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giovedì 2 dicembre 2021

BUON NATALE o BUONE FESTE?

Un documento europeo 

che esprime una filosofia

Dopo le aspre polemiche, che la loro pubblicazione ha suscitato, le linee-guida della Commissione Europea per una «comunicazione inclusiva» sono state ritirate, con un comunicato della commissaria UE all’Uguaglianza, Helena Dalli, responsabile del progetto. Motivo delle proteste era stata soprattutto l’indicazione, contenuta nel documento, di evitare il termine “Natale”, per non ferire la sensibilità religiosa dei non cristiani, sostituendolo con quello, più neutro di “festività”. Ma il problema è molto più radicale e non riguarda solo la sfera religiosa.

In realtà le «linee-guida» – al di là del loro precipitoso ritiro – contengono una ben precisa filosofia, la stessa che oggi sta alla base di correnti d’opinione ampiamente diffuse, come – per fare un esempio che nel nostro Paese è stato reso attuale dal dibattito sul ddl Zan – quelle relative alle teorie del gender (ma non solo quelle). Che il documento fosse riservato, come hanno precisato fonti della Ue, che sia stato ufficialmente ritirato, non intacca in alcun modo il suo valore di testimonianza sulle idee che circolano oggi, non solo a Bruxelles, ma in tutta l’Europa.

La sua stessa esistenza – a prescindere dal suo valore giuridico – è un’occasione significativa per rendersi conto di quali siano queste idee e discuterle francamente, invece di doverle subire attraverso una propaganda sottile e pervasiva.

Che cosa significa un “linguaggio inclusivo”

Che non si tratti di un puro regolamento tecnico lo dice già la premessa da cui le linee-guida partono: «Le parole e le immagini che usiamo nella nostra comunicazione quotidiana trasmettono un messaggio su chi siamo e chi non siamo». Affermazione pienamente condivisibile, a cui va aggiunta un’altra notazione, cara ai sostenitori delle gender theories e del femminismo estremo, secondo cui il linguaggio non si limita a riflettere la nostra realtà umana, ma in qualche modo contribuisce a plasmarla.

Proprio da qui nasce l’esigenza di curarlo, per preparare un mondo diverso. È questo lo sfondo del documento della UE, che si propone – come molti dei movimenti che si ispirano alla sua stessa filosofia – il lodevole obiettivo di educare a uno stile di rispetto reciproco, spingendo ad usare un «linguaggio inclusivo», che non implichi discriminazioni e aiuti a superare le logiche della violenza in nome dell’uguale dignità delle persone (non a caso il documento porta il titolo di “Union of Equality”).

Una esigenza che, con tutto il rispetto per i non credenti, è perfettamente in linea con lo spirito del Natale. A suscitare forti perplessità sul progetto è stato il concetto di uguaglianza adottato dalle linee-guida: «Ogni persona in Ue», vi si dice, «ha il diritto di essere trattato in maniera eguale» senza riferimenti di «genere, etnia, razza, religione, disabilità e orientamento sessuale». Dove, fin dalle intenzioni, si chiarisce che l’uguaglianza tra le persone le include, sì, ma non grazie, bensì a prescindere dalle loro differenze.

Su questa linea, infatti, erano gli esempi portati nel testo per indicare in che termini dovrebbe essere modificato il nostro linguaggio per essere «inclusivo». In tema di genere – vi si spiegava – «è meglio non usare nomi o pronomi che siano legati al genere del soggetto». Perciò piuttosto che “he” o “she” (egli o ella), meglio usare un più indeterminato e asessuato “they” (loro). Nel salutare una platea il consiglio era di evitare la classica formula “ladies and gentlemen” (signore e signori) sostituendola con “dear colleagues” (cari colleghi). Rivolgendosi a una donna, al “signora” (Mrs) o “signorina” (Miss) va preferito il neologismo “Ms”.

