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sabato 7 marzo 2026

ESSERE DONNA

 


Dieci studiose credenti, tra teologhe, patrologhe e bibliste, hanno scritto 66 omelie per domeniche e feste

 

di Enzo Bianchi

 Tra i divieti attuali che nella chiesa cattolica molti discutono con rispetto, serietà, approfondimenti dottrinali e senza contestazioni o logiche di potere da acquisire, ve n’è in particolare uno che riguarda i fedeli laici, donne e uomini, i quali, pur potendo partecipare in diversi modi al servizio liturgico, non possono fare l’omelia durante la celebrazione eucaristica. Il Codice di Diritto Canonico dichiara in modo netto che “l’omelia … è riservata al sacerdote o al diacono” (canone 767, § 1).

 Se questa è la legislazione da osservare, è certamente lecito porre domande, chiedere chiarimenti ed esprimere attese e desideri per una revisione dell’attuale disciplina da parte dell’autorità competente. Ci sono ragioni per tale discussione? Crediamo di sì, come già fecero teologi di grande competenza e autorevolezza, tra i quali Jean-Hervé Nicolas e Yves Congar. Insieme a loro ci domandiamo: l’attuale disciplina risponde a un’esigenza dottrinale oppure obbedisce a ragioni di prudenza pastorale?

 Innanzitutto, la predicazione omiletica affidata ad alcuni laici uomini e donne scelti e incaricati dal vescovo non sarebbe una novità nella lunga storia della chiesa fin dall’antichità. Ci basti qui ricordare che nel Medioevo, prima del divieto di predicazione ai laici stabilito nel 1228 da Gregorio IX, i vescovi e il papa concessero il mandatum praedicandi ad alcuni uomini e donne laici, in un fecondo esercizio di rinnovamento all’interno di movimenti evangelici laicali sviluppatisi nella stagione della riforma gregoriana. I poveri di Lione, più tardi chiamati Valdesi, gli Umiliati e altri gruppi chiesero al papa di Roma l’approvazione della loro forma vitae e dell’esercizio della predicazione, ricevendo questa facoltà. La vita evangelica di questi predicatori dava loro un’autorevolezza di competenza e coerenza di vita, sicché la loro parola appariva performativa: si pensi a Roberto d’Arbrissel (1045-1116), che predicava di fronte al clero, ai nobili e al popolo, su approvazione di Urbano II; oppure a Norberto di Xanten (1080-1134), che ricevette l’officium praedicandi da Gelasio II. Ma si ricordi che questo fu possibile anche per alcune donne, tra le quali eccelle Ildegarda di Bingen (1098-1179), proclamata da Benedetto XVI dottore della chiesa, abbadessa che predicò in diverse cattedrali chiamata da vescovi ed ebbe tra i suoi ascoltatori anche Eugenio III.

 E oggi? Nella chiesa del tempo post-conciliare, da quando papa Giovanni con il suo discernimento profetico individuò tra i “segni dei tempi” l’ingresso della donna nella vita pubblica, più volte sentiamo voci – a cominciare da quelle dei papi – che si levano per chiedere una più grande valorizzazione della donna nella chiesa, una sua maggior partecipazione alle diverse istituzioni che la reggono e la organizzano, un riconoscimento a lei di tutte le facoltà che in quanto battezzata possiede di diritto. Non mancano neppure le voci che domandano l’accesso delle donne al diaconato o all’ordine presbiterale, ma su questo tema vi sono pronunciamenti recenti e netti del magistero.

 C’è invece una strada alquanto decisiva per la valorizzazione della donna nella chiesa, una possibilità che riguarda più in generale i fedeli, uomini e donne, possibilità già esperita nella storia della chiesa e di fatto presente, nonostante l’attuale disciplina, in molte chiese locali: la presa della parola nell’assemblea liturgica da parte di fedeli laici, uomini o donne.

 Un chiaro e inequivocabile messaggio in questa direzione viene dal volume curato del Coordinamento delle teologhe italiane, Senza Indugio, Con voce di donna, Omelie per l’anno C, edito da Il Portico, Edizioni Dehoniane di Bologna. Alice Bianchi, Emanuela Buccioni, Donata Horak, Giulia Lo Porto, Cettina Militello, Donatella Mottin, Marinella Perroni, Simona Segoloni Ruta, Cristina Simonelli, Silvia Zanconato sono dieci donne credenti, a diverso titolo teologhe, patrologhe e bibliste, appartenenti a due generazioni, che pubblicano sessantasei omelie distribuite sulle domeniche e le feste dell’anno liturgico attualmente in corso. E lo fanno appunto, senza indugio, cioè con quella risolutezza che l’evangelo secondo Luca riconosce ad alcuni personaggi. 

 Quella concitazione, quell’affrettarsi che nasce da quanto visto e udito: Maria si precipita dalla cugina Elisabetta, i pastori di Betlemme vanno subito verso il bambino appena nato, i discepoli di Emmaus che tornano in fretta a Gerusalemme dopo l’incontro con Gesù risorto. “È sembrato infatti alle autrici e agli editori che senza indugio rendesse bene l’esito dell’incontro con il vangelo – felice inquietudine, convinta passione, solerte azione”. I testi che questo volume raccoglie non sono semplici commenti al vangelo, ma sono vere e proprie omelie, pensate, scritte e destinate alla comunità liturgica.

 Dall’incontro di queste dieci autrici con l’evangelo secondo Luca sono nate delle omelie che comprovano e confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, non solo che le donne sanno predicare la parola di Dio quanto gli uomini, ma che letto e interpretato da donne preparate e competenti l’evangelo acquista armonie nuove e diverse. La chiesa sarà più ricca quando le donne potranno pronunciare l’omelia.

