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venerdì 29 maggio 2026

RADICATI IN CRISTO

 


CEI, la Chiesa italiana

 traccia la rotta 

per il prossimo

 quinquennio


Fede, comunità e missione sono le assi portanti del documento finale "Radicati e costruiti in Cristo", approvato a conclusione dell’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Tra le novità: il parere favorevole dei vescovi ad elevare il Beato Rosario Livatino a patrono dei magistrati, un gruppo di studio per affrontare gli abusi di potere. Rilanciato l’appello per la pace in Medio Oriente, Ucraina e nelle aree di conflitti dimenticati

-di Cecilia Seppia – Città del Vaticano

Non esiste una Chiesa senza l’audacia e il coraggio di testimoniare, senza l’impegno a custodire, alimentare e trasmettere la fede, come esperienza viva ed edificante, che coinvolge tutti: laici e consacrati, giovani e anziani, poveri e abbienti, famiglie e comunità fino all’intera struttura nazionale che deve essere sempre più al servizio della comunione e dell’incontro. Soprattutto, non esiste una Chiesa che non guardi al Vangelo come priorità assoluta. L’82ª Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, svoltasi in Vaticano dal 25 al 28 maggio 2026, sotto la guida del cardinale Matteo Maria Zuppi, si è chiusa con la definizione delle linee guida per il futuro della famiglia ecclesiale in Italia. Al centro dei lavori, che hanno visto la partecipazione di oltre duecento tra presuli, rappresentanti di istituti secolari e aggregazioni laicali, l'intervento conclusivo di Papa Leone XIV fondato sull'urgenza di "riportare al centro il Vangelo" e sul "coraggio dell'essenziale" all'interno delle comunità parrocchiali chiamate, senza troppi fronzoli e sovrastrutture, ad accogliere, a formare, a rispondere alle sfide quotidiane.

Leggi anche:

Il Papa alla CEI: la Chiesa non si misura coi numeri, la forza è la logica della piccolezza

Quattro assi portanti

Con l’approvazione del documento “Radicati e costruiti in Cristo”. Linee di orientamento per l’attuazione del documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, i vescovi assumono dunque, per il prossimo quinquennio, l’impegno a riportare al centro il dono della fede che illumina scelte radicali e dà linfa a tutto il tessuto sociale oltre che ecclesiale. Riconnessione tra vita quotidiana e Vangelo, rilancio della vita comunitaria come testimonianza concreta della fede contro l'individualismo dilagante; promozione della corresponsabilità e dei ministeri laicali, verifica e adeguamento delle strutture ecclesiali territoriali, sono le assi su cui si snoda il documento, approvato a larga maggioranza, che sul fronte meramente amministrativo, ribadisce la necessità di trasparenza e rendicontazione per l’intera gestione economica, non solo per i fondi dell’8x1000, attraverso l'adozione del “bilancio di missione”.

Terre di missione 

Nel rinnovare lo slancio missionario e l’aderenza più profonda al Vangelo, non con l’intento di difendere recinti, i vescovi indicano dunque come terra di missione l’attenzione alla famiglia, alla cura dei presbiteri, alla dimensione vocazionale, alla formazione, alla pace e alla non violenza, all’accompagnamento delle fragilità e alla questione educativa proponendo anche esperienze e buone pratiche. E’ iniziata ad esempio la raccolta dei dati sui percorsi di Iniziazione cristiana nelle Diocesi italiane e in altre Chiese europee, e si lavora alla costituzione di un centro per il censimento di esperienze sui temi della pace. Inoltre, in vista della Giornata Mondiale della Gioventù di Seul 2027, sono stati attivati processi per valorizzare il protagonismo giovanile attraverso i social media. Per la tutela di minori e adulti vulnerabili è stato costituito un gruppo di studio per elaborare strumenti volti a prevenire e affrontare abusi di potere e di coscienza nelle comunità ecclesiali.

La pace non è un'opzione

I vescovi non mancano di lanciare un nuovo, accorato appello per la pace in Medio Oriente, Ucraina e in tutte le aree colpite dai conflitti dimenticati, richiamando l’invito di Papa Leone a lavorare con pazienza e determinazione per una pace “disarmata e disarmante” e promuovendo percorsi non superficiali di riconciliazione, dialogo e opposizione alla logica della forza: “Per le Chiese in Italia – si legge nel comunicato finale - la pace non è un’opzione ma una responsabilità da assumere con coraggio”.

Livatino, patrono dei magistrati

I vescovi hanno espresso anche parere favorevole unanime per elevare il Beato Rosario Livatino, martire della giustizia e della fede, a Patrono dei magistrati italiani riconoscendo l’esemplarità e l’attualità del suo messaggio come testimone “che la legalità non è un insieme di norme, ma uno stile di vita, e quindi un possibile cammino di santità”. Dopo il placet dei vescovi la richiesta passa ora al Dicastero Vaticano per la conferma definitiva. Adempimenti giuridico-amministrativi, come l’approvazione del bilancio consuntivo della Cei per il 2025 e nomine chiudono il comunicato finale insieme ai prossimi appuntamenti comunitari che vedranno la Chiesa italiana impegnata nella preparazione della GMG di Seul e del XXVIII Congresso Eucaristico Nazionale di Orvieto, entrambi previsti per il 2027.

Vatican News

martedì 26 maggio 2026

IRC - COR AD COR LOQUITUR

 


Don Gastaldi: l’insegnamento dell’ora di religione è confronto

Intervista a don Alberto Gastaldi, responsabile del Servizio Nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica

-di Simone Baroncia

“Sant’Agostino scriveva: “L’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti [o Dio]. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te…” Lui parlava di una ricerca interiore alla quale da sempre sono legate, nell’essere umano, le grandi domande del vivere, il rapporto con Dio, con il creato e con gli altri, per cui la sete di infinito, insita in ciascuna persona, può diventare energia per promuovere pace, per rinnovare la società e per colmarne le contraddizioni”: con una citazione da ‘Le Confessioni’ di sant’Agostino papa Leone XIV aveva accolto, a fine aprile gli insegnanti di religione, che partecipavano al terzo meeting nazionale, svoltosi a fine aprile.

