I punti chiave del legame tra Turoldo e la nostra Costituzione:
Ogni lingua stabilisce un
sistema di significati sconfinato e assai eterogeneo se rapportato ad altri
sistemi: ecco perché, sulla spinta delle teorie di A. von Humboldt e per
tutta la successiva prima metà del Novecento, è nata e poi si è consolidata la
teoria del relativismo linguistico, ovverosia l’idea che la lingua possa
influenzare il pensiero, determinare le concezioni e veicolare ovvero
modificare la percezione della realtà da parte di ogni singolo individuo
(Sapir, Whorf 2017).
Le diversità linguistiche
sono pertanto divenute il mezzo per spiegare almeno parzialmente le differenze
cognitive o culturali delle varie società, atteso che idee e concetti possono
subire l’influenza della lingua e quest’ultima, sovente, utilizza i suoi
strumenti per plasmarli. La lingua è dunque un agente trasformativo
della realtà, include in sé la visione del mondo e la modifica oppure ne
cambia i presupposti, stabilendo successivamente le modalità del pensiero di
coloro che la utilizzano (Prato 2019): tra linguaggio e pensiero – come già
ammoniva L.S. Vygotsky – sussiste infatti una relazione dinamica e un rapporto
di stretta reciprocità perché i parlanti e gli scriventi decodificano la realtà
mediante la lingua; del resto la nota ipotesi di E. Sapir e B. Whorf, linguisti
e antropologi, conosciuta anche come ipotesi della relatività
linguistica, asserisce che ogni lingua determina la struttura cognitiva di
chi la pratica. In altri termini, una data lingua, per mezzo del suo
vocabolario e delle sue strutture grammaticali, tende a influenzare il sistema
cognitivo e il modo di percepire il mondo: di conseguenza, chi parla e scrive
lingue diverse avrà una differente concezione della realtà.
Ogni lingua è tutt’altro
che un mero mezzo d’accesso al pensiero; è piuttosto uno strumento attraverso
cui il pensiero prende forma ed esercita un’influenza diretta sulla cognizione.
Ne consegue che le
differenze tra le lingue testimoniano sempre le diverse sfumature attraverso le
quali i vissuti degli individui vengono percepiti, cosicché accettare la
diversità etnolinguistica significa anzitutto accettare le diversità tanto
sociali quanto culturali tra i popoli; è indubbio che, oggi, intervenire
educativamente nei linguaggi parlati o scritti significa anche intervenire
sulle condizioni sociali di parlanti e scriventi.
Compito dell’istruzione è
intendere gli altri e farsi intendere, in modo da possedere gli strumenti
necessari per poter affrontare la quotidianità, con tutte le sue difficoltà e i
suoi fallimenti. La parola fa eguali, salva, emancipa e ben lo
aveva intuito don Lorenzo Milani con la sua scrittura collaborativa e
riflessiva, antesignana dell’attuale cooperative learning,
della peer education, della didattica laboratoriale e di quella per
competenze. Attualmente sui banchi di scuola non ci sono più gli ospiti di
Barbiana, ma ci sono i figli degli immigrati, i bambini e i ragazzi che portano
il fardello di situazioni familiari disastrose, i bisogni educativi speciali
non certificati, i numerosissimi minori non accompagnati, gli apolidi, i
dispersi, gli abbandonati o i figli delle guerre: insomma le nuove povertà
educative.
L’ottavo sacramento
Il compito della scuola,
che don Milani definiva l’ottavo sacramento, è inseguire un ideale di
giustizia ed equità sociale e tradurlo in una serie di azioni pratiche e
concrete, a supporto di ogni discente. Perché la scuola che sa accogliere è
anche quella che sa prendersi cura di ogni esigenza e soprattutto che sa mettere
lo studente al centro dell’apprendimento.
Del resto la scuola non
deve essere soltanto un luogo di trasmissione dei saperi, ma deve farsi spazio
di ricostruzione del senso; l’educazione non è più soltanto un processo di
istruzione, ma è un atto di ricomposizione semantica del mondo: là dove i linguaggi
si moltiplicano e si frammentano, la scuola deve diventare il luogo in cui si
genera il capitale semantico della società, ovverosia
l’insieme dei significati condivisi che permettono a una comunità di pensare,
comunicare e progettare il proprio futuro (Fundarò 2025). Questa è la più
intima eredità di Barbiana.