 Molti, tra cui papa Francesco, mettono in guardia dalla “clericalizzazione delle donne”, paventando il pericolo che le donne riempiano le sacrestie invece di essere cristiane nel mondo. Credo invece che, concedendo ad alcuni laici di tenere a volte l’omelia durante la liturgia eucaristica, essi non vengano clericalizzati, ma venga riconosciuto un dono a chi tra loro lo possiede. Véronique Margron, Catherine Aubin, Dominique Coatanéa e altre teologhe e teologi non solo sono favorevoli a tale possibilità, ma vi vedono il riconoscimento della presenza di doni che lo Spirito dispensa come e quando vuole, sempre tenendo fermo il necessario discernimento e riconoscimento da parte del vescovo.

Leggendo Senza indugio e gustando le omelie contenute sorge spontanea la domanda: perché l’unica voce che nella liturgia proclama il Vangelo è sempre quella di un uomo e mai quella di una donna? La chiesa dovrebbe esprimersi a due voci, maschile e femminile, perché la lettura e l’interpretazione delle sante Scritture assumono nei due casi accenti diversi, che possono solo arricchire il popolo di Dio in ascolto.

 Si pensi anche alla situazione delle comunità monastiche femminili, dove il cappellano, sempre e solo lui, fa l’omelia ogni giorno e le monache non ascoltano se non lui, senza avere mai la possibilità di predicare, pur essendo un gruppo un gruppo ristretto e capace di far udire le loro rispettive voci in modo autorevole nella liturgia eucaristica.

Del resto, come dimenticare che Gesù ha predicato nelle sinagoghe di Nazareth e di altre città senza essere né un sacerdote né un rabbino ordinato, ma lo ha fatto per carisma profetico e perché incaricato dai capi delle diverse sinagoghe?

 Se l’apostolo Paolo ha potuto scrivere “le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare” (1Cor 14,34), oggi si avverte la necessità, almeno in Occidente, che nelle assemblee della chiesa la parola sia data anche alle donne e a loro sia permesso parlare.

 Blog di Enzo Bianchi

 

Papa Leone XIV – LE DONNE NELLA CHIESA E NELLA SOCIETA’





venerdì 12 dicembre 2025

FEMINA SAPIENS

 


Cosa ci insegna

la femina sapiens

 

-          C’è un paradosso scientifico che dovrebbe farci riflettere: parliamo di homo sapiens, eppure il primo grande ritrovamento che ha rivoluzionato la paleoantropologia – Lucy, scoperta in Etiopia – è di sesso femminile. 

È il sintomo di un problema profondo che attraversa millenni di pensiero, cultura e spiritualità.

 

di : Chiara Giaccardi


Antropologhe coraggiose come Sally SlocumAdrienne Zihlman e Nancy Tanner hanno dovuto attendere gli anni Settanta e Ottanta per poter finalmente denunciare il fatto che l’intera narrazione evolutiva era costruita su assunzioni androcentriche. Il contributo femminile alla storia dell’evoluzione non era semplicemente sottovalutato – era sistematicamente cancellato. 

 E lo stesso misconoscimento attraversa la scienza, la filosofia, quasi tutte le discipline del sapere umano. Ciò che per secoli è passato come “universalismo” era in realtà l’assolutizzazione di un unico punto di vista: quello maschile. 

Questo approccio ha certamente prodotto grandi scoperte, progressi straordinari, un’accelerazione dello sviluppo. Ma ha anche generato quella che Paul Valéry chiamava “la crisi della civiltà”: relegando sullo sfondo tutte le dimensioni non strumentali, non estrattive, non acquisitive, abbiamo mutilato l’essere umano stesso, impedendogli uno sviluppo armonico. 

 L’individuo della modernità è concepito come maschio. La sua postura esistenziale è strumentale ed estrattiva: prende, usa, accumula, domina. 

Preservare la relazione con il femminile nella reciprocità è oggi più che mai la chiave per salvaguardare quella complessità e quella tensione che caratterizza l’essere umano e lo spinge ad aprirsi oltre se stesso: al mondo, agli altri, al passato, al futuro. 

 La logica tecnoscientifica guidata dal capitale spinge per separare tutto ciò che nella vita umana è collegato e interdipendente, compresa la relazione antropologicamente più originaria e, per certi versi, più sacra: quella del legame materno. La tecnica slega e ricompone: è l’atteggiamento tipico dell’astrazione, di quel falso universalismo che è in realtà un maschile mascherato. 

 La dimensione della concretezza da un lato, e dell’apertura al mistero, alla meraviglia, allo spirito dall’altro, costituiscono elementi di una tensione vitale. 

Perderla significa pervertire le caratteristiche stesse dell’umano. 

 Esiste una saggezza femminile, con buona pace di chi vuole decostruire radicalmente qualunque dimensione fisica e simbolica. Non si tratta di essenzialismo, ma di riconoscere un polo di tensione positiva che permette alle capacità, alle qualità, alle dimensioni simboliche di co-individuarsi reciprocamente, invece di contrapporsi, emularsi in dinamiche di rivalità mimetica, scontrarsi in logiche belligeranti e mortifere. 

 Maschile e femminile non sono principi contrapposti, né tanto meno sostanze ipostatizzate in soggetti che incarnano questa scissione. Sono piuttosto due poli in tensione che si costituiscono nella loro reciprocità, nel rimandare strutturalmente l’uno all’altro. 

