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lunedì 3 agosto 2026

VALORIZZARE L'UNICITA'

 


Dobbiamo educare i ragazzi 

valorizzando la loro unicità


Oggi l’ossessione per la performance 

induce all’omologazione.

 Eppure diventiamo noi stessi non quando eliminiamo

 la nostra stortura, ma quando

 impariamo a coltivarla.


-di Massimo Recalcati 

 Ho raccontato in un vecchio e fortunato libro del mio primo giorno di scuola: una maestra arcigna guardò i nostri volti di bambini emozionati e spaventati dalla solennità dell’occasione per intimorirci dicendoci: «Voi siete tutti delle viti storte e io sono il paletto e il filo di ferro. E il mio compito è quello di raddrizzarvi!». Una versione botanica dell’educazione si imponeva così come variante coerente di quella moralmente disciplinare che aveva ispirato la nostra scuola prima della grande e giusta contestazione del ’68. Ma cosa vede oggi un educatore quando guarda un bambino che come ogni bambino è storto a suo modo? Sempre una vite storta da raddrizzare, un difetto da correggere oppure una promessa? Vede una forza che ancora deve trovare la sua forma oppure una materia grezza da plasmare? 

Il carattere quasi classico di questa domanda tende oggi a riproporsi con urgenza. Da diverse parti tuonano educatori di ogni specie a rimpiangere la triste botanica della mia vecchia maestra e il suo altrettanto triste fervore repressivo. In un tempo dove il discorso educativo è allo sbando, l’ideale della normalizzazione disciplinare sembra ottenere sempre più consensi. Tutto deve funzionare e rientrare nei parametri efficientistici della prestazione. L’educazione rischia in questo modo di ridursi a una pratica di addestramento: correggere, disciplinare, adattare. Come se il compito dell’adulto fosse quello di trasformare ogni stortura in una linea retta. Salvo constatare che l’autorevolezza dei cosiddetti adulti si è nel frattempo infragilita e appare, di conseguenza, inadatta a svolgere il compito che le viene affidato. 

Le vite storte

 Nondimeno, in questa prospettiva, il disegno di fondo resta tale e quale a quello propagandato dalla mia maestra: raddrizzare le viti storte. Eppure dovrebbe esistere un’altra idea possibile dell’educazione che non rimpianga la virile imposizione del dovere e della disciplina come necessarie fortificazioni dell’Ego. Si tratta di un’idea il cui presupposto è quello di non considerare la stortura della vite come un incidente da eliminare, ma come l’espressione più propria della singolarità. Educare, in questa prospettiva, non significa conformare la vita a un ideale prestabilito ma valorizzare il piano inclinato, le attitudini particolari, i talenti, persino le stramberie non come rilievi irregolari da piallare, ma come manifestazioni del proprio desiderio più autentico. 

 L'idiota

Per questa ragione l’educazione dovrebbe implicare come suo presupposto etico non l’odio, ma l’amore per la stortura. È la grande lezione che Sartre affida alle oltre duemila pagine del suo magistrale L’idiota della famiglia. Al centro del suo racconto non c’è soltanto la vita di Gustave Flaubert, ma il mistero racchiuso in ogni processo di soggettivazione. Il piccolo Gustave appare agli occhi della sua famiglia come un bambino inadeguato, minorato, insufficiente. Non corrisponde affatto agli ideali coltivati dal padre e dalla madre. È il figlio senza avvenire, destinato a mancare l’appuntamento con la vita, è, appunto, l’idiota della famiglia. È una scena che gli psicoanalisti conoscono bene: ogni famiglia costruisce una geografia fantasmatica di aspettative distribuendo ruoli, compiti, mandati coi quali attribuire ai figli dei destini. 

 L’intuizione di Sartre consiste, però, nel mostrare come Flaubert non diventi un genio malgrado il destino dell’idiota che gli viene assegnato dal piano di famiglia. Sarebbe una storia troppo semplice. Sarebbe il racconto edificante dell’emancipazione, della vittoria finale e del riscatto del grande scrittore da una infanzia infelice. Al contrario, il bambino idiota non scompare nel genio ma è ciò che rende possibile il genio. 

 Non è, cioè, il genio che cancella l’idiota come si potrebbe facilmente pensare, ma è proprio l’esistenza dell’idiota a rendere possibile il genio. Il giovane Gustave scopre che nel suo sentimento costante di estraneità nei confronti del mondo e del linguaggio condiviso era custodita la possibilità di inventare una nuova lingua e un nuovo mondo. 

