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lunedì 10 febbraio 2025

QUALE PRESBITERO?


 È necessaria 

una riforma 

del presbitero

 

 

-di ENZO BIANCHI

per gentile concessione dell'autore

 

 Per essere più fedeli al Vangelo e più capaci di rispondere ai bisogni della comunità cristiana.

 

Se la liturgia necessita con urgenza che si continui la riforma iniziata con il concilio Vaticano II, come abbiamo accennato nell’articolo precedente, anche il presbitero e la comunità cristiana che lui presiede richiedono una riforma. Sappiamo tutti che negli scritti del Nuovo Testamento, in particolare nelle lettere di Paolo, è attestata una diversità di ministeri che non riusciamo sempre a identificare con precisione nel contenuto: inviati (apostoli) e inviate (apostole), evangelisti, didascali e profeti, diaconi e proesti di comunità. Tutti prestavano un servizio al Signore della chiesa prendendosi cura delle diverse necessità apostoliche. Poi purtroppo nel III secolo, come testimonia Cipriano di Cartagine, si stabilisce una gerarchia ecclesiastica nella quale la figura del vescovo acquisisce una considerevole importanza e centralità. La crisi dell’Impero romano favorisce anche il passaggio a un’autorità episcopale che sia non solo ecclesiale ma anche politica e nello stesso tempo si proiettano sulla figura clericale le immagini dell’Antico Testamento che ne fanno un sacerdote, un sacrificatore impegnato in una obbedienza stretta ed esigente alla ritualità sacrificale. E la Riforma invano cercherà di ricordare le esigenze neotestamentarie, anzi, per reagire, la chiesa cattolica rinforzerà quell’identità sacerdotale che ha determinato l’esemplarità di tanti santi presbiteri controriformisti fino al curato d’Ars.

 Presbyterotum Ordinis        

Il concilio Vaticano II ha cercato, soprattutto con Presbyterorum ordinis, di riformare la figura e il ministero del sacerdote indicato sempre più come “presbitero” in fedele obbedienza al Nuovo Testamento, ma questo testo è restato un tentativo di riforma, non approfondito e non sviluppato, come ci si sarebbe potuti attendere da un decreto conciliare. Sì, il ministero non è plasmato da un’idea platonica, ma vivendo nel tempo deve accettare di essere plasmato secondo le esigenze pastorali del momento. Non le esigenze mondane, ma quelle che emergono nella vita degli uomini e delle donne come bisogni e come legittimi desideri. Il ministero non è un’esigenza funzionale nella chiesa, ma un ordo fondamentale richiesto dal Vangelo, che prevede che il gregge del Signore sia guidato dai pastori, e che ci sia chi ha il compito di “pescare” le pecore e di radunarle andando anche a cercare quelle smarrite. Non c’è chiesa senza pastore ed è un’illusione una chiesa che si autogoverni senza riconoscere il ministero apostolico, il ministero dell’inviato del Signore.

          Ma proprio la forma dell’esercizio di questo ministero può e deve mutare per essere più fedele al Vangelo e più capace di rispondere ai bisogni della comunità cristiana. Occorre una riflessione esigente, coraggiosa, che non tema una revisione radicale e non si fermi ai ritocchi.

          Oggi il prete è sovente scontento, stanco, incapace di rinnovare le motivazioni della sua vocazione e nell’anzianità confessa la sua frustrazione, la mancanza di adesione a quel che deve compiere. Purtroppo, io, nel mio povero servizio di accompagnamento di tanti preti, ascolto la loro fatica, la loro voglia di ribellarsi al dovere di celebrare la domenica fino a cinque messe in paesini sperduti con poca gente, e celebrare con gente non convinta... Così il prete è diventato uno che “dice messa”, un funzionario di un sacro non cristiano, un mercante di stralci di dottrina che deve comunicare nell’omelia e, per molti, colui che presiede alla sepoltura dei loro morti. E taccio sulle diverse incombenze e servizi burocratici e filantropici che deve organizzare mentre questo richiede tempo e non dovrebbe dipendere da chi è prete. No, una vita di questo tipo stanca e sfibra molti preti e soprattutto preti giovani che non lo sentono come un servizio che arricchisce la loro esistenza e li fa vivere nello spazio del Vangelo, ma come uno sfruttamento. Perché non ci si chiede a partire da queste letture la causa della carenza di vocazioni presbiterali? Il problema è ancora relativamente poco presente nel Sud Italia dove il prete è un’autorità, è venerato e gode di un buon tenore di vita (diciamo la verità). Ma non si può dire lo stesso della Liguria, del Piemonte, della Toscana, dell’Umbria. Non è solo la situazione secolarizzata, ma la situazione ingrata in cui vivono i preti che allontana le vocazioni. È vero che chi sceglie il ministero accetta di abbracciare la croce, ma in una vita piena di senso, di fraternità e affetti, una vita piena!

