Visualizzazione post con etichetta pastorale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pastorale. Mostra tutti i post

sabato 12 ottobre 2024

PASTORALE: CAMBIARE COME ?

 




di: Lorenzo Blasetti

 

Abbiamo vissuto con angoscia l’esperienza della pandemia. Un fatto che avremmo dovuto trasformare in un evento, in un kairòs, perché era l’occasione buona per sganciarci da una prassi che da decenni i vescovi ci chiedono di rinnovare ma che poi, loro stessi, i vescovi, sono i primi a perpetuare lasciando il cambiamento sulla carta dei loro non sempre stimolanti documenti.

Non era allora il caso, ad esempio, di fermarci per verificare che cosa ne è stato di questa citazione presa da uno dei loro documenti? Siamo nel 2004 e il documento è Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia:

Nella vita delle nostre comunità deve esserci un solo desiderio: che tutti conoscano Cristo, che lo scoprano per la prima volta o lo riscoprano se ne hanno perduto memoria; per fare esperienza del suo amore nella fraternità dei suoi discepoli. Una pastorale tesa unicamente alla conservazione della fede e alla cura della comunità cristiana non basta più. È necessaria una pastorale missionaria, che annunci nuovamente il Vangelo, ne sostenga la trasmissione di generazione in generazione, vada incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo testimoniando che anche oggi è possibile, bello, buono e giusto vivere l’esistenza umana conformemente al Vangelo e, nel nome del Vangelo, contribuire a rendere nuova l’intera società (n. 1).

Cambiamento … numerico

Ho citato un documento del 2004. Ma ne ho presente un altro a cui rimando e che, a mio modo di vedere, è uno dei documenti profetici ispirati dal Concilio Vaticano II e che andrebbe riletto e meditato per fare un doveroso esame di coscienza. Si tratta di Vivere la fede oggi e siamo nel 1971.

Nessuno può onestamente affermare che da allora – sono passati più di 50 anni – qualcosa sia cambiato. O meglio: il cambiamento c’è stato, ma solo a livello numerico. Nel tempo, infatti, si è assottigliato il numero di coloro che chiedono di celebrare i sacramenti ed è aumentato il numero di coloro che, pur avendo ricevuto il battesimo, decidono di vivere la loro vita senza alcun riferimento alla Chiesa, di cui, essendo battezzati, dovrebbero far parte.

Per la verità non si può negare che, in questo tempo, sono nate esperienze ecclesiali significative ed è aumentato il numero di persone che sentono il bisogno di approfondire la loro fede attraverso la lettura e la meditazione sistematica della Bibbia. Ma sono per lo più esperienze di nicchia che, per molteplici ragioni, poco incidono per il rinnovamento del popolo di Dio e, in non pochi casi, tendono più che ad animare la sua vita, a clonare sé stesse.

Ma il fatto più sconcertante che abbiamo visto realizzarsi in questi anni è stato quello di aver dato credibilità a quanti si sono buttati a capofitto nella difesa dei cosiddetti valori non negoziabili per puro calcolo e interesse politico senza un minimo di decenza e di pudore rispetto alla loro mancanza di coerenza. Basti pensare alla strumentalizzazione del tema famiglia.

Un altro aspetto, anch’esso piuttosto sconcertante, è ciò che è avvenuto e sta avvenendo con il drammatico fenomeno della migrazione. Nessuno può negare che sia un immenso problema che interpella la società e la politica e nessuno può proporsi come chi ha la ricetta giusta per affrontarlo. Ma nessuno può dimenticare che i criteri di valutazione di un cristiano hanno il loro fondamento nel vangelo che non lascia alcun dubbio su come si debba guardare lo straniero che bussa alle porte delle nostre case.

Sorprende come una percentuale altissima di sedicenti cristiani lo dimentichino e si lascino ammaliare da proposte socio-politiche e culturali che hanno il sapore della xenofobia e del razzismo. E, fatto ancora più grave, è che coloro che le propongono si spacciano anche loro come cattolici e non esitano a sbandierare pubblicamente simboli cristiani per dare forza ai loro ragionamenti senza che ci sia stato un coro unanime da parte della Chiesa italiana per dire chiaramente che Lui, Gesù, ragiona in un altro modo e che si è cristiani quando i suoi pensieri diventano i nostri.

Il sarto e il guardaroba

La faccenda è seria e io credo che sia arrivato il momento di scegliere se vogliamo continuare a proclamare la necessità del rinnovamento pensando di poterlo attuare con qualche toppa su un vestito logoro o se invece vogliamo finalmente cambiare vestito come raccomanda Gesù: «Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore» (Mt 9,16).

Il sarto c’è e il guardaroba è ben fornito: il sarto si chiama Gesù e il guardaroba che ci mette a disposizione è il suo vangelo. E io credo che, se vogliamo rinnovare la Chiesa veramente e seminare il futuro, dobbiamo avere l’umiltà e il coraggio di farci dire da Lui, Gesù, in che modo farlo.

Non credo che Gesù ci direbbe qualcosa di diverso da ciò che ha detto quando ha pensato e voluto costituire la sua Chiesa: «convertitevi», «seguitemi», «rimanete», «andate». Ho l’impressione che questi verbi costitutivi, iniziando dal primo, non siano particolarmente frequentati nelle nostre discussioni (chiacchiere) pastorali. Pensare di cambiare senza rimetterli in gioco con decisione e coraggio significa rimandare sine die il rinnovamento con l’aggravante che la realtà della Chiesa si sfilaccia sempre di più e si perde di vista lo scopo per cui Gesù l’ha voluta.

 

*Lorenzo Blasetti, sacerdote della diocesi di Rieti, ha ricoperto vari incarichi pastorali in diocesi e fuori. Assistente spirituale degli studenti nell’Università Cattolica a Roma. Ha insegnato Teologia Trinitaria nell’ISSR di L’Aquila. È autore del volume Cambiare sì, ma come? La pastorale delle sfide, Prefazione di mons. Domenico Pompili, Tau editrice, Todi (PG) 2024, pp. 96, € 14,00.

