palestinese dello stato di Israele e da parte di Israele della possibile costituzione di uno stato palestinese. Questa possibilità sembra naufragata una volta per sempre. Se le cause di una inimicizia quasi secolare non sono minimamente rimosse, ma anzi, dopo tante stragi, minacciano di diventare assolute, come è seriamente possibile parlare di pace, e cioè di un patto ragionevolmente duraturo? Non di un patto, che presuppone due contraenti, ma di una sistemazione comunque forse sì. 

 E qui sta il problema per il vincitore. Che fare del vinto (che in questo caso non è uno stato, ma un popolo)? Ricostruiamo Gaza e ricollochiamo qui i sopravvissuti, magari con gli altri palestinesi via via espulsi dalla Cisgiordania? Magari sotto il protettorato americano o di qualche alleato di Stati Uniti e Israele? Oppure Gaza diviene territorio di Israele? E i palestinesi cittadini a tutti gli effetti di questo Stato, oppure il modello che si ha in mente è una sorta di neo-apartheid? Oppure ancora si favorisce in tutti i modi, con "incentivi" di ogni sorta, l'esodo di massa dei palestinesi, e si "libera" Gaza dalla loro ingombrante presenza? Verso quali altri Paesi? Se ne ha una vaga idea? Sono ipotesi odiose tutte? Ma quando mai negli ultimi anni la politica ha avuto scrupoli etici. 

 Chi ha vinto, e dunque deve assumere su di sé la responsabilità della vittoria, dica in quale realistica direzione intende agire. Non sarà né la pace, né un patto, ma almeno un assetto dell'area in grado di far cessare per qualche tempo il massacro. E a permettere a noi, buoni europei, di dimenticarcene.

Fonte: La Stampa



 

 

 

mercoledì 30 luglio 2025

EDUCARE E' LIBERARE

 


"Educare è liberare, 

ma la politica lo ignora.


 Folle la scuola che insegue 

il sistema produttivo"

 

La rivoluzione richiede pensiero critico, 

l’istruzione non sia ossessionata dagli sbocchi occupazionali.

di : Massimo Cacciari

Quale dovrebbe essere il compito fondamentale di uno Stato? La risposta che ci proviene dalle voci che stanno all’origine della nostra civiltà è una sola: nutrire, allevare ed educare i giovani. Nutrire e allevare il loro corpo, formare ed educare la loro anima. Nella loro indissolubile unità. Di che cosa infatti dovrebbe avere massima cura una città, una polis retta secondo ragione, se non della propria forza e della propria durata? E che cosa le garantisce se non nuove generazioni attrezzate in tutti i sensi ad affrontare anche l’imprevedibile? È un’idea gerontocratica dell’educazione quella che la riduce essenzialmente a trasmissione di saperi. Educare, come dice la stessa parola, significa trarre fuori dal giovane la potenza che già è in lui, aprire la sua mente, i suoi occhi, e non informarlo di ciò che padri e nonni hanno compreso e vissuto. Educare significa liberare. 

Il peccato mortale della nostra politica consiste nell’ignorare tutto ciò. Il suo fallimento è palese, ma ci si ostina a nasconderlo. I dati lo denunciano impietosamente. La sfiducia nelle capacità formative del nostro sistema cresce con disarmante regolarità. I laureati nella fascia d’età 25/34 anni sono il 30% (ma al Sud solo il 20%), il 10% in meno rispetto alla media europea. Di questi laureati quelli che prendono la via dell’emigrazione crescono ogni anno dall’inizio del nuovo millennio, passando da qualche centinaio a parecchie migliaia. Chi trova lavoro in patria lo ottiene, nella stragrande maggioranza dei casi, irregolare e sottopagato. E per ogni capitolo di questo dramma il Sud vede peggiorare la propria situazione rispetto al Centro-Nord. Sono dati a disposizione di tutti, non opinioni. La formazione delle nuove generazioni non rappresenta la priorità della nostra politica. E una politica che nella sua agenda non esprime questa priorità cessa di avere un qualsiasi futuro. 