          Io sogno di incontrare – e li incontro ora raramente! – preti umanissimi, umili come nell’incontro con un viandante, un giardiniere, un pescatore, ma persone che sappiano dire parole di speranza, destare fiducia, dire che l’affetto, l’amore è l’unica cosa che conta per tutti i cristiani che vivono la comunità. Sogno dei preti che non organizzano eventi, non trasformano gli incontri pastorali in feste folcloristiche, ma stanno tra la gente, ascoltano, fanno visite, condividono, fanno segno... cioè indicano ciò che sta oltre il visibile ma è oggetto del desiderio dei veri cristiani. Sogno dei preti che abbiano una semplice chiesa in cui radunano la gente e fanno risuonare con exousía la Parola di Dio convinti che questa ha in sé una dýnamis, una forza divina come dice l’Apostolo, e la annunciano confidando che essa operi ciò che essi stessi non sanno operare. Ed è proprio la Parola di Dio che crea comunità, costruisce comunità, edifica la parrocchia nella forma oggi possibile: dove si spezza la Parola e il pane insieme, soprattutto nel giorno del Signore!

 Quale via?

Tutto è così semplice! Che senso ha questa proliferazione e questa istituzionalizzazione di gesti che appartengono ai battezzati e vengono chiamati “umanitari”? Ma è veramente questa la via per edificare la chiesa, o questa è la via di una nuova clericalizzazione in cui un’alba bianco vestita durante l’eucaristia dà un decoro e un’identità che la fede non riesce a dare? Questa formula di una chiesa tutta ministeriale è mondana, sembra rispondere a esigenze di democrazia, ma se tutti sono ministri a chi si fa il servizio? Perché tanta enfasi proprio quando “la crisi” svuota e rende fragili molte figure? Certamente per molti cristiani si fa sempre più evidente la teologia del “resto d’Israele”, del “piccolo resto”. Tutto l’Antico Testamento, soprattutto i profeti, testimoniano che sì, c’è il popolo di Dio, ma che Dio poi si sceglie e guarda a un “resto”, un piccolo numero di fedeli che non corrisponde con il popolo. Non sono credenti privilegiati, non stanno in corsie preferenziali, non sono klerós, porzione nobile, ma realtà di piccoli, poveri che confidano solo nel Signore. Fanno parte del popolo di Dio e non si distaccano da esso ma non confidano nell’istituzione, né nel tempio, né nel sacerdozio! Attendono il Giorno del Signore, che lui venga e operi la salvezza.

          Anche nella chiesa, oggi più che mai se lo vogliamo vedere, si sta stabilendo un resto di cristiani: non si dicono più cattolici, ortodossi o protestanti, ma semplicemente “cristiani”, pur riconoscendo con gratitudine la chiesa che li ha generati a Cristo. Non è solo il grande teologo Paolo Ricca che ha lasciato come testamento questa confessione, ma altri si esprimono con le stesse parole nell’adesione a Cristo, cercando di vivere il Vangelo senza più guardare all’istituzione. Tuttavia, questo non è né fecondo, né coerente con una vita cristiana che sia sale della terra, speranza per le genti.

          Ma se non c’è riforma del presbiterato e della comunità cristiana l’unico esito sarà una diaspora, con il rischio di non essere significativi, di non fare più segno tra gli uomini e le donne del nostro tempo.

