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sabato 29 marzo 2025

LA SOCIETA' IMPIGRITA

 

Cattolici, un “lavoro dello spirito” per scuotere la società impigrita


Oltre l’impressione di incertezza e irrilevanza, 

affiora l’occasione di animare relazioni e progetti condivisi 

riorientando la “zona grigia” di una collettività 

che si accontenta del presente

 

-         di GIUSEPPE DE RITA

-          Anche sapendo che non si può più essere presenza maggioritaria, siamo tutti desiderosi, noi cattolici, di uscire dall’attuale sensazione di incertezza ed irrilevanza. Qualcuno coltiva l’illusione di un ritorno al passato, mentre qualcun altro immagina una fuga in avanti fatta di un minoritario ricompattamento dei “pochi ma buoni”. Due tentazioni di per sé comprensibili, ma che, intrecciandosi e rafforzandosi a vicenda, rischiano di far perdere una grande occasione di incisiva presenza del pensiero cattolico, un’opportunità che sarebbe davvero un peccato perdere. P er spiegare tale opportunità occorre fare un passo indietro nel cammino della Chiesa degli ultimi sessanta anni, da quando essa ha voluto essere chiesa di popolo, capace cioè di mobilitare le diverse energie collettive esistenti nel Paese. La scelta cioè di coniugare la realtà di fede, con lo spirito dello sviluppo sociale, cominciando con la Montée Humaine di Padre Lebret a fine anni ‘50; proseguendo con la Populorum Progressio di Paolo VI del ’65; e ancora con la Promozione Umana del Primo Convegno ecclesiale del ’76. Si può dire che, in fondo, la cultura del mondo cattolico ha condiviso, lungo alcuni decenni, la crescita e la voglia di crescere della società, quasi in silenzioso rispecchiamento tra crescita umana e sviluppo del Paese. Se ci pensiamo, Montée Humaine, Populorum Progressio e Promozione Umana esprimono, in lingue diverse, lo stesso concetto e la stessa speranza, e cioè che lo sviluppo della persona, di ciascuna persona e attraverso questo, lo sviluppo dei popo-li, è prezioso agli occhi di Dio, di più: è il progetto stesso di Dio. M a quella combinata tensione a crescere si è nel tempo affievolita e si è dovuto prendere atto che, sia nella realtà ecclesiale che in quella sociale, si è venuta di fatto formando una ambigua “zona grigia”, alimentata dalle propensioni al vivere di presente; tendente all’individualismo, al soggettivismo; una zona grigia segnata dalla tendenza al tralasciare, al disimpegno (non vado a votare e non vado a Messa); una zona grigia che ha causato, una generalizzata, perdita di senso, una forte difficoltà nelle relazioni, una gran fatica a trovare un progetto di vita comune. Il lavoro dello spirito, la politica come professione/vocazione, esaltato da Massimo Cacciari, oggi ci porta a riconoscere che molti dei problemi del nostro Paese, hanno origine proprio in un deficit di vocazione, una carenza di fini. La tanta politica con poca professione/vocazione è anche lo specchio di una società sempre più incapace di guardare oltre. T utto ciò ha conseguenze in tutti gli ambiti, da quello demografico a quello produttivo e addirittura sul piano dei consumi: i continui aggiornamenti tecnici di alcuni prodotti, sono sempre più palesemente in-utili e il bluff della novità è sempre meno accattivante. C’è un deficit di iniziativa privata nel mondo produttivo, anche gli investimenti pubblici faticano ad essere assorbiti dal sistema, perché manca la necessaria “fame di investimento”. Questo pericoloso impigrimento della società, come della vita ecclesiale, impone la ricerca degli strumenti più efficaci, per rilanciare il protagonismo dei vari soggetti sociali. È noto che la storia italiana degli ultimi decenni ha visto un peso enorme dei soggetti intermedi (da quelli materiali a quelli locali, alle stesse istituzioni ecclesiali). C’è in questo campo una naturale ondata di crisi, ma non sta a noi fare una analisi critica, è indubbio che il mondo cattolico può e deve essere in prima fila, come grande corpo intermedio, per lavorare sulla zona grigia, sviluppando quel poco o quel tanto di “lavoro dello spirito”. P erché le due zone grigie, quella civile e quella religiosa, sono pressoché sovrapponibili, sono due facce della stessa medaglia, solo che quella religiosa conserva l’attitudine alla vocazione, possiede ancora un codice dell’anima condiviso e non vuole rinunciare alla trascendenza, non è un caso, infatti che più della metà degli italiani si rivolge a Dio, crede in una vita dopo la morte e in qualche forma di “giudizio finale”. La grande opportunità allora che si apre in questo scenario sta proprio nel fatto che la chiesa in uscita può portare con sé, nella zona grigia, in modo più o meno latente, i suoi attrezzi spirituali, il suo bagaglio di capacità di orientamento, la sua tensione verso un altrove, la sua spinta a dare senso ad una vita, “che non si esaurisce tutta qua”. I l contributo visto come cattolici sarà quello di richiamare gli italiani all’uso di quegli strumenti, riattivare quei semi, anche piccoli, che la “chiesa in uscita” porta con sé e che oggi, magari senza saperlo, getta nella società. Colmando, là dove ci si trova e per quanto possibile, quel deficit di vocazione che oggi affligge la nostra società, facendo leva su quell’attitudine alla trascendenza che noi tutti abbiamo interiorizzato e che fa parte del nostro patrimonio nazionale, almeno ancora per qualche generazione, visto che l'analfabetismo religioso si diffonde fra i giovani e tra uno o due generazioni, l'erosione potrebbe essere irreversibile. Avviare allora un lavoro dello spirito, una ricerca di vocazione a tutti i livelli, contrasterebbe il soggettivismo spento, orienterebbe le comunità sociali, grandi e piccole, verso il recupero di valori civili e sociali, valori magari con risonanze religiose, ma senza richiami ad appartenenze, sarebbe un bel modo per incoraggiare il Paese ad andare oltre. L a prospettiva allora non dev’essere quella di “andare in missione” nella zona grigia, ma di sperare (e qui sta il senso della “Responsabilità della Speranza”) che la zona grigia sia già in missione per conto dello Spirito. Non c’è niente da insegnare, perché la vocazione non si insegna, ha al suo interno la forza propulsiva per realizzarsi; questo non vuol dire che non servano le condizioni necessarie perché la vocazione, prima si manifesti e poi possa realizzarsi. Come cristiani nella società dovremmo sentire questo come nostro compito, che è anche il compito di una politica come professione. Certo, anche dal punto di vista della Chiesa, serve un lavoro di rafforzamento dell’armamentario spirituale e di orientamento, non ovviamente dello spirito, che è sommamente libero e soffia dove vuole, bensì di quali opportunità la società offra al lavoro dello spirito. Un’azione quasi a distanza, come di chi, da una posizione privilegiata, sappia indicare i sentieri su cui può essere vantaggioso muoversi.