 La sua incapacità di aderire spontaneamente al mondo condiviso si trasforma nella possibilità di descriverlo come nessuno aveva fatto prima. 

La creatività 

È questa la dimensione creativa della vite storta: diventiamo noi stessi non quando eliminiamo la nostra stortura ma quando impariamo a coltivarla. Quando comprendiamo che la nostra bizzarria non è soltanto una prigione, ma può diventare una formidabile risorsa. Diversamente il discorso educativo contemporaneo sembra colonizzato dall’ideale della prestazione. Al suo centro non c’è la divergenza della vite storta, ma la sterilità della linea retta. Ogni differenza viene infatti classificata, diagnosticata, valutata, misurata, medicalizzata per essere infine corretta. 

 La performance

L’ossessione contemporanea per la performance produce il paradosso che mentre proclamiamo a gran voce il valore dell’unicità, costruiamo istituzioni sempre più orientate all’omologazione. Non dovremmo invece mai dimenticare che gli alberi più resistenti non sono quelli cresciuti senza vento, ma sono quelli per i quali il vento ha rafforzato le radici e ha insegnato la virtù della piega. Accade lo stesso per gli esseri umani: l’educazione non coincide con la regolazione della vita ma con la possibilità di convertire la propria stortura in una vocazione feconda.

martedì 9 dicembre 2025

L'ARTE DEL PRENDERSI CURA

 


Il Piccolo Principe

 e la lezione 

della sua rosa: 

il vero amore 

nasce dalla cura

 

Per Antoine de Saint-Exupéry, la lezione della Rosa ne "Il Piccolo Principe" insegna che le relazioni importanti richiedono cura e responsabilità.

 

-         di Saro Trovato

-          

Una delle più grandi lezioni sul valore delle persone a cui si vuole bene che Il Piccolo Principe dona ai suoi lettori è sorprendentemente semplice e, al tempo stesso, rivoluzionaria: una relazione diventa unica solo quando qualcuno sceglie di averne cura. Antoine de Saint-Exupéry affida questa verità a una Rosa fragile e alla saggezza silenziosa della Volpe, mostrando che il vero amore, e qualunque legame profondo, non nasce dalla perfezione dell’altro, ma dal tempo, dall’attenzione e dalla responsabilità investiti nella relazione.

È solo comprendendo questa legge che il Piccolo Principe riesce a cogliere ciò che gli occhi non avevano saputo mostrargli. La sua Rosa non era speciale per natura, ma lo era diventata grazie alla storia costruita giorno dopo giorno attraverso gesti di cura.

Questa intuizione risiede nel cuore di uno dei testi più significativi del Novecento. Pubblicato nell’aprile del 1943, Il Piccolo Principe è l’opera più celebre di Antoine Saint-Exupéry e uno dei libri più tradotti e amati al mondo. La sua grandezza non dipende dalla forma fiabesca, ma dalla capacità di trasformare un racconto breve in una meditazione universale sulle relazioni, sull’unicità e sulla responsabilità affettiva.

In questo quadro, la lezione della Rosa svela il suo valore più profondo: ciò che rende una persona insostituibile non è ciò che è, ma ciò che si sceglie di costruire con lei attraverso la cura.

I 5 punti della lezione della Rosa che Antoine de Saint-Exupéry dona sulle relazioni

Il percorso del Piccolo Principe con la sua Rosa diventa una guida preziosa per comprendere che cosa renda davvero unico un legame. Attraverso cinque momenti chiave, Saint-Exupéry mostra come il valore di una relazione nasca dalla cura, dal tempo condiviso e dalla responsabilità affettiva.

Sono lezioni che riguardano l’amore, l’amicizia e ogni relazione profonda della vita.

1. La crisi del valore: quando l’unicità sembra svanire

La grande svolta narrativa e simbolica arriva quando il “Piccolo Principe” scopre un intero roseto simile alla sua Rosa. Ciò che fino a quel momento era stato percepito come unico, improvvisamente appare comune, replicabile, sostituibile.
Da qui nasce la delusione che lo spinge a mettere in discussione tutto ciò che credeva di sapere sull’amore:

Credevo di essere ricco perché avevo un fiore unico al mondo, e invece non sono che il proprietario di una rosa qualsiasi.