L’evento si era articolato in due momenti con un convegno aperto ai direttori diocesani ed ad una rappresentanza di insegnanti, con la partecipazione di circa 370 persone e l’udienza di papa Leone XIV a circa 6.000 insegnanti di religione cattolica, sul tema “Il cuore parla al cuore. L’Irc laboratorio di cultura e dialogo”, che ha ripreso la frase di san John Henry Newman (cor ad cor loquitur), proclamato patrono del mondo educativo.

Il meeting era stato aperto con un confronto tra dibattito tra il prof. Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, collegatosi via web, ed il presidente della CEI, card. Matteo Zuppi: “Il Santo Padre Leone XIV ha ricordato recentemente che possiamo conoscere molto del mondo, ma ignorare la nostra vita interiore, ed in un mondo in cui si afferma sempre di più la presenza dell’intelligenza artificiale e l’isolamento dovuto all’uso di dispositivi come il cellulare, curare la propria dimensione intima appare sempre più urgente. Così come urgente è alimentare quella pace disarmata e disarmante, invocata dal papa, che deve trovare proprio nella scuola il suo primo compimento naturale”.

Uno stimolo alla spiritualità e al rapporto empatico con l’altro che è stato rilanciato dallo stesso Ministro per trasformare la scuola in un “generatore d’incontro con l’altro. In questo senso assume una decisiva importanza il ruolo dei docenti di religione cattolica. Perché la scuola ha bisogno di sapersi confrontare con le ansie, le preoccupazioni, il desiderio di trascendenza che i ragazzi spesso manifestano”. “Anche per questo”, ha concluso il Ministro Valditara, “occorre dare nuova dignità a chi svolge una funzione fondamentale che deve trovare una sponda salda sia sul versante della famiglia che su quello della società”.

L’invito finale del presidente della CEI è stato quello di “saper raccogliere il ruolo importantissimo, come persone e come docenti, di essere un capitale di relazioni. Insegnando ai ragazzi di usare i mezzi tecnologici attuali, senza esserne usati”.

Ritenendo importante tale meeting per l’educazione di studenti e studentesse abbiamo chiesto a don Alberto Gastaldi, responsabile del Servizio Nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) e direttore dell’UNESU (Ufficio Nazionale per l’Educazione della Scuola e l’Università), di spiegarci il motivo per cui l’IRC è un laboratorio di cultura e di dialogo: 

“Come sottolineano i vescovi nella recente Nota sull’IRC, è un luogo di confronto, di convivenza e integrazione, in cui le differenze possono dialogare e crescere insieme, alimentando una cultura della pace e della fraternità. In questo senso, può essere definito un laboratorio: è uno spazio di libertà che ha il compito educativo di decostruire i pregiudizi e costruire ponti, dove si impara a riconoscere l’altro non come minaccia, ma come mistero da accogliere”.

In quale modo il cuore può parlare al cuore?

“Il cuore può parlare al cuore quando una persona riesce a comunicare in modo autentico e profondo con l’altro. Nel percorso educativo il riferimento al cuore emerge nel suo significato biblico come centro dell’esistenza umana, non solo quale sede delle emozioni come spesso viene oggi concepito. E’ il nucleo dell’interiorità da cui scaturiscono pensieri, decisioni e sentimenti per orientare la propria vita. E gli insegnanti di religione, ogni giorno, sono impegnati ad andare al cuore delle questioni e a parlare al cuore dei ragazzi”.

 Il Papa ha detto che educare richiede pazienza ed amore: a scuola ciò è possibile?

“E’ possibile, ed è doveroso, soprattutto in un tempo segnato da conflitti e linguaggi d’odio. Educare con pazienza e amore significa non imporre risposte preconfezionate, ma stare accanto agli studenti e sostenerli nella crescita. I giovani che si incontrano a scuola portano con sé domande di senso frammentate, ma profondissime. E gli insegnanti di religione sono chiamati a vivere la loro missione accompagnandoli con umiltà e competenza, ascoltando queste domande e aiutandoli nella ricerca di senso”.

Per quale motivo molti studenti scelgono l’ora di religione?

“Rispondo con le parole degli studenti, raccolte in un video realizzato in occasione del Meeting degli insegnanti di religione. Per i ragazzi non è solo una materia: ‘è l’unico momento in cui possiamo davvero riflettere su noi stessi’, durante il quale si può parlare ‘senza avere problemi di essere giudicati o discriminati per ciò che si dice’. Gli studenti apprezzano il fatto di poter affrontare tematiche diverse: il rispetto, la pace, la giustizia riparativa oltre che conoscere figure chiave della storia della Chiesa: da Gesù a don Lorenzo Milani”.

Di contro sono poco ‘attratti’ dalla celebrazione eucaristica: da cosa dipende? 

“L’insegnamento della religione cattolica è una materia scolastica che riguarda lo sviluppo della persona, aprendola alla dimensione religiosa e promuovendo la riflessione sul loro patrimonio di esperienze, contribuendo a rispondere al bisogno di significato degli studenti. La celebrazione eucaristica riguarda invece il percorso di fede di ogni persona che si alimenta attraverso l’ascolto del Vangelo, la partecipazione ai sacramenti e le opere di carità”.

Cosa è Ora Libera’, disponibile e gratuita, che fornisce una selezione di notizie riguardanti temi d’attualità?

“Ora Libera vuole essere un luogo informale ma serio, di scambio di esperienze e di contatti, rivolto principalmente agli insegnanti di religione, ma dedicato a docenti, educatori, responsabili di associazioni che vedono nell’informazione uno strumento per riflettere e mettere in dialogo le generazioni. Si tratta di una newsletter realizzata da Avvenire in collaborazione con il Servizio nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica e l’Ufficio per l’educazione, la scuola e l’università della Cei, che ogni due settimane propone un argomento, lo analizza e lo ‘avvicina’ ai ragazzi, proponendo anche storie che spesso passano inosservate ma che hanno tanto da dire.