 Possiamo definirli, con Ivan Illich, come due archetipi che incorporano il “genere vernacolare”: quel deposito di simboli, pratiche, senso comune, saggezza popolare che si trasmette nel legame tra le generazioni. Non sono incarnati in soggetti distinti secondo una prospettiva sostanzialista, ma non sono nemmeno supermercati di attributi da indossare e dismettere a piacimento, come vorrebbero le teorie costruzioniste radicali. 

 L’aver privilegiato la scissione e la contrapposizione ha costituito un grave impedimento allo sviluppo armonico della civiltà e ha favorito l’affermarsi di un individualismo radicale. 

 La femina sapiens ci ricorda una verità fondamentale: l’essere umano, prima di costituirsi come individuo, esiste in un rapporto fusionale di indifferenziazione. 

Solo grazie a questo può venire al mondo. In principio è la relazione, ed è grazie a essa che diventiamo individui. Questa non è un’affermazione astratta o ideologica: è incisa nella nostra stessa carne. Basta guardarsi l’ombelico per ricordarlo. È inscritta nel cammino della filogenesi. 

 La femina sapiens ci insegna che ogni essere è unico, singolare, irripetibile. 

Che l’individualismo che prescinde dal legame è astratto, ideologico, distruttivo. Che legame e libertà non sono opposti, ma in feconda tensione: solo una libertà che non dimentica il rapporto con ciò che viene prima, ciò che sta intorno, ciò che verrà dopo è una libertà non distruttiva bensì generativa. 

 La femmina è sapiens anche in senso teologico, come testimoniano le Scritture. Nell’Antico Testamento, una serie di donne si presentano come “madri di grazia”. Sono madri che danno alla luce un figlio quando ormai parevano sterili, superando la legge di natura e testimoniando la presenza di Dio in loro. La grazia è forza di trasformazione, di emancipazione, di rottura delle convenzioni e dei formalismi che fa irruzione nella storia soprattutto attraverso le donne e la loro corporeità intrisa di spirito. 

 La Sapienza evangelica non sarebbe tale senza il contributo delle donne. Maria non parla di Dio ma parla con Dio e lo accoglie in sé. Come scrive Massimo Cacciari, “concepisce nell’ascolto”. Fidandosi e affidandosi: un movimento che consente di spingersi audacemente oltre ogni garanzia e convenzione. 

 L’emorroissa, la Maddalena e altre mostrano che linguaggio del corpo è connaturato all’incarnazione, e che la legge dell’amore supera l’amore della legge. 

 Sbilanciarsi oltre sé, fare spazio all’altro, allestire quel vuoto accogliente senza il quale la vita non può avere inizio: queste sono le posture esistenziali delle donne nelle scritture. 

 Oggi, in tempi per tanti versi bui, come ha scritto recentemente Luca Bagetto, un’esperienza redentiva del nichilismo contemporaneo viene dal femminile. 

Non come alternativa al maschile, non come sua negazione, ma come tensione salvifica che può restituirci alla complessità del reale, alla relazionalità costitutiva, alla reciprocità generativa. 

 La femina sapiens non è una rivendicazione identitaria: è il riconoscimento di una verità antropologica, scientifica, filosofica e teologica che abbiamo troppo a lungo rimosso. È il recupero di quella metà della sapienza umana senza la quale ogni discorso sull’uomo resta monco, astratto, pericolosamente incompiuto.​​​​​​​​​​​​​​​​

 L'Osservatore Romano inserto Donne Chiesa Mondo dicembre 2025

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giovedì 7 marzo 2024

DONNE. NON SOLO UNA GIORNATA


 «State molto attenti a non far piangere una donna

 perché Dio conta le sue lacrime"

dalla Bibbia


-     di Gianfranco Ravasi


In questi ultimi mesi è tornato di moda – purtroppo in un contesto tragico – l’aggettivo un po’ obsoleto «patriarcale». Il pensiero di molti è corso all’Antico Testamento che si apre appunto con una sfilata di “patriarchi” ebrei: Abramo, Isacco, Giacobbe e altre autorità maschili minori. In verità, in quelle pagine non manca un’altra processione di matriarche: Sara, Agar, Rachele, Lia e, poi, Miriam, Debora, Anna, Giuditta, Ester, la Sulammita, protagonista del Cantico dei cantici e così via. Per non parlare, poi, del Nuovo Testamento ove la folla femminile s’infittisce avendo come capo-fila Maria la madre di Gesù.

 È, però, indubbio che l’orizzonte storico e socio-culturale della Bibbia è di matrice appunto “patriarcale” ed è, perciò, necessario per sceverare il messaggio più profondo – adottare un’ermeneutica accurata, così da evitare la Scilla del fondamentalismo letteralista («la lettera uccide», ammoniva già san Paolo) ma anche la Cariddi dell’allegoria evanescente che fa evaporare il realismo delle coordinate entro cui quel messaggio è “incarnato”.

 Ebbene, alla soglia dell’8 marzo, vorremmo proporre una pagina biblica capitale, collocata in apertura al primo libro sacro, la Genesi (c. 2), che è stata impugnata da una lettura letteralista come una sorta di manifesto antifemminista. Noi, invece, paradossalmente intendiamo offrirla proprio alla donna nella sua giornata festiva tradizionale.

 Quel testo mira a definire un’antropologia generale affidandola – secondo lo stile semitico – non a una riflessione teorica, bensì a una parabola narrativa sapienziale. Entra in scena innanzitutto ha-’adam che in ebraico non è un nome proprio (Adamo) ma comune segnato dall’articolo (ha-): è, quindi, l’Uomo, letteralmente «colui che ha il colore rossastro» dell’argilla, simbolo della sua materialità. Secondo il linguaggio mitico, il Creatore infatti lo impasta con polvere del suolo (2,7), e gli insuffla non solo uno spirito vitale ma anche quella che noi chiameremmo “autocoscienza” morale personale.