La sua crisi rivela una verità che riguarda ogni relazione umana. Finché non viene costruita una storia condivisa, una persona è una tra molte, non una tra le poche. Saint-Exupéry mette in scena il crollo dell’illusione estetica per mostrare che l’unicità non è qualcosa che si trova, ma qualcosa che si costruisce nel tempo.

E questa è la prima grande intuizione: senza cura, nessun rapporto può dirsi speciale.

2. La rivelazione della Volpe: l’unicità nasce dal tempo donato

È la Volpe a trasformare la crisi del Piccolo Principe in consapevolezza. Il suo insegnamento contiene la chiave interpretativa dell’intera opera:

È il tempo perso per la tua rosa che rende la tua rosa così importante.

Quel “tempo perso” non è tempo sprecato, ma tempo donato, sottratto alla produttività e al calcolo, dedicato alla costruzione di un legame.
Il “Piccolo Principe” ripensa allora a tutto ciò che ha fatto per la sua Rosa. L’ha protetta sotto una campana di vetro nelle giornate di vento, l’ha annaffiata ogni mattina con pazienza, l’ha ascoltata quando si lamentava o quando si vantava, e ha accolto anche i suoi silenzi.

Sono questi gesti, ripetuti e spesso invisibili, che trasformano un rapporto in qualcosa di unico.

L’unicità non è un dono naturale, ma la conseguenza del tempo donato, dell’attenzione e della responsabilità che si decide di assumere.

3. La verità dell’essenziale: il cuore vede ciò che sfugge agli occhi

La Volpe offre poi la frase più celebre dell’opera:

Si vede bene soltanto col cuore. L’essenziale non lo vedono, gli occhi.

Non è un invito al sentimentalismo, ma una riflessione sulla percezione del valore. Gli occhi vedono solo ciò che è replicabile: le cinque mila rose del roseto. Il cuore vede ciò che è insostituibile: la storia vissuta, i gesti, la cura.

Quando il Piccolo Principe si rivolge alle rose del giardino, afferma:

Voi non siete affatto uguali alla mia rosa, voi non siete ancora niente… Siete belle ma siete vuote.

Questa frase racchiude una verità universale, ovvero che la bellezza senza legame non crea valore e che la cura senza bellezza crea invece un legame inestimabile.

4. La responsabilità del legame: la prova definitiva dell’amore

L’insegnamento si compie nella frase più adulta e impegnativa dell’intera opera:

Tu sarai per sempre responsabile di ciò che hai addomesticato.

Qui Saint-Exupéry introduce la dimensione etica dell’amore: un legame non è soltanto sentimento, ma responsabilità. Chi diventa parte della nostra vita merita continuità, presenza, fedeltà emotiva.

Il legame non è un evento, ma una scelta rinnovata, un impegno che nasce dal riconoscere la vulnerabilità dell’altro e la nostra capacità di influire sulla sua felicità.

5. Una lezione universale: vale per l’amore, l’amicizia e ogni relazione significativa

La cura che rende unica la Rosa non è solo metafora dell’amore romantico. È la legge che regola ogni legame profondo, dall’amicizia agli affetti familiari, fino alle persone con cui si costruisce un rapporto importante.

Ogni volta che qualcuno investe tempo, ascolto, attenzione, un legame prende forma. Ogni volta che si accettano le imperfezioni dell’altro, quel legame si rafforza. Ogni volta che si sceglie di restare, nasce l’unicità.

Il Piccolo Principe non invita a cercare persone perfette, ma a riconoscere la bellezza che nasce dalla cura reciproca.

La cura come fondamento di ogni legame umano

Nel percorso de Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry non offre semplicemente una metafora poetica, ma un principio che riguarda da vicino ogni persona: la qualità di un legame dipende dalla cura che gli viene dedicata. È questo il punto in cui la fiaba si trasforma in un’analisi lucida delle relazioni umane.

Il Piccolo Principe comprende troppo tardi che la Rosa non chiedeva perfezione, ma presenza. Non pretendeva di essere capita senza sbavature, ma desiderava che qualcuno restasse accanto alla sua fragilità. Questa intuizione, frutto di rimpianto e consapevolezza, rivela la dinamica più profonda delle relazioni contemporanee. Spesso si confonde la facilità con il valore, la bellezza con la verità, la novità con l’unicità.

