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martedì 8 luglio 2025

POVERO PENSIERO CRITICO !

 


Lo psichiatra Crepet riflette 

sulla buia situazione attuale 

dominata dalle nuove tecnologie

 che annullano 

ogni senso critico.

 

-           di Alessandra Galetto

 Carenza di pensiero critico. Nessuna voce che si alza dal coro della narrazione dominante per esprimere almeno quella prima forma di riflessione indipendente che è un dubbio. Lo dice del resto chiaramente Paolo Crepet, che per questo suo nuovo spettacolo con il quale sarà in tournè in estate (l’11 luglio al Castello di Villafranca) ha scelto il titolo quantomai esplicito «Il reato di pensare». 

Se dunque il lavoro precedente dello psichiatra, sociologo, saggista e opinionista esortava a «Mordere il cielo» in risposta alla preoccupante constatazione dell’eclissi della nostra sfera emotiva, qui pare che la questione sia ancora più grave. 

 Professor Crepet, davvero pensare è diventato reato? 

Da che mondo è mondo despoti, potenti, dittatori, ma anche semplici cittadini (basterebbe pensare alle relazioni sentimentali e familiari) hanno temuto il pensiero libero. La storia insegna che i conflitti sono nati per sradicare, impedire, punire chiunque abbia cercato di esprimere le proprie opinioni. Il fatto è che non ci siamo accorti di quello che stava succedendo, siamo partiti con il cellulare e poi ondata dopo ondata - ondate da una parte silenziose, dall’altra ammalianti - eccoci qui: stiamo lambendo un imprevisto quasi paradossale, un limite che silenziosamente sta facendo regredire la civiltà invece di garantirne un progresso. Una muraglia invisibile per secoli ha sfidato l’umanità più coraggiosa, ora sembra illuderla. 

 Complice l’intelligenza artificiale, lei dice? 

L’intelligenza artificiale fa il suo lavoro in modo coerente con il suo business, ma sono gli stessi promotori di questa tecnologia che ci hanno messo in guardia sui rischi. Questi meccanismi di dipendenza ormai sono globali, nel senso che sono diffusi ovunque nel nostro pianeta. Qualcosa è andato storto, ormai questo è evidente anche a chi non vuole ammetterlo e preoccuparsene: viviamo una contraddizione lacerante. Vedo attorno a me gente confusa che in parte cerca nuove parole, mentre altri percepiscono una visione assottigliata dalle proprie, smisurate necessità individuali. Come se, abbattendo nuovi muri e pronunciando parole che solo qualche decennio fa sarebbero sembrate blasfeme, improvvisamente fossimo dominati dall’eco silenzioso di nuove paure generate dall’angoscia che quelle stesse nuove forme di libertà siano improvvisamente diventate abbagli, azzardi, pericoli, insuete forme di ansia e di inquietudine. Addomesticare le parole, quindi il pensiero che le genera, porta alla normalizzazione che fa parte di una regola del nuovo marketing ideologico. Temo che possa accadere qualcosa di più: che si faccia avanti l’esigenza un nuovo “codice” che disciplina il pensiero. 

 Cosa dobbiamo aspettarci? 

Non saranno più la morale, l’etica o i sensi di colpa, ma un ritorno indietro all’idea che le parole, ma soprattutto l’ispirazione che le genera, debbano essere auto-inibite. Una forma di censura autoindotta che permetta un asservimento di massa. Il reato di pensare inciderà sulla reciprocità, così svanisce la contaminazione culturale, emotiva, relazionale. Si arriva a essere atterriti delle proprie idee, dall’idea e dalla necessità di esporle. Alla radice di ogni forma di libertà c’è il pensiero, l’esercizio del libero arbitrio. Se per la prima volta nella storia dell’umanità si decidesse che per seguire le regole del mercato e della politica si deve proibirlo, che ne sarà della nostra immaginazione, del nostro genio che nasce dalla disubbidienza all’omologazione? 

 Chi ne verrà maggiormente penalizzato? 

I più penalizzati sono i geniali, che sono da sempre fuori dal coro. Quante forme di “politicamente corretto” stanno distorcendo la formazione dell’ideazione, quanti veti ideologici e contro- ideologici stanno costruendo nuove gabbie invisibili ma paralizzanti, quante censure e autocensure ci stiamo imponendo pensando che siano nuove forme di libertà?

 L'Arena 

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domenica 1 settembre 2024

IL 'TRADIMENTO' DEI TEOLOGI



Produrre e tenere viva

 la coscienza critica 

della Chiesa e dei cristiani.


di:  


Nel 1927 Julien Benda pubblicava La Trahison des Clercs, un fortunato pamphlet, nel quale egli denunciava il tradimento degli intellettuali francesi e tedeschi che, abbandonando la loro vocazione universale, la promozione del valore della giustizia e della democrazia, si lasciavano trascinare dalle passioni politiche furoreggianti in quegli anni, la lotta di classe, il nazionalismo, il razzismo.

 Il titolo così suggestivo di quel testo dovrebbe restare la spina nel fianco di coloro che “sono pagati per pensare”, come disse un giorno un docente, il matematico Giovanni Prodi, in un colloquio sulle responsabilità dei docenti universitari, cioè di quanti fanno il mestiere di produrre e tenere viva la coscienza critica di un popolo.

 Alla categoria appartengono a pieno titolo anche i teologi (anche se, a dire il vero, male pagati o non pagati affatto) il cui mestiere consiste nell’esercitare e promuovere il pensiero critico nella Chiesa, componente vitale dell’esperienza della fede.

