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mercoledì 25 giugno 2025

LETTERA DA BARBIANA

 


Riceviamo da un nostro associato, e volentieri pubblichiamo una lettera immaginaria scritta da don Lorenzo Milani alla nostra Presidente del Consiglio…


 Barbiana, 24 giugno 2025.

 Alla Presidente del Consiglio dei Ministri, Onorevole Giorgia Meloni,

Ho letto con tristezza, ma senza sorpresa, le Sue parole: “Si vis pacem, para bellum”.

Le ha dette con fermezza, come se ci fosse dentro una verità antica e saggia.

Ma vede, Signora Presidente, non c’è nulla di saggio in chi prepara la guerra sperando nella pace. È solo vecchia retorica di chi ha sempre mandato i figli degli altri a morire.

Lei parla di aumentare la spesa militare al 5% del PIL. Io, che ho fatto scuola ai figli dei contadini, so bene cosa vuol dire togliere pane, istruzione, sanità per comprare armi.

Ogni lira (oggi euro) spesa per i cannoni è tolta al grembiule del maestro, al libro del povero, alla cura del malato.

Quando noi preti, in tempo di guerra, benedicevamo i fucili, avevamo perso Cristo e non ce n’eravamo accorti.

 Io non sono contro la patria. Ma amo la patria degli ultimi.

Quella che non si difende con i carri armati, ma con la cultura, la giustizia e la pace vera.

Lei pensa che la forza faccia paura ai nemici.

Io Le dico che fa più paura un popolo ignorante, armato e convinto di fare il bene.

E che la vera sicurezza si ottiene con la verità, con la giustizia sociale, con l’amore per il prossimo.

Se vuole davvero la pace, Signora Presidente, prepari la scuola, non la guerra.

Mandi i giovani a imparare le lingue, non a imbracciare il fucile.

Li accompagni a conoscere il mondo, non a bombardarlo.

Le scrivo da prete, da maestro, da uomo.

E da cittadino che non ha mai voluto obbedire a un’ingiustizia, neanche quando portava l’uniforme dello Stato.

L’obbedienza non è più una virtù.

La pace non si costruisce con le armi. "Si vis pacem para pacem".

Con rispetto e con fermezza,

don Lorenzo Milani


lunedì 22 maggio 2023

LA PAROLA FA EGUALI. DON MILANI MAESTRO DI LIBERTA'

Nuova edizione del volume rivista e aggiornata con uno scritto inedito di Michele Gesualdi dell'ottobre 2018, "La scuola è sempre la soluzione", un testo meraviglioso, una testimonianza preziosa, fra le tante, che Michele Gesualdi ci ha trasmesso.

 "Voi insegnanti avete tra le mani i cittadini di domani, scorgete nei loro occhi il futuro, accendete il fuoco che ogni giovane ha dentro, fategli capire che ognuno è adatto allo studio e che l’impegno, la conoscenza, la dedizione, la ricerca sono sempre la soluzione, non le scorciatoie. La scuola è sempre la soluzione". Michele Gesualdi.

 Il volume, oggi più che mai di grande attualità, racchiude gli scritti di don Lorenzo sulla scuola, una bella occasione per ritornare al pensiero di quel sacerdote che seppe lanciare una sfida sul ruolo della scuola.

 In questo volume il lettore troverà diversi spunti di riflessione su temi come scuola pubblica e scuola privata, sul significato morale dell'educazione e molto altro ancora. Il libro sfata il mito costruitosi nel tempo che don Milani volesse una scuola blanda.

 Don Milani non ha mai pensato che il figlio del contadino fosse più ignorante del figlio del farmacista o del dottore, ha invece osservato che il figlio del contadino è portatore di una cultura diversa, ma non inferiore. Per Don Milani la scuola era il mezzo per dare la parola, far capire, aprire le menti e i cuori. La scuola era in grado di dare ai poveri dignità e renderli protagonisti farli crescere per renderli liberi e consapevoli.

 Il Priore (come credo tutti noi) desiderava una scuola non selettiva ma esigente, impegnata con una forte carica culturale, che educhi all'impegno politico e sociale ma non subalterna agli interessi di nessuno.

 Questi sono gli argomenti contenuti negli scritti che pubblichiamo e che ancora oggi, dopo oltre 50 anni, rappresentano un messaggio sociale forte che ha mantenuto la sua freschezza e la sua attualità.

Don Milani era un prete ma soprattutto un maestro di libertà.

 

La parola fa eguali - Il segreto della scuola di Barbiana a cura di Michele Gesualdi e Fondazione Don Milani

- di don Lorenzo Milani, Michele Gesualdi, Sandra Gesualdi

Editore: Libreria Editrice Fiorentina- Pagine: 200

ISBN: 9788865001547 - Formato: 15x21 cm - € 12,00

sabato 20 maggio 2023

L’ARTE DI PRENDERSI CURA

IN CAMMINO VERSO LA PENTECOSTE

«Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26).

- di Giovanni Perrone

L’annuale ricorrenza della Pentecoste interroga il nostro essere cristiani ed educatori. I doni dello Spirito hanno, infatti, una valenza umana e spirituale. Lo Spirito ce li offre perché anche noi possiamo farne dono a coloro che incontriamo e ai nostri alunni. Essi costituiscono forti colonne, e allo stesso tempo bussola, per la nostra vita e per il nostro servizio.

Il Paraclito, ricordato sovente nel Vangelo e promesso da Cristo ai suoi discepoli, condivide e sostiene il nostro cammino. Lo stesso termine lo dice: paraclito è colui che accompagna, che difende, che aiuta a seguire il giusto cammino; colui che si prende cura e ci sostiene nel prenderci cura di noi stessi e di coloro che ci vengono affidati.

Gli stessi doni ch’Egli elargisce, come sorgente inesauribile, «la sapienza, l'intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà e il timore di Dio» sono colonne portanti di un progetto di vita umana e cristiana, indicatori coi quali occorre confrontarci per valutare il nostro cammino e la nostra azione educativa e danno valore a ciò che facciamo, insegniamo.