Eppure, come insegna il libro, una relazione non diventa importante perché appare straordinaria, ma perché qualcuno sceglie di attraversarne le imperfezioni con continuità.
La cura è ciò che trasforma un incontro in una storia, una conoscenza in amicizia, una presenza in amore.

Comprendere questa legge significa riconoscere che nessun legame può reggersi sul desiderio immediato, sulla spontaneità o sull’emozione passeggera. Tutto ciò che è umano vive di attenzione ripetuta, di gesti piccoli ma costanti, di responsabilità che non si impone, ma che nasce naturalmente dal valore che l’altro acquisisce nella nostra vita.

Saint-Exupéry sembra ricordare che oggi, più che mai, il rischio maggiore non è soffrire per qualcuno, ma non concedere a nessuno il tempo necessario per diventare importante. Chi non investe cura resta circondato da “rose belle ma vuote”, relazioni superficiali, legami senza profondità.

Il Piccolo Principe, invece, scopre che l’essenziale non è la perfezione della Rosa, ma il rapporto che ha costruito con lei. E che ciò che si cura, ciò che si protegge, ciò per cui si resta, diventa inevitabilmente unico.

Questa è, in ultima analisi, la lezione che attraversa il libro di Antoine de Saint-Exupéry e continua a parlare agli adulti.

 L’unicità non si eredita, si crea.

E ciò che si crea con cura merita di essere custodito.

 Libreriamo

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giovedì 8 agosto 2024

UBUNTU, UN'ETICA DELLA VITA


Umuntu ngumuntu ngabantu

 Il sudafricano Ramose illustra un concetto chiave nella struttura filosofica africana Anche rispetto alle grandi domande sulla giustizia sociale


-         -di DORELLA CIANCI

Umuntu ngumuntu ngabantu: tre parole, che racchiudono il senso della vita e che potremmo tradurre così: «Essere una persona significa affermare la propria umanità attraverso l’umanità degli altri» nella conseguente e infinita varietà di contenuto e forma. Questa traduzione (sicuramente imperfetta) di una parte della filosofia africana attesta, preliminarmente, un rispetto per la particolarità, l’individualità e la storicità, senza le quali la decolonizzazione di quel sapere non potrà mai avvenire fino in fondo. Dunque è finalmente arrivato il momento di metterci in ascolto di quel continente a cui fin troppo spesso abbiamo pensato, lungo il corso della storia, di insegnare, mentre avremmo dovuto limitarci a comprendere e apprendere. Uno dei momenti più significativi, ieri, del Congresso mondiale della filosofia sul tema della giustizia, dell’etica e del dialogo interculturale, si è avuto durante la sessione con Mogobe Ramose, docente presso il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pretoria, fra gli altri ospiti. Ramose è uno dei più importanti filosofi sudafricani, noto soprattutto per la sua elaborazione della filosofia ubuntu. Qual è la peculiarità di questo pensiero? Innanzitutto, va detto che il termine “ubuntu” è un concetto chiave nella struttura etico-filosofica africana, poiché indica la bellezza del vivere “con”, dell’esser-ci fra gli altri, dell’umanità che acquista senso nel concetto di solidarietà e vicinanza concreta. L’insegnamento di Ramose è, ancor più, di grandissimo rilievo nella società contemporanea, che – con fatica e non senza ipocrisie – tenta di raggiungere una maggiore giustizia sociale attraverso l’attenzione ai popoli e agli ambienti più fragili, in primis proprio le diverse zone africane. Per far questo, tuttavia, è necessario conoscere e rimettere al centro il pensiero critico per contrastare le apparenze del linguaggio politico globale.

Ramose, innamorato del suo popolo e delle tradizioni della sua gente, mostra, invece, anche nei tanti scritti filosofici, un impegno incrollabile verso le grandi questioni della giustizia sociale, della politica, dell’etica, nel tentativo di sollevare quei grandi veli preconcettuali, che oscurano le verità. Gran parte del suo lavoro pare esser stato influenzato dal pensiero politico del sudafricano Robert Sobukwe, fondatore del Pan-Africanist Congress. Ramose ha contribuito e continua a contribuire brillantemente al pensiero e all’attivismo panafricanista: nel corso degli anni è diventato uno dei filosofi più citati in Sudafrica e uno dei filosofi del continente africano più noti alla comunità scientifica internazionale, ma anche al dibattito pubblico sui media di tutto il mondo. Le sue parole ci riportano, innanzitutto, alla storia e al tempo della lotta contro l’oppressione razziale in Sudafrica. Ramose nella sua relazione, ha percorso, con leggerezza, la storia delle idee di un continente che ancora fatica a esser visto nella sua essenza, lontano da paragoni e da chiavi interpretative etnocentriche e malate di occidentalismo; ha menzionato intellettuali all’interno di organizzazioni come l’African National Congress e il Pan-Africanist Congress, arrivando al Black Consciousness Movement composto da gruppi intellettuali e politici, i quali hanno sviluppato risposte concettuali (anche discordanti) rispetto alle grandi domande sulla giustizia sociale.