Non si tratta soltanto di investimenti, di difendere almeno il potere d’acquisto degli stipendi di personale e insegnanti, di armare il cervello dei giovani piuttosto che riarmare eserciti per far guerre per interposta persona. Né la crisi della scuola italiana può essere semplicemente trattata come un capitolo del progressivo esaurirsi delle politiche di Welfare, del venire meno della volontà stessa da parte dello Stato di garantire a tutti i servizi essenziali. Nella sua politica per la scuola una classe dirigente ha sempre espresso, cosciente o no, nel modo più chiaro il proprio livello culturale e la propria strategia complessiva. L’assetto della scuola è lo specchio più veritiero della sua qualità. Quale idea di società emerge dagli attuali ordinamenti? Una confusa contrapposizione al modello classista gentiliano ha condotto a inseguire quello di una scuola “al servizio” del sistema economico-produttivo. Una scuola che tradisce il suo stesso etimo per diventare nec-otium, negozio, una sorta di pre-lavoro. 

Modello non solo culturalmente odioso, ma semplicemente idiota, poiché esso prefigura una scuola che si troverà sempre in costante ritardo rispetto alle trasformazioni organizzative e tecnologiche. Se la scuola deve essere nec-otium la si chiuda e si promuovano soltanto forme di learn-by-doing gestite da imprese e società, al loro interno. La rivoluzione tecnologica (e delle stesse forme di vita) in cui viviamo richiede persone capaci di capire, apprendere rapidamente, educate a un pensiero critico, pronte nel cogliere i segni del salto, della discontinuità nei processi economici e sociali. Altro che adattarsi allo stato presente e integrarsi in esso. 

Tutto si tiene. Una scuola, a tutti i gradi, che persegue l’obbiettivo di addomesticare il giovane al mercato, ossessionata dalla peregrina idea dello “sbocco occupazionale”, sarà necessariamente il trionfo dell’ordinamento burocratico, del controllismo formale. L’oppressione burocratica schiaccia l’autonomia didattica, omologa al basso, rende vacua chiacchiera ogni selezione meritocratica. L’insegnante ha sempre meno tempo per leggere, studiare, continuare a formarsi; produzione di riunioni per mezzo di riunioni, redazione di piani e progetti, rendiconti continui non sulle proprie conoscenze, ma sull’osservanza di procedure e metodi soffocano il suo spirito di iniziativa. Come ha bene spiegato Ivano Dionigi nel suo libro “Magister” ormai la scuola non la fanno i maestri, ma i ministri. 

È il sistema dell’universale sorveglianza. Tutto si svolge sotto il timore della punizione. Non hai seguito la regola, non hai riempito con diligenza i moduli prescritti, la controversia legale, magari fino al Tar, sta in agguato. Per essere tranquilli, obbedisci ai comandamenti ministeriali, per quanto stupidi possano essere e anche se ciò ostacola fino a impedirla la tua volontà di crescita intellettuale, di cambiare, di innovare dove le cose non ti sembra funzionino. Bada anzitutto al “successo formativo”, che si misura sulla percentuale degli studenti che finiscono il corso negli anni previsti. “Successo formativo” significa perciò non avere “bocciati”, non avere “fuori corso”. Il “sindacato Famiglia” vigila che così sia. La meritocrazia può attendere, anche perché quale meritocrazia potrebbe esserci in un regime che non ha alcuna politica per un reale diritto allo studio?. 

 L’astratto metodologismo imperante determina anche i piani di studio. La competenza disciplinare lascia il posto a indigeribili melting-pot specie nelle materie cosiddette umanistiche, infarinature di impressioni generiche su letteratura, arte, storia, invece di letture dirette, poche ma solide, conoscenze specifiche, limitate ma reali, fondate. Il “politicamente corretto” completerà l’opera di metamorfosi della conoscenza disciplinare in chiacchiera universalistica. 

Così non si educa il giovane e così lo Stato abdica alla sua funzione politica essenziale. Docenti e studenti debbono allearsi nel combattere questa intollerabile situazione. Solo da questa lotta può nascere anche una nuova élite politica, una nuova classe dirigente del Paese.