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sabato 3 agosto 2024

PASTORALE. C'E' MOLTO DA FARE



 "NON SIAMO FORSE SACERDOTI 

ANCHE NOI LAICI?"


-         di Luciano Manicardi

-          

Ove non vi sia la rappresentanza dell’ordine ecclesiastico, sei tu a celebrare l’eucaristia e a battezzare (offers et tinguis) e sei sacerdote tu da te medesimo. Infatti, dove sono presenti in tre, anche se sono dei laici, là vi è la chiesa (1). «Non siamo forse sacerdoti anche noi laici? (Nonne et laici sacerdotes sumus?)». Così si esprime Tertulliano in un testo in cui afferma la possibilità anche per i laici, in caso di necessità, di celebrare l’eucaristia e amministrare dei sacramenti. Si tratta di uno dei rari testimoni dell’eucaristia presieduta da un non-presbitero (2).

Decisamente più frequente nella storia è l’attestazione di celebrazioni domenicali sostitutive dell’eucaristia in assenza/attesa di presbiteri. E non solo in zone di missione, ma anche al cuore dell’Europa. Markus Tymister ne fornisce diversi esempi in riferimento al secondo millennio cristiano: egli ricorda che in diversi paesi europei in certi momenti storici (Ungheria nel XVI-XVII secolo; Francia alla fine del XVIII secolo; Germania nel XIX secolo) «vi erano laici appositamente incaricati che presiedevano celebrazioni domenicali con lettura e preghiera, come anche battesimi, matrimoni e funerali» (3).

Pertanto, la situazione attuale di carenza di presbiteri in molti paesi europei che ha fatto nascere diverse forme di presidenza da parte di laici di preghiere comuni, di liturgie della parola accompagnate da predicazione e distribuzione eucaristica, oltre che di amministrazione di sacramenti, non rappresenta certo una novità. Spesso sono la storia e la vita con la loro imprevedibilità che, creando situazioni di crisi, obbligano le comunità cristiane a cambiamenti che, in condizioni normali, non solo non sono presi in considerazione ma sono ritenuti inutili o insensati.

La crisi della pandemia e l’impossibilità di radunarsi nelle chiese non ha certo spento la fede, ma portato tanti, in virtù del loro battesimo e della fede vissuta, a riunirsi nelle case, a vivere una preghiera domestica, a creare riti semplici e certamente meno solenni di quelli delle curate assemblee domenicali, ma non meno autentici o nutrienti spiritualmente.

Le lucide riflessioni che un presbitero ha maturato durante il periodo pandemico mostrano lo stupore provato assistendo ai «primi timidi segni della nascita di una chiesa radunata nelle case e raccolta insieme dagli strumenti a disposizione», sicché «mentre qualcosa moriva e ci faceva paura perché non sapevamo fino a che punto quella morte scendesse in noi, forse qualcosa nasceva» (4).

E qui si intravede il contesto ben più ampio in cui inserire il discorso dei “riti senza preti”. Il cambiamento d’epoca che comprende al suo interno la fine della cristianità, e dunque la fine della civiltà parrocchiale, esige una riforma ecclesiale che accetti di guardare in faccia e gestire la paura della perdita connessa al cambiamento, concentrandosi sull’essenziale: la vita della comunità dei battezzati che trova la sua ragion d’essere nella fede in Gesù Cristo. Questo cambiamento riguarderà anche il ministero presbiterale e il ruolo dei laici quali presidenti di celebrazioni liturgiche.

Gli esempi presentati in questo numero di Rivista di pastorale liturgica, concernenti movimenti ecclesiali, comunità monastiche, esperienze pastorali, il ministero dei catechisti ecc., sono frammenti che abbozzano solamente il quadro che verrà. E che, ancora faticosamente, timidamente, lentamente, parzialmente e con qualche ambiguità, si fa strada anche in documenti ufficiali (5). In riferimento in particolare alle assemblee domenicali in assenza/attesa di presbitero, ciò che va tenuto presente è l’importanza della santificazione della domenica in quanto tale, cioè in quanto giorno memoriale della risurrezione, dunque la centralità per i cristiani di riunirsi per riconoscersi come assemblea convocata dal Signore.