Non è facile condensare tutto il substrato culturale che è dentro gli scritti di Ramose, ma – senza scadere in semplificazioni – è doveroso soffermarsi sulla centralità della forza vitale all’interno della filosofia africana, spesso indicata come “etica della vita”. Questo concetto ci riporta a una sovrapposizione tra lo stile di vita legato al pensiero ubuntu e una valutazione ‘decolonizzata’ di quell’incontro fisiologico, che si verifica, nel pensiero africano, fra religione e filosofia. Come detto da Ramose, la scala comune che consente un pensiero autenticamente panafricano emerge solo attraverso il dialogo interreligioso, interculturale e attraverso l’esposizione reciproca (e congiunta) di concetti religiosi collegati a nodi cruciali filosofici. Il pensiero ubuntu, in tal senso, è il pensiero della compassione, quello che ci invita a incontrare la differenza per arricchire la cosiddetta “etica della vita”, imperniata tanto nella filosofia quanto nelle diverse religioni. La filosofia, in tal senso, per una parte del continente africano, va al cuore del rispetto per le particolarità delle credenze e delle pratiche altrui. 

Il rispetto per l’unicità dell’altro è strettamente collegato al rispetto per l’individualità. Tuttavia l’individualità citata nella filosofia ubuntu non è di matrice cartesiana. Al contrario, contraddice direttamente la concezione cartesiana dell’individualità, secondo cui l’individuo può essere concepito senza necessariamente pensare l’altro. L’individuo cartesiano esiste prima, o separatamente e indipendentemente dal resto della comunità o della società. Al contrario, la concezione ubuntu definisce l’individuo in termini di relazione con gli altri: la parola “individuo” significa una pluralità di personalità corrispondente alla molteplicità di relazioni in cui si trova l’individuo in questione. Essere un individuo significa “essere- con-gli-altri”, decisamente ben al di là dell’individualismo occidentale. Il caso della filosofia ubuntu è una lezione per stare nel mondo e con gli altri in armonia, escludendo la logica competitiva del conflitto.

www.avvenire.it

 

 

sabato 11 maggio 2024

I.A - RITORNARE ALL'UOMO

Contro l’IA la difesa 

è il ritorno all’uomo

 Distinguersi dalle macchine esercitando l’empatia che permette di ritrovare sé stessi negli altri. 

Da Crippa e Girgenti un vademecum moderno di sopravvivenza


-        -di MARCO ONNEMBO

 

Nella tormentata storia tra l’uomo e la macchina si insinua una notazione capace di cogliere un punto di forza dell’esperienza umana. Provare sentimenti, innamorarsi, concedere un pezzo di sé stessi agli altri. Si tratta di eventi “traumatici” che hanno il merito di valorizzare quanto di più importante possiede l’uomo: la propria unicità.

 Si può scegliere questo come punto di partenza per interpretare il ricco lavoro di Mauro Crippa e Giuseppe Girgenti condensato nel saggio Umano, poco umano nel quale, senza mezzi termini, teorizzano come l’avvento dell’Intelligenza artificiale rischia di spazzare via quanto di umano c’è nell’uomo se questi non saprà reagire. Come? Dando vita ad un neoumanesimo che lo porti a riscoprire, attraverso dieci esercizi “spirituali” mutuati dal magistero dei filosofi dell’antichità, sé stesso. Si tratta, nelle intenzioni degli autori, di un “manuale di sopravvivenza” per resistere ad una tecnologia che mette a rischio l’intelligenza umana perché la rende uguale a quella artificiale. Il libro prende le mosse da Pierre Hadot e dal suo Esercizi spirituali e filosofia antica, oltre che da Foucault e Patocka - maestri della “cura del sé” - che di Socrate hanno fatto il loro padre nobile. Anzi, il pensiero del maestro ateniese – come quello di Agostino sul fronte “dell’interiorità” – è l’architrave su cui poggiano gli esercizi proposti da Crippa e Girgenti per “prendersi cura dell’anima”. Si tratta degli insegnamenti di Platone e Aristotele, Eraclito e Seneca, Ignazio di Loyola, ma anche di Nietzsche e Heidegger, che danno il titolo ad ogni capitolo e che hanno valore sia in senso laico sia in senso religioso. Succede tutte le volte in cui al centro vi è l’uomo, portatore di quell’autocoscienza che lo distingue dalla macchina.