Il nostro tempo è
attraversato da una profonda crisi del significato, dovuta all’infodemia che la
rivoluzione digitale ha generato; per cui l’aumento della mole informativa non
corrisponde a un aumento di conoscenza, semmai la disgrega e la parcellizza.
Educare, pertanto,
significa anche e soprattutto costruire la competenza semantica, cioè la
capacità di attribuire significati condivisi, costruire relazioni di senso e
riconoscere le connessioni tra le informazioni. La scuola, in questa
prospettiva, ha l’obbligo di custodire e implementare il capitale
semantico, cosicché – nella selva dei linguaggi frammentati – si possa
perseguire l’unità del senso, condurre verso la responsabilità della
parola e dare forma al pensiero.
La sfida educativa dei
nostri giorni – come ben hanno intuito L. Floridi (2024) e A. Fundarò (2025) –
non è reperire dati e informazioni, ma piuttosto comprenderli, interpretarli e
trasformarli in conoscenza, poiché la competenza semantica presuppone tre
dimensioni fondamentali: la capacità di decodificare testi e messaggi,
l’attitudine a valutare la verosimiglianza delle informazioni e, non in ultimo,
la creatività cognitiva, ossia l’abilità nel generare nuovi significati a
partire dai dati disponibili.
Capitale semantico
D’altronde il capitale
semantico è quella sommatoria di contenuti che consente di dare un
senso alle esperienze vissute, alimentando processi di interpretazione,
comunicazione e comprensione reciproca: l’eredità invisibile fatta di parole
condivise, esperienze sedimentate, simboli riconoscibili; in un mondo dove i
devices sanno già comunicare e il web veicola la conoscenza, il vero traguardo
è comprendere, selezionare, interpretare i messaggi orali e scritti in modo da
restituire significati comprensibili a tutti e combattere la disinformazione.
Oltretutto ragionare sulle parole, usate nelle più disparate situazioni, ci
aiuta a capire un po’ meglio come funziona la lingua.
Ora, se il fine ultimo
dell’istruzione è creare individui consapevoli, il traguardo che la scuola deve
imporsi è quello di emancipare le persone dai gioghi culturali e sociali, per
poi condurle verso lo sviluppo d’una coscienza critica utile a far valere
sempre quei diritti fondamentali troppo spesso vilipesi e calpestati. Ecco dove
nasce la pedagogia dell’aderenza assai cara al Priore di
Barbiana: partendo dall’ambiente in cui vive, lo studente costruisce la propria
conoscenza e il docente, nell’organizzare i significati, struttura con il
discente un ambiente d’apprendimento efficace e operativo. Dal
particolare all’universale allievo e maestro pattuiscono regole comuni.
Quindi, costruito un
apprendimento significativo, la pedagogia dell’aderenza accompagna
verso lo sviluppo di quella che C. Rinaldi (2024) definisce «intelligenza
sensibile» – naturale evoluzione dell’intelligenza emotiva di M.
Goleman – che, trascendendo l’empatia, raggiunge un livello assai profondo di
comprensione sensoriale.
Non si tratta solamente
di comprendere ciò che il nostro interlocutore prova sul piano emotivo,
ma di ascoltare anche i suoi segnali più sottili e corporei che
costituiscono un fondamentale feedback comunicativo. La comunicazione efficace
non è fatta soltanto da un uso sapiente delle parole, ma anche dalla capacità
di ascolto attivo, che consente di accogliere l’altro, di creare un clima di
fiducia reciproca, di mettersi in frequenza comprendendone i messaggi e
stabilendo quelle connessioni indispensabili al superamento di attriti e
incomprensioni.
In conclusione vale la
pena osservare che, da sempre, l’identità di un popolo o di una cultura è
legata inscindibilmente alla lingua, in quanto scrigno di valori culturali e
punti di vista differenti resi manifesti per il tramite degli strumenti
lessicali e delle regole grammaticali. Tuttavia lingua e identità sono concetti
mobili, in continua evoluzione, ed ecco che il capitale semantico fornisce
gli strumenti concettuali per dare senso alla realtà e creare un senso di
appartenenza.