In un articolo pubblicato su questa rivista nel 1998 Enrico Mazza valutava positivamente l’insistenza con cui il Direttorio per le celebrazioni dominicali in assenza del presbitero (6)  sottolineava l’importanza di rendere sempre più coscienti le comunità cristiane della natura della domenica cristiana cosicché, «qualora venga meno la presenza del sacerdote, la comunità sappia compiere la riunione domenicale secondo i valori che le sono propri».

E aggiungeva: «Dobbiamo rilevare che in questo campo c’è molto da fare dato che, di solito, si insiste di più sull’obbligo della messa domenicale che non sull’obbligo della domenica in quanto tale» (7). A distanza di quasi venticinque anni, molti passi sono stati fatti ed è sempre più assodato che, anche senza presbitero, vi può essere memoria della risurrezione con la liturgia della Parola e la distribuzione eucaristica.

Non va dimenticata o messa in second’ordine rispetto alla dimensione liturgica la cura pastorale di cui una comunità ha bisogno e che può essere assunta ed esercitata dai laici. Essi possono riflettere la compassione che Gesù mostrò di fronte alle folle, che erano come pecore senza pastore, e che lo portò a sfamarle annunciando loro la Parola e spezzando per loro il pane (cfr. Mc 6,34-44).

 NOTE:

 1) Per il testo latino di quest’opera del Tertulliano montanista: Tertulliano, De exhortatione castitatis, 7,3, (Corpus Christianorum, series latina, vol. 2, Brepols, Turnhout 1954, 1024-1025). Cfr, anche i commenti di P.A. Gramaglia: «In alcuni ristretti raduni di fedeli in tempo di persecuzione, data l’assenza del clero che si dava alla clandestinità, la presidenza dell’eucaristia era affidata a semplici laici; tale prassi era condivisa anche dai cattolici» (nota 135, in Tertulliano, Il matrimonio nel cristianesimo preniceno, a cura di P.A. Gramaglia, Borla, Roma 1988, 396-397) e di C. Schipani: «Per quanto riguarda l’eucaristia, è possibile che durante le persecuzioni, a causa della fuga del clero, semplici fedeli si siano trovati nella necessità di offrire il sacrificio cristiano» (nota 37, in Tertulliano, Opere montaniste, a cura di C. Schipani, Città Nuova, Roma 2011, 40).

2)  E. Mazza, Le odierne preghiere eucaristiche, I: Struttura, teologia, fonti, EDB, Bologna 1984, 60-61.

3)  M. Tymister, Le assemblee domenicali in assenza del presbitero, in Path 19/1 (2020) 38.

4)  I. Seghedoni, Una chiesa che non cerca tra i morti, in D. Olivero (ed.), Non è una parentesi. Una rete di complici per assetati di novità, Effatà, Cantalupa 2020, 140.

 5)  Cfr. il passaggio del Documento finale del sinodo per l’Amazzonia che intravede la possibilità di «ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità», anche se hanno «una famiglia legittimamente costituita e stabile» (n. 111).

6)  Cfr. Congregazione per il culto divino, Directorium de celebrationibus dominicalibus absente presbytero, in Notitiae 263 (1988) 366-378.

7)  E. Mazza, Le assemblee domenicali in assenza del presbitero, in Rivista di pastorale liturgica 5 (1998) 14-15.

Rivista di Pastorale Liturgica

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sabato 15 febbraio 2020

AMAZZONIA. RIGUARDA ANCHE NOI ?


