Visualizzazione post con etichetta Logos. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Logos. Mostra tutti i post

sabato 3 gennaio 2026

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO

 


Commento al Vangelo 
della II domenica dopo Natale (Gv 1,1-18)

-         di Giulio Michelini

 

Sono talmente tante le cose che si potrebbero segnalare del Prologo del Quarto vangelo, che ci si trova inevitabilmente in imbarazzo a dover scegliere. La domanda più opportuna che potremmo rivolgere al testo riguarda che cosa poteva significare un tale inizio per i lettori del tempo in cui l’evangelista compone questo inno. Una questione relativa al lettore, ad esempio, parte dalla forma letteraria del Prologo nel contesto della letteratura classica, che conosceva bene i prologhi alle tragedie o agli altri drammi: si può dire che il Prologo riassume tutto il vangelo, come nella tragedia greca, quando tale introduzione serviva a orientare lo spettatore o il lettore, dicendogli di cosa si parlava? In parte sì, è vero che il Prologo anticipa alcuni temi e ne condensa altri, ma si deve anche riconoscere che non dice tutto del vangelo di Giovanni: orienta il lettore e aiuta a comprendere come deve essere letto questo testo, distinguendolo dagli altri. Inoltre, è poesia, mentre più avanti ci sarà la prosa, il racconto, coi dialoghi che caratterizzano il Quarto vangelo stesso.

Un’altra questione riguarda il rapporto tra questa pagina e quelle dell’inizio dei vangeli di Matteo e Luca. Mentre i vangeli dell’origine di Gesù – in Matteo e Marco – partono da un annuncio di un angelo (a Maria e a Giuseppe) e transitano poi per le storie della nascita di Gesù, fino alla sua circoncisione e offerta al Tempio, il Quarto vangelo ha un principio “metatemporale”, che prende l’avvio addirittura da “prima del tempo”.

Entriamo ora brevemente nel testo, seguendo la suddivisione proposta da Marida Nicolaci (La salvezza viene dai Giudei), dove si trova una bella esegesi del brano. Secondo la studiosa, questo è composto da cinque parti distinte, ma strettamente connesse: i versetti 1-5 che riguardano tutti il Logos; i vv. 6-8 sul Battista; i vv. 9-14, sul Logos e il rapporto col mondo; i vv. 15-17, ancora sul Battista; infine l’ultimo versetto, il 18, sul Figlio che era intimo del Padre e rivela il Padre.

Il principio di cui si parla al v. 1, si è detto, è metatemporale, e fa riferimento però al primo libro della Torà, Bereshit-Genesi, dove si dice che Dio ha creato il mondo attraverso una Parola preesistente che veniva da Lui. Interessante è soffermarsi sul termine Logos: cosa significava e cosa si poteva capire di questo termine? Intanto, come sottolinea Damiano Marzotto nel suo recente commento a Giovanni, La tunica e la rete, il termine è maschile, e quindi può immediatamente essere applicato a Gesù. Nel contesto ellenistico significava però non soltanto “parola”, ma anche “pensiero”, “ragione”, “razionalità”. Anzi, ancora di più. Traduce Marzotto: «all’inizio era il Dialogo»: «Una Parola di Dio non statica, non puramente pensata ma forma di comunicazione». Questo verbo non era, precisamente “presso”, ma, come si intende dalla preposizione greca pros, “rivolto” a Dio, ed era Dio stesso. Si tratta del cuore dell’annuncio cristiano, come si vedrà commentando il v. 14. Il testo continua dicendo che tutta la realtà viene dal Logos. Ecco come spiega Renzo Infante nel suo ottimo Le feste di Israele nel Vangelo secondo Giovanni: «l’Inno giovanneo con gli espliciti riferimenti alla creazione e alla redenzione del mondo potrebbe contenere dei rimandi alla Festa di Capodanno [ebraico], Rosh-ha-shanah», nella quale si celebra la creazione del mondo: «è come il suono dello Shofar che rammenta l’opera creatrice di Dio in favore del mondo».

Dal Logos viene la vita, ed è una vita che splende nelle tenebre. Giovanni infatti vede sin da queste prime battute uno scontro in corso tra la luce e le tenebre, tra i figli della luce e quelli delle tenebre, e anticipa un combattimento di cui si parlerà nell’intero Vangelo, e che ha come protagonista Gesù, che alla Festa delle capanne dirà di essere la Luce stessa.

La seconda parte dell’Inno passa da una realtà metatemporale al tempo di Gesù e del Battista, ovvero dell’«uomo mandato da Dio come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui». La missione del precursore si compie cioè nella storia, attraverso un testimone (anche nel senso etimologico del termine, “martire”) di Cristo. Si dice qui che il testimone non è la luce, come più avanti il Battista dirà di sé di non essere né il Cristo, né Elia, né la Parola, né lo Sposo, ma l’“amico dello sposo”. Nel lettore emerge dunque la domanda: chi è allora il Battista? Per quanto ci riguarda, tra due domeniche la liturgia tornerà a proporre il Quarto vangelo, nel quale si parlerà proprio della testimonianza data da Giovanni.

La terza parte è il movimento centrale del Prologo, dove si dice del dramma del rifiuto verso la Parola: rifiuto che riguarda non solo Israele, ma ogni uomo, che ancora oggi non accoglie il Verbo.