 Ora, quasi anticipando Lévinas, Buber e i filosofi personalisti – che, in realtà, dipendono proprio dalla matrice biblica – l’antico autore biblico imposta la sua visione della creatura umana sul concetto di relazione. Triplice è il rapporto che la persona instaura, infrangendo la sua solitudine. Il primo è verticale-ascensionale, proiettandosi verso l’alto, l’oltre, l’Altro trascendente, il Creatore, Dio. In un testo sacro è la componente radicale che genera l’homo religiosus e, in senso “laico”, è l’aprirsi all’oceano dell’essere e dell’universo oltre la propria isola, per usare un’immagine di Wittgenstein («ciò che volevo definire erano i contorni di un’isola, ciò che ho scoperto erano invece le frontiere dell’oceano»).

 L’essere umano, però, vive una seconda relazione, verticale-discensionale, verso il basso, la materia: è l’avventura di «coltivare e custodire la terra» (2,15) e di «dare il nome agli animali» (2,19-20). Entra in scena l’homo faber, impegnato nella trasformazione delle realtà naturali, nel lavoro, nella scienza (nei papiri egizi l’elenco dei termini vegetali e zoologici indicava appunto la conoscenza scientifica). Eppure, nota la Genesi, giunto alla sera della sua giornata “verticale” di preghiera e di lavoro, la creatura umana è triste e incompiuta perché «non aveva trovato un aiuto kenegdô», letteralmente «come davanti a sé».

 Scatta, così, la terza relazione, quella orizzontale, l’incontro col proprio simile, un altro volto umano. Il Creatore comprende questa esigenza: «Non è bene che l’uomo sia solo; voglio fargli un aiuto kenegdô» (2,18), un «aiuto» vivo e personale, un alleato nel quale possa fissare gli occhi negli occhi, anche in un dialogo silenzioso, trasferendo nell’altro il suo pensiero, i sentimenti, il riso e le lacrime.

 Ecco, allora, quell’atto divino che è stato letto come anti-femminile, simboleggiato nella “costola” estratta all’uomo: in realtà, il termine ebraico sela‘ significa innanzitutto «lato», introducendo proprio quell’orizzontalità a cui accennavamo. È con questo simbolo carnale che si esalta la parità sostanziale tra i due, come è dichiarato in quel canto d’amore primigenio che ha-’adam intona e che sarà declinato nella storia in infinite forme e tonalità: «Finalmente essa è osso delle mie ossa, carne della mia carne!» (2,23).

 La corporeità per la Bibbia è strutturale e ha una compattezza psico-fisica: si ribadisce così l’unità profonda tra i due che sono «un’unica carne» (2,24), pur nella diversità dei sessi. Infatti, l’originale ebraico con un gioco di parole definisce i nomi dei due in modo folgorante, lui è ’ish, «uomo», e lei è ’isshah, «donna»: il vocabolo è identico, segnato solo dalla desinenza finale del genere. Anzi, come ribadisce la Genesi, a differenza della successiva tradizione giudaica e persino popolare, «Dio creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò» (1,27). La rappresentazione autentica divina non è nel solo uomo, ma nella coppia che si ama e genera, imitando il Creatore.

Concludendo, è solo con la presenza della donna che si attua la pienezza dell’umanità. Se si vuole usare un termine legato all’evoluzione, l’“ominizzazione” vera si ha non nella solitudine dominatrice del maschio ma nella vita alla pari (kenegdô) con la donna, nella donazione reciproca dell’amore, incontro umano supremo, oltre il sesso e l’eros, come canta la protagonista del Cantico dei cantici: «Il mio amato è mio e io sono sua … Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3).

 In appendice alleghiamo un testo giudaico tardo adatto, al di là della sua formulazione a impronta maschile, ad essere un monito anche per oggi: «State molto attenti a non far piangere una donna perché Dio conta le sue lacrime. La donna è uscita dalla costola dell’uomo, non dai piedi per essere calpestata, né dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere uguale. Un po’ più in basso del braccio per essere protetta e dal lato del cuore per essere amata».

 Alzogliocchiversoilcielo



 

venerdì 1 marzo 2024

L'IDEOLOGIA del GENDER

 


-di Angela Ambrogetti

 

 "Oggi il pericolo più brutto è l’ideologia del gender, che annulla le differenze. Ho chiesto di fare studi a proposito di questa brutta ideologia del nostro tempo, che cancella le differenze e rende tutto uguale; cancellare la differenza è cancellare l’umanità. Uomo e donna, invece, stanno in una feconda “tensione”". Papa Francesco ci tiene a dirlo nonostante sia ancora un po' raffreddato e non legga tutto il discorso preparato. L'occasione è ai partecipanti al Convegno Internazionale “Uomo-Donna immagine di Dio. Per una antropologia delle vocazioni” promosso dal Centro di Ricerca e Antropologia delle Vocazioni (CRAV), che ha luogo in Vaticano, presso l’Aula del Sinodo, oggi e domani.

 Aggiunge anche: "ricordo di aver letto un romanzo dell’inizio del Novecento, scritto dal figlio dell’Arcivescovo di Canterbury: The Lord of the World. Il romanzo parla del futuribile ed è profetico, perché fa vedere questa tendenza di cancellare tutte le differenze. È interessante leggerlo, se avete tempo leggetelo, perché lì ci sono questi problemi di oggi; è stato un profeta quell’uomo".