 Se è da denunciare un “tradimento dei teologi”, oggi certamente non è perché il loro pensiero si lasci coinvolgere nelle passioni ideologiche, politiche o nei movimenti di interesse economico, ma perché tacciono.

 Mai come oggi le grandi tensioni mondiali, i conflitti politici ed economici, i contrastanti programmi per il futuro, avanzati dai leader che contano, hanno posto sul tappeto questioni che toccano profondamente l’umano e, quindi, non possono non coinvolgere i pensatori impegnati nella riflessione sull’esperienza di fede nel Dio che si è fatto uomo.

 Oltre ai mille altri confitti armati che insanguinano il mondo, ben due guerre si stanno rivestendo, più o meno esplicitamente, dei paramenti della religione, quella in Ucraina e quella in Palestina e Israele.

 Il patriarca di Mosca predica la guerra santa contro l’Occidente scristianizzato e corrotto. I governanti di Israele non si peritano di ammantarsi dei panni di Giosuè per riprodurre oggi, contro i palestinesi, le sue imprese, di quando Dio «fece abitare nelle loro tende le tribù d’Israele» (Sal 78,55).

 È facile immaginare quali turbamenti produca nelle coscienze dei palestinesi cristiani questo rievocare da parte di Israele le conquiste della terra, narrate dalla sacra Scrittura.

 Ci si aspetterebbe dai biblisti e dai liturgisti che aiutassero i lettori della Bibbia e i partecipanti alle celebrazioni liturgiche a mettere insieme le notizia dei telegiornali sulle nefandezze che il governo di Netanyau sta commettendo a Gaza e in Cisgiordania e le narrazioni bibliche sulla conquista della terra promessa, senza che in alcun modo queste possano venire a legittimar quelle.

 Il problema della guerra, infatti, oggi, non si accontenta di provocare le dottrine vecchie e nuove sulla possibilità di una guerra giusta, ma ne ripropone addirittura vecchie e nuove motivazioni esplicitamente religiose, con i relativi appelli in Medio Oriente al Corano da una parte e alla Bibbia dall’altra.

 E tutto questo non avrebbe dovuto provocare sui media, dai giornali ai social, una fitta presenza dei teologi sui media e accesi dibattiti con gli altri opinionisti e anche fra di loro, nel verificarsi delle diversità di giudizio, tali da accendere la curiosità della pubblica opinione? Niente di tutto questo sta accadendo.

 Dopo due guerre mondiali, oltre alle tante guerre d’indipendenza, scatenate dai nazionalismi dei due ultimi secoli, la nostra generazione appare così insensata da avere il coraggio di riportarli alla dignità di movimenti e di programmi politici.

 Ma non solo. Anche la grande tradizione culturale cristiana viene assunta spudoratamente a conferire loro una superiore nobiltà. Là dove cattolici eminenti e vescovi cedono a questa ondata, ci si domanda che fine ha fatto l’insonne fatica dei padri conciliari del Vaticano II per donare alla Chiesa del futuro, a noi, la costituzione Gaudium et spes con la sua categorica affermazione: «Siccome in forza della sua missione e della sua natura non è legata ad alcuna particolare forma di cultura umana o sistema politico, economico, o sociale, la Chiesa per questa sua universalità può costituire un legame strettissimo tra le diverse comunità umane e nazioni» (GS 42).

 È vero che il nostro tempo, per la prima volta nella storia, ha visto convergere le principali autorità religiose del mondo nella comune promozione della pace, ma non è certamente detto che le grandi masse religiose cui è diretto il loro magistero, certamente non i loro governi, ne abbiano accolto l’innovatore messaggio.

 Nessuno ignora che il brodo di coltura dei conflitti e delle guerre è formato dagli enormi interessi economici in gioco. Il neocapitalismo e la divinizzazione del libero mercato oggi si qualificano, come non mai prima nella storia, per l’accumularsi della ricchezza nelle mani di pochi.

 È un fenomeno impressionante che impone nuove responsabilità alla coscienza cristiana e, ai teologi, una rinnovata riflessione sul problema del diritto alla proprietà privata e, in genere, sul tema della ricchezza.

 La rivoluzione digitale sta trasformando in maniera profonda tutte le relazioni umane trascinandoci verso un futuro, tutto da immaginare e, possibilmente, programmare.

 Mille altri temi e problemi oggi all’ordine del giorno sembrerebbero dover attirare l’interesse dei teologi, risvegliare le loro responsabilità nei confronti della conversazione pubblica. Si pensi solo a quale diversità di giudizi potrebbe essere addotta a proposito della guerra in Ucraina per vederne scaturire un dibattito fra teologi, che non potrebbe non interessare largamente l’opinione pubblica e che vi farebbe risuonare, tra le mille voci, quella del vangelo, il grande assente, taciuto troppo spesso dagli stessi cristiani.

 Molto più ancora, l’opinione pubblica avrebbe il diritto di attendersi dai teologi un aiuto per la comprensione dell’ebraismo, con la sua tradizione di fede, di cui Gesù stesso si è nutrito, giacché la sua presenza nel mondo, trasversale a tante nazioni e culture, è un fenomeno molto complesso, dalle mille diverse sfaccettature spirituali e culturali, alla cui necessaria conoscenza i teologi potrebbero dare un contributo decisivo, anche per contrapporsi al ridestarsi nel mondo dell’antisemitismo. Non basta infatti deplorare la strumentalizzazione delle narrazioni bibliche messa in opera dal governo di Israele per coprire l’orrore degli oltre 40.000 morti ammazzati nella striscia di Gaza.

