-di
Vito Mancuso
Ha affermato Hannah Arendt che «il suddito ideale del regime
totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l'individuo
per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste
più». Parole bellissime che nell'ottantesimo anniversario della Repubblica
Italiana portano d'istinto a chiedersi: qual è allora il suddito ideale di una
repubblica democratica? La risposta è in questa frase di Alcide De Gasperi (recentemente citata da Andrea
Malaguti): «Con il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 inizia
l'era della responsabilità dei cittadini. Se non la volessero assumere,
farebbero meglio a rimanere sudditi».
Il suddito ideale di una
repubblica democratica, quindi, non è un suddito ma un cittadino, laddove la
differenza tra i due consiste nella responsabilità, esercitata anzitutto come
capacità di distinguere tra realtà e finzione, tra vero e falso. Il nome di
questa capacità è cultura. È la cultura che consente alla mente di non farsi
sedurre dai vari tipi di propaganda (politica, economica, ecclesiastica...) e
di leggere il reale con lucidità. È la cultura che preserva da ogni tipo di
sudditanza.
La risposta l'affido a
queste straordinarie parole di Antonio Gramsci che risalgono al 29 gennaio 1916 e che
indicano nel modo più chiaro la strada da seguire: «La cultura è
organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della
propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce
a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i
propri diritti, i propri doveri». Quando un essere umano nasce non è un
cittadino. Già Aristotele lo definì un "animale sociale" e
aveva a tal punto ragione che dal tipo di socialità da cui un essere umano è
circondato e nutrito dipende la sua essenza. Se questa socialità è intrisa di
cultura, allora l'essere umano esce dallo stato di natura ed entra nello stato
di cultura o di civiltà: diviene un cittadino. Si tratta della "coscienza
superiore" di cui scrisse Gramsci, che si esplica comprendendo il proprio
"valore storico", nel senso che noi da cittadini cominciamo ad
esistere non più solo in funzione di noi stessi e della riproduzione della
specie (come sarebbe se rimanessimo solo animali) ma ci realizziamo nella
costruzione di una società basata sulla libertà, le pari opportunità, la
solidarietà, lo studio, la ricerca.
Tutto questo è già
contenuto in nuce nel nome "repubblica". Il termine viene dal
latino res publica, alla lettera "la cosa pubblica",
laddove l'aggettivo pubblica viene dal sostantivo populus, per cui repubblica
significa "la cosa del popolo". Il potere viene qualificato in questo
modo come appartenente a tutti. Nessun'altra forma di potere politico mediante
cui gli esseri umani organizzano il loro vivere insieme ha questa dimensione
universale: non così la monarchia assoluta, la tirannide, l'aristocrazia,
l'oligarchia, e anche quando si trattasse della dittatura del proletariato sarebbe
sempre una parte che detiene il potere sull'altra, senza universalità. Invece
la repubblica è la cosa di tutti, la casa di tutti. Solo retorica? Dipende
dalla cultura dei singoli cittadini.
Il fatto è che la
democrazia autentica così strettamente legata alla cultura richiede lavoro. Il
primo articolo della nostra Costituzione recita: «L'Italia è una Repubblica
democratica, fondata sul lavoro». Oggi, nell'era dell'intelligenza artificiale, dei social e in genere dei mezzi
di distrazione di massa, è il momento di comprendere che l'Italia può rimanere
veramente una repubblica democratica solo se viene fondata sul "lavoro interiore" dei cittadini che si esplica come
ricerca di informazione di qualità, come studio, come riflessione; in una
parola sola, come cultura. Al cospetto degli attuali potentati mondiali
immensamente più forti non solo di noi in quanto singoli ma anche di noi in
quanto stato italiano, noi potremo rimanere un'autentica "repubblica
democratica" solo se sapremo investire sul lavoro interiore. Sembra una
contraddizione, in realtà è una dialettica profondissima: più si coltiva nella
solitudine il proprio valore di individuo, più si diviene un vero cittadino.
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