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venerdì 9 gennaio 2026

IRC - LIBERTA' E INCONTRO

 


CEI: l'insegnamento della religione è spazio di libertà e incontro

 

La Conferenza episcopale italiana invia un messaggio alle famiglie in vista dell'anno scolastico 2026/2027: scegliendo di frequentare questa disciplina si ottiene una "bussola per orientarsi nel mare agitato della vita"

 

Vatican News

 Non un adempimento formale, ma «una significativa occasione educativa». Così viene inquadrata la scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica (Irc) in un messaggio rivolto alle famiglie dalla presidenza della Conferenza episcopale italiana in vista dell’anno scolastico 2026/2027. «Da molti anni — viene sottolineato — oltre l’80% degli studenti italiani decide di frequentare questa disciplina, segnando la sua costante presenza nel panorama scolastico come uno spazio di libertà, di dialogo, di responsabilità, in cui la scuola incontra e sostiene il percorso di crescita personale e culturale di ciascuno».

I legami e la cultura

Come ricordava papa Leone XIV ai giovani riuniti nella spianata di Tor Vergata nell’agosto scorso, «la nostra vita inizia grazie a un legame ed è attraverso legami che noi cresciamo. In questo processo, la cultura svolge un ruolo fondamentale». L’Irc, si legge nel messaggio della Cei, «rappresenta proprio questo: un laboratorio di cultura e di umanità dove si impara a decifrare il codice culturale che ha plasmato la nostra storia e a sviluppare uno sguardo critico e costruttivo, prendendo sul serio quel desiderio infinito di pienezza che grida nel cuore umano». L’Irc offre uno spazio per riscoprire l’integralità dell’essere umano, che — come indicato dal Papa — «non è un sistema di algoritmi: è creatura, relazione, mistero».

Un'educazione che include

Finalità dell’Irc, secondo la Cei, «è sviluppare quella intelligenza spirituale che permette di muoversi con rispetto e saggezza nel panorama contemporaneo, anche nell’incontro con le diverse tradizioni religiose, imparando a riconoscere i valori comuni e a dialogare costruttivamente con tutti». L’Irc offre «una bussola per orientarsi nel mare agitato della vita» e cogliendo questa opportunità si può «favorire un’educazione che include, che interroga, che apre al bene comune e alla libertà. Dove ogni volto, ogni storia e ogni ricerca trovano posto».

 

MESSAGGIO DELLA CEI     

con preghiera di diffusione: famiglie e studenti





 

 

lunedì 8 dicembre 2025

FORMARE COSCIENZE DI PACE


 A partire dalla Nota di Zuppi:


Il testo del cardinale Matteo Zuppi sulla Nota della CEI “Educare a una pacedisarmata e disarmante” nasce dentro un tempo di guerre diffuse e di violenza quotidiana. Non è un commento teorico, ma una consegna: il Signore ci dona la sua pace, e nello stesso tempo ce la affida. È un dono da custodire e una responsabilità da assumere.

Seguendo il suo intervento punto per punto, si vede emergere un vero percorso pedagogico: dalla radice evangelica della pace alla lettura severa del presente, fino al compito concreto di trasformare comunità, istituzioni e relazioni in “case di pace”.

1. La pace come dono e compito

Zuppi parte dal Vangelo: la pace non è semplicemente assenza di conflitti, ma il volto stesso di Dio consegnato agli uomini. Gesù chiama «beati gli operatori di pace» perché assomigliano al Padre; la pace, dunque, non è un accessorio spirituale, ma l’identità del cristiano.

Per questo – ricorda – i credenti non possono limitarsi a desiderare la pace: devono coltivare una vera “cultura di pace”. È una cura quotidiana, una preoccupazione costante per tutti, credenti e uomini di buona volontà, perché la pace non riguarda solo i fronti armati ma il modo in cui viviamo, parliamo, lavoriamo, costruiamo rapporti.

2. Le comunità come “case della pace e della non violenza”

Zuppi riprende l’idea – cara al magistero recente – che ogni comunità cristiana dovrebbe diventare una “casa della pace e della non violenza”.

Che cosa significa, in concreto?

• un luogo dove si impara a disinnescare l’ostilità con il dialogo;

• dove la giustizia non è parola astratta ma stile di vita;

• dove il perdono viene custodito come risorsa umana e spirituale, non come debolezza.

La parrocchia, l’associazione, il gruppo di volontariato, la famiglia credente: tutti possono essere piccoli laboratori in cui si sperimenta che un altro modo di stare insieme è possibile. Se le comunità non diventano scuole di pace, il Vangelo resta una predicazione disincarnata.

3. La Nota della CEI: continuità e novità

Per dare forma concreta a questo compito, la Commissione episcopale per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia e la pace – insieme a teologi e teologhe che da anni riflettono su questi temi – ha preparato la nuova Nota pastorale.

Zuppi ricorda che non si parte da zero: già nel 1998 la CEI aveva pubblicato Educare alla pace. Oggi, però, è necessario un passo ulteriore: parlare di una pace “disarmata e disarmante”.

• Disarmata, perché rifiuta la logica delle armi come soluzione ai conflitti.

• Disarmante, perché smonta le giustificazioni culturali, economiche, politiche che rendono la guerra “accettabile” o inevitabile.

La Nota è stata approvata dall’assemblea della CEI ad Assisi: non è quindi solo il pensiero di alcuni esperti, ma una parola assunta collegialmente dai vescovi italiani.

4. Cristo «nostra pace» e la dottrina sociale della Chiesa

Il cuore del documento – e del commento di Zuppi – è la centralità di Cristo. Non esiste un discorso cristiano sulla pace che prescinda dal suo modo di vivere e di morire.

Chiamare Gesù «nostra pace» significa:

• riconoscere che la riconciliazione parte dalla croce, dove l’odio viene vinto non con altra violenza ma con il dono di sé;

• capire che ogni annuncio cristiano deve portare dentro di sé un impegno concreto per la concordia, la giustizia, la vicinanza agli ultimi.

Zuppi mostra come la Nota si collochi nel solco della dottrina sociale della Chiesa: non è solo un testo spirituale, ma un’analisi lucida della realtà, delle sue ferite, delle sue strutture di ingiustizia. La pace, per la tradizione cristiana, è sempre legata alla giustizia; non c’è pace vera dove le disuguaglianze esplodono e i diritti di molti vengono sacrificati per gli interessi di pochi.