 Non sono questioni da trattarsi nei cenacoli degli studiosi, perché implicano la responsabilità dei teologi cristiani nei confronti della società civile. Il loro silenzio sarà imputato dagli storici del futuro a colpa della Chiesa del nostro tempo, perché la Chiesa non è il papa, il quale si ritrova praticamente solo, a proclamare e ribadire, con testarda insistenza, il giudizio del vangelo sugli eventi presenti.

 Nessuno nel popolo di Dio più dei teologi deve sentirsi responsabile di elaborare e manifestare il proprio giudizio e di aprire dibattiti all’altezza delle proprie competenze, su ciò che sta avvenendo nel nostro tempo. Felice eccezione, che mi sembra doveroso citare, per rendere onore al merito, è quella di Giuseppe Lorizio sul quotidiano Avvenire.

 I teologi italiano sono bene organizzati nelle loro diverse associazioni, fra le quali, inoltre, hanno creato anche un valido ed efficiente coordinamento, il CATI. Ciò che manca e deve essere urgentemente risvegliato e promosso è la responsabilità verso il mondo esterno e l’uscita dallo spazio ristretto dei propri circoli.

 Si potrebbe anche, per scendere nel concreto, rimandare, come a un possibile modello, a come i missionari del PIME, con il loro blog Asianews, riescano a raggiungere vasti strati di persone, anche abitualmente estranee alla vita della Chiesa.

 È vero che il contesto e le circostanze di allora erano molto diverse, ma resta pur vero che i teologi di allora, a differenza di quel che accade oggi, mordevano davvero sull’opinione pubblica del proprio tempo, se in un certo giorno degli anni Settanta la Repubblica di Scalfari dedicava un’intera pagina all’intervista del vicepresidente dell’ATI di allora, condotta da Domenico Del Rio, uno dei migliori vaticanisti della storia del giornalismo.

 Settimana News

giovedì 30 novembre 2023

DISCIPLINE STEM. LE LINEE GUIDA

METODOLOGIE DIDATTICHE INNOVATIVE

Lo studio delle materie STEM permette di non “subire” la tecnologia che ci circonda: da Internet alla musica elettronica, dallo sport al cinema con i suoi effetti speciali. Tramite la cosiddetta “matematica del cittadino” si possono formare studenti capaci di interpretare i tempi moderni proiettandosi verso il futuro tecnologico.

Nel piano triennale dell’offerta formativa delle istituzioni scolastiche dell’infanzia, del primo e del secondo ciclo di istruzione e nella programmazione educativa dei servizi educativi per l’infanzia, azioni dedicate a rafforzare nei curricoli lo sviluppo delle competenze matematico-scientifico-tecnologiche e digitali legate agli specifici campi di esperienza e l’apprendimento delle discipline STEM, anche attraverso metodologie didattiche innovative.





Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato le Linee guida per le discipline STEM, pensate per favorire l’introduzione nell’offerta formativa delle scuole di azioni dedicate a rafforzare le competenze STEM attraverso metodologie didattiche innovative.

Le Linee guida per le discipline STEM sono state redatte con la finalità di introdurre

nel piano triennale dell’offerta formativa delle istituzioni scolastiche dell’infanzia, del primo e del secondo ciclo di istruzione e nella programmazione educativa dei servizi educativi per l’infanzia, azioni dedicate a rafforzare nei curricoli lo sviluppo delle competenze matematico-scientifico-tecnologiche e digitali legate agli specifici campi di esperienza e l’apprendimento delle discipline STEM, anche attraverso metodologie didattiche innovative.

Linee guida per le discipline STEM

Questo perché gli attuali curricoli dei diversi gradi di istruzione non presentano specifici riferimenti alle materie STEM nel loro complesso, in quanto le diverse discipline – Matematica, Scienze, Tecnologia e Ingegneria – sono spesso affidate a docenti appartenenti a diverse classi di concorso.

Con queste sollecitazioni il Ministero dell’Istruzione e del Merito intende quindi rafforzare la diffusione di metodologie didattiche innovative – basate sul problem solving, sulla risoluzione di problemi reali e sulla interconnessione dei contenuti per lo sviluppo di competenze matematico-scientifico-tecnologiche – grazie a un approccio inter e multi disciplinare basato sulla contaminazione tra teoria e pratica.

Vediamo insieme quali sono le metodologie indicate per tutti i gradi scolastici:

Laboratorialità e learning by doing

L’apprendimento esperienziale, attraverso attività pratiche e laboratoriali, è un modo efficace per favorire l’apprendimento delle discipline STEM; consente infatti di porre gli studenti al centro del processo di apprendimento, favorendo un approccio collaborativo alla risoluzione di problemi concreti.

Problem solving e metodo induttivo

Lo sviluppo delle competenze di problem solving è essenziale per le discipline STEM, in quanto consente agli studenti di acquisire competenze pratiche e cognitive attraverso l’elaborazione di un progetto concreto. Il metodo induttivo, basato sull’osservazione dei fatti e sulla formulazione di ipotesi e teorie, è inoltre un approccio utile per lo sviluppo del pensiero critico e creativo. 

Attivazione dell’intelligenza sintetica e creativa

L’osservazione dei fenomeni, la proposta di ipotesi e la verifica sperimentale della loro attendibilità consentono agli studenti di apprezzare le proprie capacità operative e di verificare sul campo quelle di sintesi, incoraggiandoli a diventare autonomi nell’apprendimento e favorendo lo sviluppo di competenze trasversali, come la gestione del tempo e la ricerca indipendente. La ricerca di soluzioni innovative a problemi reali attiva invece il pensiero divergente, favorendo lo sviluppo della creatività.  