Fonte: La Stampa

 

venerdì 3 gennaio 2025

IL SENSO DELLA LIBERTA'


"Libertà è una parola fraintesa e vilipesa, 

solo la scuola può ricostruirne il senso"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nasciamo tutti in catene, come nel mito della caverna di Platone: il nostro compito è liberarcene. Per farlo dobbiamo sottoporre a una critica spietata tutto ciò che è già stato detto e fatto

 

-di  Massimo Cacciari

 

Nessun augurio più bello: che il prossimo sia l'anno della libertà – eppure nessuna parola più fraintesa, vilipesa, offesa di questa. Spesso ce ne vantiamo, noi democratici di Occidente, come ne fossimo gli unici depositari, chiamati dal Signore a insegnarne al mondo le virtù. E questo ci esonera dal pensarne il significato. Nessuno nasce libero. All'opposto, tutti nasciamo "in catene", esattamente come le famose figure di Platone nel mito della caverna, condizionati da ogni lato, all'interno di abitudini, tradizioni, credenze, che non abbiamo né fatto né voluto. Che siano buone o cattive potremo deciderlo solo in seguito, ma comunque esse saranno il presupposto ineliminabile di ogni nostro atto, così come la lingua che apprendiamo col latte materno. Questo significa una cosa sola: che la libertà è un compito. In nostro potere è solo diventare liberi, sottoponendo a critica, a spietata critica, vorrei dire, tutto ciò che ci viene trasmesso, ogni forma del già-detto e già-fatto. 

 Ma non basta. Questa è la parte più semplice del nostro compito. Tutti coloro che hanno affrontato con realismo l'enigma della nostra natura, senza consolatori infingimenti, i veri "psicologi", sanno che in essa si contengono gli opposti. Parlare dell'umano contrapposto all'inumano è la più vuota delle chiacchiere, che la storia smentisce categoricamente. L'umano è, a un tempo, l'oltre-umano di chi è capace di amare lo stesso nemico e il sub-umano di chi cerca assolutamente il male dell'altro fino a volerlo annientare. L'umano è tutto ciò che tra questi due poli si agita ed è compreso, ivi compresi questi stessi poli. Ma il primo soltanto possiamo chiamarlo quello della libertà, poiché in esso nessun odio, nessun risentimento, nessuna invidia, nessuna volontà di sopraffazione possono condizionarci. E l'altro polo è quello del male per gli altri, anzitutto, ma anche per noi stessi. Chi si orienta su di esso finisce col distruggersi. Allora il compito della libertà consiste nel superare la "cattiveria" che sussiste nella nostra natura e che in ogni momento può esplodere, se non la combattiamo alla radice. Non so se le nostre sole forze e la nostra sola ragione bastino a un tale fine. Forse no, anzi: certamente no per raggiungere quell'oltre-umano di cui ho detto – forse sì, se comprendiamo che perseguire il male dell'altro per esaltare la nostra potenza minaccia a morte anche noi stessi. 

 Auguriamoci di essere capaci di adempiere al compito più elementare, e tuttavia difficilissimo, che dovrebbe competere a chi si ritiene libero: liberare. Andremo invano a caccia di una dimostrazione "logica" della nostra libertà. Possiamo soltanto credere di poterla mostrare nei fatti – e lo possiamo soltanto liberando. Liberando dalla fame chi ha fame, dalla sofferenza chi soffre, dalla guerra chi la guerra massacra, facendosi prossimi con ogni mezzo a chi è torturato da odiose tirannie, ma non infliggendogli tormenti maggiori con guerre "di liberazione", che odiosamente non mascherano altro che volontà di potenza. Non è libero chi ha cura soltanto della propria securitas; libero è solo chi agisce per liberare. 

 Ma non libererà mai nessuno chi non ha liberato sé stesso. E questo è un compito che si ripete ogni giorno, nella nostra vita e nelle nostre professioni. Un compito che diventa sempre più oggettivamente arduo, per l'efficacia e la pervasività di ogni sorta di "persuasore occulto", per l'impotenza delle istituzioni che garantivano, bene o male, l'esercizio della discussione critica, la partecipazione alla vita politica. Il "pensiero unico" esige che il valore di ogni attività sia pesato sulla sua resa economica, sulla sua utilità. Essere liberi significherà, allora, anche cercare, per quanto possibile, di liberare la ricerca dalla sua dipendenza sempre più marcata da interessi economici e mercantili. E una politica che ne persegua la libertà sarà il migliore alleato di ricercatori e scienziati. 

