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martedì 8 aprile 2025

LUCE VERDE


 UNA 

FELICITA'

 IMPOSSIBILE ?





Alessandro D’Avenia

 Il 10 aprile di 100 anni fa usciva uno dei romanzi più belli del XX secolo, per come è scritto e per ciò che vi è scritto (che poi è lo stesso): Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald. Narra di un uomo di primo '900 che incarna il sogno americano e che per noi ha ormai il volto sorridente di DiCaprio con una coppa di champagne in mano nell'adattamento di Baz Luhrmann. Il protagonista, James Gatz, figlio di contadini del Nord Dakota, per un colpo del destino, a 17 anni riesce a dare una svolta alla sua vita, e si ribattezza Jay Gatsby: è stato notato che il nome storpia «joy» (gioia) e il cognome suona «Gatz da essere» (to be), chi lui vuole diventare. E così si arricchisce a dismisura con attività più o meno legali e va a vivere in una magnifica villa newyorchese, tutto allo scopo di (ri-)conquistare in questa nuova veste scintillante ciò che manca al suo sogno: l'amore di gioventù, Daisy Fay (il cognome significa fata), splendida ereditiera da cui si era dovuto allontanare per la guerra. In sua assenza Daisy aveva però sposato un uomo della sua cerchia elitaria. La storia mostra, struggente come un tramonto di fine estate, che il desiderio di felicità è desiderio di un amore infinito. 

Questo fa di noi un paradosso: siamo esseri finiti che vogliono l'infinito. Ma la felicità è allora solo un'illusione? L'infinito ce lo siamo inventati perché abbiamo paura di morire? 

Il desiderio di felicità

Certo è che il desiderio di felicità definisce l’esistenza umana: dire «io» è dire che cosa desidero, da cosa sono mosso. Per conoscere qualcuno, chiedo: ma tu che cosa desideri veramente? Jay Gatsby costruisce il suo «pursuit of happiness» (ricerca della felicità nel DNA del suo Paese sin dal primo articolo della Dichiarazione di Indipendenza) attorno a Daisy, oggetto supremo e idealizzato del desiderio. La felicità però non è mai un oggetto, perché è ricerca di infinito, ma il materializzarla in cose e persone dà a noi umani il sentimento di esistere: sentire di aver presa o addirittura controllo sulla vita allenta l'ansia dell'ignoto, tempera la paura della morte. Però, alla prova dei fatti, questa felicità risolta per lo più nella nota triade Possesso, Potere, Piacere non basta mai: le cose (o le persone trasformate in cose) da cui crediamo di ricevere controllo sulla vita si rivelano insufficienti e insoddisfacenti, ci danno ben-essere ma non l'infinito, l'esser-bene. 

Se bevo la sete si estingue, il desiderio di felicità invece non passa mai: sopravvive a ogni traguardo, anzi aumenta. 

Un indefinito

Lo sa bene Gatsby che di notte torna a fissare in lontananza dalla sua immensa villa una luce verde, tanto presente quanto irraggiungibile, un «indefinito» che, come aveva intuito Leopardi e forse capita ancora anche a noi con l'orizzonte e le stelle, è solo un promemoria fisico dell'infinito che cerchiamo: «Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgasmico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina…». 

Quella di Gatsby è una fede, crede nella luce verde che segnala l'intraducibile «orgastic future», la felicità assoluta, uno stato di unione totale, vita che non muore più, il paradiso (orgasmo inesauribile) in terra: i doppi punti di sospensione del testo ci fanno «sentire» la tensione delle braccia e la speranza di quella mattina definitiva. Da qui viene la fretta, esito dell'inquietudine, che ci fa accelerare sempre di più verso quel futuro. Infatti a queste parole che descrivono magistralmente il desiderio umano di felicità, il narratore aggiunge la tragica ultima riga del libro: «Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato». 

Il nostro sforzo per perseguire la felicità totale e senza cadute è vano, perché un essere finito non può procurarsi l'infinito: la corrente del tempo vince ogni sforzo e, trasformando ogni «sarà» e ogni «è» in un «è stato», ci relega nel passato. Per questo molte filosofie puntano all'estinzione del desiderio come via per la felicità: ci procuriamo da noi stessi il dolore della mancanza bramando ciò che tanto non ci soddisferà. Ma allora il desiderio è solo un senso di vuoto creato dalla coscienza per gestire più o meno maldestramente la paura della morte? 

Mario Luzi risponde così in una poesia del 1999: «Di che è mancanza questa mancanza,/ cuore,/ che a un tratto ne sei pieno?/ Di che? Rotta la diga/ t’inonda e ti sommerge/ la piena della tua indigenza.../ Viene,/ forse viene,/ da oltre te/ un richiamo/ che ora perché agonizzi non ascolti» (da Sotto specie umana). 