Biblio-sitografia
Bramante, R.P., Ascolto
attivo: una competenza silenziosa, , 24 ottobre 2025.
Fundarò, A., Il
capitale semantico dell’educazione: costruire identità e senso nell’era
digitale, , 31 ottobre 2025.
Genovese,
G.A., , Erickson.it, 23 gennaio 2025.
Laudisa, E., , GoodJob.Vision,
4 febbraio 2024.
, Rivista.ai, 31 ottobre
2024
Prato, A., , IstitutoEuroArabo.it,
2019.
Rinaldi, C., ,
Milano, Egea, 2024.
Ronchi, M., ,
econopoli.ilsole24ore.com,16 ottobre 2025.
Sapir, E., Whorf,
B., , Cassarai, M., Crucianelli, E. (ed.), Roma, Castelvecchi, 2017.
Scarampi, D., L’ottavo
sacramento: una scuola che accoglie. La lezione di don Milani, Firenze,
Giunti Scuola, 2021.
Scarampi,
D., , Lingua italiana, Treccani.it., 2023.
Un libro sulla passione dell'educare
Riflessioni controcorrente
sull'educare oggi
Far
crescere nella libertà è la funzione principale dell'educazione e dovrebbe
essere l'obiettivo della famiglia e della scuola.
Oggi
però l'educazione è in crisi e al più si confonde con l'informazione,
l'istruzione, l'apprendimento.
Nel
libro di Johnny Dotti e Mario Aldegani le suggestioni che possono ispirare
genitori e insegnanti al cambiamento in nome della fiducia nei giovani e della
speranza.
"E
vedremo cose meravigliose" è il titolo promettente del libro scritto a
quattro mani e pubblicato dall'editrice Paoline, in cui Johnny Dotti e Mario
Aldegani propongono idee, esperienze e provocazioni per riportare l’educazione
alla sua funzione principale: far crescere nella libertà. Il primo autore è
pedagogista e docente di Scienze politiche alla facoltà di Sociologia
dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, il secondo è un sacerdote
della Congregazione dei Giuseppini del Murialdo, insegnante ed educatore.
Insieme
hanno dato vita nel 2012 alla onlus Fondazione Talenti.
L'educazione
non è sinonimo di formazione e apprendimento
Il
testo che porta come sottotitolo "Riflessioni controcorrente sull’educare
oggi" parte da un presupposto dichiarato: l’educazione è in crisi e lo è
perché la crescita s’identifica per lo più con lo sviluppo tecno-scientifico e
il sapere si confonde con la specializzazione.
“Oggi
– leggiamo nell’introduzione - nell’educazione lo smarrimento è totale.
Pare
di essere di fronte a un’impossibilità vera e propria, e ciò produce due
reazioni: da una parte, una sorta di indifferenza e di fatalismo e, dall’altra,
un pessimismo inconsolabile che sbocca nella conclusione che tutto è
inutile".
A
dispetto di un contesto difficile, strade per riportare l’educazione alla sua
funzione principale - che è mettere al centro il mistero della persona -,
secondo gli autori ce ne sono ancora.
Le
idee, le esperienze e le provocazioni presentate in queste pagine si sviluppano
attraverso dieci azioni espresse con verbi all’infinito e vogliono essere un
invito a domandarsi quali suggestioni di trasformazione concreta essi possano
offrire.
Johnny
Dotti: la scuola oggi è lontana dall'educare
Quello
che i due autori ci vogliono mostrare è che "se sapremo perseverare nello
stupore e nella fiducia, vedremo cose meravigliose".
Ai
media vaticani, il professor Johnny Dotti approfondisce l'essenza
dell'educazione e invita a guardare con fiducia i giovani che chiedono a
genitori e insegnanti di essere ascoltati e accompagnati, ma anche
"lasciati andare" per poter crescere nella libertà e nella
responsabilità, per diventare "autori della propria vita":
Don
Milani e “andavamo a scuola a piedi”: al primo, sacerdote, insegnante,
educatore e molto altro è dedicato il libro; la seconda frase ricorda tutto un
insieme di comportamenti e di valori che sono molto cambiati.