 


sabato 3 agosto 2024

PASTORALE. C'E' MOLTO DA FARE



 "NON SIAMO FORSE SACERDOTI 

ANCHE NOI LAICI?"


-         di Luciano Manicardi

-          

Ove non vi sia la rappresentanza dell’ordine ecclesiastico, sei tu a celebrare l’eucaristia e a battezzare (offers et tinguis) e sei sacerdote tu da te medesimo. Infatti, dove sono presenti in tre, anche se sono dei laici, là vi è la chiesa (1). «Non siamo forse sacerdoti anche noi laici? (Nonne et laici sacerdotes sumus?)». Così si esprime Tertulliano in un testo in cui afferma la possibilità anche per i laici, in caso di necessità, di celebrare l’eucaristia e amministrare dei sacramenti. Si tratta di uno dei rari testimoni dell’eucaristia presieduta da un non-presbitero (2).

Decisamente più frequente nella storia è l’attestazione di celebrazioni domenicali sostitutive dell’eucaristia in assenza/attesa di presbiteri. E non solo in zone di missione, ma anche al cuore dell’Europa. Markus Tymister ne fornisce diversi esempi in riferimento al secondo millennio cristiano: egli ricorda che in diversi paesi europei in certi momenti storici (Ungheria nel XVI-XVII secolo; Francia alla fine del XVIII secolo; Germania nel XIX secolo) «vi erano laici appositamente incaricati che presiedevano celebrazioni domenicali con lettura e preghiera, come anche battesimi, matrimoni e funerali» (3).

Pertanto, la situazione attuale di carenza di presbiteri in molti paesi europei che ha fatto nascere diverse forme di presidenza da parte di laici di preghiere comuni, di liturgie della parola accompagnate da predicazione e distribuzione eucaristica, oltre che di amministrazione di sacramenti, non rappresenta certo una novità. Spesso sono la storia e la vita con la loro imprevedibilità che, creando situazioni di crisi, obbligano le comunità cristiane a cambiamenti che, in condizioni normali, non solo non sono presi in considerazione ma sono ritenuti inutili o insensati.

La crisi della pandemia e l’impossibilità di radunarsi nelle chiese non ha certo spento la fede, ma portato tanti, in virtù del loro battesimo e della fede vissuta, a riunirsi nelle case, a vivere una preghiera domestica, a creare riti semplici e certamente meno solenni di quelli delle curate assemblee domenicali, ma non meno autentici o nutrienti spiritualmente.

Le lucide riflessioni che un presbitero ha maturato durante il periodo pandemico mostrano lo stupore provato assistendo ai «primi timidi segni della nascita di una chiesa radunata nelle case e raccolta insieme dagli strumenti a disposizione», sicché «mentre qualcosa moriva e ci faceva paura perché non sapevamo fino a che punto quella morte scendesse in noi, forse qualcosa nasceva» (4).

E qui si intravede il contesto ben più ampio in cui inserire il discorso dei “riti senza preti”. Il cambiamento d’epoca che comprende al suo interno la fine della cristianità, e dunque la fine della civiltà parrocchiale, esige una riforma ecclesiale che accetti di guardare in faccia e gestire la paura della perdita connessa al cambiamento, concentrandosi sull’essenziale: la vita della comunità dei battezzati che trova la sua ragion d’essere nella fede in Gesù Cristo. Questo cambiamento riguarderà anche il ministero presbiterale e il ruolo dei laici quali presidenti di celebrazioni liturgiche.

Gli esempi presentati in questo numero di Rivista di pastorale liturgica, concernenti movimenti ecclesiali, comunità monastiche, esperienze pastorali, il ministero dei catechisti ecc., sono frammenti che abbozzano solamente il quadro che verrà. E che, ancora faticosamente, timidamente, lentamente, parzialmente e con qualche ambiguità, si fa strada anche in documenti ufficiali (5). In riferimento in particolare alle assemblee domenicali in assenza/attesa di presbitero, ciò che va tenuto presente è l’importanza della santificazione della domenica in quanto tale, cioè in quanto giorno memoriale della risurrezione, dunque la centralità per i cristiani di riunirsi per riconoscersi come assemblea convocata dal Signore.

In un articolo pubblicato su questa rivista nel 1998 Enrico Mazza valutava positivamente l’insistenza con cui il Direttorio per le celebrazioni dominicali in assenza del presbitero (6)  sottolineava l’importanza di rendere sempre più coscienti le comunità cristiane della natura della domenica cristiana cosicché, «qualora venga meno la presenza del sacerdote, la comunità sappia compiere la riunione domenicale secondo i valori che le sono propri».

E aggiungeva: «Dobbiamo rilevare che in questo campo c’è molto da fare dato che, di solito, si insiste di più sull’obbligo della messa domenicale che non sull’obbligo della domenica in quanto tale» (7). A distanza di quasi venticinque anni, molti passi sono stati fatti ed è sempre più assodato che, anche senza presbitero, vi può essere memoria della risurrezione con la liturgia della Parola e la distribuzione eucaristica.

Non va dimenticata o messa in second’ordine rispetto alla dimensione liturgica la cura pastorale di cui una comunità ha bisogno e che può essere assunta ed esercitata dai laici. Essi possono riflettere la compassione che Gesù mostrò di fronte alle folle, che erano come pecore senza pastore, e che lo portò a sfamarle annunciando loro la Parola e spezzando per loro il pane (cfr. Mc 6,34-44).