Anche nel linguaggio riguardante la famiglia, il «linguaggio inclusivo», secondo il documento, esclude vocaboli come “marito” e “moglie”, da rimpiazzare con il neutro “partner”, o come “padre” o “madre”, da sostituire con “genitori”.
L’inclusione, per i vertici Ue, deve essere chiaramente anche religiosa. Così, quando si compila un comunicato, la Commissione sconsigliava al suo staff di usare negli esempi nomi legati alla Bibbia e in particolare al vangelo. Alla frase “Maria e John sono una coppia internazionale” andrebbe perciò sostituita “Malika e Giulio sono una coppia internazionale”.

In questo contesto il consiglio che ha suscitato le proteste. Invece di dire o scrivere “Natale è stressante”, usare l’espressione “le festività sono stressanti”. Non è contenuta nel documento, ma rientra in questa logica, l’applicazione fatta da molti alla tradizionale formula di auguri: “Buon Natale!”, che andrebbe sostituita con “Buone feste!”.

Una filosofia che annulla le differenze

Chi ha presenti gli opuscoli che, qualche anno fa, erano stato preparati dall’Istituto Beck su commissione dell’UNAR (ufficio governativo) avrebbero dovuto essere distribuiti (poi l’iniziativa fu bloccata all’ultimo momento) agli insegnanti di ogni ordine e grado per istruirli sul modo di combattere le discriminazioni sessuali nelle scuole, non ha di che stupirsi. La filosofia è la stessa. E quando dico “filosofia” non intendo nulla di astratto e di estraneo alla nostra vita, bensì il modo di vedere le persone e i rapporti tra di loro.

Il fondamento di questo modo di vedere è il principio che l’uguaglianza richiede l’annullamento delle differenze. Il lavoro fatto sul linguaggio mira a formare – e sui più giovani questo è più possibile che mai – individui che non si riconoscano appartenenti a nessuna categoria, ma solo a se stessi. È il trionfo del puro individualismo.

Ma è anche l’annegamento del singolo in una massa informe e indistinta, in cui viene privato di una sua collocazione nei confronti degli altri, perché non ha più con essi un terreno condiviso che li accomuni. In questo universo senza appartenenze e che fonda l’uguaglianza sulla omologazione, anche l’individuo perde alla fine la sua identità, che avrebbe bisogno delle relazioni. E le relazioni diventano impossibili, o meramente formali, in una società dove al posto delle differenze c’è l’incommensurabilità tra individui che sono solo se stessi e che non hanno in comune né l’essere uomini, né l’essere donne, né l’essere cristiani né l’essere islamici, né l’essere credenti né non credenti.

Purtroppo queste non sono solo teorie. È la tendenza della globalizzazione a imporre – attraverso le mode, oltre che attraverso, ancora una volta, il linguaggio – la logica dell’omologazione, che rende tutti uguali annullando le differenze culturali e lasciando in vita individui sradicati e incapaci di relazioni profonde. Per un mondo dove si realizza la vera uguaglianza non si può puntare sull’annullamento dell’appartenenza dei singoli alle loro rispettive comunità locali, ma all’apertura di ciascuna di esse alle altre e al mondo intero, per questo è stato coniato anche un termine: “glocalizzazione”. Salvo a dover fare i conti con una realtà che va in tutt’altra direzione.

Insomma, il rispetto «dell’uguale dignità delle persone», a cui miravano le linee-guida della UE, non si realizza, come credevano gli estensori del documento, a spese delle differenze, ma attraverso di esse. E non credo proprio che un non credente possa sentirsi prevaricato e offeso se un cristiano gli augura la cosa che è più bella e più grande ai propri occhi, la venuta di Dio nella sua vita (questo significa, in fondo, «buon Natale”). Meno che mai un islamico, il quale nell’unico capitolo (sura) del Corano dedicato a una donna – precisamente a Maria, la madre di Gesù – trova narrato l’evento dell’annunciazione e della nascita verginale.

Una bella occasione per l’Europa di essere “inclusiva”

Se la commissione UE vuole veramente un mondo più inclusivo, forse potrebbe smettere di opporsi alla richiesta dell’India e del Sud Africa di applicare una moratoria ai diritti di proprietà intellettuale, che consentirebbe a Paesi poveri di produrre il vaccino contro il covid.

