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giovedì 25 luglio 2024

GIOVANI E ANZIANI, UNA RICCHEZZA PER TUTTI

Il Papa: una società fraterna si costruisce con l’alleanza tra giovani e anziani

Sul suo account X, il Pontefice indica nel dialogo intergenerazionale una base imprescindibile per imparare “la bellezza della vita”. Il post è stato pubblicato pochi giorni prima della memoria liturgica, il 26 luglio, dei santi Gioacchino ed Anna e della Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, domenica 28 luglio. Date speciali per ricordare alcune riflessioni dei Pontefici sulla terza età.

 -         di Amedeo Lomonaco - Città del Vaticano

-          “Abbiamo bisogno di una nuova alleanza tra giovani e anziani, perché la linfa di chi ha alle spalle una lunga esperienza di vita irrori i germogli di speranza di chi sta crescendo. Così impariamo la bellezza della vita e realizziamo una società fraterna”. Il post di Papa Francesco pubblicato oggi sull’account X, @Pontifex, precede due date significative: la memoria liturgica, il 26 luglio, dei santi Gioacchino ed Anna, i genitori della Beata Vergine Maria, e la Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, in programma domenica 28 luglio.

I nonni di Gesù

Il 26 luglio ricorre dunque la memoria dei nonni di Gesù. È stato san Papa Paolo VI a riunire i nonni di Gesù nella medesima festività, nel 1969, in occasione della riforma del nuovo calendario liturgico. Prima, infatti, erano ricordati in giorni separati. Per Anna la ricorrenza era uguale all’odierna, mentre quella di Gioacchino cadeva il 16 agosto. “I santi Gioacchino ed Anna - ha detto Papa Francesco all’Angelus il 26 luglio del 2013 durante il viaggio apostolico a Rio de Janeiro - fanno parte di una lunga catena che ha trasmesso la fede e l’amore per Dio, nel calore della famiglia, fino a Maria che ha accolto nel suo grembo il Figlio di Dio e lo ha donato al mondo, lo ha donato a noi”. Alla loro casa, ha aggiunto in quella occasione il Pontefice, si lega “il valore prezioso della famiglia come luogo privilegiato per trasmettere la fede”.

Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, indulgenza plenaria per chi la celebra

Giornata mondiale di nonni e anziani

Il tema scelto quest’anno da Papa Francesco per la Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, “Nella vecchiaia non abbandonarmi” (cfr. Sal 71,9), intende sottolineare come la solitudine sia, purtroppo, l’amara compagna della vita di tanti anziani che, spesso, sono vittime della cultura dello scarto. Nell’anno di preparazione al Giubileo, che il Santo Padre ha scelto di dedicare alla preghiera, il tema della Giornata è tratto dal Salmo 71, l’invocazione di un anziano che ripercorre la sua storia di amicizia con Dio. La celebrazione della Giornata, valorizzando i carismi dei nonni e degli anziani e il loro apporto alla vita della Chiesa, vuole favorire l’impegno di ogni comunità ecclesiale nel costruire legami tra le generazioni e nel combattere la solitudine, consapevoli che - come afferma la Scrittura - “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2,18). Nel messaggio per questa Giornata, il Papa sottolinea che “Dio non abbandona i suoi figli, mai”. “Non scarta alcuna pietra, anzi, le più ‘vecchie’ sono la base sicura sulla quale le pietre ‘nuove’ possono appoggiarsi per costruire tutte insieme l’edificio spirituale”.