5. Le “inutili stragi” del nostro tempo

Da qui il cardinale passa a leggere la situazione attuale. Il mondo è segnato da «inutili stragi» – espressione che evoca le parole già usate contro le carneficine della prima guerra mondiale – e oggi riguarda soprattutto civili e bambini.

 

Zuppi denuncia tre grandi malattie:

1. La logica della deterrenza armata

L’idea che la sicurezza si fondi sull’accumulare armi sempre più sofisticate e distruttive. È una mentalità che sposta risorse enormi verso l’industria bellica e alimenta un clima di paura permanente.

2. La violenza diffusa

Non solo sui fronti di guerra, ma nelle città, nei linguaggi d’odio, nelle relazioni segnate da aggressività, nel bullismo, nella violenza domestica. Quando la violenza diventa “normale”, i giovani ne restano affascinati: non la percepiscono più come scandalo ma come modo di affermarsi.

3. L’economia che si abitua alla guerra

Il mercato degli armamenti influenza la politica, orienta scelte di bilancio, crea interessi che hanno bisogno del conflitto per continuare a prosperare.

Di fronte a tutto questo Zuppi non si rassegna: proprio per questo, dice, è urgente un rinnovato annuncio di pace, e la Nota intende essere un piccolo strumento per suscitare coscienze critiche, comunità vigili, cittadinanza responsabile.

6. La voce comune delle Chiese: la Dichiarazione congiunta

Il testo fa memoria anche di una Dichiarazione congiunta recente del Papa e del Patriarca ecumenico. Insieme chiedono il «dono divino della pace sul nostro mondo» e sottolineano che, in tante regioni, conflitti e violenze continuano a distruggere vite innocenti.

Non si tratta solo di parole: è una chiamata diretta a chi ha responsabilità politiche e civili perché faccia tutto il possibile per fermare le guerre e per avviare percorsi di riconciliazione. Zuppi insiste su questo punto: la pace non è un sentimento privato, ma una responsabilità pubblica.

L’unità delle Chiese – quando si esprime in una voce concorde contro il riarmo e la corsa alle armi nucleari – diventa un segno profetico, una provocazione rivolta ai governi e alle opinioni pubbliche.

7. La Parola di Dio come scuola di riconciliazione

La seconda parte della Nota – e del commento di Zuppi – indica il fondamento biblico e teologico della pace.

Dalla Scrittura e dal Magistero emerge una visione di riconciliazione e convivenza tra i popoli, continuamente minacciata dal peccato non solo come fragilità personale, ma anche come strutture di ingiustizia: economie che escludono, sistemi politici violenti, culture che legittimano l’odio.

Mettersi alla “scuola della pace” significa, allora:

• lasciarsi educare dalla Parola di Dio a gesti concreti di misericordia e perdono;

• imparare a vedere il mondo con lo sguardo delle vittime, non solo con quello dei vincitori;

• riconoscere che la conversione parte dal cuore ma domanda scelte sociali, economiche, politiche coerenti.

8. Diventare “case di pace”: i luoghi concreti

Zuppi individua alcuni ambiti privilegiati in cui questa educazione può prendere corpo:

• La preghiera

Non fuga dal mondo, ma grido ostinato che invoca la pace come dono di Dio e sostiene la speranza quando la storia sembra smentirla.

• La famiglia

Primo laboratorio di relazione, dove si impara ad ascoltare, a chiedere scusa, a gestire i conflitti senza distruggere l’altro. Una famiglia ferita può diventare comunque scuola di pace se sceglie la via del rispetto.

• La scuola

Luogo dove si imparano le parole, e quindi anche il linguaggio della non violenza. L’educazione civica, la memoria storica, l’incontro con culture diverse possono aiutare a spegnere alla radice l’odio e il razzismo.

• La società civile e la politica

Qui, dice Zuppi, la pace deve tradursi in visioni di sviluppo e di solidarietà: politiche che non alimentino la corsa agli armamenti, che contrastino la proliferazione nucleare, che investano in salute, educazione, lavoro dignitoso. Sono “i nomi nuovi” della pace.

Sono grandi cantieri aperti, nei quali occorre formare coscienze illuminate da un ideale alto, capace di resistere al cinismo e alla rassegnazione.

9. Il modello di Francesco d’Assisi

Per sostenere questo cammino, Zuppi affida la Chiesa italiana alla scuola di Francesco d’Assisi. Dopo otto secoli, la sua figura rimane sorprendentemente attuale: un uomo disarmato e disarmante, capace di parlare al sultano nel pieno delle crociate, di abbracciare il lebbroso, di riconciliare nemici.

Il cardinale richiama un passo della Vita Prima di Tommaso da Celano: Francesco, prima di annunciare il Vangelo, augurava sempre la pace dicendo «Il Signore vi dia la pace» e, con quella benedizione, molte persone che rifiutavano sia la pace sia la propria salvezza finivano per abbracciare la pace con tutto il cuore.

È l’immagine di un annuncio che non impone, ma convince; non schiaccia, ma guarisce. Diventare “figli della pace” significa lasciare che questa benedizione attraversi le nostre parole, i nostri gesti, le nostre scelte pubbliche.

10. Formare coscienze, non solo firmare documenti

Alla fine, l’articolo di Zuppi è un invito a non accontentarsi di dichiarazioni solenni. La pace si costruisce:

• formando coscienze capaci di resistere alla logica dell’odio;

• educando i giovani a non lasciarsi sedurre dalla violenza;

• costruendo reti di cooperazione tra comunità cristiane, altre religioni, società civile e istituzioni democratiche;

• scegliendo, anche come cittadini, politiche e stili di vita che non alimentino le “inutili stragi” del nostro tempo.

 

La Nota Educare a una pace disarmata e disarmante diventa così non solo un documento da studiare, ma una mappa di conversione: per le parrocchie, le famiglie, le scuole, le associazioni, i movimenti, i singoli credenti.