N on si tratta di affrontare un deserto, né tantomeno un territorio ostile, anzi forse c’è in giro meno indifferenza di quel che si immagina; si tratta di tornare ad occuparsi della zona intermedia della società, evitando i margini esterni degli opposti oltranzismi: quello dei saldi “pochi ma buoni”, come quello delle pretese sempre nuove. Tornare a quella che Romano Guardini chiamava “l’officina dell’esistenza”, la nostra zona grigia occupa già la zona intermedia della società e forse è un bene anche per lo zoccolo duro dei praticanti, sempre citando Guardini: «Una vita priva di questa zona intermedia diventa irreale, poiché qui è il luogo dell'attuazione reale». Riprendiamo la sfida dell’attuazione reale, nella linea del Montée, Progressio e Promozione, che scommette sull’uomo reale, nel suo impasto di mediocrità e di vocazione al divino. E a compiere questo lavoro dello spirito, devono sentirsi chiamati principalmente i laici, che sono quelli più impastati alla società. Servono laici, uomini e donne di buona volontà, capaci di riconvertire le esperienze cristiane in esperienze umane e viceversa, di fare un lavoro dello spirito nella società, di aiutare nella ricerca di un fine le tante esperienze civili che, senza vocazione, rischiano di sciupare energie. Occorre, tutti insieme, trovare ambiti e strumenti per fare questo tipo di lavoro, ritrovando anche un linguaggio per parlare al mondo contemporaneo incarnandosi in esso, forse riscoprendo il linguaggio “in parabole”, essere capaci di immaginare e di narrare storie, magari favole, per raccontare le cose di lassù, partendo dalle realtà di quaggiù.

Le opposte tentazioni del ritorno al passato e della chiusura nei “pochi ma buoni” si legittimano a vicenda, lasciando in ombra una grande occasione di presenza incisiva per il pensiero credente. Che non va persa.

 www.avvenire.it

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mercoledì 15 gennaio 2025

ARRIVA LA GENERAZIONE BETA


 Immersa nell'AI, 

avrà sete di spirito

Secondo il Pew Research Center le coorti generazionali «possono fornire un modo per capire come le diverse esperienze formative (come gli eventi mondiali e i cambiamenti tecnologici, economici e sociali) interagiscono con il ciclo di vita per plasmare la visione del mondo delle persone».

Dal dopoguerra a oggi diverse generazioni si sono succedute: dai boomers (1946-1964) alla generazione X (1965-1979); dai Millennials (1980-1994), i primi “nativi digitali” alla generazione Z (1995-2009) segnata dall’esperienza del Covid-19 e dalla pervasività del digitale fino alla generazione Alfa (2010-2024 detta anche iPad generation o generazione degli screenagers. E con il nuovo anno si affaccia la generazione Beta (2025-2039). Benché non ci siano ancora, ovviamente, comportamenti osservabili, si può già dire che la gen B vivrà in un'epoca in cui l'IA (intelligenza artificiale) e l'automazione saranno pienamente integrate nella vita di tutti i giorni, dall'istruzione ai luoghi di lavoro, dalla sanità all'intrattenimento. Con mutazioni antropologiche che a stento riusciamo a immaginare. 

È vero che il focus sulle generazioni aiuta a comprendere meglio i cambiamenti d’epoca; è altrettanto vero che, in sintonia con l’accelerazione costante del cambiamento, il numero di anni che definisce una coorte generazionale si è notevolmente ridotto (dai 18 anni dei boomers ai 14 della gen Alfa), ma soprattutto gli elementi che caratterizzano l’esperienza comune delle ultime generazioni sono sempre più quasi esclusivamente tecnologici. A parte il Covid, che ha messo il mondo in pausa per oltre un anno, contano sempre meno i grandi avvenimenti che inaugurano fasi storiche nuove (la gen Z ha poca o nessuna memoria di quell’11 settembre che ha aperto l’era dello “scontro di civiltà”, per esempio) e sempre più le tappe dello sviluppo tecnologico. 

Il filosofo Bernard Stiegler scriveva che non è la dimensione cronologica che fa le generazioni, ma la trasmissione dei saperi: un saper fare, un saper vivere, un saper pensare. Oggi forse dovrebbe rivedere questa sua interpretazione, dal momento che la trasmissione di saperi non avviene più da una generazione all’altra, ma attraverso quelle estensioni di noi stessi, come chiamava McLuhan, che sono le tecnologie. Questi organi estroflessi che ci consentono di trattenere la memoria e di anticipare il futuro diventano pervasivamente sempre più presenti nella nostra quotidianità. 

Tornano alla memoria la distinzione in ere che McLuhan aveva proposto negli anni ’60 – l’era orale della parola parlata, l’era scritta della stampa, l’era elettrica della televisione – alle quali oggi aggiungiamo l’era digitale e social delle gen Z e Alfa e l’era dell’intelligenza artificiale della gen B. Un’intelligenza artificiale sempre meno strumentale, sempre più capace di assomigliare all’umano, superandolo in molte delle sue capacità e prestazioni. Nell’era dell’intelligenza artificiale generativa tocca all’umano dimostrare che esiste una differenza tra il generare attraverso il rapporto con l’alterità e il generare grazie ad algoritmi. La gen B rischia di essere la prima per la quale la distinzione tra umano e non umano, intelligenza umana e intelligenza artificiale, organismo e tecnologia non merita nemmeno di essere sollevata. 

Posto che i media non sono strumenti, bensì parte costitutiva dell’ambiente in cui noi viviamo e della nostra quotidianità, e posto che l’essere umano non può non adattarsi all’ambiente in cui vive, va ricordata una specificità dell’umano che è quella di adattarsi modificando, imprimendo una direzione, secondo l’accezione più autentica del termine “abitare” (che in molte lingue è sinonimo di “esistere”). 

G. H. Wells, visionario scrittore britannico (e autore, tra l’altro, di quella “Guerra dei mondi” che ispirò la celebre trasmissione radiofonica di Orson Welles) sosteneva che «Il futuro è una gara, una gara tra l'istruzione e la catastrofe». 

Per abitare questo ambiente in cui l’intelligenza artificiale generativa accompagna, permea e orienta la quasi totalità dei processi individuali e collettivi a livello planetario diventa ancora più fondamentale una educazione che non si limiti a potenziare le capacità di adattamento al nuovo ambiente e le competenze necessarie, ma che preservi il nucleo fecondo di specificità che caratterizza l’umano. Dove il pensiero non si riduce a calcolo, ma (secondo l’accezione originaria) comporta una dimensione spirituale. E lo spirito non è una dimensione a sé, incorporea e aleatoria, ma il soffio che permea la vita e la rende viva, che rende il pensiero libero e le relazioni capaci di sottrarsi alla logica dell’utile e del dominio. 

È significativo che Paul Valery, parlando della crisi dello spirito nell’Europa del dopoguerra, utilizzasse la parola esprit sia nel senso di spirito che nel senso di intelligenza. Quell’intelligenza capace di cogliere anche l’invisibile, quell’esprit de finesse di cui ha scritto Pascal, senza coltivare il quale la gen B sarà anche la prima che rischia di essere totalmente eterodiretta da quella mirabile opera dell’uomo che, senza essere considerata come tale, diventerà onnicomprensiva e totalizzante.