Nell’introduzione
si legge però che l’intento non è ricordare il passato.
Ci
spiega che cosa significa per voi autori questi due riferimenti?
Sono
un riferimento entrambi non solo di gratitudine intellettuale, ma di
significato dell'educare.
Il
primo, don Milani, credo che simboleggi bene cosa sia l'educare, cioè il
custodire il mistero del figlio dentro di sé nel portarlo al mondo.
Io
sintetizzo sempre così l'educare: non è formare, addestrare, istruire, nemmeno
apprendere, tantomeno informare.
È
esattamente questa attitudine interiore a portare dentro di sé l'altro che si
intuisce sia proprio figlio.
Don
Milani secondo me rappresenta bene questo educatore per vocazione, che è quello
che manca oggi. L'espressione "andare a scuola a piedi" è in qualche
modo il recupero dell'educare integrale, che non è solo legata all'intelletto
ma è un'esperienza del corpo.
L'educare
ha a che fare col desiderio e studiare ha a che fare col desiderare, non
soltanto con un'applicazione mnemonica rispetto ai testi, e "andare a
scuola a piedi" rappresenta esattamente questo desiderio dello studiare
attraverso il corpo.
Educazione
e libertà sono, secondo la tesi del libro, realtà strettamente connesse.
Ma
voi dite che oggi questo legame non funziona, che la scuola, ad esempio, non
aiuta nel metterle insieme.
“La
scuola - si legge - è l'istituzione più lontana dell'educazione" e quindi
probabilmente dal rendere i ragazzi liberi.
Perché?
Perché
oggi vale ciò che funziona tanto è vero che la libertà oggi in Occidente viene
interpretata come libertà di scegliere tra tante cose, mentre la libertà è
legata all'educare e, appunto, è l'accompagnare al venire al mondo ciò che
siamo, ciò che siamo chiamati ad essere.
È
rendersi conto della mancanza d'essere che siamo e aiutare via via a compiere
la nostra vocazione nel mondo.
Questa
è la libertà.
È
evidente che questo ha bisogno di appoggiarsi sul valore del senso della vita
non sul funzionamento.
Se
si ha in mente il funzionamento, si ha in mente l'intelligenza computazionale,
la specializzazione, l'istruzione, si hanno in mente altre cose non questo.
"La
nostra personale speranza è che questo libro possa contribuire a riaccendere
l'entusiasmo, la ricerca, l'orgoglio, la passione di educare", voi
scrivete, ma come è possibile riaccendere la passione dell'educare?
Io
credo che se qualcuno dà ancora qualche peso alla speranza, di cui siamo tutti
orfani, l'educazione riprenderà spazio, perché educare e sperare sono
sostanzialmente la stessa cosa.
L'educazione
non è nient'altro che la pedagogia della speranza, cioè l'immaginare che
attraverso di me qualcun altro possa essere accompagnato a venire al mondo.
Entriamo
un po' nel contenuto del libro che offre riflessioni su dieci azioni che forse
potrebbero aiutare nell'impegno educativo.
La
prima è ascoltare, poi benedire, custodire, condividere, generare, lasciar
andare, pensare, raccontare, emancipare e imparare.
Quale
di queste azioni manca di più oggi nei confronti dei ragazzi?
Lasciar
andare, decisamente: lasciar andare!
Perché
il lasciar andare é un simbolo di fiducia.
Bisogna
avere una profonda fiducia nei figli, negli altri, nelle persone che ci sono
affidate.
Questo
è il segno dell'autorità che è autorizzare, rendere l'altro "autore"
e che quindi è disponibile sin dall'inizio a lasciarlo andare, a prendersene
cura aiutandolo a venire al mondo proprio perché rispetta la sua libertà.
Oggi
questo non c'è nelle relazioni familiari, non c'è nelle relazioni
istituzionali, non c'è perché i ragazzini escono di casa tardissimo - a 35 anni
circa - non fanno figli, non si sposano, non assumono responsabilità.
Ma
non è una loro colpa, è proprio la forma della nostra società che tende a
essere fondata sulla sicurezza e sulla certezza sempre presunte e sempre
progettate prima, che non permette il lasciar andare, cioè non gode della
libertà dell'altro.
