La patrimoniale
tra Marx
e
il Vangelo
Il rapporto Caritas
In un momento in cui il
governo, per bocca della premier Giorgia Meloni, rivendica con fierezza i
risultati della sua politica economica e i guadagni, in termine di benessere,
che ne sono derivati agli italiani, ha avuto l’effetto di una doccia fredda la
pubblicazione del rapporto annuale della Caritas, da cui risulta, nel 2025, un
ulteriore aumento dell’1,7% delle persone assistite, con una crescita, negli
ultimi dieci anni, del 48%. Nel 2025 sono state sostenute oltre 282mila
persone, il dato più alto mai registrato.
Per certi versi, la
nostra presidente del Consiglio non ha torto di essere soddisfatta dell’aumento
impressionante degli occupati. Secondo i dati Istat, il tasso di occupazione è
salito al 62,7%, con il numero di occupati pari a 24 milioni 200mila unità, con
circa 1,3 milioni di lavoratori in più rispetto a prima della pandemia (gennaio
2020). Il tasso di disoccupazione scende, così, al 5,1%. Ed è significativo in
particolare che la crescita riguardi i dipendenti a tempo indeterminato (16
milioni 420mila) e gli autonomi (5 milioni 223mila), a fronte della diminuzione
di quelli a termine (2 milioni 659mila). Non si tratta, insomma, di precariato.
Certo, malgrado questi
progressi, l’Italia resta fra gli ultimi posti in Europa. Inoltre l’aumento in
questione non tocca la fascia di età tra i 25 e i 34 anni, per cui anzi si
registra una contrazione. I giovani non riescono ad entrare nel mercato del lavoro.
Ma non basterebbero questi aspetti critici a incrinare l’immagine di una
società in crescita.
Il rapporto della
Caritas, invece, porta alla luce un elemento allarmante, che mette in
discussione proprio questa immagine, perché evidenzia la presenza sempre più
rilevante di lavoratori poveri – il 31,7% tra i 35-44enni e il 31% tra i
45-54enni (nel 2015 questo fenomeno si attestava al 13,3%) –, di persone, cioè,
che, pur avendo un’occupazione, non riescono a sottrarsi a situazioni di
vulnerabilità economica e sociale.
Un fenomeno che del resto
è in linea con il dato, fornito dall’Istat, secondo cui, tra il 2019 e il 2024,
le retribuzioni reali in Italia sono calate dell’8%, il dato peggiore tra i
principali Paesi europei. Perciò, se nel 2015 gli occupati erano il 13,3% degli
assistiti dalla Caritas, oggi ne rappresentano il 24%. Non basta avere un
lavoro per sfuggire alla povertà, anche a quella che gli economisti chiamano
“assoluta”.
Povertà assoluta che
attanaglia, sempre secondo l’Istat, circa 5,7 milioni di persone, cioè
il 9,8% della popolazione, e 2,2 milioni di famiglie, l’8,4% del totale. Ad
essere nelle condizioni peggiori è, come sempre, il Mezzogiorno ma, in termini
relativi, sono le regioni del Nord a registrare l’incremento maggiore.
Ciò che rende questa
situazione incomprensibile – in un Paese che occupa il settimo posto nella
graduatoria dei Paesi più industrializzati del mondo – è la sperequazione che
vede una parte della popolazione sempre più ricca e una sempre più povera. Tra
il 2010 e il 2025 la ricchezza complessiva del Paese è cresciuta di oltre 2.000
miliardi di euro, ma il 91% di questa ricchezza è stato assorbito dal 5% più
ricco delle famiglie. Alla metà più povera della popolazione è arrivato appena
il 2,7%. Cosicché oggi il 5% più ricco degli italiani controlla il 48% della
ricchezza nazionale, superando il totale detenuto dal 90% della popolazione. E
il 10% più ricco delle famiglie italiane possiede il 60,6% della ricchezza
netta complessiva.
Un contrasto stridente,
tanto più grave in un momento in cui, dopo la guerra contro l’Iran, i prezzi,
già in crescita per l’inflazione, rischiano di aumentare ulteriormente e di
mettere in ginocchio le fasce meno abbienti.
