IL
SILENZIO
Se nella nostra società
“l’uomo è diventato un’appendice del rumore” (Max Picard), si fa sempre più urgente l’esigenza che
ciascuno ritrovi la propria umanità attraverso la riscoperta del silenzio e
l’apprendimento dell’antichissima arte di “ascoltare il silenzio”. Impresa certo non semplice, se già Eraclito definiva i propri simili come “incapaci di
ascoltare e di parlare”: da allora forse abbiamo l’impressione di aver compiuto
passi in avanti nella capacità di parlare, ma certo quanto ad ascolto sembriamo
tornati indietro di secoli. Abbiamo bisogno di una pedagogia dell’ascolto che
può prendere le mosse solo dal silenzio. Sì, “ascoltare il silenzio” può
sembrare un ossimoro, invece è la chiave che apre il mondo dell’ascolto
autentico e della comprensione di ciò che si sente.
La tradizione spirituale
non solo cristiana ha sempre riconosciuto l’essenzialità del silenzio per una
vita interiore autentica. “La preghiera – ha detto il Savonarola, che pur di discorsi appassionati ben si
intendeva – ha per padre il silenzio e per madre la solitudine”. Solo il
silenzio, infatti, rende possibile l’ascolto, cioè l’accoglienza in sé non
soltanto della parola pronunciata, ma anche della presenza di colui che parla.
Il silenzio è linguaggio di amore, di profondità, di presenza all’altro. Del
resto, nell’esperienza amorosa il silenzio è spesso linguaggio molto più
eloquente, intenso e comunicativo delle parole. Purtroppo oggi il silenzio è
raro, è forse la realtà maggiormente assente nelle nostre giornate: siamo
bombardati da messaggi sonori e visivi, i rumori ci derubano della nostra
interiorità e le parole stesse vengono immiserite dal loro essere urlate,
ridotte a slogan o invettive. Ora, “quando diminuisce il prestigio del
linguaggio aumenta quello del silenzio” (Susan Sontag). Dobbiamo confessarlo: abbiamo bisogno del
silenzio! Ci è necessario da un punto di vista prettamente antropologico,
perché l’uomo, che è un essere di relazione, comunica in modo equilibrato e
significativo soltanto grazie all’armonico rapporto fra parola e
silenzio.
Ma abbiamo bisogno del
silenzio anche dal punto di vista spirituale. Per la fede ebraica e cristiana
il silenzio è una dimensione teologica: sul monte Oreb, il profeta Elia percepì di essere alla presenza
di Dio non nel frastuono di venti, tuoni e terremoto ma solo quando ascoltò “la
voce di un silenzio sottile” (1Re 19,12). Ignazio di Antiochia dirà che Cristo è “la Parola che
procede dal silenzio”. Non si tratta semplicemente dell’astenersi dal parlare o
dell’assenza di rumori, ma del silenzio interiore, quella dimensione che ci
restituisce a noi stessi, ci pone sul piano dell’essere, di fronte
all’essenziale. “Nel silenzio è insito un meraviglioso potere di osservazione,
di chiarificazione, di concentrazione sulle cose essenziali” (Dietrich Bonhoeffer). Il silenzio è custode
dell’interiorità in quanto ci conduce da una dimensione primaria e “negativa”
di sobrietà, disciplina nel parlare o addirittura di astensione da parole, a
un livello più profondo, di intensa vita spirituale: cioè al far tacere i
pensieri, le immagini, le ribellioni, i giudizi, le mormorazioni che nascono
nel cuore. È il difficile silenzio interiore, quello che trova il proprio
ambito vitale nel cuore, luogo della lotta spirituale. Ma proprio questo
silenzio profondo genera l’attenzione, l’accoglienza, l’empatia nei confronti
dell’altro.
Il silenzio scava nel
nostro profondo uno spazio per farvi abitare l’alterità, per farne risuonare la
parola e, al tempo stesso, ci dispone all’ascolto intelligente, al parlare
misurato, al discernimento di ciò che brucia nel cuore dell’altro e che è celato
nel silenzio da cui nascono le sue parole. Il silenzio, allora, quel silenzio,
suscita in noi la carità, l’amore del fratello. “Il silenzioso diventa fonte di
grazia per chi ascolta” aveva affermato san Basilio. Per il cristiano, il
rimando all’ascolto obbediente della Parola di Dio, all’accoglienza del Verbo
fatto carne è evidente ed estremamente eloquente. Non a caso è questo il
silenzio che proviene a noi da una lunga storia spirituale: è il silenzio
cercato e praticato dagli esicasti per ottenere l'unificazione del cuore, il silenzio
della tradizione monastica finalizzato all’accoglienza in sé
della parola di Dio, il silenzio della preghiera di adorazione della presenza
di Dio. Ma è anche il silenzio caro ai mistici di ogni tradizione religiosa e,
ancor prima, è il silenzio di cui è intriso il linguaggio poetico, il silenzio
che costituisce la materia stessa della musica, il silenzio essenziale a ogni
atto comunicativo. Il silenzio, evento di profondità e di unificazione, rende
il corpo eloquente conducendoci ad abitare il nostro corpo, a nutrire la nostra
vita interiore, guidandoci a quell’habitare secum così prezioso per la tradizione monastica
come per quella filosofica. Il corpo abitato dal silenzio diviene rivelazione
della persona intera.
Proviamo allora a
ricavare nel ritmo del nostro vivere un tempo per ascoltare il silenzio:
riusciremo a cogliere gli sforzi compiuti per crearlo e custodirlo, a
discernere i suoni impercettibili della presenza di altre creature accanto a
noi, a comprendere il non-detto che abita la gran quantità di parole, ad avere
intelligenza di quanto accade – cioè, letteralmente, a “leggere dentro” gli
eventi – e, finalmente, anche ad ascoltare meglio noi stessi e gli altri quando
parlano al nostro cuore e alla nostra mente, e non solo ai nostri
orecchi.
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