 Alzogliocchiversoilicelo

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sabato 22 aprile 2023

IL PENSIERO, LA TECNOLOGIA, LA POLITICA


 

- di Mauro Magatti

 

Per rendere l’ambiente digitale amico della libertà e della democrazia bisogna investire sull’intelligenza umana e mantenere viva la relazione tra intelletto e spirito.

L’eredità inaspettata del Covid è una accelerazione tecnologica che ci sospinge sulla soglia di una nuova fase destinata a cambiare in profondità le nostre vite personali e collettive.

Da un lato, l’arrivo di ChatGpt. Sbarcato sul mercato in anticipo di qualche anno rispetto alle aspettative, questo nuovo strumento di elaborazione avanzata del linguaggio naturale utilizza in modo potente e versatile algoritmi di apprendimento automatico (machine learning) in grado non solo di generare risposte simili a quelle umane all’interno di un discorso, ma anche di interpretare immagini e sviluppare autonomamente nuove forme di ragionamento.

Un salto di livello lungo la strada iniziata nella seconda metà del XX secolo, che attribuisce un ruolo sempre più centrale all’elaborazione algoritmica nei processi conoscitivi e decisionali alla base della nostra vita quotidiana.

Dall’altro lato, il metaverso annunciato da Zuckerberg.

Un cyberspazio immersivo a cui si accede utilizzando visori per la realtà virtuale o tecnologie per la realtà aumentata.

Anche se non ha ancora invaso il mercato, sappiamo già che nei prossimi anni il suo impatto è destinato a rivoluzionare il nostro rapporto con la realtà e la produzione e la fruizione dell’immaginario.

Anche in questo caso, un salto di livello nel percorso intrapreso con il cinema e la televisione.

E mentre i promotori parlano di una nuova condizione in cui potremo finalmente liberarci dal vincolo del rapporto col reale, i critici temono la creazione di dipendenze e forme psicotiche ancora più gravi di quelle che già conosciamo.

Per capire il futuro che si prospetta occorre osservare questi due sviluppi nella loro relazione: nel suo insieme, la tecnologia digitale sta interferendo in maniera sempre più radicale su quello che i greci chiamano nous, cioè sulla facoltà umana di pensare, facoltà che è individuale e collettiva.

Gli antichi greci hanno riconosciuto e distinto le due componenti del nous: intelletto e spirito.

Due dimensioni che — come hanno riconosciuto Jurgen Habermas e Joseph Ratzinger — nel corso nella modernità si sono trasformate sconnettendosi l’una dall’altra. L’intelletto identificandosi sempre più strettamente con la ragione strumentale prima e calcolatoria poi; e lo spirito evolvendo nella direzione della libera creatività dell’immaginario soggettivo.

Tale separazione — che è all’origine delle trasformazioni della cultura occidentale nella seconda metà del ’900 — diventa ora una divaricazione ancora più radicale.

Il punto è che, mentre risultano ulteriormente esplose dalle innovazioni tecnologiche sopra ricordate, le capacità di calcolo, elaborazione e circolazione dell’immaginario vengono progressivamente delegate alla macchina, all’interno di sistemi e apparati tecnici sempre più complessi e interdipendenti.

In questo modo tali capacità vengono disincarnate (exosomatizzazione) e ordinate alle esigenze dell’organizzazione sociale.  Concretamente, dei suoi interessi economici e/o politici.

La ricomposizione tra intelletto e spirito da parte delle persone e delle libere associazioni umane (famiglie, imprese, partiti, chiese, movimenti etc.) continua ovviamente a esprimersi.

Ma diventa più fragile e in definitiva meno autonoma, cioè meno capace di determinare i processi di conoscenza e di decisione. Non si tratta qui di essere pro o contro la tecnologia.

L’uomo è tecnico fin dall’origine e alle future generazioni toccherà comunque vivere nel nuovo ambiente che sta prendendo forma.

Si tratta piuttosto di fare quello che in ogni epoca è stato necessario: discernere le opportunità dai rischi come due facce della stessa medaglia.

Adottando tutte le contromisure per rendere possibile un adattamento sensato alla nuova condizione in cui è destinata a svolgersi la vita sociale.

In una società votata all’innovazione, la capacità regolamentativa delle istituzioni politiche tende a essere debole, anche perché sempre in ritardo («Stato», d’altronde, è il participio passato del verbo essere).

Come ha mostrato Shosana Zuboff analizzando il vantaggio di cui Google ha goduto per almeno un decennio grazie alla sua capacità di muoversi sulla frontiera tecnologica, al di là di ogni regolamentazione istituzionale.

Nonostante questa difficoltà, la politica non deve smettere di esercitare il ruolo che le spetta.

A partire da un corretto dimensionamento della portata del problema.

Che è il vero significato che sta dietro l’appello a fermarsi lanciato qualche giorno fa dal Future Life Institute.

L’unico precedente a cui ci si può rifare è l’atomica — a cui peraltro lo stesso Sam Altam, fondatore di OpenAI, ha di recente paragonato (non del tutto impropriamente) la propria innovazione.

Ma ci sono molti dubbi che qualcosa del genere possa essere applicato all’intelligenza artificiale, che ha già mille applicazioni in tutti i campi ed è diffusa a livello internazionale.

Su un piano diverso, un ruolo importante lo giocheranno le imprese, la finanza, i gruppi professionali — specie scienziati e tecnologi — i ricercatori, gli intellettuali, i media, la scuola e tutte le agenzie formative (a cominciare dall’università).

Per rendere l’ambiente digitale amico della libertà e della democrazia c’è infatti bisogno di investire sull’intelligenza umana. Che significa lavorare per popolare tutto ciò che, «stando in mezzo» tra ChatGpt e metaverso, è in grado di mantenere viva e plurale la relazione tra intelletto e spirito, esattamente ciò rischiamo di perdere.

Sapendo che, se non lo faremo con la necessaria forza e tempestività, le grandi opportunità del digitale si trasformeranno in disastrosi fattori di distruzione.

 

Corriere della Sera

venerdì 3 giugno 2022

IL DONO DELLO SPIRITO


 Lo Spirito 

ci viene donato 

e ci colma di doni

 

-         P. Giuseppe Oddone *

           La festa della Pentecoste rappresenta la piena realizzazione della Pasqua di Gesù: il Risorto dona alla sua Chiesa, ad ognuno di noi il suo Spirito.

         Credo nello Spirito Santo, proclamiamo nel Credo. Gesù ci ha svelato gradualmente questo mistero. Egli, che possiede lo Spirito in abbondanza, che è spinto dallo Spirito, che esulta in Lui, che ci dona parole di Spirito e vita, non ci lascia orfani, ci manda il Consolatore, capace di guidarci alla verità tutta intera, Lo comunica nel mistero pasquale e nei suoi sacramenti.