Lo stesso impegno associativo, personale e comunitario, non ne può farne a meno, se vuole essere efficace, visibile credibile. Dunque, dobbiamo prendercene cura, con quotidiano impegno perché i doni che lo Spirito Santo ci elargisce siano accolti e fruttino, fortificando e rendendo feconda la vita di ciascuno e migliore la società ove operiamo.

Oggi, in un mondo in veloce mutamento, di fronte alla sfida dell’intelligenza artificiale e ai mille apprendimenti “fast food”, sovente disorientati dai fuochi artificiali di mille eventi e dall’assordante rombo di parole e discorsi, affascinati e intontiti dall’apparire, ci resta poco tempo per coltivare l’arte del discernimento e del prendersi cura.

Il prendersi cura sovente non è appariscente e non ha risultati immediati, ma un cammino costituito anche da silente, paziente e speranzosa attesa. Nel silenzio, nell’ascolto e nella lungimiranza il discernimento si raffina e produce vera crescita.

Il prendersi cura è intelligente e operosa presenza nel quotidiano. È previsione, competenza e azione. Non interessano medaglie, visibilità ed applausi, ma l’efficacia dei risultati.

I tragici eventi di questi giorni evidenziano la grande carenza e incapacità di prenderci cura del territorio. Al di là degli “eccezionali” eventi metereologici, è stata carente la manutenzione, cioè la quotidiana cura. Gli esperti ce lo dicono, i politici lo proclamano. Ma poi? Simili discorsi li abbiamo sentiti e li sentiremo. Proprio stamani, un anziano contadino mi diceva che nel passato c’era l’abitudine quasi quotidiana di curare la pulizia dei torrenti per “lasciare all’acqua la possibilità di scorrere liberamente anche quando sarebbe piovuto a dirotto”.

Gli stessi tragici eventi delittuosi che ci indignano e che danno luogo a mille dibattiti televisivi evidenziano la carenza educativa del prendersi cura, della quotidiana manutenzione di noi stessi e delle persone che ci vengono affidate.

Lo stesso può avvenire anche nella vita associativa, quando si cade nella tentazione di illudersi perché ogni tanto si celebrano grandi eventi, talora buoni principalmente per riempire i social.

Bisogna passare dalla logica del non m'importa a quella del mi importa, "i care", come diceva don Milani; dall'inedia al responsabile impegno.

Il termometro della vita personale, di quella familiare, di quella scolastica, di quella associativa, di quella religiosa e sociale è, infatti, l’arte di prenderci cura, dell’insieme e di ciascuno, prima che sia troppo tardi.

Il prendersi cura è l’arte del pellegrino che passo dopo passo va verso una meta, guardando nello stesso tempo il vicino e il lontano, e interagendo sapientemente con coloro e con ciò che incontra. È l’arte del mosaicista che sceglie una ad una le varie tessere e le situa in maniera da dare concretezza, bellezza e armonia al suo progetto. È l’arte del contadino che presta quotidiana attenzione non solo al suo campo, ma ad ogni singola pianta.

Il prendersi cura non è una somma di eventi, seppure appariscenti e appaganti; non è l’esercizio autoreferente del potere, ma è il prestare attenzione, apprezzare, aiutare, incoraggiare, valorizzare ogni risorsa, sostenersi vicendevolmente,  rendere un efficace servizio nella quotidianità, “mettendo insieme competenza e creatività” (Papa Francesco).

 Il prendersi cura non è, perciò, un solitario esercizio né un lampo di genio o un ammaliante scoop, né il riempire i social con le proprie immagini; non è una somma di eventi, seppure appariscenti e appaganti, non è il guardarsi allo specchio per compiacersi, ma è un camminare insieme verso una meta comune. È l’arte della condivisione e dell’essere paracliti gli uni gli altri.

Educare, in particolare, vuol dire prenderci cura, con costanza,  amore e con competenza, con fiducia,  specialmente dei più deboli o delle situazioni più precarie.

Siamo sempre chiamati alla speranza, che è il presente del nostro futuro (San Tommaso d’Aquino).

Cristo avrebbe potuto dare lo Spirito ai suoi apostoli in pochi istanti, ma scelse (e sceglie) il pellegrinare per gli impervi sentieri della Palestina, facendosi maestro e compagno. Passo dopo passo, giorno dopo giorno verso la Pentecoste, inizio di un nuovo cammino per i suoi discepoli e per il mondo intero. Ancor oggi Gesù ci dice: “Lo Spirito Santo vi dirà tutto ciò che ha udito e vi annunzierà le cose che verranno” (Gv. 16).

Ogni istituzione è chiamata ad essere un cammino condiviso, di solidarietà, di impegno, di maturazione; in cui ognuno voglia e sappia essere una preziosa risorsa per tutti: non il primo né il migliore, ma il servitore.

Anche noi siamo chiamati a farci generoso e quotidiano dono per tutti.

Non siamo lasciati soli: lo Spirito ci assiste e ci orienta perché ciascuno faccia del proprio meglio, divenendo Epifania dell'amore di Dio, umile e fecondo testimone di impegno attivo nella scuola, nella Chiesa, nell’associazione e nella società.

 


domenica 12 febbraio 2023

DON MILANI, RIBELLE E OBBEDIENTE

 Per amore del Vangelo 

e degli ultimi

"Don Milani. Vita di un profeta disobbediente" è il titolo della biografia scritta da Mario Lancisi, e pubblicata da TS Edizioni, nel centenario della nascita del sacerdote fiorentino morto a soli 44 anni. Noto in particolare per la scuola fondata per i ragazzi di Barbiana, il suo itinerario umano e spirituale rivive in questo volume a partire dalle origini borghesi, passando dalla decisione di farsi prete fino alla scelta radicale dei poveri in un'aderenza senza sconti al Vangelo

 

- di Adriana Masotti - Città del Vaticano

 

Cento anni fa, il 27 maggio 1923, nasceva a Firenze Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti. Dopo 20 anni di indifferenza nei riguardi della fede, lui dirà "vent'anni passati nelle tenebre", incontra il Vangelo e decide di entrare in Seminario per farsi prete. A Carla, la "quasi" fidanzata, che lascerà per intraprendere una nuova strada, scrive alla vigilia: "Cara Carla, domani inizio la scalata al Cielo". Sacerdote nel 1947, morirà a soli 44 anni il 26 giugno 1967, soffrendo molto, ma con attorno a sé i ragazzi per cui ha vissuto e senza ricevere un minimo riconoscimento da parte della Curia fiorentina della bontà di quanto fatto per la gente nelle due piccolissime parrocchie di San Donato di Calenzano e di Barbiana.