Giovanni Paolo I: pensiamo al cuore dei nostri vecchi

I Pontefici, in più occasioni, si sono soffermati sul ruolo degli anziani nella società. Papa Giovanni Paolo I durante l’udienza generale del 6 settembre 1978 ha ricordato in particolare un episodio legato al suo ministero episcopale:

Giovanni Paolo I: "non basta il cibo, c'è un cuore"

“Io, vescovo di Venezia, andavo qualche volta, nelle case di ricovero. Una volta ho trovato un'ammalata, un'anziana: «Come va Signora?» - «Beh, da mangiare, bene! Caldo? Riscaldamento? Bene» - «Allora è contenta Signora?» - «No» - si è messa quasi a piangere. «Ma perché piange?» - «Mia nuora, mio figlio non vengono mai a trovarmi. Vorrei vedere i nipotini». Non basta il caldo, il cibo, c'è un cuore; bisogna pensare anche al cuore dei nostri vecchi. Il Signore ha detto che i genitori devono essere rispettati e amati, anche quando sono vecchi”. 

Giovanni Paolo II: essere anziani è un privilegio

Anche le ultime fasi della vita sono dense di valore, significato, dignità. Nel discorso rivolto il 23 marzo del 1984 ai gruppi della terza età, Giovanni Paolo II sottolinea che essere anziani è un privilegio: Voi carissimi fratelli e sorelle, siete entrati a far parte della categoria degli anziani, costituita da uomini e donne provenienti da tutte le classi sociali e da ogni livello di cultura. Così, cancellate le differenze di facciata, si è unicamente affratellati nella propria dignità di persona. L’ingresso nella terza età è da considerarsi un privilegio: non solo perché non tutti hanno la fortuna di raggiungere questo traguardo, ma anche e soprattutto perché questo è il periodo delle possibilità concrete di riconsiderare meglio il passato, di conoscere e di vivere più profondamente il mistero pasquale, di divenire esempio nella Chiesa a tutto il popolo di Dio.

Benedetto XVI: la sapienza degli anziani è una ricchezza

Accogliere gli anziani significa accogliere la vita. È quanto sottolinea Papa Benedetto XVI, il 12 novembre 2012, durante la visita alla Casa famiglia “Viva gli anziani”:

Benedetto XVI: "chi accoglie gli anziani accoglie la vita"

Nella Bibbia, la longevità è considerata una benedizione di Dio; oggi questa benedizione si è diffusa e deve essere vista come un dono da apprezzare e valorizzare. Eppure spesso la società, dominata dalla logica dell'efficienza e del profitto, non lo accoglie come tale; anzi, spesso lo respinge, considerando gli anziani come non produttivi, inutili. Tante volte si sente la sofferenza di chi è emarginato, vive lontano dalla propria casa o è nella solitudine. Penso che si dovrebbe operare con maggiore impegno, iniziando dalle famiglie e dalle istituzioni pubbliche, per fare in modo che gli anziani possano rimanere nelle proprie case. La sapienza di vita di cui siamo portatori è una grande ricchezza. La qualità di una società, vorrei dire di una civiltà, si giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato nel vivere comune. Chi fa spazio agli anziani fa spazio alla vita! Chi accoglie gli anziani accoglie la vita!

Nella nostra società, sempre più colpita dalla cultura dello scarto, gli anziani sono spesso messi da parte, abbandonati nella loro solitudine. Non manca poi chi approfitta delle loro debolezze. Molte persone, nella cosiddetta terza età, sono vittime di imbrogli e vengono raggirate. Il loro grido di dolore, fiaccato anche dall'esperienza della malattia, molte volte non viene ascoltato. Ma sono proprio queste pietre vecchie e fragili, come ci ricorda Papa Francesco, le fondamenta su cui poggia il futuro della società.

 

MESSAGGIO DEL PAPA




martedì 21 dicembre 2021

ARTIGIANI SUI SENTIERI DELLA PACE. NE SIAMO TUTTI RESPONSABILI !


DIALOGO, EDUCAZIONE E LAVORO: 

LE TRE VIE 

DEGLI ARTIGIANI DI PACE

Papa Francesco, nel suo messaggio per la prossima giornata mondiale della pace (1 gennaio) invita ogni persona e ogni istituzione a costruire la pace, con coraggio e creatività. 



MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
PAPA FRANCESCO

PER LA LV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2022

Le parole del profeta Isaia esprimono la consolazione, il sospiro di sollievo di un popolo esiliato, sfinito dalle violenze e dai soprusi, esposto all’indegnità e alla morte. Su di esso il profeta Baruc si interrogava: «Perché ti trovi in terra nemica e sei diventato vecchio in terra straniera? Perché ti sei contaminato con i morti e sei nel numero di quelli che scendono negli inferi?» (3,10-11). Per questa gente, l’avvento del messaggero di pace significava la speranza di una rinascita dalle macerie della storia, l’inizio di un futuro luminoso.

Ancora oggi, il cammino della pace, che San Paolo VI ha chiamato col nuovo nome di sviluppo integrale, [1] rimane purtroppo lontano dalla vita reale di tanti uomini e donne e, dunque, della famiglia umana, che è ormai del tutto interconnessa. Nonostante i molteplici sforzi mirati al dialogo costruttivo tra le nazioni, si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua a dominare un modello economico basato sull’individualismo più che sulla condivisione solidale. Come ai tempi degli antichi profeti, anche oggi il grido dei poveri e della terra [2] non cessa di levarsi per implorare giustizia e pace.

In ogni epoca, la pace è insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso. C’è, infatti, una “architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società, e c’è un “artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona. [3] Tutti possono collaborare a edificare un mondo più pacifico: a partire dal proprio cuore e dalle relazioni in famiglia, nella società e con l’ambiente, fino ai rapporti fra i popoli e fra gli Stati.

Vorrei qui proporre tre vie per la costruzione di una pace duratura. Anzitutto, il dialogo tra le generazioni, quale base per la realizzazione di progetti condivisi. In secondo luogo, l’educazione, come fattore di libertà, responsabilità e sviluppo. Infine, il lavoro per una piena realizzazione della dignità umana. Si tratta di tre elementi imprescindibili per «dare vita ad un patto sociale», [4] senza il quale ogni progetto di pace si rivela inconsistente.

2. Dialogare fra generazioni per edificare la pace

In un mondo ancora stretto dalla morsa della pandemia, che troppi problemi ha causato, «alcuni provano a fuggire dalla realtà rifugiandosi in mondi privati e altri la affrontano con violenza distruttiva, ma tra l’indifferenza egoista e la protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Il dialogo tra le generazioni». [5]

Ogni dialogo sincero, pur non privo di una giusta e positiva dialettica, esige sempre una fiducia di base tra gli interlocutori. Di questa fiducia reciproca dobbiamo tornare a riappropriarci! L’attuale crisi sanitaria ha amplificato per tutti il senso della solitudine e il ripiegarsi su sé stessi. Alle solitudini degli anziani si accompagna nei giovani il senso di impotenza e la mancanza di un’idea condivisa di futuro. Tale crisi è certamente dolorosa. In essa, però, può esprimersi anche il meglio delle persone. Infatti, proprio durante la pandemia abbiamo riscontrato, in ogni parte del mondo, testimonianze generose di compassione, di condivisione, di solidarietà.

Dialogare significa ascoltarsi, confrontarsi, accordarsi e camminare insieme. Favorire tutto questo tra le generazioni vuol dire dissodare il terreno duro e sterile del conflitto e dello scarto per coltivarvi i semi di una pace duratura e condivisa.

Mentre lo sviluppo tecnologico ed economico ha spesso diviso le generazioni, le crisi contemporanee rivelano l’urgenza della loro alleanza. Da un lato, i giovani hanno bisogno dell’esperienza esistenziale, sapienziale e spirituale degli anziani; dall’altro, gli anziani necessitano del sostegno, dell’affetto, della creatività e del dinamismo dei giovani.