Zuppi ci ricorda che la pace non è un’utopia ingenua: è una via umile, fatta di gesti quotidiani che intrecciano pazienza e coraggio, ascolto e azione. Sta a noi decidere se restare spettatori preoccupati o diventare davvero, come lui dice, artigiani di concordia contro tutte le inutili stragi.

 www.avvenire.it 

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lunedì 13 gennaio 2025

IRC. TESTIMONI DI SPERANZA


 Pellegrini di speranza anche a scuola, il messaggio dei vescovi italiani

Un invito a studenti e genitori 

ad avvalersi dell'insegnamento della religione cattolica


E' un invito a studenti e genitori a partecipare all'insegnamento delle religione cattolica a scuola il messaggio che la presidenza della CEI invia in questi giorni di iscrizioni e scelte scolastiche.

Un "percorso formativo" nel quale "entrano importanti elementi etici e culturali, insieme alle domande di senso che accompagnano la crescita individuale e la vita del mondo. Il tutto, in un clima di rispetto e di libertà, di approfondimento e di dialogo costruttivo".

Il tema del Giubileo, la speranza cristiana, entra anche a scuola perché il Giubileo "è tra le altre cose sinonimo di riconciliazione, di pace, di dignità umana, di giustizia, di salvaguardia del creato, beni essenziali di cui sentiamo un urgente bisogno".

E ci sono le domande di fondo come "Quale speranza dà senso all’esistenza? Dove è possibile riconoscere e trovare ragioni di vita e di speranza?"  E sono "domande a cui la scuola non può essere estranea e alle quali dà spazio l’insegnamento della religione cattolica".

Gli insegnanti diventano "Testimoni di speranza" e "uniscono alla competenza professionale l’attenzione ai singoli alunni e alle loro domande più profonde".

Nei loro confronti i vescovi italiano sono grati perché "mentre offrono le ragioni della speranza che li muove, accompagnano coloro che stanno crescendo a scoprire la bellezza e il senso della vita, senza cedere alle tentazioni dell’individualismo e della rassegnazione, che soffocano il cuore e spengono i sogni". Quasi 7 milioni di studenti scelgono l’ora di religione, circa l'84%, ma con una differenza tra Nord (76%) e Sud (96%). 

 IL MESSAGGIO

 Cari studenti e cari genitori,

 è vicino il momento in cui dovranno essere effettuate le iscrizioni al primo anno dei diversi ordini e gradi di scuola, un appuntamento che comprende anche la scelta di avvalersi o meno dell’insegnamento della religione cattolica (Irc). Cogliamo l’occasione per invitarvi ad accogliere questa possibilità, grazie alla quale nel percorso formativo entrano importanti elementi etici e culturali, insieme alle domande di senso che accompagnano la crescita individuale e la vita del mondo. Il tutto, in un clima di rispetto e di libertà, di approfondimento e di dialogo costruttivo.

Mentre vi scriviamo, muove i primi passi il Giubileo del 2025, che Papa Francesco ha voluto dedicare al tema “Pellegrini di speranza”. Si tratta di un evento dai forti significati non solo religiosi, ma anche culturali e sociali, a conferma di come il messaggio cristiano parli all’uomo di oggi non meno di quanto abbia inciso in passato nella storia e nella cultura nazionale e mondiale. Il Giubileo, infatti, è tra le altre cose sinonimo di riconciliazione, di pace, di dignità umana, di giustizia, di salvaguardia del creato, beni essenziali di cui sentiamo un urgente bisogno.

Il tema della speranza provoca in modo speciale il mondo dell’educazione e della scuola, luoghi in cui prendono forma le coscienze e gli orientamenti di vita e si pongono le basi delle future responsabilità. Quale speranza dà senso all’esistenza? Dove è possibile riconoscere e trovare ragioni di vita e di speranza? E ancora, prendendo a prestito le parole di Papa Francesco, come sostenere la necessità di «un’alleanza sociale per la speranza, che sia inclusiva e non ideologica, e lavori per un avvenire segnato dal sorriso di tanti bambini e bambine» (Spes non confundit, 9)? Sono domande a cui la scuola non può essere estranea e alle quali dà spazio l’insegnamento della religione cattolica.

Testimoni di speranza sono infatti i docenti di religione, che uniscono alla competenza professionale l’attenzione ai singoli alunni e alle loro domande più profonde. Siamo molto grati a tutti gli insegnanti che, mentre offrono le ragioni della speranza che li muove, accompagnano coloro che stanno crescendo a scoprire la bellezza e il senso della vita, senza cedere alle tentazioni dell’individualismo e della rassegnazione, che soffocano il cuore e spengono i sogni.

Il cammino dei prossimi mesi – anche grazie all’Irc – ci aiuti a ritrovare la fiducia e il coraggio di aprire le famiglie, le scuole e tutte le comunità a nuovi orizzonti di collaborazione e di speranza.

 13 Gennaio 2025

 

 

venerdì 18 ottobre 2024

POPOLI IN CAMMINO

 

33° Rapporto Immigrazione 

Caritas-Migrantes


Sono oltre 5 milioni e 300 mila i cittadini stranieri residenti in Italia (+3,2% rispetto allo scorso anno), oltre 200 mila di loro hanno conseguito la cittadinanza lo scorso anno e in media rappresentano il 9% della popolazione residente in Italia. Questi alcuni dei macro-dati che emergono dalla XXXIII edizione del Rapporto Immigrazione realizzato da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes presentata il 16 ottobre a Roma, e che analizza e rielabora i dati disponibili sul fenomeno migratorio. Un’edizione che è stata integrata da 4 ricerche inedite, frutto delle reti territoriali dei due organismi pastorali della Conferenza episcopale italiana su lavoro, scuola e appartenenza religiosa.

Cittadinanza: aumentano tra i nuovi italiani i neomaggiorenni nati in Italia
Tra coloro che hanno conseguito la cittadinanza lo scorso anno, un dato in linea con gli anni precedenti, prevale la modalità di acquisizione “altro” (46,1%) rispetto alla residenza continuativa (45,1%) e al matrimonio con un/a cittadino/a italiano/a (8,8%). Si tratta prevalentemente dei neomaggiorenni nati in Italia.