L’Esortazione sull’Amazzonia spiazza gli opposti clericalismi



Tutti aspettavano…
Ancora una volta papa Francesco spiazza tutti e si conferma un pontefice che guarda lontano. Attendevano tutti con febbrile impazienza questa Esortazione apostolica. I “conservatori” con angoscia, per l’incombere di quella che a loro dire sarebbe stata la fine della figura del presbitero, decretata dall’eventuale «abolizione del celibato»; i “progressisti”, con speranza altrettanto febbrile, per la rimozione di quello che a loro avviso costituisce un’assurda eredità del passato e un fattore decisivo della crisi delle vocazioni e degli scandali di pedofilia e di corruzione del clero.
Dell’Amazzonia, diciamolo pure, non interessava niente a nessuno. Meno che meno, di ciò che, attraverso la realtà dell’Amazzonia, tutta la Chiesa deve riscoprire riguardo alla sua identità e al suo ruolo nel mondo contemporaneo.
I sogni del papa
E invece il papa ha parlato, nel suo documento, proprio di questo. Non sono il celibato dei preti o il sacerdozio delle donne il vero problema. La Chiesa non riesce più a parlare alle persone. Non riesce più a rispettare la grande legge dell’incarnazione, che pure dovrebbe costituire il suo DNA: «La predicazione deve incarnarsi, la spiritualità deve incarnarsi, le strutture della Chiesa devono incarnarsi» (Querida Amazonia, n.6)
Da qui i quattro “sogni” che il papa ha voluto comunicare «al popolo di Dio e a tutti gli uomini di buona volontà», che sono i destinatari del documento.
«Un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli originari, degli ultimi».
«Un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana».
«Un’Amazzonia che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna».
«Comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici» (n.7).
L’ultima espressione è la chiave di lettura delle altre tre, in cui al posto di «un’Amazzonia» sarebbe possibile leggere «una Chiesa». Ma forse, ancora più ampiamente, «un’ umanità».
Il sogno sociale
Il primo sogno del papa è sociale. In tempi bui, che vedono ovunque trionfare nel mondo lo spietato cinismo dei più forti, la passività e a volte la complicità delle persone “oneste”, la paradossale collaborazione di tante vittime, accecate dalla propaganda, con i loro manipolatori, la voce di Francesco si leva alta e forte per denunziare un neocolonialismo che si fa scudo delle leggi dell’economia per trasformare la globalizzazione in una operazione a vantaggio dei ricchi e a danno dei poveri.
Bergoglio ricorda che «spesso erano i sacerdoti coloro che proteggevano gli indigeni da assalitori e profittatori» e sottolinea che «nel momento presente la Chiesa non può essere meno impegnata, ed è chiamata ad ascoltare le grida dei popoli amazzonici» (nn.18-19).
Il sogno culturale
Il neocolonialismo si manifesta anche come cancellazione delle culture più deboli e riduzione della terra all’unica cultura dei dominatori. «La visione consumistica dell’essere umano, favorita dagli ingranaggi dell’attuale economia globalizzata, tende a rendere omogenee le culture e a indebolire l’immensa varietà culturale, che è un tesoro dell’umanità» (n.33).
Il sogno ecologico.
«La cura delle persone e la cura degli ecosistemi sono inseparabili» (n.42). A una cultura dello sfruttamento illimitato bisogna sostituire quella della contemplazione. «Risvegliamo il senso estetico e contemplativo che Dio ha posto in noi e che a volte lasciamo si atrofizzi» (56).
Il sogno ecclesiale
E, alla fine – ma in realtà era all’inizio – un sogno ecclesiale. «La Chiesa è chiamata a camminare con i popoli dell’Amazzonia» (n.61), ma l’Amazzonia è la cifra, il simbolo di un dramma planetario. Ciò non svuota minimamente lo spessore dei drammi e delle sofferenze vissute dalle popolazioni di quel territorio, anzi ne valorizza la portata universalmente umana.
La scarsità dei preti in Amazzonia non dipende solo dal celibato
Ma il punto su cui papa Francesco era più atteso era il problema della scarsità dei preti in Amazzonia. Era a questo che si riferiva la richiesta dei padri sinodali di permettere l’ordinazione di uomini sposati. La riposta dell’Esortazione è articolata, ma non per questo meno incisiva.