L’inquietudine

Un richiamo che, troppo impegnati a non morire invece che a vivere, non sentiamo. Agostino d'Ippona, alla fine del IV sec. d.C., aveva già affrontato di petto (la sua inquietudine) la questione, ponendola all'inizio della sua autobiografia spirituale, le Confessioni: «Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in Te». Per lui è proprio l'inquietudine a portare alla felicità, perché l'insoddisfazione mai placata dalle cose del mondo, non è un'infinita assenza ma un'infinita mancanza. Per lui il sentimento di mancanza è la traccia della presenza di un amore che mi vuole esistente così come sono. E perché allora mi sembra assente? Quel tu c'è o no? Ho trovato la risposta nella parabola dei talenti (Mt 25,12-30): l'uomo che li affida ai servi «parte per un viaggio» e «torna dopo molto tempo» (il tempo della vita). È proprio la sua «temporanea assenza» (mancanza) a trasformarli da servi a protagonisti della storia: il dono della libertà. 

La presenza del donatore è proprio dove non ce l'aspettiamo, nella sua «partenza», che spinge ciascuno a scoprire i doni che ha e perché li ha: vita unica e irripetibile. Che ne fai? La mancanza non è un vuoto, ma un invito a crescere. Quando sento l'assenza di Dio penso: è partito e tornerà, ma ora è presente in me con i suoi doni, tocca a me. 

Lo aveva capito bene Etty Hillesum in tempi oscuri come l'Olocausto durante il quale morì: «Una cosa diventa sempre più evidente per me, e cioè che Tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare Te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio» (Diario). Quel tu fa come il genitore che ama il figlio, non si sostituisce ma non è assente, come quando abbiamo imparato a camminare. Il nostro inesauribile desiderio di felicità è quindi uno spazio (la fatica della libertà, della conoscenza di sé e dell'azione) per crescere e per creare. 

Saper  accettare

La felicità comincia dall'accettare e abitare la mancanza ma, se per paura la riempio di cose, non scoprirò ciò che già contiene: la mia unicità. Gatsby cerca di conquistare Daisy, proiettando su di lei l'amore infinito che brama, ma l'infinito non è mai in una cosa o in una persona, questi sono segnali: se scambiamo il segnale per la meta saremo delusi e, follia, ce la prenderemo con il segnale, rinfacciandogli di non essere la meta! La grandezza umana è una «grandezza mancante» (inquieta e libera), una chiamata all'amore infinito e non a quattro cose che tanto non entreranno nella tomba. Una luce verde ce lo ricorderà sempre.

 Alzogliocchiversoilcielo

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martedì 13 febbraio 2024

IL BALLO DEL QUA QUA


LETTERA 

di e a una 

 MATURANDA

-       -  di Alessandro D’Avenia

 

«Gentile Professore, non vivo un bel periodo diversamente da quanto lascio trasparire. In questo momento la mia unica speranza è non cadere nella disperazione di cui parla Kierkegaard.

 Credo che davanti a me ci siano troppe opportunità, troppe scelte, troppi modi di vivere la vita. E ho paura di perdermeli. Oppure ho paura di cadere nel nulla, non scegliendo. Ho paura perché so che tutto dipende da me e che nessuno alla fine mi aiuterà a scegliere. Ho paura perché sento che la scuola non aiuta. Io amo la scuola e l’ambiente scolastico, amo studiare e imparare cose nuove. Però non amo imparare cose fini a se stesse. Voglio sapere cosa viene dopo, anzi vorrei solo qualcuno che ascoltasse. Realmente. Mi scuso se in questa mail lascio trasparire tutto il mio dolore e anche la mia rabbia. Ma non vedo una via d’uscita. Spero tanto che lei possa darmi un altro modo di interpretare la realtà, anche un’illusione, come diceva Leopardi: “Voglio un mondo che splenda (sia pura di luce falsa)”». Queste righe ricevute da una studentessa dell’ultimo anno di superiori mi hanno riportato alla realtà mentre ero emotivamente preso dal ballo del qua qua. A te, ragazza, vorrei proporre invece il ballo del qua: stare gioiosamente nella vita, proprio dove e come sei. Qua. Come si balla?

 I primi passi cominciano proprio dal dolore che ti rende inquieta e ti mette in moto. Il dolore è sempre vita che vuole guarire, se tu non lo provassi saresti spacciata come chi viene avvelenato a poco a poco senza accorgersene. La tua crisi ti difende da un mondo che non devi farti andare bene. Citi Kierkegaard e Leopardi: strani esseri che ti aiutano a comprendere che cosa ti accade. La scuola serve a questo: trovare parole per dire il mondo quando le tue finiscono o non bastano, ti tira fuori dal labirinto con segnali che sulle prime possono sembrare «fine a se stessi». Il filosofo danese e il poeta recanatese ti hanno già prestato l’orecchio che cerchi e messo in condizione di aprire una via, perché la parte più profonda di te, la vita spirituale o cuore, da cui dipendono pensieri, decisioni e azioni essenziali per la felicità, comincia dove il testimone di altri ci viene consegnato. Tocca a te fare adesso il pezzo di strada che solo tu puoi fare.