Le grandi sfide sociali e i processi di pacificazione non possono fare a meno del dialogo tra i custodi della memoria – gli anziani – e quelli che portano avanti la storia – i giovani –; e neanche della disponibilità di ognuno a fare spazio all’altro, a non pretendere di occupare tutta la scena perseguendo i propri interessi immediati come se non ci fossero passato e futuro. La crisi globale che stiamo vivendo ci indica nell’incontro e nel dialogo fra le generazioni la forza motrice di una politica sana, che non si accontenta di amministrare l’esistente «con rattoppi o soluzioni veloci», [6] ma che si offre come forma eminente di amore per l’altro, [7] nella ricerca di progetti condivisi e sostenibili.

Se, nelle difficoltà, sapremo praticare questo dialogo intergenerazionale «potremo essere ben radicati nel presente e, da questa posizione, frequentare il passato e il futuro: frequentare il passato, per imparare dalla storia e per guarire le ferite che a volte ci condizionano; frequentare il futuro, per alimentare l’entusiasmo, far germogliare i sogni, suscitare profezie, far fiorire le speranze. In questo modo, uniti, potremo imparare gli uni dagli altri». [8] Senza le radici, come potrebbero gli alberi crescere e produrre frutti?

Basti pensare al tema della cura della nostra casa comune. L’ambiente stesso, infatti, «è un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva». [9] Vanno perciò apprezzati e incoraggiati i tanti giovani che si stanno impegnando per un mondo più giusto e attento a salvaguardare il creato, affidato alla nostra custodia. Lo fanno con inquietudine e con entusiasmo, soprattutto con senso di responsabilità di fronte all’urgente cambio di rotta, [10] che ci impongono le difficoltà emerse dall’odierna crisi etica e socio-ambientale [11] .

D’altronde, l’opportunità di costruire assieme percorsi di pace non può prescindere dall’educazione e dal lavoro, luoghi e contesti privilegiati del dialogo intergenerazionale. È l’educazione a fornire la grammatica del dialogo tra le generazioni ed è nell’esperienza del lavoro che uomini e donne di generazioni diverse si ritrovano a collaborare, scambiando conoscenze, esperienze e competenze in vista del bene comune.

3. L’istruzione e l’educazione come motori della pace

Negli ultimi anni è sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione, considerate spese piuttosto che investimenti. Eppure, esse costituiscono i vettori primari di uno sviluppo umano integrale: rendono la persona più libera e responsabile e sono indispensabili per la difesa e la promozione della pace. In altri termini, istruzione ed educazione sono le fondamenta di una società coesa, civile, in grado di generare speranza, ricchezza e progresso.

Le spese militari, invece, sono aumentate, superando il livello registrato al termine della “guerra fredda”, e sembrano destinate a crescere in modo esorbitante. [12]

È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio e così via.

Auspico che all’investimento sull’educazione si accompagni un più consistente impegno per promuovere la cultura della cura. [13] Essa, di fronte alle fratture della società e all’inerzia delle istituzioni, può diventare il linguaggio comune che abbatte le barriere e costruisce ponti. «Un Paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura economica e la cultura della famiglia, e la cultura dei media». [14] È dunque necessario forgiare un nuovo paradigma culturale, attraverso «un patto educativo globale per e con le giovani generazioni, che impegni le famiglie, le comunità, le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti, l’umanità intera, nel formare persone mature». [15] Un patto che promuova l’educazione all’ecologia integrale, secondo un modello culturale di pace, di sviluppo e di sostenibilità, incentrato sulla fraternità e sull’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente. [16]

Investire sull’istruzione e sull’educazione delle giovani generazioni è la strada maestra che le conduce, attraverso una specifica preparazione, a occupare con profitto un giusto posto nel mondo del lavoro. [17]

4. Promuovere e assicurare il lavoro costruisce la pace

Il lavoro è un fattore indispensabile per costruire e preservare la pace. Esso è espressione di sé e dei propri doni, ma anche impegno, fatica, collaborazione con altri, perché si lavora sempre con o per qualcuno. In questa prospettiva marcatamente sociale, il lavoro è il luogo dove impariamo a dare il nostro contributo per un mondo più vivibile e bello.