«Una misura volta a sbloccare i monopoli che impediscono l’accesso alla conoscenza medica e il suo utilizzo per espandere e delocalizzare la capacità produttiva non solo per i vaccini, ma per tutti i rimedi che servono per contrastare il virus (…). Dal Natale del 2020, papa Francesco ribadisce la necessità non più prorogabile di ricorrere a questa misura di giustizia pandemica (…). Ma la Commissione Europea, insieme a Gran Bretagna, Svizzera e Canada, blocca da mesi il negoziato».

L’Ue in particolare ha proposto «un sistema che punta sì a rimuovere gli attuali ostacoli all’incremento della produzione di strumenti essenziali contro Covid-19, ma tramite incentivi alle industrie farmaceutiche affinché rilascino licenze volontarie per il trasferimento di tecnologie alle aziende nei Paesi del Sud del mondo, in cambio di abolizione delle restrizioni commerciali, abbattimento delle barriere doganali, facilitazioni fiscali. Così i monopoli sono salvi» (N. Dentico, Covid. Vaccini. La Terza via dell’Europa mette all’angolo i Paesi poveri, su «Avvenire» 27 novembre 2021). 

Questo potrebbe essere davvero un buon modo di rispettare l’uguaglianza tra gli esseri umani rispettando, anzi valorizzando le differenze. Ma forse, a questa triste Europa che rinnega il Natale, costa di meno destrutturare le identità delle persone.

 www.tuttavia.eu



 

 

sabato 17 aprile 2021

EDUCARE: FARE LA DIFFERENZA



- di Rocco Gumina *

Dalla lunga gestazione del DDL Zan alle infinite discussioni sulle unioni civili, dalle aggressioni omofobe alle incomprensioni causate dal termine gender, dal ruolo delle donne nella nostra società ad una falsa e spesso dannosa idea di mascolinità, in Italia si avverte il bisogno di cammini educativi rivolti a tutte le fasce d’età che permettano una comprensione profonda di tali temi. La finalità di simile operazione dovrebbe essere connessa al tentativo di far chiarezza a partire dalle fondamenta delle questioni le quali, oltre ad animare il dibattito pubblico, nella maggior parte dei casi scadono in derive ideologiche slegate dal nocciolo dell’argomento

Genere e disuguaglianze

Con il libro Fare la differenza. Educazione di genere dalla prima infanzia all’età adulta (Il Mulino, 2019), la professoressa Rossella Ghigi, sociologa della famiglia e delle differenze di genere all’Università di Bologna, offre un valido contributo alle famiglie, agli insegnanti, agli educatori, agli amministratori pubblici e a tutti i soggetti interessati per districarsi e orientarsi in merito ad una serie di tematiche inerenti all’educazione di genere. Proprio quest’ultima rappresenta il cuore della ricerca dell’autrice per la quale il genere nell’educazione «fa riferimento a un’attività consapevolmente intrapresa per sollecitare competenze, offrire risorse, mediare la conoscenza in un’ottica di genere» (p. 9). Inutile negarlo, nella nostra società esistono veri e propri muri che investono il mondo della famiglia, del lavoro, della cultura tanto da originare delle diseguaglianze che l’educazione di genere può limitare e contrastare. È chiaro che la scuola, secondo la Ghigi, ha forse più delle altre agenzie educative il compito di «far emergere specificità e talenti, alimentare competenze nella selezione e nel vaglio critico delle informazioni, offrire gli strumenti per costruire una società più egualitaria e inclusiva» (p. 12). Tuttavia non si tratta soltanto di inserire nel piano di studi l’ora di educazione di genere bensì di rileggere globalmente tutti i contenuti curriculari con una visione attenta al genere. Dalla storia alla letteratura, dalla religione all’arte, dalla musica alla filosofia necessita uno studio più interessato alle dinamiche di genere per favorire un pensiero che oggi possa promuovere la parità fra i sessi.