 Nel testo letto da Mons. Filippo Ciampanelli, perché, dice Francesco, "ho ancora il raffreddore e mi affatica leggere per un po’" si parla di antropologia di ogni vocazione: "la vita dell’essere umano è vocazione" perché "ciascuno di noi, sia nelle grandi scelte che riguardano uno stato di vita, sia nelle numerose occasioni e situazioni in cui esse si incarnano e prendono forma, scopre ed esprime sé stesso come chiamato, come chiamata, come persona che si realizza nell’ascolto e nella risposta, condividendo il proprio essere e i propri doni con gli altri per il bene comune".

 Relazione quindi per evitare di "ridurre l’essere umano ai suoi soli bisogni materiali o alle sue esigenze primarie" ad un "ingranaggio meccanico. E invece l’uomo e la donna sono creati da Dio e sono immagine del Creatore" e "in noi abita una sana tensione interiore che mai dobbiamo soffocare: siamo chiamati alla felicità, alla pienezza della vita, a qualcosa di grande a cui Dio ci ha destinato". Ognuno ha una missione "per migliorare il mondo e forgiare la società, a me piace sempre ricordare che non si tratta di un compito esterno affidato alla nostra vita, ma di una dimensione che coinvolge la nostra stessa natura, la struttura del nostro essere uomo-donna a immagine e somiglianza di Dio".

 Cita il Cardinale Newman dicendo che Dio "non ha creato me inutilmente. Io farò del bene, farò il suo lavoro".

 Occorre interrogarsi "sulle sfide odierne, sulla crisi antropologica in atto e sulla necessaria promozione delle vocazioni umane e cristiane" per "generare la speranza in un mondo sul quale incombono pesanti esperienze di morte". Finita la lettura il Papa prende di nuovo la parola: "non abbiate paura in questi momenti così ricchi nella vita della Chiesa. Lo Spirito Santo ci chiede una cosa importante: fedeltà. Ma la fedeltà è in cammino e la fedeltà ci porta spesso a rischiare. La “fedeltà da museo” non è fedeltà. Andare avanti con il coraggio di discernere e rischiare cercando la volontà di Dio.

Vi auguro il meglio. Coraggio e avanti, senza perdere il senso dell’umorismo!".

 Il convegno si può seguire sul sito CRAV.

AciStampa

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE



 

 

mercoledì 8 marzo 2023

GRAZIE A TE, DONNA


-
di  S. Giovanni Paolo II

- Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell’essere umano nella gioia e nel travaglio di un’esperienza unica, che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce, ti fa guida dei suoi primi passi, sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita.

Grazie a te, donna-sposa, che unisci irrevocabilmente il tuo destino a quello di un uomo, in un rapporto di reciproco dono, a servizio della comunione e della vita.

Grazie a te, donna-figlia e donna-sorella, che porti nel nucleo familiare e poi nel complesso della vita sociale le ricchezze della tua sensibilità, della tua intuizione, della tua generosità e della tua costanza.

Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica, per l’indispensabile contributo che dai all’elaborazione di una cultura capace di coniugare ragione e sentimento, ad una concezione della vita sempre aperta al senso del mistero, alla edificazione di strutture economiche e politiche più ricche di umanità.

Grazie a te, donna-consacrata, che sull’esempio della più grande delle donne, la Madre di Cristo, Verbo incarnato, ti apri con docilità e fedeltà all’amore di Dio, aiutando la Chiesa e l’intera umanità a vivere nei confronti di Dio una risposta, che esprime meravigliosamente la comunione che Egli vuole stabilire con la sua creatura.

Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

 Giovanni Paolo II 

domenica 30 gennaio 2022

TRANSUMANO e TRANSGENDER


 UNA DEVIAZIONE DALLA NATURA

La visione profetica di Paolo VI.

 -         di Fiorenzo Facchini *

-          

 Mezzo secolo fa l’enciclica Octogesima adveniens di Paolo VI richiamava l’attenzione sul pericolo delle ideologie nelle soluzioni dei problemi sociali (in particolare l’ideologia marxista e l’ideologia liberale) e sulla rinascita delle utopie per i problemi del futuro. «L’appello alla utopia è spesso un comodo pretesto per chi vuole eludere i compiti concreti e rifugiarsi in un mondo immaginario. Vivere in un futuro ipotetico rappresenta un facile alibi per sottrarsi a responsabilità immediate» (n.37). Mi viene da pensare a quanto siano attuali queste riflessioni, quando sento parlare di scelta nella propria identità sessuale o di decostruzione della differenza sessuale per scegliere ciò che si vuole essere. Ma anche la prospettiva del superamento di ogni limite umano, sostenuta dalla concezione del transumanesimo, si allinea su una posizione decisamente ideologica.

Questi modi di vedere e di realizzare la cultura rappresentano una deformazione nel rapporto dell’uomo con la natura, una forzatura sulla natura, che non ha senso, non porta da nessuna parte, e anzi, se realizzata, può portare a un’autodistruzione della specie umana. Tutto quello che si distacca o nega il dato biologico nell’uomo, ispirandosi a una ideologia, rappresenta una oggettiva deviazione nel rapporto con la natura. Non è una semplice variante della specie umana che, se non vantaggiosa, nel lungo tempo potrà essere eliminata per selezione naturale.

La prospettiva transumanista, che si propone di realizzare un 'transumano', in vista di un 'postumano', con miglioramenti genetici e applicazioni dell’intelligenza artificiale (sostituzioni di parti malate o difettose dell’organismo umano, miglioramenti di funzioni biologiche meccaniche, circolatorie, intellettive, con microchip e microprotesi...) al fine di prolungare la vita in modo indefinito, viaggia nel mondo dell’utopia. Ma c’è chi la sostiene, pur dando l’impressione di essere fuori dal tempo. Secondo Bostrom (2007) un transumano sarebbe un essere umano in transizione verso il postumano.