La pandemia da Covid-19 ha aggravato la situazione del mondo del lavoro, che stava già affrontando molteplici sfide. Milioni di attività economiche e produttive sono fallite; i lavoratori precari sono sempre più vulnerabili; molti di coloro che svolgono servizi essenziali sono ancor più nascosti alla coscienza pubblica e politica; l’istruzione a distanza ha in molti casi generato una regressione nell’apprendimento e nei percorsi scolastici. Inoltre, i giovani che si affacciano al mercato professionale e gli adulti caduti nella disoccupazione affrontano oggi prospettive drammatiche.

In particolare, l’impatto della crisi sull’economia informale, che spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante. Molti di loro non sono riconosciuti dalle leggi nazionali, come se non esistessero; vivono in condizioni molto precarie per sé e per le loro famiglie, esposti a varie forme di schiavitù e privi di un sistema di welfare che li protegga. A ciò si aggiunga che attualmente solo un terzo della popolazione mondiale in età lavorativa gode di un sistema di protezione sociale, o può usufruirne solo in forme limitate. In molti Paesi crescono la violenza e la criminalità organizzata, soffocando la libertà e la dignità delle persone, avvelenando l’economia e impedendo che si sviluppi il bene comune. La risposta a questa situazione non può che passare attraverso un ampliamento delle opportunità di lavoro dignitoso.

Il lavoro infatti è la base su cui costruire la giustizia e la solidarietà in ogni comunità. Per questo, «non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale». [18] Dobbiamo unire le idee e gli sforzi per creare le condizioni e inventare soluzioni, affinché ogni essere umano in età lavorativa abbia la possibilità, con il proprio lavoro, di contribuire alla vita della famiglia e della società.

È più che mai urgente promuovere in tutto il mondo condizioni lavorative decenti e dignitose, orientate al bene comune e alla salvaguardia del creato. Occorre assicurare e sostenere la libertà delle iniziative imprenditoriali e, nello stesso tempo, far crescere una rinnovata responsabilità sociale, perché il profitto non sia l’unico criterio-guida.

In questa prospettiva vanno stimolate, accolte e sostenute le iniziative che, a tutti i livelli, sollecitano le imprese al rispetto dei diritti umani fondamentali di lavoratrici e lavoratori, sensibilizzando in tal senso non solo le istituzioni, ma anche i consumatori, la società civile e le realtà imprenditoriali. Queste ultime, quanto più sono consapevoli del loro ruolo sociale, tanto più diventano luoghi in cui si esercita la dignità umana, partecipando così a loro volta alla costruzione della pace. Su questo aspetto la politica è chiamata a svolgere un ruolo attivo, promuovendo un giusto equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale. E tutti coloro che operano in questo campo, a partire dai lavoratori e dagli imprenditori cattolici, possono trovare sicuri orientamenti nella dottrina sociale della Chiesa.

Cari fratelli e sorelle! Mentre cerchiamo di unire gli sforzi per uscire dalla pandemia, vorrei rinnovare il mio ringraziamento a quanti si sono impegnati e continuano a dedicarsi con generosità e responsabilità per garantire l’istruzione, la sicurezza e la tutela dei diritti, per fornire le cure mediche, per agevolare l’incontro tra familiari e ammalati, per garantire sostegno economico alle persone indigenti o che hanno perso il lavoro. E assicuro il mio ricordo nella preghiera per tutte le vittime e le loro famiglie.

Ai governanti e a quanti hanno responsabilità politiche e sociali, ai pastori e agli animatori delle comunità ecclesiali, come pure a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, faccio appello affinché insieme camminiamo su queste tre strade: il dialogo tra le generazioni, l’educazione e il lavoro. Con coraggio e creatività. E che siano sempre più numerosi coloro che, senza far rumore, con umiltà e tenacia, si fanno giorno per giorno artigiani di pace. E che sempre li preceda e li accompagni la benedizione del Dio della pace!