Lavoro: cresce occupazione, accanto però ad abbandono scolastico e “working poor”
Lo scorso anno il tasso di occupazione dei lavoratori non-Ue si è avvicinato maggiormente (60,7%) a quello della totalità dei lavoratori (61,5%). Tra il 2019 e il 2023, la domanda di lavoratori immigrati è aumentata significativamente e la quota di lavoratori stranieri sulle assunzioni totali è salita dal 13,6% del 2019 al 19,2% del 2023. I servizi sono l’ambito che ne assorbe di più, e in cui l’aumento delle assunzioni è stato nell’ordine del 58,9%, in particolare, nel settore della cura alle persone e del lavoro domestico (10,6% delle attivazioni). In generale, però, le attivazioni che hanno riguardato i cittadini stranieri sono state come “personale non qualificato”, inoltre, le donne presentano tassi occupazionali inferiori a quello delle italiane e degli stessi lavoratori stranieri e un tasso di disoccupazione più elevato.
Il tasso di occupazione più alto è tra i giovani non comunitari (42%), seguito dai comunitari (38,6%) e dagli italiani (34%). Ma non si tratta necessariamente di un dato incoraggiante: si ricollega, almeno in parte, all’alto tasso di abbandono scolastico (quasi un terzo di loro, lascia prematuramente la scuola, tre volte di più rispetto ai giovani italiani).
A proposito della fragilità di chi un lavoro lo possiede, i dati raccolti attraverso i Centri d’ascolto e i servizi Caritas, ci dicono che quasi uno straniero su quattro che chiede assistenza è un lavoratore povero (working poor, 28,1%) e che in presenza di difficoltà ad accedere alle misure governative di contrasto alla povertà il supporto familistico e informale è ancora la strategia di resilienza alle situazioni di difficoltà economica più resistente e probabilmente ritenuto più affidabile dai migranti in Italia. Secondo i dati dei Centri d’ascolto e dei servizi Caritas è risultato percettore di RdC (Reddito di Cittadinanza, poi sostituito dall’AdI – Assegno di Inclusione) il 27,2% delle famiglie italiane, a fronte del solo 7,2% di quelle immigrate, soprattutto per l’imposizione del requisito normativo dei 10 anni di residenza.

Scuola e cultura hip-hop: contraddittori spazi di integrazione
Il totale degli alunni con cittadinanza non italiana nell’anno scolastico 2023/2023 è di quasi 915 mila, e la percentuale dei nati in Italia cresce sempre più fino ad arrivare al 65,4%. Tra le principali difficoltà si segnalano la ridotta frequenza della scuola dell’infanzia; il ritardo scolastico; la difficoltà nel completamento e proseguimento degli studi; l’abbandono scolastico, in particolare dopo la scuola secondaria di primo grado.
Il fenomeno migratorio è mal rappresentato nei libri di testo scolastici. Secondo una delle ricerche inedite del Rapporto, nei libri di scuola mancano riferimenti al ruolo che delle ong o delle associazioni laiche o religiose nei processi di integrazione dei migranti sul territorio; e alle difficoltà, degli ostacoli burocratici, normativi che i migranti devono affrontare per soggiornare regolarmente in Italia, acquisire diritti e obblighi formali.
L’impatto dei doposcuola diocesani nel supporto alla didattica dei minori stranieri, già strutturato in particolare nel periodo della pandemia, è stato pressoché mantenuto e nel 36% dei casi anche ampliato sia nella tipologia dei destinatari (giovani con un’età media più elevata e maggiore partecipazione delle ragazze), sia per il tipo di supporto offerto.
La relazione del mondo hip-hop con il tema della cittadinanza e dei “nuovi italiani” è un indicatore. Musica e stili di vita legati a questa cultura molto diffusa tra i giovani sembrano cogliere meglio di altri settori l’evoluzione della società, con una reciproca contaminazione sul piano multiculturale e multilinguistico che, pur fra molte contraddizioni, si rivela uno strumento educativo.

Appartenenza religiosa: il ruolo dei cattolici immigrati in Italia
All’inizio del 2024 i cristiani tornano ad incidere sul totale della popolazione straniera iscritta nelle anagrafi dei comuni italiani per il 53,0% sul totale, mantenendo il proprio ruolo di maggioranza assoluta; quello di maggioranza relativa passa per molto poco ai musulmani, col 29,8% d’incidenza (1 milione 582 mila). Nella pratica religiosa comunitaria il ruolo dei cattolici immigrati – consacrati e laici, provenienti da Paesi extra-europei e in massima parte più giovani rispetto agli autoctoni – appare fondamentale, sebbene ancora oggi non pienamente espresso, anche a causa del perdurare di alcuni stereotipi sull’immigrazione.

“Spesso assistiamo al perdurare di un approccio orientato soltanto all’emergenza – scrive in apertura del volume il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI – che trascura promozione e integrazione: dimentichiamo che l’immigrazione, se ben gestita, può essere una risorsa per la società”. Per il Card. Zuppi, “l’eccessiva politicizzazione del fenomeno migratorio, fondata sulla ricerca del consenso e sulle paure, impedisce la creazione di un sistema di accoglienza autentico e non opportunistico. Ed è invece di questo che abbiamo bisogno, per la sicurezza reciproca, di chi parte e di chi accoglie”.

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Sintesi RICM 2024

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CEI

 

mercoledì 9 ottobre 2024

RIPENSARE L'ORA DI RELIGIONE


 Vale la pena di prendere sul serio le riflessioni del vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, presidente della Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della CEI, riportate in un articolo che compare sul n. 7/8 di Rivista del Clero Italiano, storica testata di Vita e Pensiero.

 Il titolo è già un programma: Insegnamento, religioni, spazio laico. Verso un nuovo statuto dell’ora di religione nella scuola pubblica.

 

di: Brunetto Salvarani

 Tra i motivi che, a suo parere, spingono a pensare a un nuovo statuto dell’ora di religione c’è la consapevolezza di vivere un pluralismo religioso del tutto inedito, nel quadro di quello che papa Francesco insiste a definire un cambiamento d’epoca: «uno statuto che contribuisca alla creazione di una civitas ecumenica, capace di riconoscere e apprezzare le differenze. In questa luce la Chiesa cattolica potrà fare un passo indietro, rinunciando a uno spazio che le spetta di diritto in nome del Concordato, per aiutare la società a fare un passo avanti».