Organizzazione di gruppi di lavoro per l’apprendimento cooperativo

Il lavoro di gruppo consente di valorizzare la capacità di comunicare e prendere decisioni, di individuare scenari, di ipotizzare soluzioni univoche o alternative. Promuovere l’apprendimento tra pari, in cui gli studenti si insegnano reciprocamente, è un’efficace strategia didattica.

Promozione del pensiero critico nella società digitale

L’utilizzo di risorse digitali interattive, come simulazioni, giochi didattici o piattaforme di apprendimento online, può arricchire l’esperienza di apprendimento degli studenti. La creazione di un pensiero critico può essere incoraggiata attraverso attività che richiedono la raccolta, l’interpretazione e la valutazione dei dati, nonché la capacità di formulare argomentazioni basate su prove scientifiche.

Adozione di metodologie didattiche innovative

Per sviluppare la curiosità e la partecipazione attiva degli studenti la scuola dovrebbe far ricorso alle tecnologie e adottare una didattica attiva, in grado di porre gli studenti in situazioni reali che consentano di apprendere, operare, cogliere i cambiamenti, correggere i propri errori, supportare le proprie argomentazioni.

Le indicazioni specifiche

Vi sono poi delle raccomandazioni metodologico-educative che sono specifiche per i diversi momenti del percorso formativo.

Indicazioni per il Sistema integrato di educazione e di istruzione “zerosei”

  • Predisporre un ambiente stimolante e incoraggiante, che consenta ai bambini di effettuare attività di esplorazione via via più articolate, procedendo anche per tentativi ed errori
  • Valorizzare l’innato interesse per il mondo circostante che si sviluppa a partire dal desiderio e dalla curiosità dei bambini di conoscere oggetti e situazioni
  • Organizzare attività di manipolazione, con le quali i bambini esplorano il funzionamento delle cose, ricercano i nessi causa-effetto e sperimentano le reazioni degli oggetti alle loro azioni
  • Favorire l’esplorazione vissuta in modo olistico, con un coinvolgimento intrecciato dei diversi canali sensoriali e con un interesse aperto e multidimensionale per i fenomeni incontrati nell’interazione con il mondo
  • Creare occasioni per scoprire, toccando, smontando, costruendo, ricostruendo e affinando i propri gesti, funzioni e possibili usi di macchine, meccanismi e strumenti tecnologici

Indicazioni per il primo ciclo di istruzione 

  • Insegnare attraverso l’esperienza
  • Utilizzare la tecnologia in modo critico e creativo
  • Favorire la didattica inclusiva
  • Promuovere la creatività e la curiosità
  • Sviluppare l’autonomia degli alunni
  • Utilizzare attività laboratoriali

Indicazioni per il secondo ciclo di istruzione

  • Promuovere la realizzazione di attività pratiche e di laboratorio
  • Utilizzare metodologie attive e collaborative
  • Favorire la costruzione di conoscenze attraverso l’utilizzo di strumenti tecnologici e informatici
  • Promuovere attività che affrontino questioni e problemi di natura applicativa
  • Utilizzare metodologie didattiche per un apprendimento di tipo induttivo
  • Realizzare attività di PCTO nell’ambito STEM

Indicazioni per l’educazione degli adulti

  • Adattare la didattica alle esigenze  e all’esperienza pregressa degli studenti adulti
  • Utilizzare la tecnologia in modo efficace
  • Sviluppare le competenze trasversali

Le competenze digitali per la scuola del futuro

Le Linee guida per le discipline STEM vanno ad arricchire le altre iniziative varate per favorire lo sviluppo delle competenze digitali degli studenti italiani, come ad esempio il Piano Nazionale Scuola Digitale e il Piano Scuola 4.0.

Questo perché


Linee guida per le discipline STEM

Approfondimenti

 

domenica 12 marzo 2023

UOMO o TECNOLOGIE ?

Le nuove tecnologie:

l’uomo e la governance

 “Non è più l’innovazione tecnologica in sé ciò che fa la differenza, ma è che cosa ne facciamo di questa innovazione”: ha origine da questo assunto la riflessione che il filosofo Luciano Floridi ha condiviso con noi e che abbraccia il concetto di “gestione” della trasformazione digitale che ci ha investito.

Vittima e, insieme, carnefice di se stesso, impaurito dai cambiamenti profondi e rapidi del digitale e, allo stesso tempo, avido nel farne un uso e consumo per fini propri, l’uomo, all’interno di tale rapporto, fa mostra di comportamenti, di modi e di scopi, divenuti, in questi ultimi anni, oggetto di una riflessione dal respiro ampio, il cui nocciolo è “che cosa” vogliamo farne di quello che abbiamo creato e “come” intendiamo farlo.

In questa fase – osserva Luciano Floridi, filosofo, professore di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford, nonché direttore del Digital Ethics Lab presso l’Oxford Internet Institute dello stesso Ateneo – non è più l’innovazione tecnologica in sé ciò che fa la differenza, ma è che cosa ne facciamo di questa innovazione. Non è alla digital innovation, ma è alla governance, alla “gestione” del digital, che ora dobbiamo guardare. E sottolinea:

“Arriva il quantum computing. Bene. Ma che vogliamo farci con questa potenza di calcolo dalle capacità straordinarie? È questa la domanda da porci nel XXI secolo di fronte alle tecnologie emergenti e alla loro forza. Perché, se fino a ieri, ne siamo rimasti affascinati, oggi ci sono tutta una serie di questioni aperte da affrontare, che riguardano gli impatti della trasformazione digitale sulla società, sulla politica, l’educazione, l’informazione, il lavoro, l’ambiente”

A lui la parola.