Innanzi tutto il papa fa presente che la carenza denunziata non riguarda tutto il continente sudamericano, il quale anzi “esporta” presbiteri in gran numero, ma nelle regioni dove regna il benessere e la vita è più facile: «Colpisce il fatto che in alcuni Paesi del bacino amazzonico vi sono più missionari per l’Europa o per gli Stati Uniti che per aiutare i propri Vicariati dell’Amazzonia» (nota 132). Da qui l’invito, rivolto ai vescovi, «a essere più generosi, orientando coloro che mostrano una vocazione missionaria affinché scelgano l’Amazzonia» (n.90).
La comunità, non solo i preti!
In secondo luogo, l’Esortazione osserva che «non si tratta solo di favorire una maggiore presenza di ministri ordinati che possano celebrare l’Eucaristia. Questo sarebbe un obiettivo molto limitato se non cercassimo anche di suscitare una nuova vita nelle comunità» (n.93).
È tutta la comunità cristiana che deve essere in grado di animare la vita della Chiesa. Certo, «c’è necessità di sacerdoti, ma ciò non esclude che ordinariamente i diaconi permanenti – che dovrebbero essere molti di più in Amazzonia –, le religiose e i laici stessi assumano responsabilità importanti per la crescita delle comunità e che maturino nell’esercizio di tali funzioni grazie ad un adeguato accompagnamento» (n.92).
In particolare, c’è urgenza che vi siano «responsabili laici maturi e dotati di autorità» (n.94). Un inveterato clericalismo ci ha abituato a credere che tutti i problemi si risolvano solo con la presenza dei presbiteri. Francesco sa bene che il sacerdote ordinato è indispensabile per alcuni sacramenti, in particolare per l’eucaristia (cfr. nn.87-89). Ma, in un mondo dove le vocazioni sacerdotali sono sempre di meno, chiede ai cristiani – e non solo a quelli dell’Amazzonia! – di entrare in un nuovo ordine di idee, dove i presbiteri hanno delle loro funzioni peculiari, ma all’interno di una più ampia responsabilizzazione di tutta la comunità.
Il problema dell’ordinazione delle donne
Da qui anche la risposta implicita a coloro che da tempo insistono per l’ordinazione delle donne. Bisogna, scrive il papa, «evitare di ridurre la nostra comprensione della Chiesa a strutture funzionali». In altri termini, a strutture di potere. «Tale riduzionismo ci porterebbe a pensare che si accorderebbe alle donne uno status e una partecipazione maggiore nella Chiesa solo se si desse loro accesso all’Ordine sacro. Ma in realtà questa visione limiterebbe le prospettive, ci orienterebbe a clericalizzare le donne, diminuirebbe il grande valore di quanto esse hanno già dato e sottilmente provocherebbe un impoverimento del loro indispensabile contributo»
È necessario entrare in una prospettiva diversa. «In una Chiesa sinodale le donne, che di fatto svolgono un ruolo centrale nelle comunità amazzoniche, dovrebbero poter accedere a funzioni e anche a servizi ecclesiali che non richiedano l’Ordine sacro e permettano di esprimere meglio il posto loro proprio (…). Questo fa anche sì che le donne abbiano un’incidenza reale ed effettiva nell’organizzazione, nelle decisioni più importanti e nella guida delle comunità, ma senza smettere di farlo con lo stile proprio della loro impronta femminile» (n.103).
Opposti clericalismi
È clericalismo arroccarsi nel falso dogma del celibato ecclesiastico. Ma lo è pure pensare che tutti i problemi della Chiesa si risolvano abolendolo, per aumentare il numero degli eccelsiasici. È clericalismo difendere il tradizionale potere degli uomini dentro la Chiesa e la riduzione delle donne a ruoli subordinati. Ma lo è anche pensare che l’unico modo di riscattare le donne da questa assurda situazione sia di aprire loro le porte della “casta” dominante.
La sconfitta del clericalismo passa, piuttosto, dall’abolizione della logica che ha spesso trasformato dei “servitori” – come lo fu Gesù – in una “casta”. Puntare sull’ordinazione femminile per dare anche a loro potere significa estendere ad un’altra categoria di persone un ruolo viziato proprio dalla mentalità del potere, lasciando “fuori” chi non vi viene assunto.
Non i preti, ma il popolo di Dio
Paragonata agli intrighi e alle sterili polemiche che l’hanno preceduta, l’Esortazione di Francesco sembra parlare un altro linguaggio. Qualcuno già accusa il papa di essersi “tirato indietro”. Qualcun altro si illuderà di averlo condizionato e fermato con le proprie minacce di scisma. Ma forse egli è solo rimasto fedele al Concilio e alla sua profezia di una Chiesa capace di incarnare il vangelo nella storia e che finalmente sia popolo di Dio e non gerarchia ecclesiastica.

*Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.



sabato 21 aprile 2018

RISCOPRIRE IL SACERDOZIO COMUNE PER RINNOVARE LA CHIESA

Il termine “sacerdote” ha assunto nei secoli una tale forza di identificazione col “prete” (o col presbitero) da diventarne semplicemente un “sinonimo”. Le domande come: «è in casa il sacerdote?» o le esclamazioni come «benvenuto al novello sacerdote» hanno costellato le nostre esperienze da secoli. In questa cultura comune, alimentata anche da una teologia compiacente, parlare di “sacerdozio comune” diventa molto difficile e profondamente equivoco.

Per capire bene questa locuzione, dobbiamo soffermarci su un altro fatto singolare. Nel NT il termine “sacerdote” è attribuito o a Cristo, o al “popolo di Dio”. Cristo è l’unico sacerdote e, mediante il battesimo, tutti i battezzati diventano, in Cristo, sacerdoti, profeti e re. Parliamo quindi di “sacerdozio comune” perché il sacerdozio di Cristo è comunicato, con il battesimo, a tutti gli uomini e le donne che diventano “figli di Dio”.

Perciò il “sacerdozio comune” non ha nulla a che fare con una “estensione” del potere gerarchico al popolo di Dio. Semmai significa il contrario: che la sede originaria del sacerdozio non è nella gerarchia, ma in Cristo e nella Chiesa. Quello che chiamiamo “sacerdote” - ossia il presbitero e il vescovo - sono “ministeri al servizio del sacerdozio di Cristo e della Chiesa”.  

Per meglio comprendere il senso ecclesiale e cristologico di questa espressione, andiamo a ritrovarla nei due testi che ne hanno autorevolmente determinato la nuova scoperta, ossia in Lumen Gentium 10 e 11. LG 10 dice così: «Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini (cfr. Eb 5,1-5), fece del nuovo popolo “un regno e sacerdoti per il Dio e il Padre suo” (Ap 1,6; cfr. 5,9-10).
 
Infatti per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le attività del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui, che dalle tenebre li chiamò all’ammirabile sua luce (cfr. 1 Pt 2,4-10).
 
Tutti quindi i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio (cfr. At 2,42-47), offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio (cfr. Rm 12,1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi la richieda, rendano ragione della speranza che è in essi di una vita eterna (cfr. 1 Pt 3,15). Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo.
 
Il sacerdote ministeriale, con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico nel ruolo di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del loro regale sacerdozio, concorrono all’offerta dell’eucaristia, ed esercitano il loro sacerdozio col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e la carità operosa».
 
LG 11 afferma: «Il carattere sacro e organico della comunità sacerdotale viene attuato per mezzo dei sacramenti e delle virtù. I fedeli, incorporati nella Chiesa col battesimo, sono destinati al culto della religione cristiana dal carattere sacramentale; rigenerati quali figli di Dio, sono tenuti a professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa. Col sacramento della confermazione vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l'opera, come veri testimoni di Cristo.
 
Partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la vittima divina e se stessi con essa; così tutti, sia con l'offerta che con la santa comunione, compiono la propria parte nell'azione liturgica, non però in maniera indifferenziata, bensì ciascuno a modo suo. Cibandosi poi del corpo di Cristo nella santa comunione, mostrano concretamente la unità del popolo di Dio, che da questo augustissimo sacramento è adeguatamente espressa e mirabilmente effettuata».
 