L’importanza dell’educazione di genere

Il punto di partenza dell’autrice è la funzione dell’educazione chiamata a rivestire un ruolo indispensabile per guidare le giovani generazioni verso una maggiore consapevolezza dell’importanza della parità fra i generi. Il problema, ancora presente nelle nostre comunità, è legato al fatto che siamo portati a ricondurre la maschilità e la femminilità a caratteristiche e propensioni che nella maggior parte dei casi sono stereotipi alimentati da alcune forme e modalità di apprendimento sociale veicolate in famiglia o tramite la TV e i social. Ad esempio, la relegazione delle donne alla sfera della cura domestica e familiare ha comportato la loro quasi totale esclusione dal mondo della politica e in genere del potere pubblico e privato. Ciò ha nutrito tutta una gamma di diseguaglianze diffuse in larghi strati della nostra società. Invece, a parere della Ghigi, l’educazione di genere propone un modello comunitario dove «venga dato riconoscimento alle donne lavoratrici e in cui ci sia una più equa distribuzione del lavoro domestico» attraverso una rinegoziazione di «significati che spesso diamo per acquisiti. Si tratta di stimolare un punto di vista critico sull’ovvietà» (p. 46).

Biologia, cultura, differenza

I diversi studi citati dall’autrice mostrano come la gran parte delle differenze fra uomo e donna non sono dovute al dato biologico bensì a quello culturale pertanto occorre un investimento educativo sulle pari opportunità che attraversi ambiti come il mercato del lavoro, la cura domestica, l’impegno nella società. Nondimeno, la radice e la finalità di simile opera non potrà coincidere con una mera rivendicazione dell’uguaglianza bensì occorrerà collocare la differenza sotto una nuova luce quella del rispetto e dell’interazione fra le reciproche diversità. Infatti, diverse esperienze di educazione di genere mirano a riprendere «il tema del maschile come visione parziale e non universale del mondo, e a indagare i vincoli e le rigidità della socializzazione alla virilità, soprattutto in adolescenza» (p. 63). Inoltre è utile ricordare che tali acquisizioni sono importanti al fine di ricomprendere tanto l’eterosessualità quanto l’omosessualità.

Il testo di Rossella Ghigi si pone come uno strumento valido per le comunità educanti tutte. Si tratta di una rigorosa introduzione ad una questione che nessun segmento della nostra società potrà più eludere. Il libro manifesta chiaramente come ogni percorso legislativo volto a favorire le pari opportunità deve essere radicato e finalizzato in un’ottica che al contempo è educativa e culturale. Il nostro Paese, specie al Sud, ha bisogno di una rinnovata consapevolezza associata all’educazione di genere che oltre a garantire uguali dignità fra donne e uomini potrebbe rappresentare un’occasione di sviluppo sociale, economico e politico delle nostre comunità.

 *Rocco Gumina

Rocco Gumina insegna Religione nell'arcidiocesi di Palermo. Dal 2014 è presidente dell'associazione culturale "A. De Gasperi". Pubblica, su riviste specialistiche, articoli che sviluppano temi legati alla relazione fra teologia, spiritualità e politica.

R. Ghigi, Fare la differenza. Educazione di genere dalla prima infanzia all’età adulta, Il Mulino 2019, pp. 135, 11,00 euro.

 www.tuttavia.eu 

lunedì 7 maggio 2018

LIBERTA' E' IMMAGINARE L'UOMO

Quella «fantasia» che ci fa intuire la medesima umanità
 in ogni «differenza umana» 