L'intelligenza artificiale
La
scuola che è già messa alla prova dalla pesante presenza dei social nella vita
dei giovani, si troverà sempre più costretta a fare i conti con lo sviluppo
dell'Intelligenza Artificiale.
In
che modo?
Con
quale atteggiamento gli insegnanti possono affrontare tutte queste
trasformazioni?
L'Intelligenza
Artificiale non è che una delle tante intelligenze accanto a quella riflessiva,
contemplativa, estetica, meditativa, emotiva.
Mi
sembra che ci sia un accanimento eccessivo sull'IA.
Si
può affrontare innanzitutto sviluppando anche altri tipi di intelligenza, poi
ricordandosi che noi siamo intelligenza, spirito e corpo e la scuola non si
deve dimenticare di questo: noi siamo anche corpo e siamo anche spirito, che
non è solo intelligenza.
Tra
l'altro, appunto, l'Intelligenza Artificiale non è che un sottoinsieme
abbastanza banale perché si fonda sull'algoritmo, quindi sostanzialmente sul
pensiero binario gnostico, manicheo, zero-uno, bene-male, bianco-rosso,
destra-sinistra. Insomma, non dimenticandosi che l'uomo è un po' di più
dell'intelligenza analitica.
Riguardo
al pensare, lei dice che oggi si tende a negare il pensiero e che essere
istruiti non significa essere pensanti.
Lei
ne ha già accennato, ma mi sembra che questo sia il fulcro di tutto...
Eh
sì, è così, se si guarda dal punto di vista dell'intelligenza il tema è il
pensiero.
Sviluppare un pensiero critico
Che
cosa vuol dire pensare e sviluppare un pensiero critico?
Non
è semplicemente sviluppare un pensiero specialistico, ma è avere un pensiero
che sa connettere, che sa mettere insieme il frammento con le diverse
dimensioni della realtà.
Però
per fare questo, il pensiero ha bisogno di essere esperito, di fare esperienza,
e a scuola non si fa nessun tipo di esperienza, tantomeno di pensiero.
Ad
esempio, la domanda è molto più importante della risposta, ma non si educa per
nulla né ad ascoltare le domande, né a saperle fare.
Papa
Francesco dice spesso che l'educazione deve sviluppare la testa, il cuore e le
mani...
È
l'antropologia tripartita: mente-corpo-spirito.
Questa
è l'antropologia cristiana: noi "siamo" corpo, non
"abbiamo" un corpo.
Noi
siamo spirito, non abbiamo uno spirito.
Noi
siamo intelletto, non abbiamo un intelletto.
Per
questo il senso viene prima del funzionamento, altrimenti siamo semplicemente
macchine e allora è meglio avere le macchine che l'uomo.
La
macchina funziona meglio dell'uomo, un uomo non funziona quasi mai altrettanto
bene.
Le
cose più importanti della vita non funzionano così, mai, però quello è il senso
della nostra vita.
Prendiamo
in considerazione ancora due elementi: la comunità e la condivisione.
Qual
è la visione che c'è dietro a questi due aspetti?
Siamo persone
È
la visione classica personalista che dice che noi non siamo individui, siamo
persone.
L'educazione
non si può declinare dal punto di vista individuale perché l'educazione è
radicalmente una relazione.
Io
ho citato prima la relazione padre-figlio, potrei dire madre-figlia ecc...
Tutte
le dimensioni che concorrono ai codici dell'educazione sono dimensioni di
condivisione esistenziale e soprattutto di comunità intesa come munus-condiviso
cioè come regalo e obbligazione morale condivisa.
La
concentrazione e l'attenzione sono il più grande segno d'amore e non c'è
educazione senza concentrazione e senza attenzione che vuol dire uscire dal
proprio io.
La comunità educante
Nel
libro si parla di comunità educante.
A
scuola non esiste la comunità educante, se si assiste a un incontro tra
genitori e insegnanti o ad un Consiglio di classe o un Consiglio di Istituto,
beh, si vedrà che lì abbiamo lo scontro dei diritti individuali che sono un
gran problema.