Professore, che tipo di rapporto esiste, in questo momento, tra le nuove tecnologie e l’uomo? Ritiene che l’uomo, oggi, sia al centro di tali tecnologie?

Personalmente, sono sempre stato piuttosto critico nei confronti di questa “centralità” da parte dell’uomo. Mettendo “noi” al centro, abbiamo distrutto questo pianeta. E, in epoche storiche differenti, a seconda di chi si poneva al centro, abbiamo distrutto minoranze, culture diverse. Certo, la domanda fa riferimento a un altro genere di centralità, ma è importante, a mio avviso, partire da una distinzione. Esiste una centralità “buona”, che noi tutti abbiamo a cuore e che, in un’ipotetica scelta assoluta tra tecnologia da un lato e umanità dall’altro, predilige la seconda, togliendo il primato alla tecnologia. Ma se, invece, la centralità rimanda a un utilizzo non equilibrato della tecnologia da parte dell’uomo, a un suo uso e consumo del tutto arbitrario, allora dovremmo fermarci a riflettere e cambiare indirizzo. Non lasceremo a nessuna generazione futura alcun pianeta se continuiamo a metterci esageratamente al centro. Dunque, la centralità “cattiva” dell’uomo deve essere rimossa, mentre la centralità buona deve potersi moltiplicare attraverso una maggiore attenzione all’uomo da parte della tecnologia.

 Maggiore attenzione all’uomo da parte della tecnologia: che cosa significa nel concreto?

Porre la tecnologia al servizio dell’umanità. In questo modo, raggiungeremmo un obiettivo duplice, ovvero avremo sradicato la centralità “cattiva” dell’uomo e avremo dato a questo il compito di utilizzare la tecnologia mettendola al servizio di tutti, di tutte le culture, di tutti i ceti sociali, al servizio del pianeta, dell’ambiente, delle generazioni presenti e future.

Perché abbiamo paura dei cambiamenti che le trasformazioni tecnologiche, inevitabilmente, implicano?

Le innovazioni, i cambiamenti importanti, spaventano da sempre. Fin dai tempi della scoperta del fuoco e della ruota. Ma oggi la questione che si pone è diversa. Il tempo di trasformazione tecnologica si è compresso di tanti di quegli ordini di grandezza, che quella paura che, in passato, si estendeva su un periodo di tempo molto dilatato, oggi è, anch’essa, compressa. Decuplicando la velocità di trasformazione, abbiamo, proporzionalmente, decuplicato anche la paura. E, aggiungo, che la paura che oggi proviamo è ragionevole. La compressione temporale, unita alla straordinaria potenza di trasformazione delle tecnologie attuali, hanno contribuito a rendere la rivoluzione digitale qualcosa per la quale “si deve” avere ragionevole preoccupazione. Stiamo trasformando quello che ci circonda così velocemente e in maniera talmente radicale che, se non agiamo con equilibrio e non rimuoviamo quella centralità cattiva alla quale ho accennato, corriamo il rischio di andare incontro a problemi molto seri. Per semplificare molto, la rivoluzione agricola ha impiegato millenni per far sentire tutti i suoi effetti, quella industriale secoli, ma quella digitale solo decenni. Non sentirsi un po’ confusi, un po’ preoccupati, un po’ in apprensione sarebbe innaturale. Ma la paura deve trasformarsi in uno sprone a capire meglio le attuali trasformazioni e a fare meglio con le straordinarie tecnologie a nostra disposizione. Non deve essere l’anticamera di qualche forma di luddismo o di rassegnazione deterministica.

Esiste, a suo avviso, una mala informazione riguardo alle nuove tecnologie?

Esiste e di questo di grandi responsabilità ai giornalisti e a chi lavora, ad esempio, nelle Università, nei centri di ricerca e nelle divisioni R&D delle grandi aziende. Purtroppo, spesso, l’atteggiamento di studiosi, ricercatori e sviluppatori tende a porre l’accento su alcuni aspetti, piuttosto che su altri, delle scoperte realizzate, delle nuove tecnologie messe a punto. E le ragioni sono diverse. Può trattarsi semplicemente in un esagerato entusiasmo, oppure del desiderio di fare carriera o di ottenere finanziamenti. Sul versante della comunicazione, c’è, invece, l’inseguire la notizia da prima pagina, il “l’ho detto prima io”, spesso senza analizzare, verificare e chiedersi se quella notizia è oggettiva oppure se è solo il risultato di un’enfatizzazione da parte del ricercatore di turno. Queste sono le due forze principali che alimentano la mala informazione. Poi c’è un altro fenomeno, che vede la cattiva informazione autoalimentarsi e avvitarsi in un circolo vizioso, in base al quale tanta più cattiva informazione c’è, tanto peggio è l’informazione successiva.

Cosa si può fare per disinnescare questo circolo vizioso?