Riportiamo un brano dall'ultimo libro della filosofa americana  MARTHA NUSSBAUM
La fantasia è di importanza vitale. Una Costituzione è solo un pezzo di carta con sopra tante parole. Ciò che la rende viva nella vita di un giovane è la capacità di immaginare la diversità e di vedere la stessa umanità in tante forme strane e sconosciute. L’umanità di un altro essere umano è una cosa facile da negare, e ancora più facile è negare l’uguaglianza, la 'pari umanità'. Quando ci troviamo davanti a qualcuno il cui aspetto è strano o fuori dall’ordinario, cosa ci permette di capire che quelle forme sono quelle di un vero e proprio essere umano uguale a noi, piuttosto che quelle di un membro di un gruppo primitivo inferiore, o di una tribù di incivili senza Dio o addirittura di un robot senza vita? Come Roger Williams scrive in una sua poesia, l’orgoglio ci porta facilmente a essere avari con le nostre attribuzioni di umanità, mentre ci vuole la vera e propria immaginazione per vedere sotto lo strano abito dell’indiano i costumi e la lingua di una persona uguale a noi stessi.
Non molto tempo fa una grande percentuale di americani pensava che gli afroa- mericani fossero una razza inferiore. Le persone con una vasta gamma di disabilità sono ancora trattate come inferiori ogni giorno. Un volto e forma umanoide non sembrano sufficienti a garantire la presenza, all’interno di quel corpo, di un’anima umana di pari dignità, non fino a quando le persone trovano conveniente evitare di attribuire pari umanità. Questa tendenza a negarla, può essere superata se si impara a immaginare la presenza dell’umanità nell’altro. Ma le persone non coltivano abbastanza la loro immaginazione. Spesso semplicemente non sono in grado di immaginare che quella forma di vita di fronte a loro ha una vita interiore simile alla propria. E col passare del tempo possono arrivare a negarlo del tutto.
Il romanziere Charles Dickens suggerì che l’assenza di tale processo di sviluppo dell’immaginazione fosse un fattore centrale nel trattamento insensibile dei poveri del suo tempo: la gente aveva imparato a vederli come fattori, componenti delle formule economiche, non più come individui distinti l’uno dall’altro ma come una «folla che si spostava avanti e indietro dai propri nidi come formiche o scarafaggi ». C’era, quindi, da meravigliarsi che gli industriali e i politici trattassero i lavoratori come ingranaggi di una macchina, piuttosto che come esseri umani con mente e cuore?
Educare l’immaginazione alla differenza, sviluppare la fantasia che ci permette di vedere la stessa umanità dietro a un aspetto differente, è un compito molto importante della formazione primaria. I bambini acquisiscono queste capacità facilmente, non appena iniziano a parlare, se non prima. Nel momento in cui riescono a porre la domanda, «Brilla brilla stellina, mi domando cosa tu sia», entrano nel regno della fantasia, e questo regno cresce, per tutta l’infanzia, grazie a storie di tutti i tipi. Col passare del tempo, le storie diventano sempre più sofisticate, e i bambini imparano a mettersi nei panni di persone buone e cattive, bianche e nere, vecchie e giovani. Le differenze etniche, religiose e nazionali esercitano spesso una particolare attrazione per i bambini che sono curiosi del mondo in cui vivono, e molti tra i migliori libri per l’infanzia si concentrano su queste differenze. È prassi assolutamente standard per gli educatori, sviluppare l’attenzione per la differenza in modo che i bambini la impieghino per guardare le tante realtà diverse che una nazione contiene.

www. avvenire.it

giovedì 4 maggio 2017

DIALOGO: AVANZARE INSIEME


Lectio di Enzo Bianchi per la Fondazione Balducci a Firenze su “L’altro come dono”: la condivisione di un percorso in cui il fine «non è il consenso, ma il reciproco progresso»
Il fondatore della Comunità di Bose riflette sull’alterità a partire dal pensiero del padre scolopio: «Amerei scrivere una storia della nostalgia dell’altro lungo tutta la storia umana» Senza contrapposizioni