L'educazione
ha bisogno di diritti personali, cioè di rapporto tra pronomi personali: non
c'è io senza tu, non c'è tu senza egli, non c'è egli senza noi, non c'è noi
senza voi, non c'è voi senza loro.
Questa è la questione della comunità. Così torniamo all'inizio.
Perché
non si va più a scuola a piedi?
Perché
nessuno si fida più degli altri e ci si immagina tutti individui, atomi, che
vanno a prendere un servizio erogato da un'istituzione per conto di sé.
E
questo proprio non va bene, infatti i risultati si vedono.
La
scuola di don Milani era una scuola comunitaria, era una scuola dove tutti
apprendevano e insegnavano.
Una scuola fondata sull'esperienza
Era
una scuola fondata sull'esperienza, una scuola che teneva conto del corpo,
dello spirito e dell'intelletto.
Ricordo
che i ragazzi di don Milani andavano all'estero a 12, 13 anni e che
aggiustavano la strada che saliva alla scuola e mettevano a posto la
biblioteca.
E
soprattutto stavano a scuola 14 ore, compreso il sabato e la domenica.
Sicuramente
un insegnante, leggendo il vostro libro, può sentirsi ispirato a qualche
cambiamento, ma che cosa può fare un solo insegnante in un istituto, in un
sistema?
Ha
la possibilità di cambiare qualcosa?
Certo
che è possibile, con la propria fragilità e debolezza può cominciare a mettersi
con altri per far nascere piccole cose.
Dalle
piccole cose nascono le esperienze che diventano esperienze istituenti che
cambiano le istituzioni.
Questo
è il percorso del senso: se si ha in mente l'idea domanda/risposta, oppure
funziona/non funziona, allora non succederà mai niente.
Cioè verremo dominati dalle macchine che è quel che sta succedendo di fatto in Occidente.
Le cose più importanti della mia vita, non le ho imparate né
all'università, né ai master, né facendo il professore, le ho imparate da mia
nonna che aveva fatto la terza elementare.
-di
Rocco Gumina
Dall’unità
d’Italia in poi, il meridione d’Italia si è configurata come una terra gravida
tanto di problemi e arretratezza quanto di profeti. Fra questi bisogna
annoverare don Tonino Bello, vescovo di Molfetta in Puglia, che oltre ad
avanzare un pensiero volto al rinnovamento della Chiesa si è impegnato per una
riforma della società. Di questa straordinaria figura parliamo con Enrico
Mauro. Ricercatore di Diritto amministrativo presso l’Università del Salento,
Mauro ha da poco pubblicato con le edizioni San Paolo il volume intitolato
“Contro la società del sorpasso. Il pensiero antimeritocratico”.
Come
scrivo nel libro, l’interesse è nato da due direzioni. Da un lato, sono nato e
ho sempre vissuto nei luoghi leccesi di don Tonino (Alessano, Ugento, Tricase,
Santa Maria di Leuca, Gagliano del Capo), per cui la mia biografia, sia pure
indirettamente, incrocia in più punti la sua. Dall’altro lato, studio dal 2014
i disastri della visione meritocratica della società e della vita e don Tonino
mi ha dato, pur senza mai usare «meritocrazia», tanti spunti su cui riflettere.
«Meritocrazia»
significa competizione, egoismo, individualismo, per cui la società esposta
alla meritocrazia si fa liquida, si sbriciola. E chi fa le spese di ciò è chi
ha più bisogno di aiuto, di solidarietà, di prossimità, di legami. Gli altri, i
ricchi, i credenti nella religione del successo possono fare quasi tutto con il
denaro. Il paradigma meritocratico, cioè plutocratico-castale, non è
riformabile perché è il paradigma della guerra di tutti contro tutti: c’è poco
da riformare. Va sostituito: qualunque riforma farebbe restare all’interno del
paradigma.
Partendo
dalla Bibbia, in particolare dalla logica delle beatitudini, da san Francesco
(era terziario francescano) e dal Concilio, don Tonino è un critico radicale,
con l’esempio ancor più che con le parole, della società utilitaristica,
edonistica, materialistica, consumistica, economicistica, esibizionistica,
affaristica, efficientistica, darwinistica, in breve meritocratica. Nel libro
mi sono soffermato su ognuno di questi aspetti e su altri affini, ma non è il
caso di riassumere il lavoro: non solo per ragioni di spazio, ma perché il
lettore ha diritto a una percentuale di sorpresa che un’intervista o una
recensione non deve intaccare.