La biografia scritta da Lancisi

Mario Lancisi, l’autore del volume "Don Milani. Vita di un profeta disobbediente", giornalista e scrittore, tra i più esperti biografi del sacerdote fiorentino, ne traccia il ritratto attingendo a nuove lettere, scritti e testimonianze tra le quali spiccano quelle esclusive di Adele Corradi, insegnante a fianco di don Lorenzo negli ultimi anni della sua vita, gli anni più avvincenti della Scuola di Barbiana, e di Francuccio Gesualdi, che con il fratello Michele ha vissuto per tredici anni in canonica con il priore. Racchiude oltre mezzo secolo di studi sulla figura di don Milani e testimonia il suo profondo interesse per colui che definisce "un punto di riferimento costante", cominciato agli inizi degli anni Settanta.

Papa Francesco a Barbiana

Per sapere chi veramente è stato don Milani, sostiene Lancisi, bisognerà aspettare l'estate del 2017 quando Papa Francesco sale a Barbiana a pregare sulla tomba del priore. "Lui, il Papa, - scrive - ha le idee chiare: Lorenzo è un sacerdote e un educatore modello. Ai preti presenti dice: 'prendete lui come esempio'”. In un videomessaggio del 23 aprile 2017 ai partecipanti alla presentazione dell'Opera omnia di don Lorenzo alla Fiera dell'editoria italiana, il Papa invita a leggere i suoi scritti "con l'affetto di chi guarda a lui come a un testimone di Cristo e del Vangelo", "un credente innamorato della Chiesa, anche se ferito, e un educatore appassionato". E prima ancora, parlando agli insegnanti cattolici, il 10 maggio 2014 in piazza San Pietro, Francesco cita il priore di Barbiana come "un grande educatore italiano". Qualche settimana prima Papa Francesco aveva tolto il primo libro di Lorenzo Milani, Esperienze pastorali, dall'elenco dei testi proibiti per restituirlo al popolo di Dio.

Le tre opere principali: l'impegno pastorale e quello civile

Il filo rosso del libro di Lancisi è quello di un profeta religioso e civile che ha marcato profondamente la storia del Novecento. Per rendersene conto basta guardare alle tre opere principali, tutte scritte a Barbiana: con Esperienze pastorali, uscito nel 1958, don Milani anticipa la riforma religiosa che verrà realizzata dal Concilio Vaticano II. Con L’obbedienza non è più una virtù del 1965 il priore affronta con i suoi ragazzi i grandi temi della pace, della disobbedienza civile e del primato della coscienza. Infine, con Lettera a una professoressa scritto nel 1967, don Milani coglie il clima che sfociò nel ’68 denunciando il carattere classista della scuola e affermando l’importanza della conoscenza e in particolare dell'uso delle parole per il riscatto dei poveri. È la grande lezione di don Milani, scrive Lancisi: "Se un povero possiede la parola è come se possedesse la fionda usata da Davide contro Golia".

A cento anni dalla nascita, l'attualità di don Milani

Per Mario Lancisi quest'ultima biografia rappresenta il punto conclusivo del suo impegno teso ad approfondire la comprensione della testimonianza del sacerdote fiorentino. Ai microfoni di Vatican News parla di lui ripercorrendo le scelte, i momenti difficili, l'estrema coerenza, la scelta di prendersi cura fino alla fine di chi gli è stato affidato:

Mario Lancisi, un volume, il suo, che io ho trovato bellissimo, in alcune parti molto duro e senza sconti nel riproporre la figura e l’opera di don Milani. A partire dal titolo: “Vita di un profeta disobbediente”. Partirei da qui, dalla parola profeta...

Sì, profeta nel senso che Lorenzo Milani ha indicato una strada ai credenti, ai suoi parrocchiani, ai suoi ragazzi e nell’indicare una strada ha fatto quello che fanno i profeti, cioè ci ha messo la sua vita a supporto delle cose che diceva, cioè ha vissuto nella sua carne i valori che in qualche modo ha indicato ai suoi ragazzi. Il profeta, quindi, è uno che apre orizzonti nuovi. Lui, infatti, se si nota bene, non cita mai nessuno. È lui che, forte della sua passione per Gesù, per il Vangelo, forte della sua fede parla in prima persona, come appunto un profeta.

Si diceva disobbediente, però poi andando avanti nella lettura del libro, si scopre che è stato obbediente al massimo e insieme anche ribelle, ma che questi due aspetti non sono antitetici in lui...

Lei ha toccato qui un punto fondamentale e delicato. Confesso che quando per il mio testo l'editore ha scelto questo sottotitolo: “Vita di un profeta disobbediente”, ho pensato che qualcuno avrebbe potuto storcere il naso: “ma come disobbediente Lorenzo Milani, che era obbedientissimo, ecc...". In realtà in Milani c'è una dicotomia tra obbedienza e disobbedienza che va spiegata. Lui era obbediente in maniera radicale e rigorosa, sine glossa al Vangelo e quindi a Dio, ma proprio in virtù di questa obbedienza all'Altissimo è anche disobbediente rispetto alle logiche del mondo, ai costumi del mondo, ma anche disobbediente rispetto a se stesso. Lui è uno che si è mortificato molto, che ha condotto una vita anche con tantissimi sacrifici personali, proprio per essere fedele al messaggio e ai valori per i quali a vent'anni si converte e decide di farsi sacerdote. C'è una fedeltà assoluta, rigorosa, qualcuno ha detto “da convertito”, però quello che colpisce in Lorenzo è questa assoluta obbedienza a Dio e nel contempo questo senso di grande criticità nei confronti propri, ma anche degli altri, compreso gli uomini della Chiesa, ovviamente.