 Essere liberi per costoro significherà anche liberarsi dalle assurdità ministerial-burocratiche che ne ledono l'autonomia nelle scuole e negli atenei, incastrandone il lavoro in rigidi schemi, impedendo la circolazione di esperienze, la comunicazione tra i diversi saperi. Sempre in base all'idea del tutto illiberale che la scuola debba servire a finalità economico-produttive determinate. Docenti, ricercatori, scienziati debbono ogni giorno liberare sé stessi per servire davvero allo sviluppo della propria scienza. E soltanto una scuola liberata da "pensieri unici" e ideologie produttivistiche può aspirare a essere il centro di una educazione alla libertà come compito. 

 Nessuna famiglia, nessun organismo tradizionale potranno mai garantire la formazione nel giovane di un pensiero autonomo e critico. Soltanto la scuola può insegnare il compito della libertà. Oggi la nostra scuola minaccia di tradire questa sua fondamentale missione. Ricercatori, docenti e scienziati in primis debbono liberarla da tale degradante condizione. O mostreranno di non essere liberi neppure loro.

 Fonte: La Stampa

 

 

 


lunedì 3 gennaio 2022

LA FILOSOFIA PUO' RENDERE CIECHI ?

 

Recalcati: "A Cacciari e Agamben dico: la filosofia può rendere ciechi"

Il più noto psicanalista italiano: nella polemica sui vaccini hanno piegato la realtà agli interessi dell’ideologia. 

 

Intervista di Davide D’Alessandro

 

È il più noto psicoanalista italiano, inutile girarci intorno. Chi lo adora, chi lo detesta. Il successo, diceva qualcuno, bisogna farselo perdonare e Massimo Recalcati non sembra affatto preoccupato del rumore di fondo che accompagna il suo cammino. Continua a studiare, a scrivere, a parlare. Gli ho chiesto, direbbe Lacan, di marcare l’inizio, di marcare quest’anno che si annuncia, come i precedenti, molto complesso. E sono tanti, forse troppi, ad affrontare la complessità con superficialità e insensatezza, a ridurla a mera contrapposizione di dati, mentre si muove altro dentro l’essere umano. Chiedo a lui, che ha percorso gli studi filosofici prima di approdare alla psicoanalisi, a lui che era stato costruito per una carriera filosofica prima di inciampare, prima di essere costretto a guardare dentro la propria sofferenza e a seguire un’altra strada, una lettura del presente e una parola per un futuro consapevole.

 Con quale spirito entri nel 2022? Come immagini sarà?

“Una luce. Siamo stati al buio per troppo tempo. Adesso abbiamo bisogno di luce. Gli esseri umani sono fatti per nascere e non per morire, diceva Hannah Arendt. Noi siamo fatti per la luce e non per il buio. Eppure, sappiamo anche che il buio esiste e può cadere sulle nostre teste in ogni momento. In questi tempi così duri ho citato spesso Franco Basaglia. Diceva che la cura consiste nel riuscire a fare qualcosa del buio. Bene, io penso che noi abbiamo bisogno di vedere la luce nel buio. Mi auguro dunque più luce per l’anno che inizia”.

 La pandemia ha segnato profondamente gli ultimi due anni. Hanno parlato tutti, molto meno chi vede i pazienti quotidianamente. Non pensi che sia mancata la parola della psicoanalisi? Quale può essere la sua parola su questa tragedia epocale?

“Io ho parlato. Non ho disdegnato né di parlare pubblicamente, né di scrivere su quanto ci è accaduto. Non è un compito della psicoanalisi quello di provare a dire qualcosa di ciò che lascia senza parole? D’altronde, non è proprio vero che gli psicoanalisti in generale non abbiano preso la parola. I collegamenti da remoto imposti dalla pandemia ci hanno riunito da Londra a Buenos Aires, da Barcellona a Città del Messico, da Roma ad Atene, per parlare di ciò che stava avvenendo. Due i grandi temi: come rispondere al trauma quando esso è collettivo, quando travolge intere popolazioni? Che contributo ha potuto dare e può dare la psicoanalisi? Come si è poi modificata la nostra pratica? Che cosa cambia nello svolgere una seduta da remoto rispetto all’incontro in presenza? Si tratta solo di un’emergenza o di un’emergenza che ha reso più elastico il nostro setting? Ci sono state anche numerose iniziative cliniche nella città per mettere la psicoanalisi a disposizione di chi ha sofferto di più la pandemia. Penso al personale sanitario all’inizio della pandemia. Ma penso anche ai lutti rimasti sospesi e poi ai sintomi che hanno avuto in questi due anni un’amplificazione evidente: depressioni, attacchi di panico, somatizzazioni, dipendenze. Per non parlare dei giovani. Insomma, non condivido il quadro che tu rappresenti, anche se esiste nella psicoanalisi una tendenza a isolarsi dal mondo, dalla vita della polis. È del resto una tendenza che ho contrastato sin da giovane”. 