«Nella ideologia transumanista c’è una fantasia di 'Homo novus' che abbiamo visto nei totalitarismi del passato (il lavoratore, l’ariano) », ha notato Giulio Meotti (Il Foglio, 20-21 febbraio 2021). A questo mondo del transumano viene accostata da Bruno Chaouat «la tendenza alla decostruzione della differenza sessuale a livello globale». Secondo alcuni essa potrebbe essere una risposta a situazioni di disforia di genere. In realtà, se c’è una ricostruzione dell’identità in base a scelte soggettive si scivola nella ideologia del gender. La disforia di genere, ancora non ben conosciuta nelle sue cause, viene considerata una situazione disarmonica della personalità con carattere patologico. I fattori che la determinano possono essere diversi e complessi. Ma con le teorie 'gender' si va ben oltre, perché si sostiene una fluidità del genere.

L’identità che si vuole raggiungere con interventi di cambiamento a livello biologico può avere un senso se corrisponde all’effettivo benessere della persona, a un equilibrio biopsichico della persona. Ma nella prospettiva ideologica decostruzionista ispirata al 'gender' non c’è un punto di arrivo, ci si muove in una sfera che non è quella scientifica, oggettiva, sostenuta dalla razionalità, ma in una sfera ideologica, ispirata dalla soggettività delle scelte (che sono di per sé provvisorie), cioè dal principio che si vuole essere quello che ci si sente nel momento, senza chiedersi il significato o le cause dell’eventuale disagio della persona. Si parla di fluidità del genere. È un fraintendimento, anzi un tradimento della natura, la quale deve essere alla base nella costruzione della persona. L’accostamento del transgender al transumanesimo non è senza senso.

Entrambi, quando il cambiamento è ispirato o governato da un distacco o dal superamento del dato biologico, e affidato alle scelte soggettive, sostenute dalla utilizzazione di biotecnologie di cambiamento, sono ispirati da modi di vedere che allontanano dalla realtà delle cose e tendono a falsificarla. L’elemento che li accomuna è la visione materialista, e quindi riduttiva, della persona umana.

 *Antropologo e paleontologo professore emerito nell’Università di Bologna

 www.avvenire.it

 

 

sabato 11 settembre 2021

DIRITTO ALL'ABORTO ?

 Il dibattito negli Stati Uniti

La polemica che divampa negli Stati Uniti, dopo l’approvazione, ai primi di settembre, della nuova legge dello Stato del Texas, con cui si limita il diritto di aborto, ha un rilievo che va oltre i confini americani e spinge a un confronto tra il modello di donna adottato dall’Occidente e quello imposto dai talebani in Afghanistan. Un confronto suggerito, peraltro, dall’appellativo di “Taliban State” attribuito dai critici “liberal” al Texas.

A suscitare l’ondata di proteste – lo stesso presidente Biden, ha definito quella del Texas una «legge estrema» che «viola apertamente il diritto costituzionale» – è il fatto che la nuova legge fissa in sei settimane il tempo massimo entro cui poter procedere all’interruzione di gravidanza.

L’ira dei democratici in realtà si è estesa anche nei confronti della Corte suprema che, dopo le tre nomine fatte da Donald Trump, ha una maggioranza “conservatrice”, e che ha rifiutato di sospendere la nuova legge texana. «Con il favore delle tenebre, scegliendo di non fare nulla, la Corte suprema ha consentito che una legge incostituzionale sull’aborto entrasse in vigore la scorsa notte», ha twittato Hillary Clinton, da sempre decisa sostenitrice del diritto di aborto, dopo la decisione della Corte.

Il principio di autodeterminazione alla base del diritto all’aborto

Per capire la rivoluzione apportata dalla legge del Texas bisogna ricordare la famosa sentenza Roe v. Wade con cui, il 22 gennaio 1973, proprio la Corte Suprema degli Stati Uniti si è riferita al  XIV Emendamento della Costituzione, che prevede il diritto alla libera scelta per quanto riguarda le questioni della sfera intima di una persona, stabilendo che l’aborto è legittimo per qualsiasi ragione la donna lo voglia (e non solo per quelli di eugenetica o di salute), fino al momento in cui il feto non sia in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero materno (in pratica, entro i sette mesi di gravidanza).

La svolta del Texas appare particolarmente problematica, perché restringe la possibilità dell’aborto entro limiti temporali molto ristretti – i critici fanno notare che a sei settimane molte donne non sanno neppure di essere incinte – e non prevede eccezioni neppure in caso di incesto o di stupro. Però è chiaro che lo scontro non riguarda tanto questi aspetti concreti, quanto il principio generale della libera autodeterminazione della donna, sancito dalla sentenza del 1973 e ora rimessa in discussione dalla legge texana con la implicita approvazione della nuova Corte suprema.

Da questo punto di vista si capisce che la questione non riguarda solo gli Stati Uniti. È tutto l’Occidente a considerare ormai da tempo il diritto di aborto un principio di civiltà, proprio in nome della libertà della donna.

Sarebbe un motivo in più per denunziare la violazione dei diritti delle donne da parte dei talebani.  Nell’Islam, infatti, dove si ritiene che il feto riceva l’anima solo dopo 120 giorni dal concepimento, l’aborto dopo il quarto mese è considerato un omicidio, salvo che quando sia in pericolo la vita della madre. Dobbiamo indignarci anche per questo?