La polemica sulla
patrimoniale
È in questo contesto che
è esplosa la polemica sulla possibilità di stabilire delle misure che
permettano allo Stato di attingere ai patrimoni più elevati per sostenere le
famiglie più povere. La cosiddetta “patrimoniale”, che non riguarderebbe i
redditi, ma la ricchezza posseduta dalle persone.
Forse è bene ricordare
che l’Italia è probabilmente il Paese europeo in cui i grandi patrimoni sono
più tutelati. Lo confermano i dati relativi alle imposte di successione. La
tassa di successione italiana è infatti la più bassa a livello europeo, con aliquote
che oscillano tra il 4 e l’8%. In Germania la tassa di successione
oscilla tra il 7% e il 50%, in Spagna tra il 34% e l’86%,
in Francia tra il 5% e il 60%, in Gran Bretagna è del 40%.
Già nel 2025 la Cgil di
Maurizio Landini aveva lanciato l’idea di un contributo di solidarietà dell’1%
a carico dei patrimoni superiori ai 2 milioni di euro (escludendo la prima
casa). L’ipotesi oggi più strutturata è la proposta di legge di iniziativa popolare
“1% Equo”, depositata in Cassazione nel maggio 2026. Lo schema indicato dai
promotori è progressivo: 1% sulla quota di ricchezza eccedente i 2 milioni fino
a 5 milioni; 1,7% tra 5 e 8 milioni; 2,1% tra 8 e 20 milioni; 3,5% oltre 20
milioni.
Una proposta, però,
sostenuta solo dai leader di Alleanza Verdi e Sinistra, Bonelli e Fratoianni, e
che ha trovato l’immediata reazione da parte della premier, la quale ha scritto
sui social: «Le patrimoniali ricompaiono ciclicamente nelle proposte della
sinistra. È rassicurante sapere che, con la destra al Governo, non vedranno mai
la luce». Le ha fatto eco il vice-premier Tajani che ha evocato uno slogan
spesso ripetuto da Berlusconi: «Mai le mani nelle tasche degli
italiani!».
Il presidente del
Movimento 5 Stelle Giuseppe
Conte, il leader di Italia Viva Matteo Renzi e
il segretario di Azione Carlo
Calenda si sono anche loro detti contrari, mentre la segretaria del
Pd, Elly Schlein, che pure per prima aveva osato introdurre il termine
“patrimoniale” nel dibattito politico, si è affrettata a precisare che la
misura «non è tra le cose già condivise nel programma dell’alleanza
progressista. Ne discuteremo».
Da parte loro, i giornali
e i politici di destra non perdono occasione per rimarcare la loro presa di
distanza da quella che ritengono una misura di estrema violenza nei confronti
dei cittadini ed evocano lo spettro del socialismo marxista. Si continua a
ripetere che il ceto medio verrebbe colpito mortalmente da una ingiusta
sottrazione dei frutti del suo onesto lavoro. E anche molti economisti sono
convinti che si tratti di una tassa controproducente, perché può incentivare il
trasferimento all’estero dei capitali e scoraggiare gli investimenti.
Non è Marx, è la dottrina
sociale della Chiesa
Sono pochi a ricordare
che in realtà la redistribuzione dei beni è un problema etico, prima che
economico, e costituisce un punto fondamentale dell’idea di giustizia della
dottrina sociale cristiana. Lo ricordava Francesco, nell’enciclica Laudato
si’: «La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o
intoccabile il diritto alla proprietà privata» (n. 93). Lo ha ribadito papa
Leone nella Magnifica humanitas: «La tradizione della Chiesa ha
visto nella proprietà un mezzo per custodire e amministrare i beni in modo che
possano servire meglio al bene comune» (n. 66).
Su questo i padri della
Chiesa sono concordi. Essi sostengono, come scrive uno di essi, sant’Ambrogio,
che «la terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi», cosicché «non è del
tuo avere che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli
appartiene». Paolo VI, citando queste parole nella sua enciclica Populorum
progressio commentava: «È come dire che la proprietà privata non
costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è
autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno,
quando gli altri mancano del necessario» (n. 22).