 NOTE:

 1) Per il testo latino di quest’opera del Tertulliano montanista: Tertulliano, De exhortatione castitatis, 7,3, (Corpus Christianorum, series latina, vol. 2, Brepols, Turnhout 1954, 1024-1025). Cfr, anche i commenti di P.A. Gramaglia: «In alcuni ristretti raduni di fedeli in tempo di persecuzione, data l’assenza del clero che si dava alla clandestinità, la presidenza dell’eucaristia era affidata a semplici laici; tale prassi era condivisa anche dai cattolici» (nota 135, in Tertulliano, Il matrimonio nel cristianesimo preniceno, a cura di P.A. Gramaglia, Borla, Roma 1988, 396-397) e di C. Schipani: «Per quanto riguarda l’eucaristia, è possibile che durante le persecuzioni, a causa della fuga del clero, semplici fedeli si siano trovati nella necessità di offrire il sacrificio cristiano» (nota 37, in Tertulliano, Opere montaniste, a cura di C. Schipani, Città Nuova, Roma 2011, 40).

2)  E. Mazza, Le odierne preghiere eucaristiche, I: Struttura, teologia, fonti, EDB, Bologna 1984, 60-61.

3)  M. Tymister, Le assemblee domenicali in assenza del presbitero, in Path 19/1 (2020) 38.

4)  I. Seghedoni, Una chiesa che non cerca tra i morti, in D. Olivero (ed.), Non è una parentesi. Una rete di complici per assetati di novità, Effatà, Cantalupa 2020, 140.

 5)  Cfr. il passaggio del Documento finale del sinodo per l’Amazzonia che intravede la possibilità di «ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità», anche se hanno «una famiglia legittimamente costituita e stabile» (n. 111).

6)  Cfr. Congregazione per il culto divino, Directorium de celebrationibus dominicalibus absente presbytero, in Notitiae 263 (1988) 366-378.

7)  E. Mazza, Le assemblee domenicali in assenza del presbitero, in Rivista di pastorale liturgica 5 (1998) 14-15.

Rivista di Pastorale Liturgica

Immagine

 

 

venerdì 26 luglio 2024

IL FALLIMENTO

 

 

-         di Severino Dianich 

-          

È notorio che oggi l’evangelizzazione, ma anche la normale cura pastorale, non stanno attraversando un’epoca di grandi successi. Nulla di paragonabile a quella che fu la meravigliosa espansione della fede all’epoca degli apostoli. Né a quella dell’alto Medioevo o dell’evangelizzazione delle Americhe, anche se i metodi di allora sono non solo improponibili oggi, ma anche difficilmente giustificabili. Né a quella grande stagione missionaria che è stato l’Ottocento, nonostante certe sue contaminazioni con le conquiste coloniali.

Bisogna, però, aggiungere che siamo così condizionati dalla millenaria tradizione di un’Europa tutta cristiana, che anche la consapevolezza che siamo dovunque territorio di missione, qui da noi, è scarsa. 

Non così in Francia, dove, già negli anni Quaranta del secolo scorso, si lanciava il drammatico interrogativo “France terre de mission?” e, nella Pasqua di quest’anno, si sono celebrati più di settemila battesimi di adulti. Un’inezia, certo, ma un segnale significativo. 

 Nuove vie

Resta il fatto che, da noi, il lavoro pastorale è sempre più faticoso e spesso sottoposto a non poche frustrazioni. Viviamo un processo di cambiamenti che in altri paesi è più avanzato, mentre noi operiamo in un guado, in cui stiamo avanzando lentamente, con il dovere di non abbandonare, fino a che non si estinguano, vecchie pratiche sacramentali e con la difficoltà di inventare vie nuove di approccio alle persone, adeguate ad una situazione nella quale ciò che è in crisi non è, in realtà, la pratica religiosa, ma la fede. 

Ne deriva, più che comprensibilmente, un senso pesante di frustrazione e, non di rado, la tentazione di incrociare le braccia e, poi, di farlo effettivamente. 

Non è questa – sia detto con chiarezza – un’esperienza di per sé estranea alla vita del credente. Tutt’altro. Gesù non ha esitato a domandarsi: «Il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra» (Lc 18,8). 

Ciò che ci si impone in questa nostra epoca, è invece un ritorno coraggioso alla più austera radicalità della fede e ad una rinnovata imitazione di Cristo senza sconti. 

La missione di Gesù, di lui per primo, si è conclusa con un clamoroso fallimento: condannato a morte come un delinquente, condanna eseguita con la pena degli schiavi, la crocifissione. 

La risurrezione non ci permette di dimenticarne gli antefatti: il Cristo risorto ostenta le sue piaghe, perché i testimoni non abbiano a dimenticarsene. Nella tradizione iconografica del giudizio, il Cristo giudice chiama i salvati e caccia i dannati con le mani vistosamente segnate dalle ferite. Né la fede nella gloria del Risorto ha mai indotto i credenti a non meditare continuamente la passione di Gesù. 

La porta in faccia

L’esperienza del fallimento lo accompagna lungo tutta la sua missione. All’inizio, al suo paesello, a Nazareth, lo vogliono buttare giù dal dirupo perché aveva osato ricordare, preannunciando la dimensione universale della sua missione, che già il profeta Eliseo aveva guarito un ufficiale dell’esercito dell’odiata potenza della Siria. 

Andando dalla Galilea a Gerusalemme, in un villaggio di samaritani, gli sbattono la porta in faccia. 

Alla fine del bellissimo, sublime discorso sul pane della vita, la gente se ne va, stordita e delusa, ed egli domanda, scorato, ai suoi amici più fedeli: «Volete andarvene anche voi?». 

Mentre egli sta preannunciando la sua condanna e la sua morte, i figli di Zebedeo con la loro madre litigano sulla loro futura carriera nel Regno di cui Gesù continuamente parlava. 

Guarisce i malati ma, a quanto pare, a leggere la storia dei dieci lebbrosi, spesso non riceve neanche un “grazie”! 

Nicodemo lo gratifica di un bellissimo colloquio notturno, ma poi, a quanto pare, non si fa più vivo personalmente con lui, anche se – questo gli va riconosciuto – lo difende in sinedrio e, dopo la morte, si dà da fare per una sua onorata sepoltura. 