         La riflessione teologica, meditando sulle parole di Gesù, definisce lo Spirito Santo come il dono dei doni all’interno del mistero trinitario, dono infinito di amore del Padre al Figlio e del Figlio al Padre, fuoco e persona divina che spira dall’Uno e dall’Altro, sorgente di di una gioia perenne. Questo dono è comunicato nel battesimo ad ogni credente, lo rende figlio di Dio e partecipe della vita divina.

 L’insegnamento di Dante nella Divina Commedia

          Riporto la meditazione poetica e teologica del nostro poeta Dante, che per molti aspetti può essere considerato maestro nella fede e nella vita spirituale.

O luce eterna che sola in Te sidi  (risiedi)

sola t’intendi  (Dio Padre),  e da Te intelletta

ed intendente Te (Dio Figlio), ami e arridi (Spirito Santo)

(Par. XXXIII, 124-126)

         Potremmo parafrasare  così: O unico Dio, luce eterna, o Padre che solo in Te risiedi, che non puoi essere contenuto in nessun luogo se non in Te stesso, che Ti comprendi perfettamente, generando il Figlio e da Lui sei perfettamente conosciuto, colmo di Amore e di gioia infinita “che l’uno e l’altro eternamente spira” (Par. X,2)

         Ma lo Spirito Santo non è solo il dono dei doni all’interno della vita intima di Dio, ad intra Trinitatis, egli agisce anche all’esterno, ad extra Trinitatis, nella creazione degli angeli e dell’universo: “s’aperse in nuovi amor l’eterno amore” (Par. XXIX, 18) e riempie tutto il creato, che diventa per così dire il tempio cosmico dello Spirito; è donato alla Chiesa, comunità dei credenti,  che è realmente il suo tempio spirituale, è donato ad ogni persona che vivendo il Battesimo lo accoglie nella fede, nella speranza, nella carità,  trasformandola nel suo mistico tempio.

 

La Pentecoste di Alessandro Manzoni

 

         Un grande e profondo poeta credente, Alessandro Manzoni, nel suo ispirato inno sacro “La Pentecoste” sottolinea con vigore ed in modo molto concreto l’azione dello Spirito nella storia e nella vita.

         La Pentecoste, ossia il dono dello Spirito, crea la Chiesa, madre dei santi, pone sulle sue labbra il fonte della Parola, la libera da ogni paura e la spinge all’azione perché sia l’accampamento terreno di quelli che lottano e sperano, le dona un respiro universale dall’uno all’altro mare, crea la fraternità tra gli uomini, rivoluzionando i rapporti sociali, porta la libertà e la pace, agisce nella vita dei popoli e dei singoli, rendendoli capaci di modificare il loro comportamento, permea ogni realtà umana, dall’inizio alla fine dell’esistenza: lo Spirito si manifesta nell’ineffabile sorriso dei bambini, nella bellezza composta della ragazze, nel carattere entusiasta e temprato dei baldi giovani, nelle decisioni rette degli uomini maturi, nel cuore fedele delle spose e nella gioia nascosta delle persone consacrate a Dio, nei santi desideri delle persone anziane, nello sguardo errante di chi sperando muore.

         Per chi lo accoglie, lo Spirito è “piacevol alito, aura consolatrice” ed avvolge la vita in un’atmosfera di pace interiore, di gioia e di amore.

 La presenza dello Spirito nella vita del cristiano

                 Ogni credente, tuttavia, deve nel corso della sua vita approfondire personalmente questa relazione con il mistero trinitario, immerso nella realtà dello Spirito Santo.

         Seguendo gli insegnamenti del Vangelo dobbiamo sentirci tra le braccia del Padre, nel cuore di Cristo, il Figlio crocifisso, morto e risorto per noi, con Maria e nella Chiesa, avvolti dal fuoco dello Spirito.

         La presenza dello Spirito può trasformare e ravvivare la nostra stessa vita fisica, oserei dire il nostro cervello, il nostro cuore, il nostro sangue, aiutandoci a vivere in un modo più sano; può scendere nel nostro inconscio, nella parte più intima del nostro essere, e lavare e cancellare ciò che si è macchiato nel corso degli anni, fecondare le nostre aridità, sanare le nostre ferite, piegare le nostre rigidità, scaldare il gelo del nostro cuore, raddrizzare le nostre storture.

         Lo Spirito può ravvivare i nostri sensi esterni, aiutarci a percepire la bellezza e l’incanto del mondo e nello stesso tempo, secondo l’esperienza dei mistici e dei cristiani fervorosi, donarci una vista interiore, gli occhi della fede, un profumo che attrae, un sapore, un ascolto, un amplesso spirituale, il tutto orientato all’amore di Cristo, sposo dell’anima che è tempio dello Spirito.

         Faccio riferimento ancora ad una terzina dantesca che definisce il Paradiso, ossia la vita di Dio ed in Dio come

luce intellettual, piena d’amore,

amor di vero ben, pien di letizia,

letizia che trascende ogni dolzore (dolcezza terrena)

(Par. XXX, 40-42)

per far comprendere come lo Spirito può illuminare anche la nostra intelligenza, immergerla in quella Luce intellettuale piena di amore, che è il mistero trinitario che brilla al sopra di noi, dentro di noi, e nella realtà che ci circonda, aiutandoci e comprendere chi è Dio, chi siamo noi, chi sono gli altri, che cos’è la vita, cos’è la morte, qual è il nostro destino terreno ed eterno.

         In egual modo lo Spirito fortifica anche la volontà, orientandola nelle scelte quotidiane all’amore del Sommo Bene, vero ed eterno; può riempire il nostro sentimento di una indescrivibile dolcezza, facendo pregustare il possesso della vita divina.

         Inoltre, lo Spirito ci aiuta a vivere le virtù soprannaturali, infuse nel Battesimo, della fede, della speranza e della carità. La fede è sostanza delle cose sperate, cioè possesso anticipato della vita trinitaria di Dio e ci immerge nel vortice delle relazioni fra le tre Persone divine, e nella rivelazione del progetto di Dio che si attua nella creazione, nella redenzione, nella santificazione, in sintesi nella nostra partecipazione al regno di Dio; la speranza è l’attesa certa della gloria futura, ossia della nostra piena salvezza nella resurrezione del nostro corpo, prodotta in noi dalla grazia divina e dal nostro impegno, azione dopo azione, nella nostra esperienza quotidiana; la carità ci dona la certezza che siamo amati dal Padre che ci dona il suo Figlio, ci comunica il suo Spirito, ci inserisce nella Chiesa, della quale Maria, la madre di Gesù, è l’icona più espressiva; cerchiamo pertanto di ricambiare come possiamo l’infinito, eterno amore di Dio nei nostri confronti e verso tutti i nostri fratelli.

         Ad ognuno di noi è stata data una manifestazione particolare dello Spirito di Dio, un dono unico ed irripetibile: pertanto l’azione dello Spirito è diversa da persona a persona. L’importante è che ci sentiamo avvolti e pervasi fin nelle profondità del nostro essere dall’amore di Dio, che ha uno spettro molto più grande della nostra stessa percezione, intimior intimo meo et superior supremo meo, direbbe Sant’Agostino, ossia oltre il punto più profondo della mia interiorità, ed al di sopra del punto supremo della mia comprensione della stessa vita.

