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giovedì 19 marzo 2026

LA COSTITUZIONE

 


SALVAGUARDIA DELLA DEMOCRAZIA



- di Donato Mantoan

David Maria Turoldo, figura di spicco del cattolicesimo post-conciliare e antifascista, ha sostenuto una visione etica della Costituzione italiana, intesa come patto fondamentale tra persone e non solo come norma giuridica. Ha spesso criticato la mancata piena attuazione dei suoi principi democratici e sociali, difendendola come strumento di libertà.

I punti chiave del legame tra Turoldo e la nostra Costituzione:

Difesa e Applicazione: Turoldo considerava la Costituzione un traguardo fondamentale della Resistenza. Lamentava spesso che la Costituzione non fosse mai stata realmente applicata nel suo spirito più autentico, criticando chi proponeva modifiche senza averla prima attuata.

Centralità della Persona: In linea con l'Articolo 2 della Costituzione, Turoldo poneva al centro il valore della "persona" e la sua dignità, con una visione teologica e sociale che valorizzava la terra e la comunità.

Radicalismo Democratico: Come "coscienza inquieta della Chiesa", ha promosso un'interpretazione della Costituzione aperta al dialogo, alla giustizia sociale e all'ecumenismo, agendo da ponte tra valori religiosi e civili.

Critica al Potere: La sua visione era in linea con la necessità di vigilare sulle libertà democratiche, criticando i poteri forti e sostenendo l'industria di pace rispetto a quella di guerra.

Padre Turoldo, insieme ad altre figure come don Milani e padre Balducci, hanno fatto parte di quella cultura cristiana che ha visto nella Costituzione il quadro di riferimento per un impegno sociale e civile volto alla giustizia e alla legalità.



 

sabato 6 dicembre 2025

LA PAROLA FA UGUALI


Il capitale semantico della società: dalla parola che fa eguali a Barbiana, alla comunicazione significativa

di Daniele Scarampi 

Ogni lingua stabilisce un sistema di significati sconfinato e assai eterogeneo se rapportato ad altri sistemi: ecco perché, sulla spinta delle teorie di A. von Humboldt e per tutta la successiva prima metà del Novecento, è nata e poi si è consolidata la teoria del relativismo linguistico, ovverosia l’idea che la lingua possa influenzare il pensiero, determinare le concezioni e veicolare ovvero modificare la percezione della realtà da parte di ogni singolo individuo (Sapir, Whorf 2017).

Le diversità linguistiche sono pertanto divenute il mezzo per spiegare almeno parzialmente le differenze cognitive o culturali delle varie società, atteso che idee e concetti possono subire l’influenza della lingua e quest’ultima, sovente, utilizza i suoi strumenti per plasmarli. La lingua è dunque un agente trasformativo della realtà, include in sé la visione del mondo e la modifica oppure ne cambia i presupposti, stabilendo successivamente le modalità del pensiero di coloro che la utilizzano (Prato 2019): tra linguaggio e pensiero – come già ammoniva L.S. Vygotsky – sussiste infatti una relazione dinamica e un rapporto di stretta reciprocità perché i parlanti e gli scriventi decodificano la realtà mediante la lingua; del resto la nota ipotesi di E. Sapir e B. Whorf, linguisti e antropologi, conosciuta anche come ipotesi della relatività linguistica, asserisce che ogni lingua determina la struttura cognitiva di chi la pratica. In altri termini, una data lingua, per mezzo del suo vocabolario e delle sue strutture grammaticali, tende a influenzare il sistema cognitivo e il modo di percepire il mondo: di conseguenza, chi parla e scrive lingue diverse avrà una differente concezione della realtà.

Ogni lingua è tutt’altro che un mero mezzo d’accesso al pensiero; è piuttosto uno strumento attraverso cui il pensiero prende forma ed esercita un’influenza diretta sulla cognizione.

Ne consegue che le differenze tra le lingue testimoniano sempre le diverse sfumature attraverso le quali i vissuti degli individui vengono percepiti, cosicché accettare la diversità etnolinguistica significa anzitutto accettare le diversità tanto sociali quanto culturali tra i popoli; è indubbio che, oggi, intervenire educativamente nei linguaggi parlati o scritti significa anche intervenire sulle condizioni sociali di parlanti e scriventi.