Dal Vaticano, 8 dicembre 2021

Francesco

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO



 

  

giovedì 28 marzo 2019

E' NECESSARIO UN NUOVO PATTO TRA LE GENERAZIONI

È necessario uscire dalla trappola del futuro garantito, per riporre al centro un patto intergenerazionale alimentato dalla logica della promessa e dell’impegno.
«Le nuove generazioni ci spingono non solo a metterci in relazione, ma ci insegnano anche a relativizzarci, a considerarci non “possessori” della vita, ma “genitori” nel senso più ampio del termine. Ci spingono a essere persone capaci di lasciare spazio, capaci di consegnare»

di PIERPAOLO TRIANI*

Il rapporto tra le generazioni, con l’allungamento dell’età media della popolazione, risulta più esteso nel tempo (e perciò potenzialmente più intenso e ricco di scambi); ugualmente, con il rafforzarsi dell’individualismo, appare più frammentato e più sterile. Nuovi nodi strutturali stanno facendosi sempre più chiari: come fare in modo che i bisogni e i diritti delle persone di ogni generazione siano rispettati? Su quali aspetti è possibile intervenire affinché le generazioni più adulte, per la prima volta più numerose, non 'schiaccino' quelle giovani? Come evitare che le generazioni numericamente più 'forti' non danneggino quelle più 'deboli'? Come garantire lavoro per lungo tempo a tutti? Come riequilibrare un utilizzo scriteriato delle risorse del pianeta, tutto concentrato sui vantaggi immediati invece che alla sostenibilità sul lungo periodo?
La dinamica intergenerazionale comporta sempre una sorta di patto più o meno implicito, che regola i rapporti e gli scambi tra le generazioni, che può assumere forme diverse a seconda di che cosa si ponga al centro. È su questo aspetto che vi è bisogno di rinnovamento. Non basta preoccuparsi di lasciare in eredità 'sicurezze', abbiamo bisogno, come mondo adulto, di riscoprire la necessità di consegnare ai giovani delle buone ragioni per costruire, continuamente e incessantemente, una vita umana più giusta e solidale. Si tratta di riconoscere che il legame tra le generazioni continua a restare generativo quando non ha soltanto la forma della trasmissione di beni materiali, ma quando è animato dalla logica della promessa .
Promettere è affermare, con scelte concrete, che vale la pena impegnarsi. Ma per che cosa? Per quale presente e per quale futuro vogliamo nuovamente promettere e chiedere alle nuove generazioni di lasciarsi coinvolgere e portare le loro energie e risorse? Un patto intergenerazio-nale non può essere neutrale, ma richiede delle opzioni e delle linee di azione. Rilanciare l’impegno di un rapporto intergenerazionale più solidale e generativo comporta innanzitutto di operare sulle condizioni organizzative ed economiche della vita sociale. Occorrono nuove politiche per la famiglia e per il lavoro, ma anche una rinnovata attenzione alle reti sociali, al valore dei 'corpi intermedi', alla partecipazione. Tutto questo è necessario, ma non sufficiente se non è accompagnato da uno sforzo, propriamente educativo, che operi su alcuni aspetti culturali fondamentali.
Per uscire da uno sguardo chiuso abbiamo bisogno di un mondo adulto attento a trasmettere non soltanto la 'cura del sé', ma il senso del noi, l’attenzione e la passione per un bene più grande, per il bene di tutti. Si tratta al riguardo di aiutarci a guardare e interpretare la realtà non soltanto dal nostro punto di vista, o pensando semplicemente ai bisogni del proprio gruppo (che Mounier avrebbe chiamato di 'noialtri'), ma tenendo presente l’interdipendenza tra le parti. Si tratta al riguardo di scegliere di coltivare uno sguardo che considera le diverse generazioni (ma anche le diverse culture) unite da un destino comune; che riconosce il valore di ogni generazione, anche quelle più deboli e silenziose; si tratta, per riprendere papa Francesco, di accogliere e coltivare una dinamica sociale dove si cerca di far prevalere l’unità sul conflitto, e dove lo sguardo d’insieme è considerato necessario per valorizzare le singole parti.