 I doni dello Spirito

          Soprattutto noi insegnanti abbiamo bisogno dei sette doni dello Spirito Santo: della sapienza, ossia della capacità di gustare le cose di Dio, dell’intelletto, ovvero il poter comprendere la realtà alla luce della sua Parola, del consiglio guidando e illuminando i nostri alunni, della fortezza per non lasciarci scoraggiare nel nostro lavoro educativo, della scienza per illuminare la disciplina che insegniamo con la luce della nostra fede, della pietà per manifestare le nostre convinzioni cristiane, del timore di Dio, consapevoli della grande responsabilità che ci è affidata nel campo educativo.

 Preghiera

          O Spirito Santo, Tu sei Dono, sei la consolazione piena e la mia gioia! Tu sei Amore fedele, che non mi lascia, non mi abbandona, ma rimani per sempre! Tu sei con me, ti fai uno con me, accetti di condividere la mia vita più segreta, più intima, anche là dove c'è il dolore, la notte, il peccato. Tu sei il mio Maestro interiore, la mia guida sicura! Ti seguirò, Spirito Santo e non smetterò mai di invocarti e dirti: "Vieni!". Al mattino ti aspetterò e alla sera cercherò in Te il mio riposo.

*Assistente Ecclesiastico Nazionale AIMC

lunedì 3 agosto 2020

UNA PASTORALE GIOVANE PER I GIOVANI


Un vademecum per coloro che desiderano affiancare i ragazzi rendendoli protagonisti dell’attività pastorale – Dicastero per la Comunicazione
Lo Spirito rinnova ogni cosa. Una pastorale giovane per i giovani’
È il titolo del volume della Libreria Editrice Vaticana che riflette sul coinvolgimento delle nuove generazioni nella vita della Chiesa. 
Cinque capitoli con esempi concreti sulla scia della “Christus vivit” di papa Francesco


Lo Spirito rinnova ogni cosa. Una pastorale giovane per i giovani (pag. 184; Euro 16,00) è un nuovo volume edito dalla Libreria Editrice Vaticana a firma di Nathalie Becquart la cui prefazione è a firma di frère Alois, Priore di Taizé.
Sulla base della sua lunga esperienza pastorale con i giovani, l’autrice, religiosa francese particolarmente coinvolta nella preparazione e nell’evento del Sinodo dei giovani dell’ottobre 2018, presenta un originale ripensamento della pastorale giovanile chiamata a diventare giovane con i giovani. Questo libro, in effetti, è un vero e proprio GPS per ispirare una pastorale che si adatti alle generazioni attuali. Attraverso 5 capitoli che delineano gli atteggiamenti fondamentali per vivere la missione con i giovani nell’attuale contesto della nostra società secolarizzata, suor Nathalie Becquart non esita a fornire esempi concreti e tracce pratiche radicati nella visione disegnata dal Sinodo dei giovani e dagli orientamenti della Christus vivit di papa Francesco.
Spesso oggi si dice che i giovani sono cambiati e che non sono più reattivi alle iniziative pastorali. In realtà in queste pagine suor Nathalie ci mostra che una pastorale che tenga conto della cultura e delle sensibilità dei giovani di oggi ha ancora molto appeal su di loro. Le indicazioni che l’Autrice fornisce partono dalle esigenze dei giovani e indicano gli aspetti utili al loro supporto e alla loro crescita interiore nella fede: l’importanza dell’ascolto; una Chiesa relazionale e non solo istituzionale; l’attuazione di una pastorale audace e creativa adeguata alle situazioni di vita dei giovani; il bisogno di riferimenti e di guide per apprendere a discernere e a maturare delle decisioni positive; l’importanza di trattare temi a loro cari.
Vere e proprie linee guida per aiutare tutti coloro che nella Chiesa sono desiderosi di unirsi e accompagnare le nuove generazioni nella crescita vicendevole, in sinergia con la loro cultura e il loro nuovo linguaggio, secondo uno stile di corresponsabilità con i giovani stessi. Il nuovo che il Sinodo ci ha mostrato, infatti, consiste nel considerare i giovani non più come semplici destinatari dell’attività pastorale, ma come veri protagonisti – insieme agli altri battezzati – della vita della Chiesa: mentre ricevono – come tutti – offrono a loro volta anche i loro doni e carismi per l’edificazione del Corpo ecclesiale e per la salvezza del mondo.
La Collana Ispirazioni vuole essere un luogo di incontro ecclesiale per aiutare nel discernimento a vivere e a testimoniare l’amore che – mentre ci abita – fa di noi tutti una cosa sola. Così che i credenti possano esprimere questo stesso amore con parole e gesti sempre nuovi, ispirati e animati dallo Spirito di Colui che ha detto: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 2,5).




giovedì 19 marzo 2020

LA GRANDE EMERGENZA. L'UOMO E' UNA COSA INUTILE?

Il nichilismo antropologico ci assedia e ci vede solo come materia animata, un semplice momento della vita della natura, ovvero un frutto casuale dell’evoluzione cosmica.
 Nelle correnti più radicali passa talvolta l’idea che l’essere umano sia un animale mal riuscito, a causa dello spirito in lui, da cui dobbiamo liberarci.