Sto
leggendo tutte le opere di don Milani, dopo aver letto asistematicamente le
principali negli anni scorsi. E sto preparando, per un convegno su don Tonino,
una relazione in cui tento di segnalare e commentare tutte le citazioni
esplicite di don Milani nell’opera di don Tonino.
La
Costituzione è un catalogo di bisognosi, di fragili, di vulnerabili. Quindi,
anche se in più disposizioni richiama «merito» e concetti affini (negli
articoli in cui parla di esami, concorsi, senatori a vita ecc.), è una
Costituzione decisamente antimeritocratica: i principi fondamentali della
società disegnata dalla Costituzione sono solidarietà, riduzione delle
diseguaglianze e partecipazione, non agonismo, efficientismo, carrierismo. Poi,
evidentemente, la Costituzione è rimasta prigioniera di spinte, interne,
europee e globali, che vanno in altre direzioni e che non le si possono
imputare.
DON MILANI CI INTERROGA ANCORA
P. Giuseppe Oddone, assistente ecclesiastico dell’Aimc e dell’Uciim,
ripercorre la vita e il pensiero del priore di Barbiana
“Le scelte di Don Milani
sono ancora attuali, prima nella realtà ecclesiale, poi nel mondo della scuola
ed indicano un ideale per gli insegnanti e per gli alunni: I care, mi prendo a
cuore i problemi della mia scuola e della società, cerco di dare la padronanza
della lingua e la conoscenza delle lingue straniere, di rendere il ragazzo
“sovrano”, perché così vuole la nostra Costituzione, di includere tutti ma
sempre puntando in alto e mai al ribasso, di uscire insieme e non
individualmente dai vari problemi (questa è la vera politica), di amare
concretamente gli alunni, di interagire positivamente con le famiglie, di
infondere la voglia di imparare e di servire gli altri, di conoscere e
praticare i valori civili della Costituzione”.
Così afferma p. Giuseppe
Oddone, assistente ecclesiastico dell’AIMC e consulente ecclesiastico
dell’UCIIM, nel testo allegato, preparato in occasione del centenario della
nascita di don Lorenzo Milani. Nel suo contributo, p. Oddone ripercorre la vita
e il pensiero del priore di Barbiana, concludendo che “Don Milani, profeta e
rivoluzionario nella Chiesa e nella scuola, possa ancora insegnarci molto,
anche se alcune provocazioni, per cui ebbe molto a soffrire, sono legate al suo
carattere, alla sua vicenda personale ed ai suoi conflitti sociali ed
ecclesiali”.
In allegato il testo
integrale.
Suona
perfino scontato – a oltre mezzo secolo dalla morte – parlare di attualità di don
Milani. In questi anni le ingiustizie e le povertà non sono certo
diminuite, e la Barbiana di allora, così come apparve a don Lorenzo il 7
dicembre 1954, si riflette nelle tante Barbiane del nostro tempo: quelle
dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, quelle delle zone di guerra e del
Mediterraneo, dove il mare inghiotte o depone sulle spiagge i corpi delle vittime
della fame, della schiavitù e dell’ingiustizia globale.
Come nelle Barbiane di chi all’altra riva è approdato, senza però trovare lavoro e dignità: quelle delle baraccopoli e dei quartieri ghetto, delle case sovraffollate e dei rifugi di fortuna, quelle di chi cade in mano alle mafie del caporalato, del narcotraffico, della prostituzione.
nella Lettera ai Giudici
di don Milani
-
di Luciano Corradini *
La
"lezione" fatta ai suoi ragazzi e scritta con loro, indirizzandola a
"una professoressa", si dilata e assume un vasto respiro etico e
civile nella Lettera ai Giudici e nella Risposta ai cappellani militari
toscani, raccolte sotto il Titolo L'obbedienza non è più una virtù. Documenti
del processo di don Milani (1965). Si tratta di un testo, in tutto un'ottantina
di pagine, di grande valore etico, religioso, storico, civico, giuridico e
politico, concentrato in un dialogo a distanza, nel corso di un'azione giudiziaria,
con i cappellani militari e con i giudici, scritto, per la sua parte, da un
giovane gravemente ammalato, che argomenta la sua difesa come maestro e come
sacerdote.