 Attraverso alcuni libri continui il confronto con il testo biblico. Guardi a quelle pagine come rifugio, come speranza o come insegnamento perenne?

“Chi conosce, anche superficialmente, il testo biblico sa che in primo piano non c’è l’esperienza del rifugio, ma quella dell’esodo, del deserto, dell’erranza, della spada che separa. Io non sono un biblista ma un semplice lettore della Bibbia; però, sono anche uno psicoanalista e i grandi temi che attraversano la Bibbia sono gli stessi che attraversano la psicoanalisi: il rapporto tra le generazioni, la fratellanza, l’odio e l’invidia, l’idolatria, il narcisismo, il senso dell’esistenza, la sofferenza, il rapporto tra Legge e desiderio, la vacuità dell’essere, la libertà, la vita e la morte. Dunque, io non pretendo in nessun modo di psicoanalizzare il testo biblico, ma ritrovo in quel testo le radici stesse della psicoanalisi. L’ebreo Freud e il cattolico Lacan, quanto meno nella sua formazione giovanile, sono stati del resto lettori molto appassionati della Bibbia”.

 Sei stato giustamente critico con le posizioni assunte sulla pandemia da alcuni intellettuali. Perché è così difficile comprendere la strada giusta da seguire?

“La filosofia può rendere ciechi. Pensa a come Heidegger ha letto l’avvento terrificante del nazismo. Perché ha potuto commettere un errore simile? Perché la filosofia rischia sempre di cadere nell’ideologia, se per ideologia intendiamo, come ricorda Arendt, far prevalere l’Idea sulla realtà. È quello che è accaduto a Heidegger: l’idea del destino nichilistico dell’Occidente, della storia come oblio dell’essere, ha voluto vedere nel nazismo una possibilità di ritornare a pensare gli dei, la verità come aletheia, la resistenza di fronte al narcisismo umanistico dell’Occidente. Un delirio ideologico. Lo stesso che ha accecato pensatori di grande spessore, come Agamben e Cacciari. Con il riferimento ideologico alla biopolitica, al biopotere, allo stato di eccezione, eccetera, hanno piegato la realtà agli interessi dell’ideologia. A questo aggiungerei, se mi permetti, una dose non irrilevante di vanità. Chi ha contatto quotidiano con la sofferenza sa che ci sono momenti in cui la parola deve poter subordinarsi alle ragioni della scienza medica. Nessuno, tra coloro che si sono sottoposti a interventi chirurgici importanti, ha mai questionato sulla ratio dell’intervento che ha dovuto subire. Ci siamo affidati al discorso medico come ci affidiamo ai piloti quando saliamo su un aereo. Aggiungerei anche la miseria di un certo giornalismo, soprattutto di destra, che ha cavalcato questa crisi in modo indegno perseguendo un mero obiettivo di visibilità. È lo stesso che abbiamo visto nei talk show, dove la presenza proliferante dei no vax è servita a mantenere l’audience. Che pena!”.

 Come ti sono parse le parole e le azioni della politica?

“Penso che la politica sia stata travolta da quanto accaduto. Non poteva essere altrimenti. I commentatori twitter del nostro tempo hanno dato fiato ancora una volta all’antipolitica, mantenendosi nella posizione innocente dell’anima bella che giudica senza mai interrogare la propria responsabilità. In senso stretto, una svolta importante credo sia stata quella del governo Draghi, non solo dal punto di vista della sua efficacia operativa. Si trattava di restituire dignità alle istituzioni, travolte, prima che dal covid, da anni di qualunquismo antipolitico e di cultura populista. Il grillismo non poteva salvarci da questa crisi che esigeva innanzitutto un recupero del valore delle istituzioni, che esso ha contribuito più di ogni altro movimento a denigrare pesantemente. È stata la cultura che ha preceduto il Covid: da una parte la purezza del popolo, della vita, dall’altra il marcio e la corruzione delle istituzioni. Il populismo ha contrapposto, in modo ideologico, la vita alle istituzioni, come se fossero il bene e il male. La crisi legata alla pandemia ci ha invece insegnato che senza le istituzioni, penso anche all’istituzione della famiglia e a quella ospedaliera, non solo a quelle governative, le nostre vite sarebbero finite malissimo. La politica ha oggi il compito primario di recuperare la dignità delle istituzioni, di mostrare che le istituzioni non sono la faccia sporca della vita, ma il suo fondamento”.