 di ENZO BIANCHI

«Amerei scrivere una storia della nostalgia dell’altro lungo tutta la storia umana ». È da queste parole di padre Ernesto Balducci che prendo le mosse per riflettere su «L’altro come dono». Nel nostro modo abituale di pensare e di parlare questa nostalgia è assente e ricorriamo troppo sbrigativamente a due categorie contrapposte «noi» e «gli altri». Ma è arduo definire i confini tra queste due entità e, ancor di più, stabilire con certezza chi appartiene all’una o all’altra, in che misura e per quanto tempo. Quando giustapponiamo i due termini, in realtà intraprendiamo un percorso suscettibile di infinite varianti: ci possiamo infatti inoltrare su un ponte gettato tra due mondi, oppure andare a sbattere contro un muro che li separa o ancora ritrovarci su una strada che li mette in comunicazione. Possiamo anche scoprire l’opportunità di un intreccio fecondo dell’insopprimibile connessione che abita noi e loro. Appare evidente allora come per l’essere umano la relazione con gli altri sia una delle modalità di relazione che – assieme a quella con se stesso, con il cosmo e, per chi crede, quella con Dio – gli permettono di costruire la propria identità e di vivere. Chi di noi non si è mai chiesto come percorrere i cammini dell’incontro, della relazione con l’altro, con ogni altro, con ogni volto umano?
In primo luogo occorre riconoscere l’altro nella sua singolarità specifica, riconoscere la sua dignità di essere umano, il valore unico e irripetibile della sua vita, la sua libertà, la sua differenza: è uomo, donna, bambino, vecchio, credente, non credente, ecc. È un essere umano come me, eppure diverso da me, nella sua irriducibile alterità: io per lui (o lei) e lui (o lei) per me! Teoricamente questo riconosci-mento è facile, ma in realtà proprio perché la differenza desta paura, si deve mettere in conto l’esistenza di sentimenti ostili da vincere: in particolare, c’è in noi un’attitudine che ripudia tutto ciò che è lontano da noi per cultura, morale, religione, estetica o costumi. Quando si guarda l’altro solo attraverso il prisma della propria cultura, allora si è facilmente soggetti all’incomprensione e all’intolleranza. Non spetta a me ricordare quanto sia stato decisivo il contributo di padre Balducci a tale proposito, soprattutto nelle opere dell’ultima fase della sua vita: L’uomo planetario e La terra del tramonto.
Bisogna dunque esercitarsi a desiderare di ricevere dall’altro, considerando che i propri modi di essere e di pensare non sono i soli esistenti ma si può accettare di imparare, relativizzando i propri comportamenti. C’è un sano relativismo culturale che significa imparare la cultura degli altri senza misurarla sulla propria: questo atteggiamento è necessario in una relazione di alterità in cui si deve prendere il rischio di esporre la propria identità a ciò che non si è ancora… Se ci sono questi atteggiamenti preliminari, allora diventa possibile mettersi in ascolto: ascolto arduo ma essenziale di una presenza, di una chiamata che esige da ciascuno di noi una risposta, dunque sollecita la nostra responsabilità. Non mi stancherò mai di ripeterlo: l’ascolto non è un momento passivo della comunicazione, ma è un atto creativo che instaura una confidenza quale con-fiducia tra i due ospiti, chi ospita e chi è ospitato. L’ascolto è un sì radicale all’esistenza dell’altro come tale; nell’ascolto le rispettive differenze si contaminano, perdono la loro assolutezza, e quelli che sono limiti all’incontro possono diventare risorse per l’incontro stesso.
Nell’ascolto si arriva progressivamente a porsi un semplice domanda: in verità, chi ospita e chi è ospitato? Ascoltare l’altro non equivale dunque a informarsi su di lui, ma significa aprirsi al racconto che egli fa di sé per giungere a comprendere nuovamente se stessi. E nell’ascolto – lo sappiamo bene per esperienza – occorre rinunciare ai pregiudizi che ci abitano, occorre lottare per farli tacere dentro di noi e a volte addirittura nelle posture fisiche con cui stiamo di fronte all’altro. Siamo inoltre chiamati a nominare e ad affrontare le paure che ci abitano quando entriamo in relazione con l’altro, senza pensare stoltamente di poterle rimuovere o sopprimere, perché altrimenti torneranno in seguito con maggior forza. Quando ci si immette in questo percorso di sospensione del giudizio, ecco che si appresta l’essenziale per guardare all’altro con sym-pátheia: quest’ultima è un atteggiamento che si nutre di un’osservazione partecipe, la quale accetta anche di non capire l’altro e tuttavia tenta di esercitarsi a “sentire-con lui”. In tal modo si comprende che la verità dell’altro ha la stessa legittimità della mia verità. E si faccia attenzione: ciò non equivale a dire che non c’è verità o che tutte le verità si equivalgono. No, ciascuno è legittimato a manifestare la propria verità, ognuno deve impegnarsi con umiltà a confrontarsi e a ricevere la verità che sempre precede ed eccede tutti, pur nella convinzione che la propria verità è quella su cui può essere fondata e trovare senso una vita. Questa “simpatia” decide anche dell’empatia, che non è lo slancio del cuore che ci spinge verso l’altro, bensì la capacità di metterci al posto dell’altro, di comprenderlo dal suo interno: è la manifestazione dell’humanitas dell’ospite e dell’ospitante, è umanità condivisa.
Attraverso queste tappe – mai schematiche, ma sempre da rinnovarsi nel faccia a faccia, mediante un’intelligenza creativa e un amore intelligente – si può giungere al dialogo, autentica esperienza di intercomprensione.
Dia-lógos: parola che si lascia attraversare da una parola altra; intrecciarsi di linguaggi, di sensi, di culture, di etiche; cammino di conversione e di comunione; via efficace contro il pregiudizio e, di conseguenza, contro la violenza che nasce da un’aggressività non parlata… È il dialogo che consente di passare non solo attraverso l’espressione di identità e differenze, ma anche attraverso una condivisione dei valori dell’altro, non per farli propri bensì per comprenderli. Dialogare non è annullare le differenze e accettare le convergenze, ma è far vivere le differenze allo stesso titolo delle convergenze: il dialogo non ha come fine il consenso ma un reciproco progresso, un avanzare insieme. Così nel dialogo avviene la contaminazione dei confini, avvengono le traversate nei territori sconosciuti, si aprono strade inesplorate.
Sono le strade che ha percorso Gesù di Nazareth e che ha lasciato ai suoi discepoli come tracce da seguire, facendosi maestro con la sua arte della relazione, la sua volontà di ascoltare e accogliere quanti incontrava sul suo cammino, fino a lasciarsi costruire, edificare da questi rapporti. Possiamo intendere anche in questo senso alcune parole di padre Balducci in una delle sue ultime omelie: «La riconciliazione consiste in uno scambio tale per cui uno non è se stesso se non in quanto si riferisce all’altro.
Questa condizione antropologica piena è il luogo in cui si ritagliano le positive avventure della nostra vita, certamente parziali ma che ci fanno sognare un mondo diverso da questo». Un mondo in cui possa finalmente trovare compimento il desiderio di Gesù, che è la fonte e il culmine di ogni discorso sull’altro come dono: «Voi siete tutti fratelli» ( Mt 23,8).