 Proprio questo – seguendo il ragionamento degli autori – è il nemico che l’IA vuole abbattere, l’antropocentrismo su cui si fonda l’Occidente e l’umanesimo. L’IA è un “oggetto” senza conoscenza di sé stesso – per dirla con Eraclito -, senza emozioni, che funziona diversamente da come pensano i riduzionisti che assimilano il rapporto mente-comportamenti a quello hardware-software. Ciò che manca alla macchina è l’anima (vale ancora richiamare Agostino), quella “coscienza del sé” che in Socrate si traduce nella consapevolezza del non sapere, ma anche del sapere, e che alla macchina è ignoto: come il senso della parola “empatia”, che negli uomini si sostanzia nel ritrovare sé stessi negli altri.

Salvaguardare l'umano  

Questo è il punto chiave del libro, perché la salvaguardia di quanto di umano c’è in noi passa attraverso la conservazione degli elementi che rendono la nostra vita irripetibile, a cominciare dalle sensazioni che nascono dalle interazioni fisiche – «una cena vale più di mille chat » - e che si estremizza nell’amore. Queste e altre emozioni hanno nell’uomo la loro epifania più esplicita. Soprattutto in un mondo in cui «le immagini prevalgono sul testo» e in cui sembra che gli uomini tirino «su con amore un algoritmo e non i propri affetti». La sfida, dunque, non è navigare nel web, ma spingerci oltre le colonne d’Ercole presenti al nostro interno. Novelli Ulisse dobbiamo recuperare – come il re di Itaca con la sua Penelope - la “nostalgia dell’altro”, quella necessità del contatto in carne e ossa che è ancora appannaggio esclusivo dell’uomo. 

Non perdere la propria "unicità"

Se l’uomo non saprà reagire – è una delle tesi di Crippa e Girgenti – non solo perderà la propria “unicità” in senso spirituale e filosofico, ma anche la capacità di scegliere, perché la standardizzazione imposta dall’IA lo renderà un “nessuno digitale”, un “post uomo” che sguazza nel “mare della prevedibilità” (che è ciò che vuole il marketing per vendere meglio prodotti e servizi). L’uomo, però, non è una macchina, ha avuto una madre e un padre, si è cibato di emozioni che hanno alimentato il suo “Io” narrante che si manifesta attraverso l’atto della scrittura (a mano) e della lettura che, a ben vedere, rappresenta ancora l’esercizio “spirituale” più importante di tutti. Non si è cibato, insomma, di idee all’ingrosso partorite da un algoritmo. Ma c’è anche qualcosa di più “divino” che si può carpire incrociando le pagine (laiche) di questo saggio con la fede. Si tratta della capacità di dimenticare. Un’opzione che a una macchina è preclusa per definizione e che nell’uomo può assumere il duplice valore di scacciare un pensiero nefasto o di vivere la drammaticità di una malattia (basti pensare all’Alzheimer). 

Saper dimenticare

Ma in questo dimenticare proprio dell’uomo c’è anche una grazia: il dono, per esempio, di non aver incombenti sul nostro capo gli errori commessi e le cattiverie altrui. È il perdono. Quel dimenticare divino che è possibile solo a noi umani. Una qualità che nessuna Intelligenza artificiale potrà mai avere.

 

www.avvenire.it

 


venerdì 4 febbraio 2022

UNICITA'


 “Forse dovrei parlare di integrazione o diversità ma è una parola che non mi piace, è qualcosa di comparativo, esprime una distanza che non mi convince. 

Quando la verbalizzo sento sempre che tradisco qualcosa che sento, che penso. Trovo che le parole siano come gli amanti, quando non funzionano più sono da sostituire. Ho trovato un termine per sostituirlo, molto convincente. 