Descrive la vita in Seminario, dove entra a vent'anni, come "un'immensa frode" in cui "le porcherie si chiamano mancanza contro la santissima purità", oppure "l'odio, poca carità". Eppure, Lorenzo non pensa assolutamente di abbandonare il suo progetto di sacerdozio…

No, no, per carità. Lui, appunto per quello che dicevo prima, è fedelissimo. Lui non è uno che abbandona, dissuade anche alcuni giovani sacerdoti che erano in crisi e che volevano lasciare l'abito. Ci sono delle lettere in cui lui si prende a cuore i dubbi di alcuni confratelli e dice di rimanere ciascuno al proprio posto, ma di rimanerci con quel tratto suo di profeta che ad un certo punto mette in primo piano l’obbedienza a Dio, ma nel contempo anche il senso di criticità. Dopodiché il linguaggio di Milani bisogna anche saperlo decifrare e collocare nel contesto: quando lui parla di “frode” è il suo modo forte di raccontare un mondo. Lei dice: non ha pensato di lasciare il Seminario… In realtà l'ipocrisia l’aveva già conosciuta nel mondo borghese da cui proveniva, è quel mondo lì che non ha più sopportato tanto da andarsene, e poi la ritrova in quest'altro ambiente, nel Seminario, e questo lo porta ad essere critico, deluso, sofferente e anche duro, durissimo. Ma questo nulla toglie alla sua fede cristallina e anche alla sicurezza fino all'ultimo, della sua scelta di farsi prete.

Ecco, cruciale in tutta la vita di don Milani è il rapporto conflittuale con il Vaticano, ma più ancora con la Curia fiorentina, con il suo arcivescovo. E lei dedica molte pagine a questo. L'opera di Milani “Esperienze pastorali” è stata addirittura ritirata per volere della Curia e il suo lavoro a San Donato e a Barbiana rinnegato. Nonostante questo, non è mai venuto meno il suo amore per la Chiesa...

Sì, riguardo a questo vorrei però precisare meglio, nel senso che io ho inteso distinguere in questa biografia l'atteggiamento, la posizione del Vaticano rispetto a don Milani, da quello che è stato il rapporto con la Curia fiorentina. Io ho avuto la fortuna di intervistare Loris Capovilla che è stato segretario di Papa Giovanni XXIII e poi collaboratore di Paolo VI e anche attraverso le sue testimonianze viene fuori in maniera evidente - ma ci sono anche delle lettere - come da parte di Papa Giovanni e successivamente di Paolo VI, ci fu un atteggiamento benevolo, di attenzione, forse addirittura di stima e di ammirazione per questo giovane prete fiorentino, tant'è vero che dal Papa, dal Vaticano, sono arrivati i soldi per le cure quando don Milani era molto malato. Diverso l'atteggiamento della Curia fiorentina e vorrei ricordare che nel libro c'è una specie di inedito di quando il cardinale arcivescovo Florit lascia l'incarico per raggiunti limiti di età, e l’Avvenire pubblica da un lato la notizia della fine della gestione Florit e dell'arrivo a Firenze di Benelli che poi diventa cardinale, e dall'altro pubblica nella stessa pagina, lo stesso giorno e nel giorno seguente, due articoli molto lunghi di un sacerdote molto stimato a Firenze, don Silvano Nistri, che riabilita Lorenzo Milani, parlandone in termini entusiastici.

Don Lorenzo, di origini borghesi, si è schierato decisamente con i poveri, ha diviso il mondo tra oppressi e oppressori e ha trovato riconoscimento in un Papa che ha voluto chiamarsi Francesco. La visita di Papa Francesco il 20 giugno 2017 a Barbiana è stata molto importante per la sua, diciamo così, riabilitazione, anche se poco fa lei diceva che già c'erano stati degli atteggiamenti benevoli da parte dei Papi precedenti...

È stata una visita a mio parere cruciale e fondamentale, perché è vero che io ho parlato di atteggiamenti benevoli da parte dei Papi, però non c'è da sottacere il fatto che comunque, per tanti anni, dopo la morte di Lorenzo, il priore di Barbiana è rimasto abbastanza indigeribile a molti ambienti cattolici, in parte forse ancora oggi. Papa Francesco lì fa una scelta forte e c'è un'immagine molto potente in cui si vede il piccolo cimitero di Barbiana e il Papa con questa tonaca bianca che incede nel cimiterino. Dietro ci sono coloro che lo accompagnano e il Papa fa una specie di gesto con le mani per dire: “state dietro” perchè era lui che voleva andare a rendere omaggio a Lorenzo in una sorta di finale di partita. E’ un po’ come dire: “Abbiamo sbagliato e chiediamo scusa”, e a me sembra questa una cosa molto forte. Il valore storico della visita è che quella pietra scartata dai costruttori - perché Milani nel 1954 fu esiliato a Barbiana che era un luogo non luogo, non c'era nelle mappe, quindi era proprio un esilio -, la pietra scartata dai costruttori diventa la pietra d'angolo della Chiesa del futuro. Papa Francesco la indica appunto come la pietra del futuro, Barbiana, come un crocevia della fede dei cristiani di oggi.

Don Lorenzo Milani è noto ai più per Lettera a una professoressa che ha avuto una portata, possiamo dire, rivoluzionaria. E l’ha avuta anche per la sua vita: ci racconta l'impatto personale che lei ha avuto con questo libro?

Io sono stato un ragazzo bocciato al quarto anno di ginnasio, essendo figlio di una famiglia poverissima e non sapendo che cosa fare, se andare a lavorare o continuare a studiare, qualcuno mi fece leggere “Lettere a una professoressa”. E questo libro per me fu un'emozione grandissima, mi misi a piangere, a ridere, perché in quel riso e in quel pianto, c'era come una liberazione interiore. La Lettera mi faceva capire le cose in cui io avevo sbagliato e che cosa c'era di sbagliato nella bocciatura. Mi aiutava a superare la timidezza che è propria dei figli dei contadini; quindi, è stata una scoperta incredibile ed è da lì che ho cominciato ad avvicinarmi alla figura di Milani, al suo mondo, al mondo fiorentino dei cosiddetti “Folli di Dio” e da allora, erano gli anni '70, ad oggi io sono ancora qui fermo con don Lorenzo Milani.