Non può non venire alla
mente, leggendo queste parole, che Trump, dopo aver tagliato da 17 a 1,7
miliardi di dollari gli aiuti degli Stati Uniti alle popolazioni povere del
terzo mondo – provocando una paurosa crisi alimentare e sanitaria attualmente
in corso – sta spendendo 600 milioni di dollari per la nuova sala da ballo
costruita in suo onore alla Casa Bianca.
Ma colpisce anche, per
restare in Italia, il confronto tra il dato Istat, secondo cui in Italia nel
2026 ci sono 10.000 persone che non hanno un tetto e la notizia di questi
giorni della vendita, al prezzo approssimativo di 500 milioni di euro, di Villa
Certosa, «il rifugio» di Berlusconi in Sardegna, con 14 camere da letto, 7
piscine, un eliporto e un bunker atomico, che era peraltro solo una della
ventina di residenze di lusso in cui amava soggiornare.
Senza caldeggiare un
astratto egualitarismo che misconosca i differenti meriti dei singoli, è
evidente che siamo davanti a una sproporzione che nessuna diversità tra i
membri di una società può giustificare. È giusto che si raccolgano i frutti
delle proprie doti di iniziativa, del proprio impegno, del contributo dato alla
collettività, ma questo non può voler dire il diritto a una ricchezza
smisurata, in un contesto in cui altre persone vivono in condizioni di
indigenza incompatibili con la dignità umana.
Il significato
etico-politico delle tasse
E a garantire questa
condizione di base del bene comune dev’essere lo Stato, anche grazie allo
strumento tributario. La destra da sempre demonizza le tasse come una
inaccettabile ruberia ai danni dei cittadini. In realtà esse si fondano sulla
premessa che nessun uomo è un’isola e che perciò nessuno “si fa da sé”. Come
dimostra l’esperienza dolorosa dei “baby-lupo”, senza quello che riceve dalla
società nessun essere umano sarebbe in grado neppure di parlare e di camminare
in postura eretta. Figuriamoci tutto il resto. Siamo tutti debitori gli uni
agli altri. Un legame che nella visione cristiana, ricordata recentemente da
papa Francesco, si chiama “fraternità”.
E se è vero che – come
dice la dottrina della destinazione universale ricordata recentemente da papa
Leone – i beni di ciascuno gli appartengono nella misura in cui servono anche
agli altri, è giusto che il superfluo di alcuni venga redistribuito per assicurare
ad altri il necessario. E in questo caso di superfluo si parla, visto che la
patrimoniale – malgrado la fuorviante campagna di disinformazione contro di
essa – non riguarderebbe affatto il ceto medio, ma quella ristretta élite del
10% delle famiglie italiane che possiede il 60,6% della ricchezza nazionale.
Dove l’essenziale non è
lo strumento tributario con cui questa redistribuzione viene attuata, ma la
scelta etica che indirizza la politica al bene comune. È proprio questa scelta
che la nostra classe politica – anche prima che a governare fosse la destra –
non ha mai saputo e voluto fare. I partiti attualmente all’opposizione sono
stati a lungo al governo, ma la patrimoniale non l’hanno mai fatta e i poveri
sono rimasti tali, perché il sistema fiscale, al di là delle possibili formule,
non ha mai davvero funzionato per redistribuire la ricchezza.
Naturalmente bisognerebbe
fare i conti con i rischi profilati da molti esperti, soprattutto quello di una
fuga di capitali e di investimenti. Per questo, come è stato giustamente
notato, il progetto della patrimoniale non può prescindere da una più ampia
programmazione europea, che impedica o almeno scoraggi operazioni in tal senso.
E proprio la mancanza di uno sforzo in questa direzione è il segno di quanto
poco seriamente se ne stia parlando, anche da molti che la propongono.
Ma forse ancora una volta
– come è stato per la Palestina e per il referendum sulla Giustizia – può
essere l’opinione pubblica a precedere e a sollecitare i partiti, se è vero
che, secondo i sondaggi, più di metà degli italiani guarda con favore a quella
che fino a ieri era uno spauracchio. A questo punto ci sarebbe una
sollecitazione a studiare meglio le modalità concrete per scongiurare i
pericoli.
E se poi il 10% – quello
che possiede oggi il 60% dei beni – ci resterà male, ce ne faremo una ragione.
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