Unicità. Mi piace, piace a tutti. Tutti noi siamo capaci di trovare l’unicità dell’altro e tutti pensiamo di essere unici. Per niente. Per comprendere la propria unicità è necessario capire di che cosa è fatta. Capire di che cosa siamo fatti noi. Certamente cose belle: valori, convinzioni, amori, i talenti. Ma i talenti vanno allenati, seguiti. 

Delle proprie convinzioni bisogna avere la responsabilità. Delle proprie forze, bisogna avere cura. Immaginatevi quando si comincia con i dolori che vanno affrontati, le fragilità che vanno accudite. 

Non è facile entrare in contatto con la propria unicità. Come si fa a tenere insieme tutte queste cose? Io un modo ce lo avrei: si prendono per mano tutte le cose che ci abitano, quelle belle e quelle che pensiamo siano brutte e si portano in alto. Si sollevano insieme a noi, alla luce del sole, in un grande abbraccio innamorato. E gridiamo: che bellezza! 

Tutte queste cose sono io. Sarà una figata pazzesca. Sarà bellissimo, abbracciare la nostra unicità. E a quel punto io credo che sarà anche più probabile aprirsi all’unicità dell’altro e uscire da questo stato di conflitto che ci allontana. 

Io sono già una persona molto fortunata a essere qui, ma vi chiederei un altro regalo: date un senso alla mia presenza su questo palco: l’ascolto degli altri, delle loro unicità.

Promettetemi che ci doneremo agli altri, che accogliamo il dubbio anche solo per essere certi che le nostre convinzioni non siano solo delle convenzioni. Facciamo scorrere i pensieri in libertà e senza pregiudizio e senza vergogna.
 
Facciamo scorrere i sentimenti con libertà e liberiamoci dalla prigionia dell'immobilità. Immaginate se il mondo non ruotasse e fisso stesse, se tutto il buio fosse nero pesto”.

Drusilla Foer

giovedì 29 aprile 2021

EDGAR MORIN. IL FILOSOFO DELLA COMPLESSITA'


Nel centenario della sua nascita


                                                                          -         di Emmanuel Banywesize Mukambilwa,

 Professore di Epistemologia Facoltà di Arti e Scienze Umane Università di Lubumbashi (RD Congo)

 

 In questo anno 2021, che segna il centesimo compleanno di Edgar Morin[1], è importante rivisitare la sua[2] opera  per evidenziare la sua attualità e il suo impegno epistemologico ed etico. Si tratta di contribuire alla celebrazione mondiale di un grande pensatore, un umanista che ha attraversato il XX secolo e il cui complesso pensiero è costruito a partire da esperienze vissute, progressi e crisi della scienza, della filosofia, delle società e dell'umanità. Questo scritto vuole soprattutto mostrare che Morin influenza e feconda la ricerca scientifica e filosofica nel mondo, promuove un universo dell'incontro il cui orizzonte è l'umanesimo uni-diversale, cioè un umanesimo che riconosce e promuove l'essere umano nella sua unità e diversità (pluralità). Infatti, parafrasando Edgar Morin, l'unità è il tesoro della diversità umana, così come la diversità è il tesoro dell'unità umana[3].

La matrice di questo universo è certamente l'epistemologia della complessità. La sfida di questa epistemologia, non cartesiana, è quella di collegare la conoscenza, di elevare la complessità della conoscenza e della scienza e, inoltre, di complessificare la ragione, che è stata a lungo rinchiusa nei binari riduttivi ed esclusivi istituiti dai principi epistemologici e metodologici del paradigma della semplicità. Sappiamo che ogni cultura riproduce il suo paradigma nelle sue attività cognitive e sociopolitiche. La modernità occidentale ha favorito il paradigma della semplicità che, nel tempo, ha contribuito a installare e legittimare posture disgiuntive e riduttive nel cuore delle pratiche epistemiche e sociali. Questo paradigma ha generato una conoscenza frammentata, riduttiva e persino discriminatoria, le cui conseguenze dannose possono essere viste nel rapporto tra gli esseri umani e il mondo e tra gli stessi esseri umani.


Se la ricerca del semplice è stato a lungo l'ideale epistemologico della scienza, d'ora in poi  (Gaston Bachelard ha avuto il merito di delinearlo in Le nouvel esprit scientifique -1934), la complessità costituisce la sfida del pensiero scientifico e  ......

MORIN - COMPLESSITA'