 Non tutti hanno la stessa resilienza al dolore e al trauma. I casi di depressione grave vengono dati in aumento esponenziale. C’è chi si adopera per contenere questo dramma? Credi che si debba fare di più?

“Noi facciamo l’impossibile. ‘Jonas’ ha aperto le sue porte a tutti, abbattendo come fa da anni le tariffe delle sedute e creando anche servizi domiciliari di assistenza psicologica. Notiamo che molti giovani sono in difficoltà. Ma non evochiamo, per carità, la definizione di ‘generazione covid’. Non ci sarà nessuna ‘generazione covid’, almeno che gli adulti non la facciano esistere. I nostri figli hanno vissuto un’esperienza durissima, che ha lasciato ferite. Non c’è dubbio. Ma identificare qualcuno con la sua ferita è fomentare l’alibi torbido della vittima. L’etica della psicoanalisi va in tutt’altra direzione; noi crediamo che il soggetto sia sempre responsabile. Non ovviamente di ciò che gli accade, ma di quello che fa di ciò che gli accade. Sarà importante anche l’azione della scuola: gli insegnanti dovranno accompagnare i nostri figli in questa difficile elaborazione del trauma. A questo serve, in fondo, la cultura, non credi? A rendere formative anche le esperienze che appaiono solo negative. Anzi, proprio quelle esperienze sono, come ogni educatore sa bene, le più formative”.

 Il caro amico Enzo Bianchi, dal suo nuovo eremo, continua ad accogliere tutti e a parlare con parole d’amore. Come hai vissuto la sua triste vicenda?

“Male. Malissimo. È motivo di grande pena per me. È stato il naufragio di una delle esperienze cristiane più interessanti del nostro paese. Un disastro. Credo vi sia stato, come ho anche scritto pubblicamente, un problema di eredità. Il carisma del padre non ha accettato di tramontare; i figli volevano la sua pelle. Difficile poi ritornare a pronunciare parole come dialogo, perdono e riconciliazione”.

 Su cosa stai lavorando e quale sarà il prossimo libro che ci regalerai?

“Due mesi fa è uscito un libro, di cui hai anche scritto e a cui tengo molto. Un libro che interroga un grande tema della riflessione di Lacan, quello relativo all’inesistenza del rapporto sessuale. Esiste il rapporto sessuale? Questa domanda non avrebbe senso se non in un ambiente lacaniano. La tesi che sviluppo è che il cinismo di Lacan coglie una verità della struttura: i Due non potranno mai fare Uno. Ma che questa impossibilità, come del resto anche Lacan accenna, è la radice della possibilità dell’amore. Il desiderio amoroso, infatti, non mira affatto all’unificazione, a rendere possibile il rapporto sessuale, a fare o a essere Uno con l’Altro, ma a riconoscere il segreto inassimilabile dell’Altro. Dunque, è proprio il non rapporto a rendere possibile l’amore come rapporto. Non è forse sempre così? Cosa amiamo se non il segreto irraggiungibile dell’Altro? Anche su questo la Bibbia avrebbe del resto molto da dire. Non a caso gli amanti del Cantico dei Cantici si incontrano all’uscita da un deserto. È ciò che dice anche Lacan: gli amanti sono senza patria, sono due esiliati”.

Nessun autore accetta di svelare il contenuto di ciò che bolle in pentola. Ma qualcosa bolle. Sono certo che presto Recalcati ci servirà la nuova pietanza, dove Bibbia e psicoanalisi, psicoanalisi e Bibbia continueranno a dirci chi siamo, a indicarci le strade possibili da seguire. Il cammino, come la scrittura, continua.

 

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