Avrà la gioia di vedere anche i bambini fargli festa e gridargli il loro Alleluja! sventolando i rami strappati dagli alberi e la gente accompagnarlo in un chiassoso allegro corteo mentre entrava nella città santa. Ma è stato un momento. Poco dopo si ritrova solo, abbandonato anche dai suoi fedelissimi. 

Gli hanno riferito che il suo fan più entusiasta, il buon Simone, che egli reputava una roccia, al punto da avergli dato il nome di Pietro, si era vergognosamente camuffato da uno che non sapeva neppure chi lui fosse. 

Se non ci fossero state le donne e sua madre, con l’eccezione di Giovanni, sarebbe morto in croce in una vergognosa solitudine. 

In croce, la consapevolezza di questo ulteriore aspetto drammatico della sua vita raggiunge l’acme in quel grido, la parola più oscuramente misteriosa di quante ne ha pronunciato in tutta la sua vita: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46).

Risurrezione e gloria, tutto verrà dopo. 

Ce n’è abbastanza, quindi, perché, invece di lamentarci, abbiamo a meditare continuamente nel cuore le sue parole: «Non c’è discepolo più grande del suo maestro» e, in una situazione dolorosa, ritrovare la gioia della fede. Ne è insuperabile maestro san Paolo: «Mi compiaccio nelle mie debolezze… infatti, quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10). 

E, se non bastasse, va ricordato ancora che l’apostolo è capace di rallegrarsi anche nella più paradossale delle situazioni: «Alcuni predicano Cristo… con spirito di rivalità, con intenzioni non rette, pensando di accrescere dolore alle mie catene. Ma questo che importa? Purché, in ogni maniera, per convenienza o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene» (Fil 1,15-18). 

  


 

mercoledì 24 aprile 2024

UN'IDEA DI FUTURO

 


“Essere Chiesa significa avere un'idea di futuro”

 

«È necessario abbandonare ogni forma nostalgica, puntare sulla formazione, prendere coscienza dei tempi nuovi e superare la logica postmoderna del provvisorio»

 

-         di Francesco Cosentino

 

Le domande tengono la mente inquieta mentre le risposte rischiano di farci addormentare, specialmente quando sono concepite per anestetizzare la fatica del pensare dinanzi alla complessità delle sfide odierne. Ben venga, allora, il dibattito che, a partire dalle riflessioni offerte da Pierangelo Sequeri, sta prendendo corpo in questa settimana. All’irrilevanza cristiana, intesa non tanto in senso sociologico ma come incapacità dei simboli e delle parole cristiane di toccare l’immaginario, di trafiggere il cuore e di segnare la vita dei nostri destinatari, ho voluto di recente dedicare un testo di teologia edito da San Paolo, ritenendo che la domanda già posta da Karl Rahner alcuni decenni or sono, dovrebbe essere messa al centro della riflessione teologica e dell’agire pastorale: come è possibile fare oggi una esperienza del Dio di Gesù Cristo in una società che lo ha messo ai margini? Si tratta di un interrogativo che, però, il cristianesimo deve iniziare a rivolgere a se stesso.

 A poco serve, infatti, continuare ad attardarsi su analisi riguardanti il cambiamento d’epoca, la fine della cristianità, il tramonto del cristianesimo sociologico e l’avanzata del secolarismo, se non attiviamo il coraggio di un passo ulteriore che può essere così declinato: se la cultura occidentale non è più ospitale nei confronti dell’annuncio cristiano, è altrettanto vero che il cristianesimo ha smesso da tempo di essere “culturale”, di saper non soltanto ascoltare ma anche interpretare le sfide del contesto, in un dialogo scevro da manie di superiorità morale e da elementi di clericalismo. Il cristianesimo sembra essere segnato da una sorta di “cultura del declino”. Di recente, a parlarne è stato il presidente della Cei, il cardinale Zuppi, che ha affermato: «Non si può gestire il presente con una cultura del declino, quasi si trattasse solo di mettere insieme forze diminuite, di ridurre spazi e impegno o di agoniche chiamate al combattimento».

 La cultura del declino, che ci impedisce di avere linguaggi, proposte e postura per abitare la cultura odierna, si manifesta in molti modi e, accennarne alcuni, significa anche individuare quelli che possono diventare luoghi della ripartenza, se ci dedichiamo a essi con una appassionata riflessione teologica e pastorale. Anzitutto, è da segnalare il rischio di una assuefazione vittimistica alla questione numerica, che genera spesso una reazione frettolosa, mancante di una lungimirante visione ecclesiale e pastorale: così, si uniscono le poche forze rimaste o ci si trincera dietro un atteggiamento difensivo, limitandosi a conservare l’esistente. Forse ci serve invece il coraggio di prendere sul serio la sproporzione esistente tra il modo in cui ancora oggi pensiamo e viviamo la parrocchia e il numero sempre più ridotto di preti e operatori pastorali, in un contesto divenuto mobile, plurale, e multiculturale.

 La pastorale della soglia. Si tratta di una situazione che non lascia spazio ed energie per pensare una “pastorale della soglia”, centrata su un annuncio del Vangelo che possa intercettare i lontani e dialogare con le domande del nostro tempo e con le sfide culturali, magari anche stimolando al dibattito coloro che sono in vario modo impegnati negli spazi pubblici della città, della politica, della società civile. La questione implica, naturalmente, una riflessione sul ministero ordinato, una nuova lettura dell’istituzione parrocchiale, qualche serio interrogativo sull’attuale configurazione giuridica e sul Diritto canonico, così da immaginare una nuova forma e presenza di Chiesa in dialogo col territorio. Nondimeno, si ha l’impressione che anche riguardo alla proposta, il cristianesimo proceda spesso con linguaggi, formule e prassi che non tengono in conto quanto sia cambiato l’immaginario interiore e concettuale dei nostri contemporanei negli ultimi decenni. Si può continuare a parlare di salvezza, di felicità, di vita umana, di morte e di risurrezione, ma correndo il rischio di non comunicare più nulla se non si tiene conto dei cambiamenti antropologici, della diversità e pluralità di significati che ciascuno conferisce alla propria esperienza di vita, della ricerca postmoderna di un benessere psico-fisico e spirituale sganciato dalla relazione con Dio, della “fede” nell’intelligenza artificiale.