Questi due testi aprono uno sguardo nuovo sul “sacerdozio”, restituendo al termine i suoi due significati fondamentali: sacerdote è Cristo e sacerdotale è la comunità dei discepoli. Il ministero dei presbiteri e dei vescovi “serve” il sacerdozio di Cristo e quello della Chiesa. Nel percorso che abbiamo tracciato, abbiamo notato come il grande testo di LG chiede alla generazione dei cristiani di oggi una intelligenza ermeneutica delle sue intenzioni in cui la relazione tra continuità e discontinuità delle tradizioni trovi nuovo coraggio e audacia.

Qualificare la lettura che LG propone della Chiesa non è così facile come poteva apparire fino a qualche anno fa. Tale lettura certamente non è “classica” - se per classica si intende la visione medievale e tridentina della Chiesa. Tuttavia essa non è neppure assimilabile semplicisticamente ad una interpretazione “liberale”, costruita dal pensiero moderno e dal suo arrischiato metodo dell’immanenza, come vorrebbero sostenere tutti i nemici - dichiarati o clandestini - del concilio Vaticano II. 
 
LG 11 è un testo che rassicura la tradizione uscendo sia dalle secche del modello “classico” sia dai rischi del modello liberale. Potremmo dire, in modo forse anche azzardato, che LG 11 ci propone una lettura “post-liberale”: può annunciare la Chiesa come “communitas”  anche e forse soprattutto in un mondo “non più semplicemente moderno”.
 
Parafrasando un famoso titolo di J. Bossy, LG permette alla Chiesa di passare dall’individuo alla comunità, così reagendo alla tendenza dominante che viene non già dal modernismo, o dall’illuminismo, ma dalla sintesi tra visione tridentina e reazione antimoderna nella visione della Chiesa. Il nome di questa svolta è “sacerdozio comune”, o, meglio ancora, “comunità sacerdotale”.
 
Andrea Grillo
 

(articolo tratto da www.messaggerocappuccino.it)


lunedì 12 settembre 2016

UNA CHIESA CHE SI RINNOVA

NON LOGORATE 

PAPA FRANCESCO!





Don Giulio Cirignano *






Qualcuno ritiene di notare segni di stanchezza in Papa Francesco, un certo logorio del suo smalto originario. Ma queste, probabilmente, sono solo labili impressioni provocate per lo più dalla costatazione di quanto sia complesso il compito che si è assunto, per Grazia di Dio e impulso dello Spirito. Sono impaurite deduzioni, non costatazioni di realtà. In questi anni del suo pontificato Papa Bergoglio ha esibito  energie spirituali ed umane assolutamente straordinarie. Si rassegnino i mesti custodi del passato che amano farsi passare per inossidabili difensori della tradizione. Sono solo anacronistici abitanti di un mondo che non c’è più.
Dopo l’appassionato discorso alla Chiesa italiana durante il convegno tenuto a Firenze potevamo sperare in un maggiore riconoscimento da parte di qualcuno della propria estraneità. Non è successo. Potevamo sperarlo, ma non è successo. Sia  chiaro: l’invito alla conversione riguardava tutti e nessuno può sentirsene esentato. Ma chi, in questo momento ha, nelle Chiesa, un più alto livello di responsabilità non può non sentirsi fortemente provocato dallo “stile Bergoglio”.
D’altra parte non possiamo aspettarci dal Papa interventi di natura autoritaria. Non sono, per fortuna, nelle sue corde. Non li compirà: sarebbero controproducenti. Dobbiamo essergliene grati.
Papa Francesco, a nostro conforto, ha già seminato una quantità impressionante di segni di cambiamento. Non sarà più possibile tornare indietro. Sono sotto gli occhi di tutti ed è inutile richiamarli. Può essere più importante, proprio per mettere in sicurezza quanto ha già detto e fatto, indicare alcune innovazioni di carattere strutturale che non sembra più possibile rinviare. Possiamo farne rapida elencazione, attenendoci a quelle che riteniamo più urgenti.
Nessuno può pensare di insegnare a Papa Bergoglio a fare il Papa. Lo sa fare benissimo da solo. La indicazione delle più necessarie innovazioni strutturali non serve al Papa. Serve a quanti non si sono accorti che il tempo passa per tutto, anche per le più consolidate convinzioni, soprattutto in un campo così complesso e delicato come quello religioso.......

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