VITTORIO POSSENTI

Forse nessun problema ha inquietato il pensiero moderno come quello del nichilismo: crisi dei valori, svalorizzazione di quelli più alti, relativismo intellettuale e morale, dissoluzione dell’idea stessa di verità. E anche un pessimismo crepuscolare orientato al declino, un senso acuto della finitudine legato alla chiusura della concezione progressiva e ascendente della storia, che ha animato larga parte della modernità. Vi sono forze di reazione o il nichilismo sta avendo partita vinta, come l’ultima parola del pensiero? No, fortunatamente il nichilismo non è il nostro destino: elementi di rinnovamento si manifestano nel pensiero filosofico, che in varie espressioni non cede alla critica dell’idea di verità, al relativismo, al totale oscuramento del senso, che conduce alla paralisi. Eppure vi è nella presente fase storica una forma di nichilismo che serpeggia, che sembra difficile debellare e concerne l’uomo: è il “nichilismo antropologico”: l’uomo come null’altro che materia animata, come semplice momento della vita della natura, prodotto casuale dell’evoluzione cosmica, l’uomo come passione povera ed inutile.
Tale nichilismo appare un processo in cui la concezione “tradizionale” dell’essere umano ha subito una forte manipolazione, ed è stata sostituita da una in cui l’esistenza della persona non ha vero senso: “nichilismo come negazione dell’umanità dell’uomo”, così l’enciclica Fides et ratio individua un carattere primario del nichilismo contemporaneo. Se la verità dell’essere e dell’uomo si è eclissata per noi, nel senso che ne abbiamo perso l’accesso, il soggetto si trova entro un turbinio dove nulla sta fermo e tutto si scinde e dissolve. Nelle correnti radicali si esprime talvolta l’idea che l’uomo sia un animale mal riuscito a causa della presenza dello spirito in lui, e che dunque per portarlo ad essere un animale riuscito e adattato a se stesso, occorra intraprendere una lotta contro lo spirito per abolirlo, negandone la libertà. Ma se crediamo di essere liberi senza esserlo, è perché la nostra vista è miope, l’orizzonte che raggiungiamo limitato: ignoriamo che esistano alternative di vita diverse e più alte di quelle che ci vengono comunemente presentate. E così la persona, che è un essere potenziale che punta oltre se stesso, rischia di veder frustrato il desiderio, spesso deluso ma sempre rinascente, di non essere un prodotto del caso e della particolare nicchia in cui la vita l’ha posto.
Entro un tale terremoto l’estrema risorsa è porre qualcosa come significante, volendolo con una volontà che va oltre la mancanza di senso, e che intenderebbe creare un nuovo ordinamento dell’essere diretto dall’ideologia della tecnica, secondo la quale tutto è a disposizione e tutto può essere trasformato. Allora i diritti dell’uomo non potranno esibire una giustificazione valida, non avranno un fondamento inconcusso, ed an- zi verranno dichiarati mera convenzione una volta giunta a maturazione l’età della tecnica con la sua intrinseca volontà di potenza. Questa idea di un fondamento assoluto è un miraggio del razionalismo moderno che abusa del termine di fondazione e che, ormai deluso di se stesso, non sa più come far quadrare i conti. La ragione umana realista non fonda ma giustifica, e nel caso dei diritti umani li giustifica vedendoli radicati in esigenze fondamentali della persona umana che è universale, e che anzi costituisce il Diritto sussistente (Rosmini). Persona e Diritto sono due facce della stessa medaglia che include l’universalità dei diritti e doveri primari. In questo senso esiste una base per trovare un accordo o un consenso sui diritti e doveri, difficile quanto si voglia, ma non arbitrario, in quanto essi parlano di noi e a noi. Sono espressione di una filosofia dell’uomo e della storia teleologicamente orientata al compimento di ogni essere umano in cammino verso un’esistenza meno grama e un riconoscimento di giustizia. Nell’idea stessa dei diritti e doveri umani è inscritto un finalismo che mai potrà essere cancellato da alcun nichilismo,
compreso quello giuridico.
Quest’ultimo merita una parola. In esso, secondo la linea sostenuta da Nietzsche e da Kelsen, si concepisce il diritto come posto da un qualsiasi volere potente in un certo momento storico: potestas non veritas facit legem. Oggi non pochi vedono nella tecnica tale volere più poderoso di ogni altro e a cui tutti gli altri devono sottostare. Ed è qui che si gioca l’esistenza stessa del Diritto. Il diritto che l’ideologia della tecnica vuole fabbricare per se stessa è un diritto da essa posto ( positum) o meglio im–posto. L’esito è agevole dal momento che il positivismo giuridico ha pensato il diritto solo come posto da una volontà, e non anche e prioritariamente come immanente alla persona e atto di ordinamento razionale.
Il positivismo giuridico radicale è una vittima del suo originario movimento antimetafisico, che cerca di togliere di mezzo ogni nucleo stabile e ogni sapere fermo; esso appare una vera manna per l’ideologia della tecnica perché le apre dinanzi senza difesa uno spazio sconfinato in cui essa può fare quello che vuole. Allora il diritto sarà pur un diritto storico e dinamico, elemento che il giuspersonalista non intende negare, ma la direzione storica e il suo dinamismo non saranno inerenti alla persona ma imposti dalla tecnica; avremo la trasvalutazione di tutti i valori come intendeva Nietzsche.
La critica elevata dal positivismo giuridico radicale contro l’idea di un diritto stabile e proprio della persona, non può che approdare all’assunto che i diritti e i doveri umani sono qualcosa di assolutamente contingente e di cui la volontà di potenza può fare a meno. La diagnosi non è allegra, ma guai a cedere allo scoraggiamento e alla paura, su cui oggi si fa leva per ottenere un ordine sociale minimo e angosciante, mentre si disseccano la speranza e il desiderio quali fattori fondamentali della vita. Alto è il bisogno di un movimento di risveglio antropologico che conduca fuori dalle attuali strettoie. Nel momento in cui il pensiero raggiunge una verità adeguata, si può avviare un moto di risveglio: aiutare a uscire da paure e rifiuti, per dialogare e ripartire. Il risveglio è una necessità inderogabile della vita, individuale e sociale. Ogni movimento del genere inizia attraverso un’esperienza spirituale, uno sguardo rinnovato sulla realtà e su noi stessi, in cui speranza e desiderio si riaccendano: il loro vigore è essenziale all’uomo per raggiungere una maggiore fecondità di giudizio sulla vita umana. Le speranze e i desideri relativi all’ideale di giustizia e di unità al quale aspirano gli uomini sono a lunga scadenza. Possiamo giudicare fortemente le disgrazie del momento presente a patto di sperare e desiderare ancora più fortemente un altro cammino: il pessimismo non è una soluzione, e il nichilismo non può essere il nostro punto di arrivo. Occorre ricostituire la sovranità del Bene, come invitava a fare Iris Murdoch.



sabato 20 luglio 2019

ALLA RICERCA DELL'ANIMA

Che è accaduto alla nostra anima?