 Le parole dell’evento cristiano, si pensi, per esempio, alla professione di fede nell’ormai vicino anniversario di Nicea, non andrebbero nuovamente tradotte e offerte attraverso una nuova mediazione linguistico-concettuale? Infine, rispetto alle sfide della cultura e a quelle pastorali, l’impressione è che anche il cristianesimo proceda nel solco postmoderno della logica del provvisorio: manca una visione e un pensare a lungo termine, si va avanti per singhiozzi e frammenti. In questo senso, la cultura del declino si esprime nel ripiegamento in forme di religiosità intimiste e, ancor più spesso, in forme devozionistiche che dispensano dalla fatica di pensare e dall’onere di scelte innovative e coraggiose. Sequeri ne ha parlato come «ripiegamento nella pura devozione di gesti e immagini vagamente connesse al mistero cristiano», mentre Righetto ha fatto giustamente riferimento alle “paccottiglie” spirituali che si trovano nelle librerie religiose, generando una sorta di “sottocultura” cattolica. Di certo, c’è un investimento che manca e, se parliamo di rapporto dialogico con la cultura, l’investimento principale dovrebbe essere quello della formazione. Mentre il secolarismo ha ormai trasformato l’immaginario interiore della vita delle persone, cambiando i simboli attraverso cui interpretano la vita e abitano il mondo, la cura per la formazione e per la preparazione culturale, biblica e teologica di laici e preti non è ancora assunta come un impegno imprescindibile delle agende pastorali.

La formazione. Qualche giorno fa, sul tema, è tornato il teologo Giuseppe Lorizio, affermando che il credente non può ignorare, e anzi deve interpretare e affrontare una cultura come la nostra che si mostra nella veste di un “politeismo” dei saperi e dei valori, in una compagine quanto mai variegata e plurale di visioni. E invece, si ritiene che sia più urgente far fronte ai bisogni di oggi che investire per il domani. E sulla formazione culturale, continua a pesare l’antico e sempre nuovo pregiudizio, secondo cui studiare e approfondire non serve, perché basta stare vicini alla gente, dir Messa e presiedere qualche atto di devozione. Il rischio dell’autoemarginazione del cristianesimo diventa più che concreto, che si tratti di rifugiarsi nostalgicamente nell’idealismo dei bei tempi passati o di chiudersi in forme di cristianesimo moralista e devozionale. Qualcosa può cambiare se e quando avremo il coraggio di rimettere mano – senza timori e senza ideologiche contrapposizioni – a una nuova visione ecclesiale. Ma ciò non avviene continuando a scommettere su una generale visione pastorale, senza la fatica di pensare – e di pensare teologicamente – il futuro del cristianesimo.

 

www.avvenire.it



sabato 19 marzo 2022

LA DIOCESI DI SALSICCIA

 


Così nella diocesi immaginaria di Salsiccia si impara la pastorale dell’ironia

 Da Fabio Colagrande un ritratto inusuale del mondo cattolico: sorridere per riflettere

 

-       di Mimmo Muolo

 

«Siamo tutti sulla stessa barca e speriamo non sia il Titanic». Anche nell’immaginaria diocesi di Salsiccia la pandemia ha lasciato tracce profonde. E si cerca perciò un difficile rinnovamento pastorale. Ecco perché, in vista del convegno sul quale il vescovo Egidio Pancetta ha puntato tutto, viene organizzata con quel titolo una conferenza-spettacolo del teologo progressista e talentuoso showman don Duccio Abbacchietto. Come finirà non è lecito rivelarlo. Ma sicuramente è uno degli episodi più esilaranti di Ricordati di sanificare le feste, gustoso libro del giornalista di Radio Vaticana Fabio Colagrande, che verrà presentato oggi alla Libreria Paoline di via del Mascherino a Roma, presenti il direttore de L’Osservatore Romano, Andrea Monda e fra Emiliano Antenucci, moderati da Alessandro Iapino Sono 150 pagine, edite da Ancora, di risate alla maniera di Giovanni Guareschi, ma con personaggi di sapore vagamente fantozziano, per prendere in giro i vezzi ecclesiali ed ecclesiastici più diffusi, a cominciare da una comunicazione che non comunica, perché affetta da autoreferenzialità, linguaggio incomprensibile ai più (il famigerato ecclesialese), inutile prolissità e veri e propri nonsense di cui l’autore fornisce mirabili esempi, tra l’altro non lontani da qualche vero comunicato stampa: «Le diocesi erano invitate a mettersi in ascolto dei segni dei tempi per intraprendere un cammino preparatorio che partisse dalle realtà comunitarie locali per avviare un percorso di discernimento in vista dell’inaugurazione di un itinerario sinodale di riflessione per fare rotta verso il rinnovamento ecclesiale».