L’assoluto affettivo, l’amore di sé inteso in modo narcisistico, ha notato Pierangelo Sequeri , ferma la storia. Per questo motivo rilanciare il patto tra le generazioni significa recuperare il senso di ciò che è prima di noi e di ciò che sarà; comporta lo scegliere di ricominciare
a far sentire le nuove generazioni dentro un cammino comune, un’avventura condivisa; il ritornare ad elaborare narrazioni capaci di far sentire le persone dentro una storia dove il bene interpella continuamente la responsabilità di ciascuno. Occorre 'pensare per generazioni', come ha evidenziato in un suo saggio Ivo Lizzola, che riprendendo l’idea dell’albero genealogico, osserva: «Senza alberi genealogici resta parziale e in un certo senso mutilata, la nostra coscienza del tempo e della storia, pregiudicando il delinearsi di una nostra responsabilità storica e di legami meno generici, meno manipolabili, meno asfittici. Il legame sociale non viene alimentato, e si costruisce solo sul presente, sugli interessi e gli scambi di oggi, sulle rappresentazioni e le ansie attuali: nel corto respiro di due, tre generazioni. Non si radica nell’intreccio di tanti alberi, che hanno fatto la vicenda della storia e delle storie, che si sono ramificati attraversando la storia e le storie locali» .
Un rapporto intergenerazionale promettente significa, inoltre, uscire - come avevano già ben indicato alcuni anni fa Benasayag e Schimt - da una narrazione che presenta il futuro solo come 'minaccia', come una realtà poco desiderabile. Occorre infatti innalzare gli sforzi per un’educazione che apra gli orizzonti della mente e del cuore delle persone, che parli del futuro come un insieme di possibilità non già predefinite, ma consegnate alla libertà, all’impegno, alla scelta responsabile. Alimentare il futuro comporta al riguardo l’aiutare le persone a prendere sul serio la ricerca del bene, del giusto, del vero, del bello, dell’amabile. Temi che possono erroneamente apparire fuori moda, ma che in realtà rappresentano il nucleo fondante della nostra umanità. Un nuovo patto intergenerazionale chiede di scegliere la generatività come 'cifra' della vita adulta e come dinamica di fondo dei legami tra le generazioni. Quattro, ci ricordano Magatti e Giaccardi, sono i verbi che fondano la logica generativa umana: desiderare, mettere al mondo, prendersi cura, lasciare andare. È su quest’ultimo, in conclusione, che vorrei soffermarmi un momento: «Il lasciar andare dice insieme che siamo stati insostituibili e che non siamo indispensabili. Consente di procedere oltre quello che abbiamo costruito, e di progredire in un modo che è per noi inaspettato. Perché così il mondo si rifà sempre nuovo, anziché ripetersi a immagine e somiglianza dei nostri limiti e dei nostri schemi». Avere uno sguardo realmente intergenerazionale significa riconoscere che abbiamo bisogno di imparare continuamente a non pensarci 'per sempre' e 'indispensabili'; in questo aspetto il ruolo delle nuove generazioni è fondamentale. Ci spingono non solo a metterci in relazione, ma ci insegnano anche a relativizzarci, a considerarci non 'possessori' della vita, ma appunto dei 'genitori' nel senso più ampio del termine. Ci spingono ad essere persone capaci anche di lasciare spazio; capaci di consegnare.


*Docente di Pedagogia -Università Cattolica Sacro Cuore

Articolo pubblicato in "Dialoghi", trimestrale dell'Azione Cattolica

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