di Giuseppe Savagnone

Vorrei dedicare questa riflessione non alle vicende politiche di questi ultimi mesi – o forse sarebbe più appropriato dire: di questi ultimi anni –, ma a noi, agli italiani, e a ciò che nel corso di queste vicende è accaduto alla nostra anima. Sì, all’anima delle persone.
Perché anche tanti che pure non credono in un principio immortale dentro l’uomo, anche tanti che sono alieni da prospettive religiose o magari soltanto “spirituali”, in questa ormai lunga stagione della nostra vita pubblica che va sotto il nome di «Seconda Repubblica» hanno percepito, più o meno oscuramente, che qualcosa stava venendo meno, a un livello molto profondo, in quella sfera segreta in cui si decide l’ atteggiamento delle persone verso la vita e verso gli altri, e che qui chiamo “anima”.
La «bancarotta spirituale»
Che questo disagio non sia l’illusione ottica di un cattolico nostalgico del passato mi sembra lo confermi la pagina letteraria di «Repubblica» del 10 maggio 2018, dove si pubblicava un testo del monaco trappista Thomas Merton.
Il titolo dato dal curatore era: «La vera bancarotta è quella spirituale». E nell’“occhiello” si leggeva: «Perdere l’anima». Eloquente la presentazione del pezzo: «Era lo scorso secolo. Ma sembra oggi».
Scriveva Merton: «Generazioni su generazioni di uomini hanno a tal punto perduto il senso di una vita interiore, si sono talmente isolati dalle loro profondità spirituali (…), che ora noi siamo quasi incapaci di godere di una qualsivoglia pace, quiete, stabilità interiore. Gli uomini sono arrivati a vivere esclusivamente sulla superficie del loro essere (…). Siamo lasciati in balìa di stimoli esterni e la stimolazione è arrivata addirittura a prendere il posto che, una volta, era occupato dal pensiero, dalla riflessione e dalla conoscenza».
Una malattia che colpisce in primo luogo i giovani
Il fenomeno, in sé, è antico quanto l’uomo. Ma ci sono epoche in cui il contesto culturale e sociale favorisce questo smarrimento profondo.
I primi ad essere colpiti sono i più giovani. Penso al triste fenomeno dei Neet – i ragazzi che non studiano, né lavorano, né cercano lavoro –, che in Italia sono il 29,1% dei giovani tra i 18 e i 24 anni (quasi uno su tre!); penso ai suicidi, che tra gli under 25, sono nel nostro Paese la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali; penso ai comportamenti balordi e anch’essi in sostanza autodistruttivi, sotto l’influsso dell’alcol o delle droghe…
Tv e crisi della politica nella “Seconda Repubblica”
Questo “vuoto dell’anima” si è da un lato alimentato, dall’altra manifestato grazie al progressivo deterioramento dei programmi televisivi, all’irrompere del vocìo dei social, al decadere degli stili della politica.
Nell’ultima fase del secolo scorso è stato il passaggio dalla Tv “pedagogica” dei grandi sceneggiati televisivi – come «Jane Eyre» o i «Promessi Sposi» – a quella commerciale del «Grande Fratello» a segnare un irreversibile imbarbarimento.
Nel frattempo la politica diventava spettacolo, con i volti dei leader e gli slogan pubblicitari al posto degli ideali e dei programmi, con l’inizio del dominio della post-verità, in grado di capovolgere la realtà sostituendola con dei miraggi, con l’offuscamento delle tradizionali regole della dignità e del pudore.
Una crisi vissuta dalla “destra” all’insegna del potere del denaro e del mito del successo, efficacemente rappresentato dal personaggio di Berlusconi; dalla “sinistra” sostituendo alla ormai obsoleta concezione marxista quella liberal-borghese dell’individualismo possessivo (ognuno è proprietario del proprio corpo e della propria vita e non deve risponderne a nessuno) e dei diritti senza doveri.
Lo sviluppo senza solidarietà
In questo deserto valoriale, dove la cosiddetta “fine delle ideologie” mascherava in realtà il trionfo dell’unica sopravvissuta, condivisa alla fine dagli opposti “poli”, nessuno si è più occupato dei più deboli, dei poveri, delle generazioni future.
Lo sviluppo c’è stato, ma la forbice tra ricchi e poveri si è allargata sempre di più. Quando Renzi fece la riforma fiscale dovette ammettere che essa non riguardava quei cinque milioni di italiani, detti “incapienti”, che non potevano neppure pagare le tasse, perché non avevano il reddito minimo per farlo, mente i membri (numerosi) della “casta” fruivano di pensioni stratosferiche a spese dei contribuenti.
Il popolo senz’anima
L’avvento del cosiddetto “populismo” è stata la logica reazione a questa situazione. Sostenuto dall’avvento dei social e dal nuovo potere che essi davano a chiunque di esprimersi e di pesare, esso ha sovvertito il quadro politico e portato alla ribalta nuovi protagonisti.
Purtroppo, il soggetto di questa rivoluzione, in sé legittima, era un popolo da tempo svuotato dei vecchi valori e incapace di trovarne altri alternativi, che si è trovato protagonista della politica (emblematico il peso che hanno i sondaggi) senza avere mai avuto una educazione alla cittadinanza e al bene comune (l’“educazione civica” nelle nostre scuole è rimasta sempre un fantasma) né dalla famiglia (peraltro a tempo in crisi), né dalla scuola (sempre più ispirata ala logica della “trasmissione dei saperi” piuttosto che a quella dell’educazione), né dalla parrocchia (ormai ridotta spesso a una stazione di servizio per la distribuzione di sacramenti).
Il “vuoto dell’anima” sui social
Il “vuoto dell’anima” in realtà era ancora più profondo. La politica ne è stato solo un drammatico specchio. Il declino della morale diffusa e della religiosità popolare del passato ha potuto dare un senso di maggiore libertà.
Salvo però a scoprire che, insieme a tante altre cose, è venuta meno anche quella base valoriale condivisa che garantiva, al livello pubblico, il retroterra “privato” di una spiritualità e di un’etica ispirate al vangelo e dunque umane.
Lo spettacolo spaventoso (cito solo un esempio tra i mille) di un’ondata di commenti inneggianti al suicidio di un immigrato che temeva il ripatrio – «Uno di meno!»; «Morite tutti!» e cose del genere – è un fatto culturale che dovrebbe atterrire (e in effetti a volte atterrisce) anche chi è favorevole alla politica dei “porti chiusi”, perché rivela una “perdita” dell’anima ben più profonda del piano delle scelte che riguardano la politica.
Programmi politici inadeguati
Anche se poi la politica della “destra” l’intercetta e la usa, come fa Salvini, per suffragare queste scelte, che vengono incontro a una sensibilità ormai diffusa, permettendosi anche di presentarle come scelte “evangeliche”, solo perché avallate da simboli religiosi e a preghiere ai santi (a tal punto è arrivata la perdita del senso del vangelo tra i “cattolici”!).
Come del resto, sul fronte opposto, si crede di poter rivitalizzare l’asmatico respiro della “sinistra” promettendo, come ha fatto recentemente Zigaretti, una lotta decisa per far passare la legge sull’eutanasia.
Non – attenzione – un progetto per conciliare l’accoglienza con l’integrazione (ciò su cui i governi di “sinistra” hanno miseramente fallito nel passato); non una serie di iniziative coraggiose per venire realmente incontro agli italiani poveri (quelli che Salvini cita sempre per spiegare perché respinge i migranti, ma a cui offre come soccorso il condono agli evasori fiscali e, in prospettiva, la riduzione delle tasse ai ricchi).
Garantire il diritto dell’individuo di morire senza risponderne a nessuno: questo l’ambizioso obiettivo, in una società dove moltissimi vorrebbero invece assicurato il diritto di vivere, sulla base di una visione in cui la libertà sia praticata come reciproca responsabilità.
Al di là dell’individualismo possessivo
Al posto dell’individualismo possessivo deve rinascere una cultura della solidarietà, dove l’“essere” della persona sia più importante dell’“avere” e dove i doveri vengano prima dei diritti. Ma questo non sarà possibile se le persone non saranno messe in grado di uscire dalla superficialità del flusso mediatico e di ritrovare se stesse.
Scriveva Thomas Merton: «La bancarotta spirituale dell’uomo non gli ha lasciato nessuna possibilità di rifugiarsi in se stesso, nessuna cittadella interiore in cui potersi ritirare per raccogliere le forze (…). L’ultimo posto al mondo in cui l’uomo moderno cerchi rifugio e consolazione sono le profondità della propria anima (…). Il pensiero di prendere residenza in noi stessi ci alletta quanto quello di vivere in una casa infestata fantasmi».
Il compito delle comunità educanti
Le tradizionali comunità educanti – la famiglia, la scuola, la Chiesa – devono uscire dallo stato di paralisi in cui le hanno messe i nuovi stili comunicativi e mettere in azione la loro fantasia, per ripartire da qui. Dalla ricerca e dalla riscoperta dell’anima. Se la ritroveranno le persone, anche la politica – al di là della diversità delle posizioni – tornerà ad averne una.
È un progetto a lunga scadenza, certo, come tutti quelli che riguardano le profondità dell’essere umano. Ma le soluzioni a breve termine sono ingannevoli. Si crede di uscire dal buio ma, se non cambiano le persone, da Berlusconi si passa a Renzi e da Renzi a Salvini… 
L’esperienza dice che al peggio non c’è fine. Solo se riusciremo a riaprire le porte del pensiero e della riflessione potremo sperare di sconfiggere i mostri che si aggirano nel grande vuoto, perché questo vuoto non è chi sa dove, è dentro di noi.