Ma nelle fantacronache della diocesi di Salsiccia ci sono anche la rissa social, la concorrenza tra cori parrocchiali, la consulta femminile, il talk show televisivo Pentiti & Contenti, le prove di sinodalità, per arrivare alle istanze ecologiste, che come certi colori nell’abbigliamento ci stanno bene dappertutto. Notevoli i personaggi del libro, nei quali l’ironia di Colagrande raffigura se non singole vere persone (ogni riferimento è sempre ça va sans dire assolutamente casuale), almeno le relative categorie di appartenenza. Suor Veronica Mortazza, ad esempio, teologa pastoralista e femminista, oppure Amalia Coratella, giornalista e conduttrice della rubrica televisiva Incenso& Mascara, oppure ancora il professor Aldo Speck, teologo vecchio stampo e Alfio Sfilacci, arrabbiato vaticanista dell’agenzia Arista. E poi i sacerdoti: don Gino Ciauscolo, campione dei parroci della chiesa in entrata (nel senso che i fedeli li aspetta in parrocchia), don Augusto Zampone, cyber-prete di periferia in uscita, e don Gennaro Zazzicchia, teologo conservatore, fino alla citazione di un padre Tonino Sciabolaro, simpaticamente allusivo del direttore di Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, che firma la prefazione al volume, notando: «Si esce leggeri da queste pagine», perché «lo scrittore non è un bacchettone e non moralizza: ironizza». E in effetti è proprio questo uno dei pregi del libro: la capacità di correggere ridendo mores, come direbbe Jean de Santeul. Unita all’intenzione costruttiva che sempre emerge dalle pagine di Colagrande, il quale accanto a personaggi grotteschi (significativamente tutti connotati da nomi di salumi) ci offre anche figure alle quali è demandato di dire piccole e grandi verità. E valga per tutti il risolutivo intervento della 22enne catechista Eleonora nella conferenza stampa ormai sfuggita di mano al vescovo e al suo capo ufficio stampa: «Qui non è in gioco una battaglia politica» e non si tratta di «far valere le istanze riformiste su quelle reazionarie o viceversa. Dobbiamo solo metterci in ascolto reciproco e in ascolto dello Spirito per trovare insieme il modo migliore per annunciare il Vangelo». Che non sia il caso di far leggere questo libro anche in certe assemblee sinodali?


www.avvenire.it  

martedì 15 settembre 2020

EDUCARE, INFINITO PRESENTE. LA PASTORALE DELLA CHIESA PER LA SCUOLA

 

“Educare, infinito presente. La pastorale della Chiesa per la scuola”. È questo il titolo del Sussidio elaborato dalla Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università a conclusione del decennio sull’educare alla vita buona del Vangelo e pubblicato nel giorno in cui, in molte regioni italiane, le scuole riaprono i battenti.

Il testo, sottolinea nella presentazione mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno e presidente della Commissione, “testimonia che quello dell’educazione è un dossier che non può mai essere considerato chiuso” e che necessita “di un impegno che si presenta accresciuto per urgenza e novità di esigenze”. In un tempo in cui il nostro Paese e l’intero pianeta sono segnati dolorosamente dall’emergenza sanitaria e dalle sue conseguenze, dedicarsi alla scuola infatti riveste ancora più valore. Per la Chiesa, il mondo scolastico è una realtà da amare e in cui stare con passione e competenza, contribuendo alla costruzione del progetto scolastico. Pensato innanzitutto per le comunità cristiane, il documento si rivolge a tutti coloro che hanno a cuore la formazione dei ragazzi e dei giovani. Oltre a contenere riflessioni, spunti e approfondimenti, rappresenta uno strumento prezioso per creare sinergie e lavorare insieme. Del resto, osserva Ernesto Diaco, direttore dell’Ufficio Nazionale per l’educazione, la scuola e l’università, “dire scuola è dire comunità, responsabilità, significati per la vita: tutte cose senza le quali non si vincono le sfide che abbiamo oggi davanti”. In quest’ottica, la pubblicazione del Sussidio vuole essere “un segno dell’attenzione e dell’amore della Chiesa per la scuola e per il mondo dell’educazione” che abbraccia scuole di ogni ordine e grado, statali e paritarie, centri di formazione professionale e ogni altra istituzione con compiti formativi specifici.

                                  Il Sussidio 

 Scarica Allegato


lunedì 3 agosto 2020

UNA PASTORALE GIOVANE PER I GIOVANI


Un vademecum per coloro che desiderano affiancare i ragazzi rendendoli protagonisti dell’attività pastorale – Dicastero per la Comunicazione
Lo Spirito rinnova ogni cosa. Una pastorale giovane per i giovani’
È il titolo del volume della Libreria Editrice Vaticana che riflette sul coinvolgimento delle nuove generazioni nella vita della Chiesa. 
Cinque capitoli con esempi concreti sulla scia della “Christus vivit” di papa Francesco


Lo Spirito rinnova ogni cosa. Una pastorale giovane per i giovani (pag. 184; Euro 16,00) è un nuovo volume edito dalla Libreria Editrice Vaticana a firma di Nathalie Becquart la cui prefazione è a firma di frère Alois, Priore di Taizé.
Sulla base della sua lunga esperienza pastorale con i giovani, l’autrice, religiosa francese particolarmente coinvolta nella preparazione e nell’evento del Sinodo dei giovani dell’ottobre 2018, presenta un originale ripensamento della pastorale giovanile chiamata a diventare giovane con i giovani. Questo libro, in effetti, è un vero e proprio GPS per ispirare una pastorale che si adatti alle generazioni attuali. Attraverso 5 capitoli che delineano gli atteggiamenti fondamentali per vivere la missione con i giovani nell’attuale contesto della nostra società secolarizzata, suor Nathalie Becquart non esita a fornire esempi concreti e tracce pratiche radicati nella visione disegnata dal Sinodo dei giovani e dagli orientamenti della Christus vivit di papa Francesco.
Spesso oggi si dice che i giovani sono cambiati e che non sono più reattivi alle iniziative pastorali. In realtà in queste pagine suor Nathalie ci mostra che una pastorale che tenga conto della cultura e delle sensibilità dei giovani di oggi ha ancora molto appeal su di loro. Le indicazioni che l’Autrice fornisce partono dalle esigenze dei giovani e indicano gli aspetti utili al loro supporto e alla loro crescita interiore nella fede: l’importanza dell’ascolto; una Chiesa relazionale e non solo istituzionale; l’attuazione di una pastorale audace e creativa adeguata alle situazioni di vita dei giovani; il bisogno di riferimenti e di guide per apprendere a discernere e a maturare delle decisioni positive; l’importanza di trattare temi a loro cari.
Vere e proprie linee guida per aiutare tutti coloro che nella Chiesa sono desiderosi di unirsi e accompagnare le nuove generazioni nella crescita vicendevole, in sinergia con la loro cultura e il loro nuovo linguaggio, secondo uno stile di corresponsabilità con i giovani stessi. Il nuovo che il Sinodo ci ha mostrato, infatti, consiste nel considerare i giovani non più come semplici destinatari dell’attività pastorale, ma come veri protagonisti – insieme agli altri battezzati – della vita della Chiesa: mentre ricevono – come tutti – offrono a loro volta anche i loro doni e carismi per l’edificazione del Corpo ecclesiale e per la salvezza del mondo.
La Collana Ispirazioni vuole essere un luogo di incontro ecclesiale per aiutare nel discernimento a vivere e a testimoniare l’amore che – mentre ci abita – fa di noi tutti una cosa sola. Così che i credenti possano esprimere questo stesso amore con parole e gesti sempre nuovi, ispirati e animati dallo Spirito di Colui che ha detto: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 2,5).