Questo infatti si è fatto carne fragile, e ha posto la tenda in mezzo agli uomini, nella loro condizione e nella loro storia. Il linguaggio della tenda trae ispirazione dal tema della tenda del convegno di Es 40, ma che ora esprime la carne del Logos, Parola-Gesù di Nazareth che condivide la nostra stessa esperienza umana di debolezza.

Nella quarta parte il Prologo torna a Giovanni il Battista, e nella quinta, composta da un solo versetto, si dice la fede della Chiesa delle origini, e particolarmente della chiesa giovannea, per le quali non vi era alcun dubbio che Gesù fosse Dio stesso. Per questo Gesù poteva parlare di sé come “Figlio” in senso “forte”, come in Mc 13,32 // Mt 24,36. Commenta Romano Penna: «Gesù ha pensato se stesso in termini di figliolanza nei confronti di Dio, e di una figliolanza tale che è priva di paralleli dello stesso tipo e perciò unica nel suo genere» (I ritratti originali di Gesù il Cristo).

Su questo torneremo però commentando la pagina in cui Gesù è chiamato “Figlio” al suo battesimo. Questo Figlio, continua l’evangelista, era nel seno del Padre. Questa espressione così importante viene commentata da D. Marzotto a partire da Gv 13,23, un versetto inserito nell’ultima cena del Quarto vangelo. Scrive l’esegeta: «Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù», ovvero secondo il modo di celebrare la cena ellenistico. Alla lettera nel testo greco si legge infatti: «il Discepolo amato era nel seno di Gesù». «Questa immagine concreta è servita a Giovanni, nel prologo, per esprimere il rapporto del Padre con il Figlio. Gesù è colui che gode la fiducia e la predilezione del Padre, al quale il Padre affida la sua intimità» (Marzotto).

Il Prologo del Quarto vangelo così ci dice che la stessa Parola di Dio, così vicina al Padre, quel Figlio per mezzo del quale tutto è stato creato, è stata in mezzo agli uomini, e ancora vi rimane attraverso la sua misteriosa presenza.

LA PARTE BUONA

Immagine


 

 

sabato 4 gennaio 2025

IL VERBO SI E' FATTO CARNE


 La gloria di Dio 
che risplende 

nella debolezza 

di un uomo



 «A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio». 

Giovanni 1,12

 Commento di don Gianni Carozza*

Nella seconda domenica dopo Natale la liturgia ci propone alcuni testi di grande spessore teologico perché, dopo l’aspetto emotivo e semplice del Natale impariamo ad approfondire il mistero che ci è stato rivelato, per cogliere in profondità la ricchezza di ciò che adoriamo. Il libro del Siracide (24,1-4.8-12), che ci propone il cantico della Sapienza, alludendo all’azione dei profeti attraverso i quali la parola di Dio si era comunicata agli uomini, dice che la Sapienza divina ha preso Gerusalemme come sua residenza.

L’espressione che adopera il Siracide, parlando della sapienza, è la stessa che adotta l’evangelista Giovanni (1,1-18), parlando del Logos di Dio, cioè il suo pensiero – ancora di più della parola – la sua logica, la sua sapienza ha piantato la tenda nell’umanità: si è accampato nella nostra situazione precaria; ha preso dimora e abitazione nella nostra esperienza umana, per condividere la nostra umanità, per farci dono della sua divinità. Con Gesù noi siamo arrivati pienamente a Dio o, meglio, Dio è arrivato per primo e pienamente a noi. Attraverso Gesù riceviamo il «potere di diventare figli di Dio»: ecco la rivelazione della nostra segreta identità.

Dio è in noi. Non in pochi privilegiati, ma in ogni fratello che vive. È in noi nonostante la nostra miseria, fisica e morale, per dirci: «Io ti amo come un figlio. Amo la tua solitudine, la tua ricerca inappagata, le tue debolezze, le tue lacrime, la tua disperazione. Non c’è nulla nella tua vita che mi possa lasciare indifferente. Io ti amo. Voglio essere come l’istinto positivamente più bello e più profondo del tuo cammino».

«Il Verbo si è fatto carne». Gesù è la rivelazione di Dio, ma  è una rivelazione che avviene nella «carne», cioè in una forma velata. In Gesù Dio ha manifestato la sua gloria, ma non bisogna dimenticare che quella gloria risplende nella fragilità e nella debolezza di un uomo che per amore finirà sulla croce.

Se il Verbo si è fatto carne per amore, per accoglierlo occorre una risposta amorosa, u n ’ i n t e l l i g e n z a amante. Per questo Gesù un giorno dirà: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Matteo 11,25). «Ai piccoli»: a quelli che hanno la sapienza del cuore.

È un dono, questo, dello Spirito da chiedere continuamente, come ci invita a fare l’apostolo Paolo nella seconda lettura, in un bellissimo passo della Lettera agli Efesini (1,3-6,15-18): «Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi» (1,17-18).

 

Famiglia Cristiana

 *Gianni Carozza

Gianni Carozza è biblista e presbitero della diocesi di Chieti-Vasto. Dopo la maturità classica ha frequentato la Pontificia Università Gregoriana e conseguito la licenza in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma. Attualmente insegna greco biblico e letteratura giovannea presso l’Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti e scienze bibliche presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “G. Toniolo” di Pescara. È attivo sia nella formazione biblica sia come animatore di esercizi spirituali. Ha pubblicato: La Parola è più dolce del miele (Padova 2019) e Il cammino che sorprende. Il mistero di Gesù in Marco (Padova 2020).

Immagine