Chiedendo che qualcuno ti aiuti a interpretare la realtà concreta in cui ti trovi non fai altro che cercare la verità: il senso (direzione e significato) della tua vita. Quella verità che ti aiuterebbe a fare una scelta adeguata, mentre ti senti paralizzata dalle troppe possibilità, con la conseguente paura di sbagliare o perdere qualcosa. È il benedetto dramma della libertà di cui proprio Kierkegaard ha detto l’essenziale: «Ma che cosa è dunque il mio Sé? Di primo acchito risponderei che è la cosa più astratta di tutte, che tuttavia è in sé la più concreta di tutte, è la libertà» (Aut-Aut). E non c’è libertà, e quindi Sé, senza verità. Quella verità in assenza della quale scegliere diventa infatti impossibile, tanto da preferire non farlo, con il rischio di cadere in una vita senza senso. E allora vuoi che qualcuno ti accompagni, che la scuola sia scuola di verità.

 Molti, nella tua condizione, rinunciano alla propria libertà pur di non sentirne il peso, e si assoggettano al pensiero dominante, a quello che fanno tutti, invece tu prendi la penna e scrivi il tuo dolore e la tua rabbia. Vuoi uscire dalla prigione per aprirti alla vita autentica non solo nell’ora d’aria che a tutti è concessa, la festa che salva dalla noia «total» di cui canta chi ha vinto Sanremo. Abbi fiducia, la tua vita spirituale (o cuore) funziona benissimo, perché è la capacità di mettersi di fronte alla verità senza scappare, e per verità non intendo una formulazione astratta, un programma, una ricetta. Il filosofo Michel Foucault, sulla scorta della tradizione antica, definiva la spiritualità come «la pratica e l’esperienza per mezzo delle quali il soggetto opera su di sé le trasformazioni necessarie per avere accesso alla verità. La verità è concessa se è in gioco l’essere stesso del soggetto. Non può esserci verità senza una conversione o una trasformazione del soggetto» (L’ermeneutica del soggetto).

 Il mondo in cui viviamo ci illude che possiamo essere e volere tutto, che essere liberi sia avere scelte infinite, ma questo accade, illusoriamente, solo al supermercato. Noi i destini non li possiamo comprare, ma solo ricevere. Il consumismo scambia le scelte infinite per libertà, mentre veramente libero è solo chi, messo in condizione di ricevere la verità, poi la sceglie, cioè sceglie di essere chi solo lui può essere. Non è vero che hai illimitate scelte, è vero piuttosto che tu hai un destino da trasformare in destinazione, e il mondo comincerà a splendere, non della luce falsa delle illusioni come era disposto ad accettare, pur di sopravvivere alla noia, il diciannovenne Leopardi nella lettera a Giordani da te citata, ma della luce che hai già in mano e non devi puntare invano sull’intera valle oscura in cui cammini, ma sul prossimo passo. La vita ti verrà incontro nella misura in cui le andrai incontro, con coraggio, perché può aver coraggio solo chi ha paura, così come può guarire solo chi ha dolore. Che cosa puoi essere e fare solo tu? A che cosa sei chiamata? Perché sei venuta al mondo? Non concentrarti su ciò che il mondo si aspetta, ma su ciò che ti rende viva, perché il mondo ha bisogno di persone vive.

 E allora, se spiritualità è fare ciò che serve a trasformarsi per vedere la verità, coltiva la tua vita spirituale (o cuore), cioè fai pratica ed esperienza di ciò che ti rende viva. Non aspettare di avere anni di vita, ma metti vita nei tuoi anni. A poco a poco ti trasformerai, cioè abbandonerai le illusioni di destino, per abbracciare il tuo. La vita autentica infatti ha due movimenti: liberazione e scoperta. Elimina ciò che ti fa sentire morta, coltiva ciò che ti fa sentire viva. Due movimenti accompagnati da un inevitabile timore: rinunciare a ciò che rassicura ed esplorare l’ignoto. Posso dirti che in me avviene questa trasformazione verso la verità quando leggo, prego, scrivo, mostro le mie fragilità a chi mi ama o le accolgo, cerco bellezza nel quotidiano, cammino nella natura, faccio sport, cucino per qualcuno, faccio una lezione... Ma per fare queste cose ho dovuto prima liberarmi da altre che mi davano l’illusione di essere vivo, facendomi perdere tempo o avvelenandomi.

 Che cosa ti rende viva e rende vivo il mondo attorno a te? Quanto tempo dedicherai oggi a questo? La risposta non la troverai fuori, nel supermercato delle false esistenze felici, ma fiorirà in te e da te, nel tempo, perché avrai coltivato la tua umanità, cioè il tuo cuore. Mentre scrivo i rami spogli di un albero tagliano un cielo grigio e piovoso: la sua vita è solo nascosta, lavora senza sosta. Sembra morto, ma è solo raccolto. È il suo ballo del qua. E anche tu scoprirai, in questo inverno dello spirito, che la linfa che cerchi non è altrove, è nella tua carne. Non scappare, raccogliti. La stagione dei frutti arriverà a tempo debito e nutrirà molti. Tu balla, qua.

Cercoiltuovolto - Corriere della Sera