Bisogna innescare il circolo “virtuoso” opposto, non basato sul “tanto male tanto peggio”, ma sul “tanto bene, tanto meglio”. E questo lo si ottiene con tanto lavoro e tanta buona volontà e inserendo buona informazione che scaccia quella cattiva. Riguardo a quest’ultimo punto, trovo, però, che manchino quei meccanismi in grado di facilitare tali processi. E mi riferisco, in particolare, a quei Business Model che, oggi, sul Web sembrano attrarre cattiva informazione, in un ingranaggio che premia chi fa mala informazione e punisce chi, al contrario, è autore di una buona informazione. Ecco, bisognerebbe agire su questo ingranaggio, il che significa anche intervenire sulla pubblicità presente sui media, regolamentandone la quantità e creando equilibrio, armonia, tra informazione con la “i” maiuscola – che deve prevalere – e contenuti a pagamento.

Quali sono i filoni più urgenti sui quali intervenire affinché le nuove tecnologie abbiano un esito positivo? E qual è il ruolo della politica in merito?

Tutte le questioni inerenti alla riservatezza e alla protezione dei dati personali, allo sfruttamento di tali dati da parte di terzi e all’impatto che questo fenomeno ha sulla libertà, l’autonomia e la dignità dell’individuo, rappresentano tematiche importanti, che dobbiamo costantemente presidiare. A queste aggiungo un altro argomento, a mio parere, altrettanto urgente, legato alla mancanza di competizione tra le grandi aziende del mondo digitale. Non esiste, ad oggi, un reale competitor di Google come motore di ricerca, né un vero competitor di Facebook come social newtwork. Che cosa significa questo? Che stiamo assistendo a un appiattimento dell’offerta, all’assenza di una pluralità di contenuti validi. La sana competizione, la concorrenza leale tra più offerte, ci permette di scegliere. E non esiste più libertà di scelta, quando non esiste più un menu. C’è, poi, un altro tema sul quale mi piacerebbe fare luce e che ha a che vedere col ritorno sociale di questi grandi colossi del digital. Mi domando: come utilizzano le straordinarie tecnologie che sviluppano e i loro importanti introiti per fare del bene? Fino a che punto hanno un ruolo di buona cittadinanza? E, in tutto questo, la politica con la P maiuscola può fare molto. Può trasformare queste straordinarie forze di mercato in forze buone per la società, per le persone, per l’umanità tutta.

Capitalismo di sorveglianza e perdita di libertà: corriamo realmente dei rischi? E quali?

Trovo che il problema non sia il capitalismo che ci carpisce dati e informazioni personali. Il rischio più grande che potremmo correre, stando a questo schema, è che, per mezzo dei nostri dati, ci raggiungano per proporci più t-shirt, più merendine oppure per venderci prodotti che non ci interessano affatto. Pensi che trent’anni fa, la nostra preoccupazione, il nostro vero problema, non era il capitalismo di sorveglianza, ma la sorveglianza da parte dello Stato. A quel tempo, era ancora viva la percezione di essere oggetto di un controllo politico. Ecco, quel tipo di preoccupazione era forte. Oggi, invece, il vero pericolo potrebbe derivare da una saldatura tra questi due tipi di controllo, ossia tra sorveglianza politica – come quella che esiste in Cina – e sorveglianza da capitalismo statale. Finché la sorveglianza è fatta di un capitalismo che mi deve vendere il nuovo modello di frigorifero, resto tranquillo. È la “saldatura” che mi allarma. Cambridge Analytica – società di consulenza britannica che ha utilizzato a scopi elettorali i dati social di milioni di americani – ci ha inquietato perché è stata l’esempio concreto di saldatura tra capitalismo di sorveglianza e controllo politico.

www.tech4future.info


giovedì 29 dicembre 2022

PENSIERO CRITICO E DIGITALIZZAZIONE

 

Nel mondo della digitalizzazione è ancora possibile sviluppare il «pensiero critico»?

 Una riflessione rigorosa sulle caratteristiche dei social media in ordine a questa domanda.

 - di Maurizio Radaelli*

La vita di tutti oggi è pervasa dall’uso incondizionato dei social media, anche se talora in modo indiretto e/o inconsapevole. Nati come strumenti di comunicazione per coprire lontananze spaziali e lentezze temporali, sono via via diventati principalmente mezzo di reperimento veloce di informazioni. L’autore ne discute questa caratteristica in relazione alla «formazione del pensiero critico» degli utilizzatori che è indispensabile per ogni forma di dialogo tra uomini in termini di realtà/verità. La riflessione proposta, essenziale e rigorosa, è anche una traccia per un approfondimento personale di un tema fondamentale in una società che appare sempre più «stanca della ragione», un aspetto questo ormai paradossalmente presente anche a scuola. 

La cultura occidentale si è strutturata intorno al tema del pensiero critico, cioè della capacità di «giudicare» la realtà (questo significa il verbo greco κρίνειν – krìnein -, da cui deriva l’aggettivo critico), in quanto elemento decisivo per una «intelligenza della realtà» che non sia illusoria. La disputa fra Socrate e i sofisti verteva proprio su questo: la possibilità di esprimere giudizi che corrispondessero alla realtà, che fossero perciò «veri», e non fossero delle pure «opinioni» soggettive. Passando per il «principio di realtà» di Tommaso d’Aquino (secondo cui conoscere è adaequatio intellectus ad rem e proprio perciò contra factum non valet argumentum) e per il criticismo kantiano, questa centralità, pur con tutte le differenziazioni nei vari sistemi di pensiero, è rimasta tale.