 Oggi – sostiene il vescovo – è necessario un insegnamento che riconosca e includa le altre confessioni e religioni, senza trascurare quanti, in ricerca, non sono legati ad alcuna religione: «In questa prospettiva si può immaginare l’insegnamento della religione in chiave interreligiosa. Anzi, di più: se la cultura religiosa è chiamata a essere parte delle conoscenze e delle competenze dello studente in formazione, possiamo ipotizzare un insegnamento della religione per tutti, superando l’equivoco della facoltatività».

 Si aprono, ora, diversi interrogativi, ma l’autorevolezza della firma e le ragioni della proposta non possono essere facilmente accantonati. «Come essere Chiesa in uscita nello spazio pubblico?», si domanda – e ci domanda – don Derio. Si aprirà un dibattito al riguardo? Me l’auguro vivamente. Qui scelgo di toccare appena alcuni punti, per contribuire a rilanciare la questione. Chiaramente delicata, ma insieme strategica.

 Le ragioni di una reticenza

È impressionante la reticenza con cui, in ciò che resta del mondo cattolico, si riflette sulla situazione dell’ora di religione cattolica (tecnicamente, IRC) nelle scuole italiane. Meglio, potremmo dire non si riflette, per più di un motivo: paura di perdere un privilegio acquisito da tempo, scarsa volontà di aprire un possibile contenzioso con lo Stato, sottovalutazione del calo progressivo di quanti aderiscono all’IRC, e si potrebbe continuare.

 Una questione che, peraltro, s’intreccia con altre delle quali, pure, ben poco (e male) si ragiona: dal dramma cronico dell’analfabetismo religioso all’amara constatazione di quanto pesi sulla fragile identità cattolica dei nostri connazionali l’assenza della conoscenza della Bibbia nei circuiti culturali, e non solo in quelli. Fino al relativo interesse con cui pensiamo al ruolo della scuola, conclusasi la stagione gloriosa dell’associazionismo cattolico di impegno pedagogico e didattico, di cui fa fede la morìa delle riviste specializzate e dell’editoria storica non meno che delle figure di riferimento. Quella scuola che, del resto, permane l’unico ambito sociale in cui sono destinati a transitare prima o poi tutti gli italiani, in veste di discenti, docenti o genitori…

 Post-secolarizzazione

Per cogliere la necessità di uno sguardo nuovo sulla religione a scuola, basterebbe partire da un dato oggettivo. La revisione del Concordato fra Santa Sede e Repubblica italiana del 1984, quella che ha rifiutato l’ipotesi sul tappeto, detta «doppio binario» (un insegnamento curriculare per tutti e uno facoltativo gestito dalle singole confessioni religiose) e che ha sancito l’attuale situazione dell’IRC, fu pensata e firmata in un contesto storico e culturale abissalmente distante da quello odierno, in cui – per dire – erano ancora in piedi il Muro di Berlino e le Twin Towers a New York, la secolarizzazione sembrava aver trionfato sul bisogno di sacro e con essa la sensazione che più modernità equivalesse a meno religione.

 Ora, al crollo simbolico e reale di quei muri si accompagna ciò che chiamiamo post-secolarizzazione, e la convinzione diffusa che con le religioni (al plurale) non si possa non fare i conti sul piano sociale e culturale, in un quadro di religiosità fluide, porose, post-moderne. A partire proprio da quel plurale – le religioni –che rappresenta lo scenario con cui è necessario confrontarsi per quanti intendano cogliere gli attuali segni dei tempi.

 Materia incandescente e spinosissima, ovvio, soprattutto in stagioni, quali la nostra, ricca di identitarismi e di sordità reciproche fra nuovi clericalismi e laicismi impenitenti, molto più che di dialogo e di ospitalità. Proprio per questo, peraltro, l’ambito scolastico sarebbe chiamato a un supplemento di responsabilità, pena il divenire lo spazio principe per strumentalizzazioni e banalizzazioni varie.

 Pensiamo, ad esempio, ad annose querelle che si ripresentano stancamente, e puntualmente, ogni anno, come presepe sì – presepe no e velo sì – velo no…

 L’ignoranza della Bibbia

L’inatteso pluralismo delle confessioni di fede che ci sta attraversando e ha ormai messo radici è infatti destinato a porre a dura prova la tradizionale ignoranza italiana in campo religioso, invitando l’universo della scuola e della formazione permanente a un impegno più serio e approfondito al riguardo.

 Sarà impossibile, in ogni caso, continuare a considerare il fatto religioso come un elemento puramente individualistico o folkloristico, privo d’influssi culturali, economici e sociali.

 Come ogni novità, un panorama simile potrà provocare paure e indurre a chiusure intellettuali, e lo sta facendo, ma altresì stimolare a un autentico salto di qualità, se sarà vissuta con la necessaria laicità (dato che una laicità aperta è il presupposto di ogni sano pluralismo).

 Ecco, dunque, in Italia e in Europa, in negativo, i preoccupanti indizi di un risorgente antisemitismo, di un’islamofobia e di un antiziganismo montanti, di un’intolleranza crescente nei confronti dell’immigrazione dalle nazioni più povere, di un razzismo più o meno strisciante, e così via. Ma anche segni di speranza e buone pratiche…

 Quasi vent’anni fa, nell’ottobre 2007, il Ministero dell’Istruzione metteva a punto un documento dal titolo emblematico – La via italiana alla scuola interculturale – in cui si poteva leggere: «A titolo esemplificativo, in attesa di ulteriori approfondimenti collegati alle nuove indicazioni e alla revisione dei curricoli della scuola, si segnala la necessità di superare le proposte marcatamente identitarie e eurocentriche nel campo dell’insegnamento della storia, concettualizzando il nesso storia-cittadinanza; di considerare la geografia un’occasione quanto mai privilegiata per la formazione di una coscienza mondialistica; o l’opportunità di allargare lo sguardo degli alunni stessi in chiave multireligiosa, consapevoli del pluralismo religioso che caratterizza le nostre società e le nostre istituzioni educative e della rilevanza della dimensione religiosa in ambito interculturale» (corsivo mio).