Prima di farlo è il caso, forse, di chiederci se il “diritto di abortire” si possa allineare a quelli spesso citati in questi giorni e violati dai talebani: il diritto a studiare, a svolgere una professione, a fare sport…

Esseri umani e persone

A metterlo in dubbio, per la verità, è uno degli studiosi più decisamente favorevoli alla legittimità etica e giuridica dell’aborto, Peter Singer, il quale fa presente in un suo libro che qui la variante è la presenza di un “altro”, che è l’embrione o il feto. Perciò, egli osserva, appellarsi alla libertà della donna – come fa la sentenza Roscoe v. Wade – «può essere una buona politica, ma certo è cattiva filosofia.  Presentare il problema dell’aborto come una questione di libertà di scelta individuale (…) significa già di per sé presupporre che il feto in realtà non conta nulla.  Chiunque pensi che un feto umano ha lo stesso diritto alla vita degli altri esseri umani non potrà mai ridurre il problema dell’aborto a una questione di libertà di scelta, più di quanto possa ridurre la schiavitù a una questione di libertà di scelta da parte degli schiavisti» (P. Singer, Ripensare la vita.  La vecchia morale non serve più, Milano 1996).

In realtà il famoso bioeticista australiano è convinto che l’aborto sia lecito e vada legalizzato. Ma perché pensa di poter dimostrare che gli embrioni/feti non hanno «lo stesso diritto alla vita degli altri esseri umani». Biologicamente appartengono anch’essi, è vero, alla nostra specie. Questo Singer, come del resto qualsiasi studioso serio, non lo nega. C’è il Dna ad attestarlo e rifiutare l’identità umana all’embrione sarebbe mettersi contro la scienza. E allora?

Per Singer, come per Engelhardt, per Tooley, per Regan – per tutti i grandi bioeticisti che giustificano l’aborto –, dobbiamo avere il coraggio di rimettere in discussione quella che spesso viene considerata una certezza indiscutibile, e cioè il valore della vita umana come tale. «Perché è moralmente sbagliato», si chiede Singer, «sopprimere una vita umana? (…). Che cosa c’è di così speciale nel fatto che una vita sia umana?».

Per questi autori se mai il valore da tutelare sono le persone. Ma, essi spiegano, “persone” si possono considerare solo gli esseri umani dotati di autocoscienza. Perciò, come dice lapidariamente un altro notissimo studioso, Engelhardt, «non tutti gli esseri umani sono persone. Non tutti gli esseri umani sono autocoscienti, razionali e capaci di concepire la possibilità di biasimare e lodare. I feti, gli infanti, i ritardati mentali gravi e coloro che sono in coma senza speranza costituiscono esempi di non-persone umane» (H. T. Engelhardt, Manuale di bioetica, Milano 1991). Questi esseri sono umani, ma, non essendo persone, possono essere uccisi, o usati per esperimenti, senza violare in nulla l’etica.

Lo diceva già, in un suo famoso articolo su Aborto e infanticidio, un altro noto bioeticista, Tooley, che si chiedeva: «Quali proprietà si devono avere per essere una persona, cioè per avere un serio diritto alla vita?» La risposta dell’autore è che «un organismo possiede un serio diritto alla vita solo se possiede il concetto di sé come soggetto continuo nel tempo di esperienze e altri stati mentali, e crede di essere una tale entità continua nel tempo» (M. Tooley, Aborto e infanticidio). Perché ci sia persona, insomma, si richiede, secondo lui, quello che egli chiama «requisito di autocoscienza».

Ma siamo sicuri che distinguere esseri umani e persone, subordinando il secondo titolo al possesso di certe qualità diverse dall’appartenenza alla specie umana, sia una buona idea? Non possono non ritornare alla mente le civiltà del passato, che in base a questa distinzione hanno qualificato esseri umani, ma non-persone, gli schiavi, le donne, gli indios…E forse non è un caso che i diritti umani si applichino a tutti gli uomini e le donne, a prescindere dal possesso di altri requisiti.

Aborto e infanticidio

Si sarà notato, in Engelhardt, il riferimento ad altre categorie di non-persone, oltre il feto, tra cui gli infanti, i bambini piccoli. Questi autori sono unanimi nel ritenere che anch’essi, pur avendo lo statuto biologico umano, nei primi mesi, non essendo autocoscienti, non siano persone. Per Engelhardt «le persone in senso stretto vengono in essere solo qualche tempo – probabilmente qualche anno – dopo la nascita». Fino ad allora, un bambino, non essendo una persona, può essere eliminato senza che questo crei un problema morale. Sulla stessa linea è Singer: «Sembrano esserci solo due possibilità: opporsi all’aborto o consentire l’infanticidio».

Ed è logico, se la giustificazione dell’eliminazione di un essere umano qual è il feto, è la mancanza di autocoscienza. Come dice Tooley, «l’osservazione quotidiana chiarisce in modo, credo, inoppugnabile, che un neonato non possiede un concetto di sé continuo nel tempo, non più di quanto lo possieda un gatto appena nato. Se è così, l’infanticidio per un breve intervallo di tempo dopo la nascita deve essere moralmente accettabile».

Possibilità e potenzialità

A chi obietta che il feto e il neonato, pur non potendo ancora esercitarla, per sono potenzialmente dotati di autocoscienza, viene risposto che la potenzialità non è altro che una possibilità; ma il fatto che l’autocoscienza sia possibile vuol dire semplicemente che ancora non c’è.