Il problema del pensiero critico oggi

Il pensiero postmoderno, divenuto dominante nella nostra epoca, ha messo invece in discussione questa centralità, in nome di un relativismo individualistico, applicabile a tutti gli ambiti: etico, conoscitivo, sociale, politico. Si tratta del cosiddetto «pensiero debole», che si illude di trarre spunto dal metodo scientifico, mentre ne è invece l’immagine speculare e distorta: il dubbio metodico del metodo scientifico non nega infatti la conoscibilità della realtà/verità, ma anzi la presuppone, nel suo continuo cercare di comprenderla un po’ alla volta, con ipotesi sempre aperte alla verifica ma mai ridotte a pura opinione.

Non a caso l’opinione è divenuta «arbitro ultimo» di ogni discussione: «è la mia opinione» è ora il modo di chiudere ogni possibilità di dialogo.

 Le caratteristiche del pensiero critico

Il pensiero critico è la capacità di pensare «fuori dagli schemi», di giudicare fatti e opinioni in modo libero, senza adeguarsi al pensiero corrente, ed è realmente razionale, cioè non si ferma all’impressione o alla reazione del momento.

Ciò significa non dare per scontato quasi nulla, ma solo ciò che è immediatamente e indiscutibilmente evidente. Pensare in modo critico significa quindi pretendere le «prove» delle opinioni altrui come delle proprie, mettendo costantemente in discussione sé e gli altri.

Ma il pensiero critico non nasce dal nulla. Per poter parlare di pensiero critico occorrono anzitutto informazioni attendibili, adeguate e complete; attendibili, perché non possiamo accontentarci delle opinioni fuori contesto di chi non ha le competenze necessarie; adeguate, perché non ci basta una informazione corretta ma superficiale; complete, perché non possiamo dimenticare che la miglior menzogna è una verità parziale.

Ma non basta; occorrono gli strumenti per capire in modo corretto le informazioni: se acquisto un libro di fisica quantistica, ci trovo tutte le informazioni che mi servono, ma non è detto che io sia in grado di comprenderle fino in fondo; il rischio anzi che ne ricavi un giudizio totalmente errato non è per nulla trascurabile.

Infine occorre, come già detto, essere disposti a mettersi in discussione, a non restare prigionieri del proprio punto di vista e dei propri pregiudizi. Già Platone sosteneva che la «maledizione» dell’essere umano era la sua «condizione prospettica»1, cioè l’essere inevitabilmente legato al proprio punto di vista: non a caso le sue opere hanno quasi sempre forma di dialogo.

 Molte informazioni corrispondono a molta conoscenza?

Quello che abbiamo detto finora valeva 2500 anni fa come oggi. Ciò che è tipico del nostro tempo è invece l’illusione che molte informazioni significhino molta conoscenza, che affastellare dati – magari attendibili, adeguati e completi – significhi di per sé aver ottenuto conoscenze maggiori.

Proviamo a esaminare il problema, partendo da una vignetta tratta dal fumetto Dylan Dog.

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*Maurizio Redaelli (Laureato in filosofia, ha lavorato nel settore della comunicazione come responsabile marketing in aziende di servizi finanziari e come collaboratore di Agenzie pubblicitarie nazionali e internazionali)

Il Sussiidario


 

venerdì 28 febbraio 2020

INTELLIGENZA ARTIFICIALE: SERVE UN'ALGOR-ETICA

Il Papa: Intelligenza artificiale, si tratta di un crocevia epocale

È la “nuova frontiera” che stringe in un rapporto complesso l’uomo e la macchina. Alla plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, monsignor Paglia legge il discorso preparato da Francesco sulle potenzialità e rischi delle nuove tecnologie: la Chiesa è chiamata a contributo di riflessione perché ciò che automatico sia a servizio e leda mai la dignità della persona

di Alessandro De Carolis – Città del Vaticano

Quello che è certo, e al Papa è ben chiaro, è che si tratta di un crocevia epocale. Come quando, scrive, l’uomo ha inventato la macchina a vapore, l’elettricità, la stampa. Adesso è la stagione dell’intelligenza artificiale, l’epoca in cui a prendere decisioni anche importanti sono spesso, insieme, l’uomo e un algoritmo, ovvero una relazione tutta da esplorare. Francesco non presenzia alla plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, la lieve indisposizione che da ieri lo ha indotto a modificare gli impegni non gli consente di salutare di persona le molte personalità presenti – dal presidente del Parlamento europeo al direttore generale della Fao – e i tanti esperti che in questi giorni hanno preso parte al Workshop dal titolo "The “good” Alghoritm? Artificial Intelligence: Ethics, Law, Health".