sabato 11 aprile 2020

LA CHIESA E LA PANDEMIA

La Chiesa e i riti di passaggio - 

.

La Chiesa è diventata invisibile? Alcuni lo credono e ne portano le ragioni. Che cosa garantiva la visibilità dell’istituzione ecclesiastica più delle liturgie e dell’amministrazione dei saramenti? Ai suoi rappresentanti in larga misura era affidata, almeno nel nostro Paese, la gestione di quei “riti di passaggio” che presso tutti i popoli hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nello scandire la vita dei singoli e delle comunità. La nascita veniva solennizzata in chiesa col battesimo; l’uscita dall’infanzia con la prima comunione; l’ingresso nell’età adulta con la cresima; il passaggio dalla condizione di single alla vita di coppia con il matrimonio; e infine la morte con il funerale.
Si aggiunga a questo la celebrazione dell’eucaristia ogni domenica e nelle solennità come Natale o Pasqua, dove affluiscono solitamente, specialmente nel Meridione, folle considerevoli di fedeli.
Poiché questi riti assumono una grande rilevanza non soltanto religiosa, ma sociale, si comprende bene perché la Chiesa, identificata spesso con la sua gerarchia (vescovi, presbiteri, diaconi), debba ad essi molta della sua visibilità.
Il comunicato della Cei
Il coronavirus ha improvvisamente bloccato tutto questo. Il pericolo di contagio ha spinto il governo a vietare, l’8 marzo, «le cerimonie civili e religiose», e a questa misura si è adeguata la Conferenza Episcopale Italiana – pur considerandola «un passaggio fortemente restrittivo, la cui accoglienza incontra sofferenze e difficoltà nei Pastori, nei sacerdoti e nei fedeli» – «per contribuire alla tutela della salute pubblica».
Una scelta che è stato oggetto di forti polemiche, perché è apparsa a molti un cedimento a logiche troppo umane di politica sanitaria, nel totale misconoscimento di quell’ottica di fede che invece, da parte delle autorità ecclesiastiche, avrebbe dovuto esser custodita e difesa.
Il confronto col passato
Ad avanzare forti riserve in questo senso, peraltro, non sono stati solo dei “conservatori” ciecamente attaccati alle tradizioni, ma personalità di spicco e tutt’altro che retrive. Come ad esempio il noto storico cattolico Franco Cardini, che, ai primi di marzo – quando ancora la sospensione delle liturgie riguardava solo le regioni più colpite dall’epidemia –, in un’intervista su «La Stampa», dopo aver constatato che «una volta durante le epidemie si organizzavano novene e processioni per invocare la protezione divina, oggi si chiudono le chiese», ne aveva concluso che «la nostra fede in Dio zoppica».
Il messaggio della politica e quello della preghiera
Solo qualche giorno prima, alla fine di febbraio, anche Andrea Riccardi aveva ricordato che i primi cristiani, «motivati dalla fede», si facevano apprezzare proprio per la loro coraggiosa presenza in mezzo alle comunità vittime del contagio e si era detto preoccupato che «di fronte alla grande paura, parli solo il messaggio della politica», nel silenzio delle chiese. «Il libero trovarsi insieme nella preghiera sarebbe stato ben altro messaggio».
La dimensione pastorale mortificata
Sulla stessa lunghezza d’onda Enzo Bianchi, che partiva da un interrogativo retorico per arrivare a una presa di posizione critica: «Ma siamo sicuri che la chiesa adottando, contro il contagio del coronavirus, misure che impediscono liturgie, preghiere e addirittura funerali partecipati dalla comunità, sia solidale con chi soffre, ha paura e cerca consolazione? Un cristiano non sospende la liturgia!».
In un altro intervento, successivo all’8 marzo, il fondatore della comunità di Bose evidenziava il tono burocratico del comunicato della Cei, che aveva dato direttive «nelle quali non si intravede la presenza di preoccupazioni pastorali e cristiane dettate dal Vangelo».
Il problema della distinzione dei poteri
Da un diverso punto di vista, lo storico Alberto Melloni, pur comprendendo le ragioni che portavano alla sospensione delle liturgie, sollevava il delicato problema dell’autonomia della Chiesa rispetto allo Stato e si chiedeva se fosse normale che il popolo cristiano venisse escluso dall’eucaristia «per decreto» delle autorità politiche.
La domanda che emerge
Questi interventi chiaramente vanno letti in un contesto in cui ancora la gravità della pandemia non si era pienamente manifestata e in seguito i loro autori li hanno in parte rettificati. Se li ho citati non è perciò per polemizzare con persone che stimo, ma perché essi non sono affatto privi di fondamento, anzi esprimono bene un problema reale.
In passato, in analoghe situazioni, vescovi e preti erano stati il punto di riferimento della popolazione, chiamando a raccolta i fedeli in grandi manifestazioni di massa – messe, processioni –, e lo avevano potuto fare appellandosi a una fede che si era rivelata più forte della paura. Erano stati loro, con questo fermo richiamo all’onnipotenza divina, a dare speranza contro pestilenze e carestie. Il silenzio dei Pastori, nella presente situazione, non ha evidenziato e confermato l’irrilevanza della Chiesa e dello stesso vangelo nella società contemporanea?
Una Chiesa marginale…