               www.avvenire.it


mercoledì 17 giugno 2015

LA DIFFERENZA UOMO - DONNA, UNA RICCHEZZA PER I FIGLI

  Papa Francesco:
 la differenza tra uomo e donna è ricchezza per i figli
«L’essere genitori, ricorda la Bibbia, si fonda sulla diversità di essere maschio e femmina»
Da Avvenire 16.6.15

Pubblichiamo il testo integrale del discorso pronunciato dal Papa domenica scorsa in apertura del Convegno ecclesiale della diocesi di Roma.
Buonasera! Le previsioni ieri, a tarda sera, dicevano per oggi, per questo pomeriggio e questa sera: pioggia! Sì è vero, pioggia di famiglie in Piazza San Pietro! Grazie! È bello incontrarvi all’inizio del Convegno pastorale della nostra diocesi di Roma. Ringrazio tanto voi genitori, di aver accettato l’invito a partecipare così numerosi a questo incontro, che è importante per il cammino della nostra comunità ecclesiale.
Come sapete, da alcuni anni stiamo riflettendo e ci interroghiamo su come trasmettere la fede alle nuove generazioni della città che, anche a seguito di alcune ben note vicende, ha bisogno di una vera e propria rinascita morale e spirituale. E questo è un compito molto forte. La nostra città deve rinascere moralmente e spiritualmente, perché sembra che tutto sia lo stesso, che tutto sia relativo; che il Vangelo è sì una bella storia di cose belle, che è bello leggerlo, ma rimane lì, un’idea. Non tocca il cuore! 

continua : UNA RICCHEZZA PER I FIGLI