Digitale e pensiero critico
Nel discorso che al suo posto legge il presidente dell’Accademia, l’arcivescovo Vincenzo Paglia, il Papa mette subito in chiaro un aspetto, la tecnologia che popola la “galassia digitale” è “un dono di Dio”. Ma è anche una risorsa dai risvolti complessi, in cui il rapporto tra “l’apporto propriamente umano e il calcolo automatico” va studiato bene perché non sempre è facile “prevederne gli effetti” e “definirne le responsabilità”. Per questo l’approccio del Papa alla questione è di tipo problematico. Le nuove tecnologia, afferma, non sono “strumenti neutrali” e per la loro stessa natura arrivano a “rendere labili confini finora considerati ben distinguibili: tra materia inorganica e organica, tra reale e virtuale, tra identità stabili ed eventi in continua relazione tra loro””.
Digitale e democrazia
A livello personale, osserva, “l’epoca digitale cambia la percezione dello spazio, del tempo e del corpo”, mentre “l’omologazione si afferma come criterio prevalente di aggregazione”, cosicché “riconoscere e apprezzare la differenza diventa sempre più difficile”. A livello socio-economico, sottolinea Francesco, emerge il profilo di “utenti sono spesso ridotti a ‘consumatori’, asserviti a interessi privati concentrati nelle mani di pochi”.
 Dalle tracce digitali disseminate in internet, gli algoritmi estraggono dati che consentono di controllare abitudini mentali e relazionali, per fini commerciali o politici, spesso a nostra insaputa. Questa asimmetria, per cui alcuni pochi sanno tutto di noi, mentre noi non sappiamo nulla di loro, intorpidisce il pensiero critico e l’esercizio consapevole della libertà. Le disuguaglianze si amplificano a dismisura, la conoscenza e la ricchezza si accumulano in poche mani, con gravi rischi per le società democratiche.
L’uomo prima della funzione
Francesco riconosce i tanti vantaggi della tecnologia, le scienze biologiche devono tanto all’intelligenza artificiale. Tuttavia, sostiene, “è nostro impegno tutelare e promuovere, non solo nella sua costitutiva dimensione biologica, ma anche nella sua irriducibile qualità biografica”.
La correlazione e l’integrazione fra la vita vivente e la vita vissuta non possono essere rimosse a vantaggio di un semplice calcolo ideologico delle prestazioni funzionali e dei costi sostenibili. Gli interrogativi etici che emergono dal modo in cui i nuovi dispositivi possono – appunto – “disporre” della nascita e del destino delle persone richiedono un rinnovato impegno per la qualità umana dell’intera storia comunitaria della vita.
L’etica incontra l’algoritmo
E qui il Papa chiama in causa il ruolo antico e sempre nuovo della Chiesa, far sì che la persona, immagine di Dio, sia il centro e non il margine di ogni conquista umana. Nel caso degli apparati tecnologici questo vuol dire che non basta la coscienza di chi li inventa, ma serve formare pure quella di chi li usa.
Si intravede una nuova frontiera che potremmo chiamare “algor-etica”. Essa intende assicurare una verifica competente e condivisa dei processi secondo cui si integrano i rapporti tra gli esseri umani e le macchine nella nostra era. Nella comune ricerca di questi obiettivi, i principi della Dottrina Sociale della Chiesa offrono un contributo decisivo: dignità della persona, giustizia, sussidiarietà e solidarietà.
Aggiornare diritti e doveri
Francesco vede l’“algor-etica” come “un ponte” in grado di “far sì che i principi si inscrivano concretamente nelle tecnologie digitali, attraverso un effettivo dialogo transdisciplinare”. E chiede agli esperti di “un’azione educativa più ampia”
Nel momento presente, peraltro, sembra necessaria una riflessione aggiornata sui diritti e i doveri in questo ambito. Infatti, la profondità e l’accelerazione delle trasformazioni dell’era digitale sollevano inattese problematiche, che impongono nuove condizioni all’ethos individuale e collettivo. Certamente la Call che oggi avete firmato è un passo importante in questa direzione, con le tre fondamentali coordinate su cui camminare: l’etica, l’educazione e il diritto.

VATICAN NEWS







venerdì 26 gennaio 2018

QUANDO LE NOTIZIE SONO FALSE

POST-VERITA’ 
FAKE NEWS

Difendersi è possibile: educando al pensiero critico. È l’isolamento il primo fattore che rende vulnerabile la persona a influenze e progetti manipolatori. La sfida di avere relazioni e luoghi in cui si possono sperimentare forme di amicizia, di dialogo sincero, di impegno sociale e civile

di GUIDO GILI e GIOVANNI MADDALENA

Il tema della post-verità e delle fake news da un anno tiene banco sulla scena della comunicazione e della politica. L’Oxford Dictionary ha definito la post-verità come un appello alle emozioni e alle credenze personali, contrapposto al riferimento ai fatti oggettivi, che gioca oggi un ruolo decisivo nel «formare l’opinione pubblica ». Le fake news costituiscono la principale manifestazione della post-verità. Secondo il Cambridge Dictionary quest’espressione indica «racconti falsi che appaiono come notizie, diffusi da Internet o attraverso altri media, creati solitamente per influenzare l’opinione pubblica o come scherzo». Fake news è dunque un’espressione che accomuna tanti tipi di falsità e corre il rischio di una certa vaghezza. Si può distinguere un nucleo più interno, costituito dai “fattoidi”, rispetto a un’area più ampia e indeterminata che comprende tutte le diverse forme di falsificazione e omissione nell’informazione.
I “fattoidi” sono fatti mai accaduti, non-eventi che diventano “reali” perché qualcuno li fa “diventare” una notizia, e “reali” sono le loro conseguenze ed effetti. Per rimanere nel campo della politica degli ultimi trent’anni basti pensare al falso massacro di Timisoara che nel 1989 accelerò la caduta del regime di Ceausescu o agli arsenali di bombe chimiche irachene che furono la giustificazione della seconda guerra del Golfo. I microvideo con commenti o diciture false, i cosiddetti meme, che girano in Rete per screditare l’avversario politico, sono anch’essi “fattoidi”.
Le fake news comprendono però anche una più vasta area di casi di falsificazione e omissione, con i quali si alterano i dati della realtà o si produce una deliberata rimozione o messa in sordina di informazioni rilevanti per la comprensione di eventi e problemi. Queste tecniche risultano particolarmente efficaci se agiscono su strumenti comunicativi apparentemente neutrali come i sondaggi, i dibattiti nei talk show, le interviste.
Il problema però non è nuovo. Le fake news sono un fenomeno antico. Tutte le epoche sono state ricche di fake news,