Ho posto questa domanda, in un’intervista che è pubblicata su «Tuttavia», al vescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice. La sua risposta mi sembra significativa: «La marginalità, per alcuni aspetti» – ha detto il vescovo, «è costitutiva dell’identità della Chiesa, anche se noi spesso ancora abbiamo nostalgia della cristianità. Penso all’immagine evangelica del sale o del lievito, che si perdono nella pasta. E più la Chiesa è consapevole di questa sua identità “marginale”, più è capace, in realtà, di trasmettere efficacemente il messaggio del vangelo».
…non si afferma in competizione coi valori creati
Una Chiesa marginale non ha bisogno di sfidare la scienza – come è avvenuto in altre epoche, sulla base di logiche di potere (vedi caso Galilei) –, come vorrebbe l’uomo politico che provocatoriamente pochi giorni fa ha sfidato le autorità ecclesiastiche ad aver fede nel “buon Dio” e a convocare i fedeli per le funzioni pasquali, fidando nella «protezione del Cuore Immacolato di Maria». Essa ha avuto ricordato dal Concilio che i valori terreni – la razionalità, il sapere scientifico, la salute – vanno rispettati proprio per onorare il Dio che li ha creati e che anche attraverso essi manifesta la sua gloria.
In questo senso, è verissimo che la posizione dei vescovi italiani è apparsa, in un primo momento (nel famoso comunicato dell’8 marzo) quasi un cedimento di fronte a criteri e a poteri di ordine “profano” – come hanno notato alcuni degli intellettuali cattolici sopra citati –, ma è altrettanto vero che, al di là dell’infelice modalità comunicativa, le motivazioni per sospendere le liturgie non si possono ridurre a ragioni “di ordine pubblico”, ma sono di ordine squisitamente evangelico.
Il ricorso alle nuove tecniche della comunicazione
Una Chiesa marginale, che sa di dover essere lievito, adattandosi alla pasta che concretamente è chiamata a far lievitare, non disdegna neppure di utilizzare gli strumenti offerti dalla tecnica per realizzare nuove forme di comunicazione  e di comunione. Così – dopo le incertezze inziali di cui si è appena detto – bisogna dare atto all’episcopato e a tutto il clero di essersi mobilitati per ricostruire sulla rete quel complesso di rapporti personali e comunitari che la minaccia del coronavirus ha reso impossibile proseguire fisicamente.
Questo ricorso al virtuale ha costituito una novità per molti versi stimolante. Alcuni si sono allontanati, ma altri si sono accostati. Penso alle celebrazioni del mattino di papa Francesco, seguite su Tv2000 e Rai1da tanti che non erano mai andati a messa nei giorni feriali. Penso all’enorme impressione suscitata anche in ambienti estranei alla fede dalla benedizione “urbi et orbi”, nella piazza S. Pietro deserta. Ma molte diocesi, molte parrocchie, hanno raccolto la sfida e hanno attivato inedite forme di collegamento.
Rischi e speranze
Certo, l’operazione crea dei problemi che non vanno sottovalutati. Enzo Bianchi, giustamente, ha notato che una partecipazione virtuale non può sostituire quella dei fedeli “in carne ed ossa” (si pensi all’impossibilità per essi di accostarsi al pane eucaristico). E in un certo senso è vero che «la virtualizzazione della liturgia significa morte della liturgia cristiana», perché «la liturgia eucaristica deve sempre essere azione di tutta la comunità», mentre in questo contesto si corre il rischio che i fedeli si trovino relegati nel ruolo di meri spettatori di celebrazioni i cui protagonisti sono i soli presbiteri celebranti.
C’è da chiedersi però se, guardando le cose da un altro punto di vista, questo “digiuno di riti” non possa – purché sia temporaneo – costituire uno shock salutare per tanti buoni cattolici che limitavano la propria esperienza cristiana a una frequentazione abitudinaria della chiesa parrocchiale, ridotta una “stazione di servizio” per la distribuzione di sacramenti. Certo, non avremmo avuto il coraggio di imporre questo digiuno: sarebbe stata una scommessa troppo azzardata. Ci ha costretti a farla il coronavirus. E ora a noi non resta che fare del nostro meglio per vincerla.

*Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu.
Scrittore ed Editorialista


lunedì 1 novembre 2010

EDUCARE ALLA VITA BUONA DEL VANGELO * Orientamenti pastorali per il prossimo decennio

Dopo che Benedetto XVI nel gennaio 2008 aveva indirizzato una Lettera alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione, il cammino della Chiesa italiana per il decennio 2010- 2020 avrà come tema: «Educare alla vita buona del Vangelo». Ecco il testo dei tanti attesi Orientamenti pastorali, in cui i Vescovi tracciano concretamente il cammino per il prossimo decennio. Tutte le componenti della Chiesa italiana (famiglie, parrocchie, scuole, scerdoti, religiosi, laici…) sono invitate a una sorta di alleanza educativa per trasmettere alle nuove generazioni la vita buona, vera e giusta del Vangelo.

«Educare alla vita buona del Vangelo significa, infatti, in primo luogo farci discepoli del Signore Gesù, il Maestro che non cessa di educare a una umanità nuova e piena. Egli parla sempre all’intelligenza e scalda il cuore di coloro che si aprono a lui e accolgono la compagnia dei fratelli per fare esperienza della bellezza del Vangelo»

CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, € 1,50