venerdì 13 ottobre 2017

A SCUOLA DALLA LUMACA . LA CULTURA A MISURA DI BAMBINO

La «rivoluzione normale» del maestro ZAVALLONI

         Il quotidiano Avvenire anticipa alcuni passaggi della prefazione di Franco Lorenzoni al testo “A scuola dalla lumaca. Idee e proposte per un’educazione fatta a mano” (Emi, pagine 176, euro 15,00; in questi giorni in libreria), il nuovo volume di Gianfranco Zavalloni, compianto educatore e disegnatore cesenate (1957-2012). Autore di un vero bestseller dell’educazione, “La pedagogia della lumaca” (Emi, tre edizioni, ventimila copie), Zavalloni, che fu insegnante nella scuola d’infanzia, dirigente scolastico e scrittore, nei suoi scritti propone un modo diverso di fare scuola, più attento alla dimensione corporea ed esperienziale degli alunni. Una proposta che unisce il meglio della pedagogia del Novecento, ad esempio le idee di don Lorenzo Milani, Alberto Manzi e Marco Lodi, coniugate con l’esperienza scoutistica di Baden-Powell.
Insegnante nella scuola d’infanzia e scrittore, mutuò molte idee da Baden-Powell e Alberto Manzi Invitava i docenti a non dimenticare di quando erano bambini e proponeva un modello educativo di tipo esperienziale: «Si impara con tutto il corpo». Scomparso nel 2012 a 54 anni, la sua idea di scuola era un continuo rinnovamento come sfida alle abitudini e ai miti imposti dai media

di FRANCO LORENZONI

«Gli insegnanti non sono tuttologi, ma devono sapere dove sta di casa la cultura», sostiene Gianfranco Zavalloni parafrasando un papa contadino. E lui, partendo dalla campagna dove è nato, ha un’idea antropologica della cultura. Sa che è fatta di cibo e di sapori, di paesaggi, di colture e di odori, di volti e di parole ascoltate a viva voce e di risate e di giochi prima che di libri. Dunque ha una mappa ben radicata in testa e cerca di continuo sentieri adatti che gli permettano di giocare e mettersi in gioco con bambini e ragazzi. Con paziente insistenza Zavalloni ci ricorda che per imparare bene a scuola dobbiamo usare le mani e il corpo tutto intero e che leggere gli alberi e le stelle ci aiuta a decifrare le parole e a dare sapore al sapere. Seguendo il suggerimento di Tonino Guerra, ci invita a non dimenticare mai non solo la nostra infanzia, ma «addirittura l’infanzia del mondo». Per compiere questo viaggio è necessario tuttavia accorgersi e dare valore alle piccole e grandi trasformazioni e trasfigurazioni di cui sono capaci i bambini quando giocano. È lì che si annida quella cultura materiale a cui, da giovane, ha dedicato una ricerca che lo ha portato tra le
montagne del Perù.
'Dagli Appennini alle Ande… e ritorno. Le tecnologie sociali'. Nel titolo dato alla sua tesi c’è molto del suo destino che ritroviamo in queste pagine ben selezionate, che compongono una sorta di autobiografia implicita. C’è l’amore per il viaggio e la consapevolezza che ogni nuova scoperta è anche, sempre, in certo modo un ritorno all’origine. C’è la curiosità verso altri mondi e altri modi di vivere e una particolare attenzione verso la cultura materiale e le tecnologie elementari alternative, che potrebbero aprire strade nel cercare di contrastare i nefasti processi di distruzione del pianeta. C’è il suo impegno per la trasformazione sociale e la cura dei luoghi, perché ogni territorio che si abita va lasciato un po’ meglio di come lo si è trovato, come sosteneva Baden-Powell, grande educatore e fondatore dello scoutismo, ingiustamente snobbato dalla pedagogia accademica.
Il fatto curioso è che fu partendo dallo studio dell’economia di sussistenza dei popoli nativi e dalla lettura di Piccolo è bello di Ernst Friedrich Schumacher, che approdò all’educazione. Scegliendo di fare il maestro di scuola dell’infanzia, la pratica del mestiere offrì alla sua tensione ecologica e comunitaria un terreno concreto dove sperimentare le sue intuizioni e contagiare chi gli stava vicino, con l’entusiasmo e la vitalità prorompente di cui era capace. Possedeva anche una casa in campagna, che trasformò in un centro di educazione ambientale. Basta guardare i suoi disegni per capire come ogni sua idea si collegava a un’altra e a un’altra ancora, in un vertiginoso vortice pieno di sorprendenti capovolgimenti, il più azzardato dei quali per me sta nel fatto che, a un certo punto della sua vita, da anarchico visionario qual era, s’azzardò a sperimentarsi dirigente scolastico.
Il nuovo ruolo tuttavia non lo trasforma. Ne esalta al contrario lo spirito trasgressivo di cui ha tanto bisogno la scuola. Ecco allora che lo troviamo a rovistare cantine e sgabuzzini delle scuole alla ricerca di materiali didattici in disuso, che lui propone di tirar fuori e osservarli con l’affetto di cui è capace e farne baratto, scoprendo che quei reperti del passato sono frammenti di storia materiale della scuola. Scopre anche i diari di un maestro anomalo come Federico Moroni, che fu anche pittore e fondò nel dopoguerra una scuola di pittura per bambini. Propone dunque al collegio dei docenti della scuola che dirige un mirabile e surreale pellegrinaggio per celebrarlo. Così l’anno scolastico 2005-06 non si apre con i docenti rinchiusi in una stanza a collezionare delibere, ma raggiungendo il paese di Montetiffi con una lunga camminata a piedi. La proposta in fondo è semplice, eppure straordinariamente trasgressiva.
Trasgressiva come costruire una scuola con le proprie mani da soli senza attendere permessi, come scelse di fare un gruppo di contadine e contadini a Villa Cella, nel reggiano, nel 1945. E Zavalloni, in Per chi suona la campanella, la rubrica da cui sono tratti gran parte dei testi qui raccolti, ripropone il racconto che ne fa Loris Malaguzzi, che assistette a quell’impresa. Lo ripropone perché gli sta a cuore la conclusione che ne trae l’educatore che portò nel mondo la ricchezza dei cento linguaggi dei bambini, quando capì che «l’impossibile era una categoria da rivedere».
La proposta del camminare insieme non è solo una metafora dell’educare, dunque, ma atto concreto, fatica condivisa, modo intelligente di giocare con le istituzioni scovandone il lato umano perché, prima di tutto, un collegio dei docenti è un gruppo di donne e uomini che possono condividere una giornata in collina e un pasto in comune [...].
Alexander Langer, che fu il più sensibile e lungimirante dei politici del nostro Paese, propose di rovesciare il motto olimpico: «Non “più veloce, più alto, più forte”, ma “più lento, più profondo, più dolce”. Con questo motto non si vinceranno battaglie frontali, ma si avrà forse il fiato più lungo». Zavalloni, che di Langer era estimatore, in queste pagine fa propria l’idea di rivoluzione di Alberto Manzi: «La rivoluzione è una perpetua sfida alle incrostazioni dell’abitudine, all’insolenza dell’autorità incontestata, alla compiacente idolizzazione di sé e dei miti imposti dai mezzi di informazione. Per questo la rivoluzione deve essere un evento normale, un continuo rinnovamento, un continuo riflettere e fare, discutere e fare».


Nessun commento:

Posta un commento