Compito dell’istruzione è intendere gli altri e farsi intendere, in modo da possedere gli strumenti necessari per poter affrontare la quotidianità, con tutte le sue difficoltà e i suoi fallimenti. La parola fa eguali, salva, emancipa e ben lo aveva intuito don Lorenzo Milani con la sua scrittura collaborativa e riflessiva, antesignana dell’attuale cooperative learning, della peer education, della didattica laboratoriale e di quella per competenze. Attualmente sui banchi di scuola non ci sono più gli ospiti di Barbiana, ma ci sono i figli degli immigrati, i bambini e i ragazzi che portano il fardello di situazioni familiari disastrose, i bisogni educativi speciali non certificati, i numerosissimi minori non accompagnati, gli apolidi, i dispersi, gli abbandonati o i figli delle guerre: insomma le nuove povertà educative.

L’ottavo sacramento

Il compito della scuola, che don Milani definiva l’ottavo sacramento, è inseguire un ideale di giustizia ed equità sociale e tradurlo in una serie di azioni pratiche e concrete, a supporto di ogni discente. Perché la scuola che sa accogliere è anche quella che sa prendersi cura di ogni esigenza e soprattutto che sa mettere lo studente al centro dell’apprendimento.

Del resto la scuola non deve essere soltanto un luogo di trasmissione dei saperi, ma deve farsi spazio di ricostruzione del senso; l’educazione non è più soltanto un processo di istruzione, ma è un atto di ricomposizione semantica del mondo: là dove i linguaggi si moltiplicano e si frammentano, la scuola deve diventare il luogo in cui si genera il capitale semantico della società, ovverosia l’insieme dei significati condivisi che permettono a una comunità di pensare, comunicare e progettare il proprio futuro (Fundarò 2025). Questa è la più intima eredità di Barbiana.

Il nostro tempo è attraversato da una profonda crisi del significato, dovuta all’infodemia che la rivoluzione digitale ha generato; per cui l’aumento della mole informativa non corrisponde a un aumento di conoscenza, semmai la disgrega e la parcellizza.

Educare, pertanto, significa anche e soprattutto costruire la competenza semantica, cioè la capacità di attribuire significati condivisi, costruire relazioni di senso e riconoscere le connessioni tra le informazioni. La scuola, in questa prospettiva, ha l’obbligo di custodire e implementare il capitale semantico, cosicché – nella selva dei linguaggi frammentati – si possa perseguire l’unità del senso, condurre verso la responsabilità della parola e dare forma al pensiero.

La sfida educativa dei nostri giorni – come ben hanno intuito L. Floridi (2024) e A. Fundarò (2025) – non è reperire dati e informazioni, ma piuttosto comprenderli, interpretarli e trasformarli in conoscenza, poiché la competenza semantica presuppone tre dimensioni fondamentali: la capacità di decodificare testi e messaggi, l’attitudine a valutare la verosimiglianza delle informazioni e, non in ultimo, la creatività cognitiva, ossia l’abilità nel generare nuovi significati a partire dai dati disponibili.

Capitale semantico

D’altronde il capitale semantico è quella sommatoria di contenuti che consente di dare un senso alle esperienze vissute, alimentando processi di interpretazione, comunicazione e comprensione reciproca: l’eredità invisibile fatta di parole condivise, esperienze sedimentate, simboli riconoscibili; in un mondo dove i devices sanno già comunicare e il web veicola la conoscenza, il vero traguardo è comprendere, selezionare, interpretare i messaggi orali e scritti in modo da restituire significati comprensibili a tutti e combattere la disinformazione. Oltretutto ragionare sulle parole, usate nelle più disparate situazioni, ci aiuta a capire un po’ meglio come funziona la lingua.

Ora, se il fine ultimo dell’istruzione è creare individui consapevoli, il traguardo che la scuola deve imporsi è quello di emancipare le persone dai gioghi culturali e sociali, per poi condurle verso lo sviluppo d’una coscienza critica utile a far valere sempre quei diritti fondamentali troppo spesso vilipesi e calpestati. Ecco dove nasce la pedagogia dell’aderenza assai cara al Priore di Barbiana: partendo dall’ambiente in cui vive, lo studente costruisce la propria conoscenza e il docente, nell’organizzare i significati, struttura con il discente un ambiente d’apprendimento efficace e operativo. Dal particolare all’universale allievo e maestro pattuiscono regole comuni.

Quindi, costruito un apprendimento significativo, la pedagogia dell’aderenza accompagna verso lo sviluppo di quella che C. Rinaldi (2024) definisce «intelligenza sensibile» – naturale evoluzione dell’intelligenza emotiva di M. Goleman – che, trascendendo l’empatia, raggiunge un livello assai profondo di comprensione sensoriale.