Viene
spontaneo accostarlo a Socrate. Oltre che per la drammaticità della situazione e
la lucidità dell'argomentazione, questi sintetici e densi discorsi sono
esemplari per la loro chiarezza metodologica. Basti pensare alla famosa
distinzione fatta nella LG: “La scuola è diversa dal tribunale. Per voi
magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il
passato e l’avvenire e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di
condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso
della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la
volontà di leggi migliori cioè di senso politico (e in questo si differenzia
dalla vostra funzione)". (….) "E allora il maestro deve essere per
quanto può profeta, scrutare i 'segni dei tempi', indovinare negli occhi dei
ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in
confuso”. (pp.36-37)
E’
qui individuato con chiarezza il sottile confine fra l’educazione civica e
l’educazione politica, come in altri passi fra l'educazione etica, l'educazione
storica e quella giuridica; e fra la deontologia professionale e la profezia.
La quale profezia non è vaneggiamento o pretesa di aver tutta la verità in
tasca e di conoscere il futuro. Don Milani ammette che gli insegnanti vedono
“solo in confuso” le cose belle che i ragazzi vedranno domani: e crede che gli
insegnanti queste belle cose debbano “indovinarle negli occhi dei ragazzi”.
Riconosce i suoi limiti, non insulta chi lo ritiene un vile, ma rivendica il
diritto al rispetto e alla libertà d'insegnamento di ciò ritiene la verità,
alla luce dei fatti, del Vangelo e della Costituzione.
Il
leit motiv e l’incipit di queste certezze si trovano espresse in frasi come
queste: "Cercasi un fine. Bisogna che sia onesto. Grande. Che non
presupponga nel ragazzo null’altro che d’essere uomo. Cioè che vada bene per
credenti e atei. Io lo conosco. Il priore me l’ha imposto fin da quando avevo
11 anni e ne ringrazio Dio. Ho risparmiato tanto tempo. Ho saputo minuto per
minuto perché studiavo” (p.94). “Per esempio, ho imparato che il problema degli
altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è
l’avarizia”. (LP,p.14)
Pensiamo
alla crisi di motivazione dei giovani d’oggi e al coraggio di scrivere che un
prete “impone” un fine elevato ad un ragazzo di 11 anni, e questo poi ringrazia
Dio per questa imposizione, che gli ha aperto la mente. Woody Allen potrebbe
chiedergli: e qual è il fine del prossimo? E che cosa hanno fatto i posteri per
me? La risposta di Barbina è chiara e forte. I care, me ne
importa.
"Ma
questo, conclude don Milani, è solo il fine ultimo, da ricordare ogni tanto.
Quello immediato, da ricordare minuto per minuto, è d'intendere gli altri e di
farsi intendere". Condizione per
cessare il fuoco e far la pace. Più attuale di così…
L'istruzione è un crocevia di sfide complesse, in cui gli insegnanti maturano una serie di competenze ed operano diverse forme di mediazione, attingendo ad un bagaglio personale e professionale e lasciandosi guidare da orientamenti pedagogici significativi, che restano spesso latenti.
Ripercorrendo il pensiero di grandi maestri pedagogisti quali
Danilo Dolci, Paolo Freire, Alberto Manzi e don Lorenzo Milani si intende
offrire una cornice pedagogica grazie alla quale rileggere le esperienze di
accompagnamento scolastico attraverso cui vengono approfondite conoscenze
specifiche, sperimentati metodi che rinnovano la pratica didattica e trovati
principi ispiratori comuni che orientino le scelte pedagogiche.
Insegnanti, dirigenti, educatori, pedagogisti potranno trovare
in queste pagine contenuti significativi e stimoli preziosi per ripensare la
scuola oggi nella direzione della tutela dei diritti e della giustizia, della
rilettura di scenari in cambiamento, della promozione dell'umano, attraverso
l'uso della parola e l'affinamento della conoscenza.