 Si trattava, direi, di un buon punto di partenza… rimasto, di fatto, lettera morta. Di fronte a tale scenario, in costante trasformazione, il sistema ipotizzato all’epoca dal Concordato Craxi-Casaroli appare oggi giocoforza inadeguato, complice de facto non solo dell’odierno stato di analfabetismo religioso ma anche dell’ignoranza quasi assoluta della Bibbia, Grande codice dell’immaginario occidentale.

 Cose sotto gli occhi di tutti, volendo essere intellettualmente onesti: peraltro, visto che mi capita spesso di avere a che fare con docenti di IRC in genere preparati, dotati di buona professionalità e disponibili al confronto con il cambiamento, ma anche consapevoli del disagio che essi stessi vivono quotidianamente, credo si tratti di una questione di sistema, non di persone né di programmi. Inevitabilmente, la loro è una materia dimezzata… ben al di là delle statistiche sugli avvalentisi.

 Inoltre, il prima possibile, sarebbe importante sanare quell’increscioso vuoto culturale o insulto pedagogico, come è stato definito, creato dalla pressoché totale assenza di una qualche materia alternativa, che, per esclusiva competenza statale, dovrebbe comunque essere assicurata, nel curricolo degli alunni che non si avvalgono dell’offerta confessionale.

 Il Fattore R

Compete al sistema scolastico il ruolo di alfabetizzare la totalità degli alunni sulle grandi aree dell’esperienza umana, compresa l’area dell’universale esperienza simbolico-religiosa, alla cui lettura critica si dedicano, con serietà di metodi e plausibilità di risultati, non poche scienze storiche, filologiche, ermeneutiche, teologiche, e così via.

 Mi pare evidente, in tale prospettiva, che l’aspetto della confessionalità dell’insegnamento religioso in Italia risulti anacronistico, a cominciare dalla stessa sua dizione, Insegnamento della religione cattolica, come se quella cattolica fosse una religione e non una confessione cristiana accanto alle altre. Così come il meccanismo attuale di scelta dei docenti, che registra il protagonismo dei vescovi ma sovente mette a disagio chi è coinvolto (per più di un motivo, essendo una gabbia insieme dorata e precaria).

 Sarebbe un segnale importante se la Conferenza episcopale, sulla linea dell’analisi del vescovo Olivero, accettasse di avviare una ridiscussione con le autorità competenti, in un dibattito franco e aperto: ne guadagnerebbero i docenti di IRC, condannati a percepirsi e a essere percepiti necessariamente di serie B rispetto agli altri a dispetto dell’avvenuta messa in ruolo di diversi fra loro, ma anche gli studenti tutti (certo, si potrebbe rispondere, ma l’attuale Parlamento avrebbe interesse ad affrontare una questione così spinosa? non c’è che da verificarlo…). Per non parlare – e si dovrebbe farlo – del regime di facoltatività dell’insegnamento religioso, che fa acqua da ogni parte e non fa giustizia del legittimo diritto degli studenti italiani di ricevere dalla scuola, tutti nessuno escluso, una seria competenza sul Fattore R (come Religione), elemento decisivo per capire le dinamiche storiche del mondo ma anche la condizione geopolitica odierna. Come è apparso evidente negli ultimi anni, cercando di cogliere le ragioni profonde dei conflitti fra Russia e Ucraina e di quello israelopalestinese, ad esempio.

 Il Libro sacro degli altri bambini

«La Chiesa desidera entrare nella scuola» – scrive don Derio – «per contribuire non tanto a educare dei credenti, ma dei cittadini. Cittadini capaci di abitare questo tempo, plurale e post-secolare. Capaci di capire questo tempo e di impegnarsi a costruire una società in dialogo nelle differenze, in pace».

 In tale prospettiva, credo occorra muoversi nell’ottica di un sistema multireligioso in cui sia lo Stato, attraverso i suoi docenti, a educare alla cultura religiosa delle diverse fedi, ovviamente tenendo anche conto dell’incidenza preponderante della cultura cristiano cattolica nel nostro Paese, sul piano storico, sociale e antropologico. Un insegnamento di tutte le religioni, aconfessionale e destinato a tutte/i, senza alcuna facoltatività.

 Realisticamente, esso potrebbe essere tenuto dagli attuali docenti di IRC, in attesa che si formino e crescano anche insegnanti provenienti dalle università, sottoposti allo stesso regime degli altri docenti, con regolari concorsi (da qualche anno, fra l’altro, c’è stato il ritorno degli insegnamenti di teologia nel sistema universitario italiano, a centocinquant’anni dalla soppressione nelle università italiane di quelle facoltà di teologia che ci sono da sempre in Germania, Svizzera, Belgio, Inghilterra, e perfino in Francia). Sarebbe la fine di un’anomalia tutta italica, figlia di una stagione superata e, ritengo, non più destinata a riproporsi.

 Da parte mia (sono per formazione docente di lettere nei licei), penso sia opportuno che, per evitare di essere inserita in un quadro di multiculturalismo separatista – con relativo rischio di balcanizzazione delle diverse ore delle singole religioni –, un’ipotesi del genere debba trovare la sua collocazione all’interno di una prospettiva pedagogica interculturale e dialogica (pena il rischio di trovarsi di fronte, in un prossimo futuro, all’ora di islam, quella di buddhismo, e così via). Perché solo una scuola che favorisca e promuova il dialogo interreligioso e interculturale sarà in grado di contribuire a rafforzare il fondamento della civiltà e della convivenza sociale.

 Con ragione Amos Luzzatto, il grande intellettuale ebreo scomparso alcuni anni fa, sosteneva che ogni bambino ha il diritto di leggere il Libro sacro degli altri bambini, «poiché fino a quando i cattolici leggeranno solo il vangelo, gli ebrei solo la Torà e i musulmani solo il Corano sarà impossibile realizzare una vera integrazione a scuola e nella società».

 Possiamo parlarne, finalmente?

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