In realtà la potenzialità è qualcosa di molto diverso – già secondo Aristotele – dalla pura e semplice possibilità. Quest’ultima, infatti, non comporta che vi sia qualcosa di reale. Qualunque CD “può” contenere una rara esecuzione della settima sinfonia di Beethoven diretta da Claudio Abbado. Resta il fatto che non la contiene ancora e che danneggiando il CD non si cancella questa rara esecuzione. Allo stesso modo, un giovane che non ha mai studiato l’inglese “può”, in linea di principio, parlare in questa lingua, ma prima dovrebbe apprenderla e, a chi gli chiedesse in un colloquio di lavoro, se la parla, dovrebbe onestamente rispondere di no.

La potenzialità, invece, comporta che qualcosa sia già effettivamente presente, anche se ancora non in forma esplicita. Se il CD contiene l’esecuzione della settima sinfonia, quest’ultima – anche se si trova presente in potenza, perché non risuona effettivamente – è già realmente in essa. E chi conosce bene l’inglese può rispondere tranquillamente “sì” a chi glielo chiede perché, in potenza, lo parla. Allo stesso modo implicito anche il feto ha, in potenza, l’autocoscienza.

Rimetterci anche noi in discussione

Viene spontaneo chiedersi: su queste basi si può davvero parlare di un “diritto ad abortire”? È questo il modello di libertà femminile che noi occidentali possiamo pretendere di far valere, contro le evidenti assurdità della posizione islamica su altri punti? Francamente, non lo penso. Anche noi dobbiamo rimetterci in discussione. E, a chi ritenesse oscurantista e reazionario il mio dubbio, chiederei di criticare quanto ho detto con delle ragioni. Lasciamo il fanatismo ai talebani.

 

*Pastorale cultura Diocesi Palermo

 

www.tuttavia.eu



sabato 7 marzo 2020

LA DONNA E' COLEI CHE FA BELLO IL MONDO

"La donna è colei che fa bello il mondo, che lo custodisce e mantiene in vita. 
Vi porta la grazia che fa nuove le cose, l’abbraccio che include, il coraggio di donarsi. 
La pace è donna. Nasce e rinasce dalla tenerezza delle madri. Perciò il sogno della pace si realizza guardando alla donna. Non è un caso che nel racconto della Genesi la donna sia tratta dalla costola dell’uomo mentre questi dorme.
 La donna, cioè, ha origine vicino al cuore e nel sonno, durante i sogni. Perciò porta nel mondo il sogno dell’amore. 
Se abbiamo a cuore l’avvenire, se sogniamo un futuro di pace, occorre dare spazio alla donna …..

Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio, nato da donna. 
Dal corpo di una donna è arrivata la salvezza per l’umanità: da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità. 
Quante volte il corpo della donna viene sacrificato sugli altari profani della pubblicità, del guadagno, della pornografia, sfruttato come superficie da usare. Va liberato dal consumismo, va rispettato e onorato; è la carne più nobile del mondo, ha concepito e dato alla luce l’Amore che ci ha salvati!.... 


Papa Francesco


giovedì 26 maggio 2016

Amoris laetitia

capitolo ottavo
                                                                                                                       di don Giulio Cirignano

        Tutto il capitolo ottavo della esortazione post-sinodale “Amoris laetitia”  è attraversata da una duplice linea. Da una parte il riconoscimento e l’affermazione della visione cristiana del matrimonio, dall’altra la lucida consapevolezza della condizione di fragilità in cui oggi versa l’istituto familiare. Da qui, il costante premuroso invito al discernimento rivolto in particolare ai Pastori per aiutare a vivere la logica della misericordia e della integrazione. La prima linea è arcinota e non merita di essere messa in evidenza.
    La seconda linea di pensiero, invece, molto meno nota e praticata può essere compiutamente indicata attraverso alcune affermazioni del documento. E’ sufficiente citarle per coglierne la portata rivoluzionaria. Sarà bene poi leggere per intero il capitolo, ma mettere subito in risalto alcune delle affermazioni  è più utile di qualsiasi commento. Iniziamo, dunque.
     “ La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero. Perché la carità vera è sempre immeritata, incondizionata e gratuita.” (296).
       “ Si tratta  di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia ‘immeritata, incondizionata e gratuita’ .......

Leggi: AMORIS LAETITIA - cap. 8

mercoledì 17 giugno 2015

LA DIFFERENZA UOMO - DONNA, UNA RICCHEZZA PER I FIGLI

  Papa Francesco:
 la differenza tra uomo e donna è ricchezza per i figli
«L’essere genitori, ricorda la Bibbia, si fonda sulla diversità di essere maschio e femmina»
Da Avvenire 16.6.15

Pubblichiamo il testo integrale del discorso pronunciato dal Papa domenica scorsa in apertura del Convegno ecclesiale della diocesi di Roma.
Buonasera! Le previsioni ieri, a tarda sera, dicevano per oggi, per questo pomeriggio e questa sera: pioggia! Sì è vero, pioggia di famiglie in Piazza San Pietro! Grazie! È bello incontrarvi all’inizio del Convegno pastorale della nostra diocesi di Roma. Ringrazio tanto voi genitori, di aver accettato l’invito a partecipare così numerosi a questo incontro, che è importante per il cammino della nostra comunità ecclesiale.
Come sapete, da alcuni anni stiamo riflettendo e ci interroghiamo su come trasmettere la fede alle nuove generazioni della città che, anche a seguito di alcune ben note vicende, ha bisogno di una vera e propria rinascita morale e spirituale. E questo è un compito molto forte. La nostra città deve rinascere moralmente e spiritualmente, perché sembra che tutto sia lo stesso, che tutto sia relativo; che il Vangelo è sì una bella storia di cose belle, che è bello leggerlo, ma rimane lì, un’idea. Non tocca il cuore! 

continua : UNA RICCHEZZA PER I FIGLI