Le chiedo ancora una cosa a proposito di quello slogan che don Lorenzo aveva scritto sulla porta della propria camera: "I care", cioè mi importa, ho a cuore. Ecco, mi pare che queste parole suonino di grande attualità oggi...

 Di grandissima attualità, a parte i legami politici - ci sono stati congressi di partito intitolati I care e ultimamente Ursula Von der Leyen ha detto che I care è un po' la bandiera dell'Europa -, ma io vorrei andare più in profondità. Nel libro c'è un capitolo dedicato ad una giovane napoletana, una studentessa che scrive a Lorenzo quando lui era molto malato. E questa ragazza manda una lettera per capire il senso della vita, con domande importanti, forti, e a questa lettera risponde un'allieva di don Lorenzo, perché lui alla fine non rispondeva più alle lettere, ma faceva rispondere ai ragazzi. Adele Corradi che è stata la professoressa che ha accompagnato Milani nella sua scuola di Barbiana legge la risposta a questa ragazza e dice al priore che la risposta non la convince, pentendosi subito dopo perché don Lorenzo stava proprio male. Il priore legge questa lettera e pian piano si alza dalla branda, si siede al tavolino e si mette a scrivere una grandissima, straordinaria lettera dove afferma che non si possono amare tutti, che si possono amare solo poche persone, che Dio ci chiede di amare solo quelle poche persone ma di amarle in maniera incondizionata. Una lettera che è un po’ un testamento. Bene, uno in quelle condizioni avrebbe potuto anche chiudere gli occhi, lasciar perdere invece l' I care, il prendersi cura delle creature che Dio gli poneva di fronte, ecco, fino all'ultimo ha voluto interessarsi alla storia di questa ragazza, dicendosi: le rispondo io. Ecco, questo mi sembra Milani, uno che fino all'ultimo ha dato tutto se stesso, fino al giorno dell'agonia in cui disse ai suoi ragazzi: “Io potrei permettermi, attraverso mia madre, gli infermieri migliori di Firenze ma voglio che ci siate voi qui accanto a me perché voglio insegnarvi a capire come muore un cristiano”, quindi anche la morte diventava per loro una lezione di vita.

Mario Lancisi, le ho fatto tante domande, ma lei che cosa avrebbe voluto dire di don Milani? Che cosa le viene in cuore quando pensa a lui?

È molto difficile… Racconto un fatto: Gherardo Colombo, il magistrato, una volta presentando un mio libro a Milano, è ricorso ad un'immagine che mi ha molto colpito, l'immagine del giovane ricco che di fronte alla chiamata di Gesù non lo segue come avrebbe desiderato Gesù. Ecco, per me Milani è quello che si pone di fronte la scelta della sequela di Gesù e la difficoltà di rispondergli di sì, è un po' come un aculeo che corrode, punge la coscienza di ogni cristiano. Per me è sempre stato un elemento fondamentale, un'inquietudine, ma anche una stella, un punto di riferimento.

A 100 anni dalla nascita, come vede ricordato e conosciuto don Milani oggi nel mondo?

Viene riconosciuto in vari modi come vario è in ciascuno di noi l'atteggiamento di fronte a certi valori. C'è ovviamente l'abitudine, il senso delle cerimonie, quindi qualcosa di astratto, di vuoto. Ma c'è anche la voglia di rimettersi in discussione. Nel giorno in cui ho avuto la prima presentazione di questo libro in una comunità di Firenze, ad un certo punto un sacerdote ha detto che noi dobbiamo porci la domanda su come si può oggi far vivere i valori di don Milani nella società. Questo è un interrogativo che nel centenario della nascita siamo chiamati tutti a riproporre: come possiamo far vivere oggi don Milani nella società dolorosa e inquieta di oggi?

 Vatican News

 

giovedì 19 gennaio 2023

DON MILANI CI INTERROGA ANCOR OGGI

 La straordinaria attualità 

della didattica 

di Barbiana



Cento anni fa, il 27 maggio 1923, nacque a Firenze  Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti, comunemente chiamato don Milani. E' opportuno ricordarlo perché la sua opera educativa interroga ancor oggi la società, la scuola e tutti gli educatori. Non una semplice ed estemporanea, seppure spettacolare, commemorazione, ma una preziosa occasione per rileggere le sue opere e migliorare la qualità del nostro quotidiano essere educatori e associazione di educatori.

 - di DONATO DE SILVESTRI

Avevo letto in gioventù di quel Don Milani, prete ribelle di Barbiana, ma mi ero interessato soprattutto al coraggio di chi si era opposto ad un sistema formativo conservatore ed elitario: chi proveniva dalle classi abbienti aveva l’accesso allo studio ed ai ruoli di comando e chi apparteneva ai ceti meno abbienti veniva relegato a produrre ed eseguire. Erano gli anni delle prime rivolte studentesche e vedevo in Lettera ad una professoressa un forte ed affascinante messaggio politico, un atto di ribellione, qualcosa che poteva scuotere le fondamenta di quella scuola che aveva scartato tanti miei compagni, destinati già dalla nascita ai lavori più umili, così come era stato per i loro genitori e i loro nonni. In quegli stessi anni leggevo Althusser, il quale spiegava che la Scuola prendeva i bambini di tutte le classi sociali e inculcava loro dei savoir-faire rivestiti dell’ideologia dominante (la lingua, il far di conto, la storia naturale, le scienze, la letteratura), riconducendo ognuno al ruolo attribuitogli nella società di classe(1); e Bordieu, il quale affermava che la Scuola tradiva la sua missione più vera consolidando le disuguaglianze che essa sola avrebbe potuto e dovuto ridurre(2). Dicevo, queste erano le cose che vedevo a vent’anni nella scuola di Don Milani: solo dopo ho cercato di capirne l’impianto didattico e l’ho trovato straordinario.
L’ho assimilato in modo definitivo quando per anni, con un gruppo di amici, salivamo a Barbiana la sera prima della marcia annuale e ci fermavamo in quella piccola canonica a respirare ciò che ancora emanavano quei muri.
Così quando nelle mie lezioni spiego il Costruttivismo sociale, sono solito esordire con: “Ora vi mostrerò un filmato che racconta la scuola più innovativa che conosco.” Quindi proietto un documento preso dalla cineteca della Rai La storia siamo noi (3). Alla fine chiedo di discutere in gruppo ciò che si è osservato sul far scuola a Barbiana e ne emerge un quadro ricchissimo di suggestioni che rappresentano meglio di qualsiasi astratta riflessione il senso di una didattica straordinariamente “innovativa” ed efficace.