lunedì 14 maggio 2018

CORPO E SPIRITO: UNA STORIA DI CARNE E DI MISTERO


LA BIBBIA NON CONOSCE 
LA SEPARAZIONE
 DI CORPO E SPIRITO

«Mi è stato donato un corpo: che farò di questo dono unico e mio? A chi dovrò essere grato di questa sommessa gioia di respirare ed esistere? Il mio respiro si posa già sui vetri dell’eternità, sì, caldi del mio fiato [...]. Scola via la fanghiglia dell’istante, rimane il caro disegno del mio essere». Così Osip Mandel’štam, il grande poeta russo morto in un lager staliniano in una data incerta (forse il 1938), dà voce a una comune esperienza umana.
            In questi versi si raggruma, infatti, la sconcertante e mirabile bipolarità della nostra corporeità: l’essere fanghiglia temporale, finita e caduca, e l’essere respiro che alona i «vetri dell’eternità»; in sintesi, un simbolo “carnale” dell’anima che anela all’eterno e all’infinito. Intere biblioteche di saggi sono state dedicate al tema della corporeità in connessione con le varie religioni.
            Lo si è fatto da più angolature, sempre procedendo sul crinale tagliente dal quale spiovono i due versanti dell’essere e dell’esistere umano: da un lato la carnalità apparentemente ombreggiata e, dall’altro, lo spirito apparentemente etereo e impalpabile come la luce. Entrambi i versanti sono, però, inscindibili e compatti, proprio come cantava padre Turoldo:
            «Inquieta anima mia quasi / carne in te rientra, / parla piano, taci anzi, / se vuoi udirLo; Egli / non è lontano, / è nel tuo mare di sangue […] / Alla terra torna, alla terra resta / anima quasi carne». Il corpo è, quindi, un intreccio di immanenza e di trascendenza, una realtà che, soprattutto nella cultura contemporanea, è spesso incompresa e svalutata, idolatrata o umiliata.
            Nella “Supplica a mia madre” Pier Paolo Pasolini confessava: «Ho un’infinita fame / d’amore, d’amore di corpi senz’anima». Un corpo amputato della sua parte più originale. In realtà anche il corpo più decadente o deformato o ferito, offeso e violato conserva una sua sacralità, una sua potenza e grazia, una scintilla di bellezza; la sua anima può essere stinta ma non mai estinta.
            E il cristianesimo in particolare – come dichiarava lo scrittore Ferruccio Parazzoli nel suo romanzo Il giro del mondo (1977) – «non è una religione di fantasmi, non di anime spoglie e rilucenti, ma di corpi, questi corpi così come sono, gloriosi e miserabili e che risorgeranno, come è stato promesso».
            Questa è anche l’estrema affermazione di Cristo quando nell’ultima sera della sua vita terrena pronuncia quelle parole che risuoneranno nei secoli fino a oggi: «Questo è il mio corpo». La sua è, dunque, una presenza divina ma fatta di carne e sangue, nella distesa del tempo.

 Gianfranco Ravasi

(articolo tratto da www.luoghidellinfinito.it)

venerdì 19 maggio 2017

"SE MI AMATE......" Il Vangelo di domenica 21 maggio

Il giogo leggero dei comandamenti del Signore 
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi.
 
Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».
 
La prima parola è «se»: se mi amate. Un punto di partenza così libero, così umile, così fragile, così fiducioso, così paziente. Non dice: dovete amarmi. Nessuna minaccia, nessuna costrizione, puoi aderire e puoi rifiutarti in totale libertà. Ma, se mi ami, sarai trasformato in un'altra persona, diventerai come me, prolungamento dei miei gesti, eco delle mie parole: se mi amate, osserverete i comandamenti miei.
 
Non per dovere, ma come espansione verso l'esterno di ciò che già preme dentro, come la linfa della vite a primavera, quando preme sulla corteccia dura dei tralci e li apre e ne esce in forma di gemme e foglie. In questo passo del Vangelo di Giovanni, per la prima volta, Gesù chiede esplicitamente di essere amato. Il suo comando finora diceva: Amerai Dio, amerai il prossimo tuo, vi amerete gli uni gli altri come io vi ho amato, ora aggiunge se stesso agli obiettivi dell'amore.
 
Non detta regole, si fa mendicante d'amore, rispettoso e generativo. Non rivendica amore, lo spera. Ma amarlo è pericoloso. Infatti il brano di oggi riporta sette versetti, in cui per sette volte Gesù ribadisce un concetto, anzi un sogno: unirsi a me, abitare in noi. E lo fa con parole che dicono unione, compagnia, incontro, intimità, in una divina monotonia, umile e sublime: sarò con voi, verrò presso di voi, in voi, a voi, voi in me io in voi.

Gesù cerca spazi, spazi nel cuore, spazi di trasformazione: se mi ami diventi come me! Io posso diventare come Lui, acquisire nei miei giorni un sapore di cielo e di storia buona; sapore di libertà, di mitezza, di pace, di forza, di nemici perdonati, e poi di tavole imbandite, e poi di piccoli abbracciati, di relazioni buone e feconde che sono la bellezza del vivere.

Quali sono i comandamenti miei di cui parla Gesù? Non l'elenco delle Dieci Parole del monte Sinai; non i comandi esigenti o i consigli sapienti dettati in quei tre anni di itineranza libera e felice dal rabbi di Nazaret. I comandamenti da osservare sono invece quei gesti che riassumono la sua vita, che vedendoli non ti puoi sbagliare: è davvero lui. Lui che si perde dietro alla pecora perduta, dietro a pubblicani e prostitute, che fa dei bambini i principi del suo regno, che ama per primo, ama in perdita, ama senza aspettare di essere ricambiato.

«Come ho fatto io, così farete anche voi» (Gv 13,15). Lui che cinge un asciugamano e lava i piedi, che spezza il pane, che nel giardino trema insieme al tremante cuore della sua amica («donna, perché piangi?»), che sulla spiaggia prepara il pesce sulla brace per i suoi amici. Comandamenti che confortano la vita. Mentre nelle sue mani arde il foro dei chiodi incandescenti della crocifissione.


(Letture: Atti 8,5-8.14-17; Salmo 65; 1 Pietro 3,15-18; Giovanni 14,15-21)
 
 
Ermes Ronchi 
 

(tratto da www.avvenire.it)