Le prime immagini del filmato mostrano la cappella sperduta tra i boschi in cui Don Lorenzo Milani era stato confinato, raggiungibile solo da una stradella sterrata simile ad un sentiero. A fianco della cappella c’è una piccola scuola elementare che ospita una pluriclasse di alunni provenienti da famiglie povere e molto numerose, timidi e rassegnati, bambini destinati ad andare a lavorare in uno stato di semi-analfabetismo. Fuori di Barbiana c’è però un mondo in rapida trasformazione, l’Italia del boom economico, della Dolce Vita e di Lascia o raddoppia, di Coppi e Bartali, della Fiat 500 e dell’Autostrada del Sole. Di Barbiana il progresso però sembra essersi dimenticato, anche se vi compaiono una serie di strumenti tecnologici inusuali per la scuola di allora, talora rari e sofisticati, come alcuni calcolatori elettronici donati da operatori illuminati come Adriano Olivetti. Ecco, questa è una prima annotazione di cui tener conto: a Barbiana si rompe con la tradizionale diffidenza della scuola nei confronti delle innovazioni tecnologiche. Don Milani intuiva l’importanza di esse, le più diverse, di comprenderne il linguaggio, di padroneggiarlo e di servirsene per i propri scopi. A Barbiana si apprendono le lingue straniere: il francese, l’inglese e persino l’arabo! Si organizzano anche viaggi di studio all’estero, in anni in cui l’Erasmus non si sarebbe neppure potuto immaginare. Edoardo Martinelli, uno degli allievi di Don Milani, ricorda che si imparavano le lingue in modo vivo ed attivo, pratico ed esperienziale, ascoltando le canzoni di Brassens e Bob Dylan, in una dimensione di piacere e di gioco. Poco dopo io avrei studiato lingue e letterature straniere all’università alimentandomi di una sterile e pedante indigestione di regole ed assunti teorici.
Nel 1963 arriva a Barbiana una giovane professoressa, Adele Corradi, che aveva sentito parlare di quella strana scuola e la voleva vedere. Si rende subito conto della straordinarietà del contesto didattico che era stato realizzato tra i monti del Mugello. Racconta che in quella scuola non esisteva una ripartizione del curricolo in discipline e non c’era la campana che scandiva il loro alternarsi. Mancava un programma precostituito, ma c’era uno scopo estremamente chiaro, la chiarezza di punti di partenza e di arrivo ben definiti (oggi si parlerebbe di gap analysis): il percorso veniva costruito strada facendo in un processo di co-progettazione con gli alunni, in relazione ai loro interessi, ai loro desideri, alle più diverse cose che accadevano. La scuola era dotata di una piccola falegnameria e di una officina essenziale, di uno studio fotografico e gli alunni imparavano a costruirsi molti degli strumenti di cui avevano di volta in volta bisogno, come, racconta lo stesso Martinelli, un apposito congegno per fotografare l’eclissi di luna. Adele Corradi parla di un tempo scuola sempre aperto al dialogo, al confronto, finalizzato a promuovere lo spirito critico, ma in un ambiente tutt’altro che permissivo, che pretendeva il rispetto delle regole e l’assunzione di responsabilità. Gli ex allievi raccontano di lezioni allegre e divertenti, anche se il maestro, e sappiamo che su questo si appuntarono molte delle critiche che gli vennero rivolte, non rinunciava a qualche calcio nel sedere, pratica che del resto si impiegava largamente in quegli anni, sia a casa che a scuola. Per aiutare i ragazzi a vincere le loro timidezze Don Milani teneva anche lezioni di recitazione e faceva ampio uso di quella oggi chiamiamo animazione teatrale. Accanto alla chiesa venne costruita anche una piccola piscina per far in modo che quei timidi montanari vincessero la paura dell’acqua. Gli alunni costruivano da sé i cavalletti per dipingere all’aperto e strumenti per suonare. La professoressa Corradi sintetizza il tutto dicendo che era la vita che entrava in classe in continuazione e che ogni occasione era buona per far scuola. Visto l’entusiasmo che provava per questa scuola così diversa, la professoressa accettò l’invito di Don Milani a fermarsi per dare una mano: “Potrebbe lei insegnar loro un po’ di quelle stupidaggini che chiedete all’esame di terza media?”. Trovo straordinaria questa domanda…
Ma Barbiana non è solo questo: accanto alle discipline tradizionali, collocate come abbiamo visto in una prospettiva interdisciplinare, c’erano anche incontri settimanali con esperti, dal musicista al meccanico, dal veterinario al fabbro, facendo sì che dove non era possibile fare esperienza diretta, si potesse avere almeno il racconto di prima mano di chi la pratica la viveva per davvero.
Il filmato si chiude con Don Milani che dice che la sua scuola non è esportabile altrove ed è vero, non con quelle caratteristiche, con le lezioni che durano tutto l’anno, giorni festivi compresi, ma gli ingredienti che noi troviamo in essa sono quelli che possono e dovrebbero essere utilizzati oggi nel difficile ma necessario passaggio dalla centratura sulle conoscenze a quella sulle competenze, dall’esclusione all’inclusione, dall’omologazione alla personalizzazione, da livelli intollerabili di dispersione al successo formativo per tutti.

Rivediamoli allora gli ingredienti:

  • protagonismo degli alunni, che partecipano attivamente al percorso educativo;
  • centralità dell’esperienza in un contesto laboratoriale;
  • lavoro di gruppo e sostegno reciproco;
  • clima giocoso;
  • sollecitazione del confronto e di uno spirito critico;
  • apertura ai più diversi canali di comunicazione e informazione;
  • uso delle più disparate tecnologie, anche quelle più innovative;
  • promozione dell’autonomia;
  • assunzione di responsabilità e rispetto del sistema normativo;
  • animazione e role play;
  • la vita reale che entra a scuola;
  • una scuola che si apre all’esterno e che vuole confrontarsi con il mondo;
  • uso delle testimonianze dirette;
  • sfida e messa in gioco continua;
  • superamento della rigidità del programma e programmazione flessibile partecipata;
  • centralità dell’apprendimento delle lingue, anche con viaggi all’estero;
  • pratica di attività sportive, dallo sci al nuoto (costruzione piscina);
  • impegno politico e civico, con un confronto anche duro per il riscatto sociale dei più deboli;
  • il docente si fa scaffolder.

Quest’ultimo aspetto sta ad indicare il delicato e prudente, quanto straordinario, ruolo assunto dall’educatore. Scaffolding significa impalcatura e trovo particolarmente efficace l’immagine del cantiere, un luogo attivo che vede gli alunni come artigiani che costruiscono la propria formazione e l’impalcatura che consente loro di lavorare in sicurezza, di salire, di sporgersi, di sentirsi liberi di sperimentare in un contesto ben delimitato e adeguatamente protetto. Si parla anche di apprendistato cognitivo e, ancora una volta l’immagine è altamente evocativa. L’apprendista è per natura un soggetto che impara facendo esperienza sotto la guida di un esperto che non gli si sostituisce, ma che crea le condizioni perché egli possa mettersi alla prova diventando progressivamente autonomo e competente.

Ho lasciato alla fine l’aspetto più noto ed affascinante dell’impianto pedagogico di Don Milani: l’I CARE, io mi interesso, mi prendo cura di te.
In tanti anni di formazione ho provato a chiedere a centinaia di persone se nella loro vita avessero avuto almeno una o un insegnante significativi, ossia che ricordavano come una persona che aveva in qualche modo cambiato la loro vita. Purtroppo ne ho trovati molti che mi rispondevano negativamente. Agli altri chiedevo di raccontarmi come fosse quella persona e venivano fuori dei profili molto diversi, ma tutti riconducibili ad un elemento comune: ha saputo farmi capire che io, anche con i miei limiti e le mie difficoltà, ero importante. Eccolo, in estrema sintesi, l’I care.
Io vorrei tanto che quelle due parole, scritte a mano su un foglio incollato ad una vecchia porta della canonica di Barbiana, fossero scolpite all’ingresso di tutte le nostre scuole e le nostre università.

*****

(1) Althusser L., (1972), Ideologia e apparati ideologici dello stato, in Barbagli M. (a cura di) Scuola potere e ideologia, Il Mulino, Bologna.
(2) Bourdieu P., (1972), La trasmissione dell’eredità culturale, in Barbagli M. (a cura di) Scuola potere e ideologia, Il Mulino, Bologna.
(3) Vedi www.lastoriasiamonoi.rai.it La Scuola di Barbiana. Don Milani un ribelle ubbidiente.

 CISL SCUOLA



martedì 20 giugno 2017

IL PAPA IN VISITA A BARBIANA. CHI ERA DON MILANI?

Don Lorenzo Milani: 

un “educatore appassionato”

Chiesa di Barbiana / Wikimedia Commons - Horcrux92, CC BY-SA 4.0

C’è grande attesa a Barbiana — una frazione di Vicchio, un comune della città metropolitana di Firenze — per la visita di papa Francesco, che domani, martedì 20 giugno 2017, dopo aver visitato la tomba di Don Primo Mazzolari a Bozzolo, sosterà in preghiera anche sulla tomba di Don Lorenzo Milani (1923-1967) in occasione del 50° anniversario della sua morte.
Il 23 maggio scorso, lo stesso papa Francesco, in un videomessaggio inviato a quanti parteciparono alla presentazione dell’Opera Omnia del priore di Barbiana, lo ricordò come “un credente, innamorato della Chiesa”, un “educatore appassionato” che ha utilizzato “percorsi originali”.
Nella sua vita breve, ma intensa, Don Lorenzo è stato un ottimo interprete della pedagogia moderna e contemporanea, un prete attento ai metodi formativi per i giovani, ma soprattutto per i poveri, al punto che in una Lettera ad una professoressa, scrisse: “Se si perde loro (gli ultimi) la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.
Don Lorenzo Milani — secondo quanto riporta la “Fondazione Don Lorenzo Milani”, sul proprio sito — nacque il 27 maggio 1923 a Firenze da una famiglia borghese.
Nel 1930, si trasferisce a Milano dove il giovane Lorenzo effettuò gli studi fino alla maturità classica.
Nel 1942, a causa della guerra, la famiglia Milani fu costretta a ritornare a Firenze.
L’anno precedente, nel 1941, don Lorenzo si appassionò alla pittura, in particolare per quella sacra. Passione che sarebbe alla base del suo desiderio di andar oltre nella conoscenza della Bibbia, in particolare del Vangelo.
In questo periodo incontrò anche colui che divenne il suo padre spirituale, don Raffaello Bensi.
Nel 1943 entrò nel Seminario Maggiore di Firenze. Il 13 luglio 1947 ricevette il sacramento dell’ordine e fu assegnato prima a Montespertoli e poi a San Donato di Calenzano, dove aprì una scuola serale per operai e contadini.
Nel 1954 fu nominato priore di Barbiana, dove fondò una scuola simile a quella di San Donato.
Nel maggio del 1958 pubblicò l’opera “Esperienze pastorali”, ma la lettura di questa fu considerata “inopportuna” dal Sant’Uffizio.
Alla fine del 1960, Don Lorenzo, si ammalò. Il linfogranuloma, di cui soffriva, se lo porterà via sette anni dopo.
Nel 1965 indirizzò una lettera ai cappellani militari della Toscana, che definirono l’obiezione di coscienza: contraria all’amore cristiano e “espressione di viltà”.
Per questa lettera don Lorenzo fu rinviato a giudizio per apologia di reato. Don Milani, per motivi di salute, non fu presente al processo, ma inviò ai giudici uno scritto in sua autodifesa. Inizialmente venne assolto, ma in un secondo momento, quando don Milani era già morto, la lettera venne definitivamente condannata.
Altra lettera importante fu quella scritta con i ragazzi della scuola di Barbiana nel 1966: Lettera ad una professoressa.
Il 26 giugno 1967, a soli 44 anni, don Lorenzo si spense a Firenze.

www.zenit.org 

lunedì 24 aprile 2017

Papa Francesco: DON MILANI, UN GRANDE EDUCATORE!


" ...... Con queste parole mi rivolgevo al mondo della scuola italiana, citando proprio don Milani: «Amo la scuola perché è sinonimo di apertura alla realtà. Almeno così dovrebbe essere! Ma non sempre riesce ad esserlo, e allora vuol dire che bisogna cambiare un po’ l’impostazione. Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E noi non abbiamo diritto ad aver paura della realtà! La scuola ci insegna a capire la realtà. Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E questo è bellissimo! Nei primi anni si impara a 360 gradi, poi piano piano si approfondisce un indirizzo e infine ci si specializza. Ma se uno ha imparato ad imparare – è questo il segreto, imparare ad imparare! –, questo gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà! Questo lo insegnava anche un grande educatore italiano che era un prete: Don Lorenzo Milani». Così mi rivolgevo all’educazione italiana, alla scuola italiana, il 10 maggio 2014.......

Il Signore era la luce della vita di don Lorenzo, la stessa che vorrei illuminasse il nostro ricordo di lui. L’ombra della croce si è allungata spesso sulla sua vita, ma egli si sentiva sempre partecipe del Mistero Pasquale di Cristo, e della Chiesa, tanto da manifestare, al suo padre spirituale, il desiderio che i suoi cari “vedessero come muore un prete cristiano”. La sofferenza, le ferite subite, la croce, non hanno mai offuscato in lui la luce pasquale del Cristo Risorto, perché la sua preoccupazione era una sola, che i suoi ragazzi crescessero con la mente aperta e con il cuore accogliente e pieno di compassione, pronti a chinarsi sui più deboli e a soccorrere i bisognosi, come insegna Gesù (cf Lc 10,29-37), senza guardare al colore della loro pelle, alla lingua, alla cultura, all’appartenenza religiosa........


Martedì, 20 giugno 2017 
Papa Francesco si recherà in  pellegrinaggio alle tombe di don Mazzolari e don Milani.

Programma

7.30Decollo in elicottero dall’eliporto Vaticano
9.00Atterraggio nel campo sportivo di Bozzolo (Mantova)
Parrocchia di San Pietro: preghiera sulla tomba di Don Primo Mazzolari (1890-1959) Il Santo Padre tiene un discorso commemorativo ai fedeli presenti in chiesa
10.30Decollo dal campo sportivo di Bozzolo
11.15Atterraggio nello spiazzo sottostante alla chiesa di Barbiana
Visita in privato nel Cimitero, e preghiera sulla tomba di Don Lorenzo Milani (1923-1967), in occasione del 50° anniversario della sua morte
nella chiesa: incontro con i discepoli di don Milani ancora viventi e breve visita nella canonica
nel giardino adiacente
il Santo Padre tiene un discorso commemorativo, alla presenza dei discepoli, di un gruppo di sacerdoti della Diocesi e di alcuni ragazzi ospiti di case-famiglia
12.30Partenza da Barbiana
13.15Rientro in Vaticano

giovedì 5 luglio 2012

SONO STATO A BARBIANA

SONO STATO A BARBIANA

 Ho letto, da poco, un agile e interessante volumetto edito da “Chiarelettere”, che prende il titolo da una bella espressione di don Lorenzo Milani : A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca.
Ancora più recentemente - nei primi giorni del corrente mese di luglio – partecipando a una delle tante iniziative culturali della mia associazione di professionisti di scuola (Aimc), svoltasi a Firenze, sono andato con i miei colleghi a Barbiana, piccola frazione del Comune di Vicchio, dove don Milani ha portato avanti la sua esperienza di sacerdote e di educatore.
Abbiamo compiuto una visita accurata e ben guidata nei luoghi impervi e poco confortevoli in cui egli visse, dopo essere stato assegnato a quella piccola comunità di contadini, che negli anni cinquanta / sessanta non avevano ancora, nelle loro abitazioni, acqua e luce.
Attraverso l’osservazione di ciò che è rimasto ed è ancora oggi ben custodito siamo risaliti al suo metodo d’insegnamento, alla sua didattica, alla sua pedagogia.
Ciò che mi ha maggiormente colpito è originato, pero’, dalla conoscenza ravvicinata di un prete scomodo, entrato nel sacerdozio già uomo, che si è legato a quei poveri contadini per assumere la difesa dei loro diritti mediante un’azione di riscatto sociale, fondato sull’emancipazione culturale.
Percorrendo  un viottolo sono poi andato nel piccolo, disadorno cimitero,  dove don Milani riposa e la semplicità della sua lapide tombale, distesa a terra, mi ha scosso ed emozionato.
Con don Giulio, fiorentino, a lungo  assistente nazionale associativo, abbiamo recitato una preghiera.
Risalendo per il viottolo don Giulio diceva che nel 1967, da prete appena ordinato, andò a rendere omaggio alla salma di don Milani  e si trattò di una visita assai desiderata ma riservata.
La Chiesa ufficiale non apprezzava l’opera svolta da don Milani e c’e’ motivo di ritenere che la piccola pieve di Barbiana non era stato un premio: la lettura di “Esperienze pastorali” era, infatti, assolutamente sconsigliata.
Ho pensato e penso che spesso alle persone di maggiore ingegno, di forte impegno e capaci di grandi testimonianze la riconoscenza umana arriva tardi e, spesso, troppo tardi.
       Oportet ut scandala eveniant . E’ vero, sono necessari gli eventi scandalosi.
Con  questi uomini, fra contraddizioni e  incomprensioni, cresce la comunità umana, cresce ciascuno di noi, anche nella fede.

                                                                                                                           Rino La Placa