Non si tratta solamente di comprendere ciò che il nostro interlocutore prova sul piano emotivo, ma di ascoltare anche i suoi segnali più sottili e corporei che costituiscono un fondamentale feedback comunicativo. La comunicazione efficace non è fatta soltanto da un uso sapiente delle parole, ma anche dalla capacità di ascolto attivo, che consente di accogliere l’altro, di creare un clima di fiducia reciproca, di mettersi in frequenza comprendendone i messaggi e stabilendo quelle connessioni indispensabili al superamento di attriti e incomprensioni.

In conclusione vale la pena osservare che, da sempre, l’identità di un popolo o di una cultura è legata inscindibilmente alla lingua, in quanto scrigno di valori culturali e punti di vista differenti resi manifesti per il tramite degli strumenti lessicali e delle regole grammaticali. Tuttavia lingua e identità sono concetti mobili, in continua evoluzione, ed ecco che il capitale semantico fornisce gli strumenti concettuali per dare senso alla realtà e creare un senso di appartenenza.

 

Biblio-sitografia

Bramante, R.P., Ascolto attivo: una competenza silenziosa, , 24 ottobre 2025.

Fundarò, A., Il capitale semantico dell’educazione: costruire identità e senso nell’era digitale, , 31 ottobre 2025.

Genovese, G.A., , Erickson.it, 23 gennaio 2025.

Laudisa, E., , GoodJob.Vision, 4 febbraio 2024.

, Rivista.ai, 31 ottobre 2024

Prato, A., , IstitutoEuroArabo.it, 2019.

Rinaldi, C., , Milano, Egea, 2024.

Ronchi, M., , econopoli.ilsole24ore.com,16 ottobre 2025.

Sapir, E., Whorf, B., , Cassarai, M., Crucianelli, E. (ed.), Roma, Castelvecchi, 2017.

Scarampi, D., L’ottavo sacramento: una scuola che accoglie. La lezione di don Milani, Firenze, Giunti Scuola, 2021.

Scarampi, D., , Lingua italiana, Treccani.it., 2023.

Treccani 

Immagine


mercoledì 17 luglio 2024

COSE MERAVIGLIOSE

 Vedremo cose meravigliose

 Un libro sulla passione dell'educare

Riflessioni controcorrente

 sull'educare oggi


Far crescere nella libertà è la funzione principale dell'educazione e dovrebbe essere l'obiettivo della famiglia e della scuola.

Oggi però l'educazione è in crisi e al più si confonde con l'informazione, l'istruzione, l'apprendimento.

Nel libro di Johnny Dotti e Mario Aldegani le suggestioni che possono ispirare genitori e insegnanti al cambiamento in nome della fiducia nei giovani e della speranza.

"E vedremo cose meravigliose" è il titolo promettente del libro scritto a quattro mani e pubblicato dall'editrice Paoline, in cui Johnny Dotti e Mario Aldegani propongono idee, esperienze e provocazioni per riportare l’educazione alla sua funzione principale: far crescere nella libertà. Il primo autore è pedagogista e docente di Scienze politiche alla facoltà di Sociologia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, il secondo è un sacerdote della Congregazione dei Giuseppini del Murialdo, insegnante ed educatore.

Insieme hanno dato vita nel 2012 alla onlus Fondazione Talenti.

L'educazione non è sinonimo di formazione e apprendimento

Il testo che porta come sottotitolo "Riflessioni controcorrente sull’educare oggi" parte da un presupposto dichiarato: l’educazione è in crisi e lo è perché la crescita s’identifica per lo più con lo sviluppo tecno-scientifico e il sapere si confonde con la specializzazione.

“Oggi – leggiamo nell’introduzione - nell’educazione lo smarrimento è totale.

Pare di essere di fronte a un’impossibilità vera e propria, e ciò produce due reazioni: da una parte, una sorta di indifferenza e di fatalismo e, dall’altra, un pessimismo inconsolabile che sbocca nella conclusione che tutto è inutile".

A dispetto di un contesto difficile, strade per riportare l’educazione alla sua funzione principale - che è mettere al centro il mistero della persona -, secondo gli autori ce ne sono ancora.

Le idee, le esperienze e le provocazioni presentate in queste pagine si sviluppano attraverso dieci azioni espresse con verbi all’infinito e vogliono essere un invito a domandarsi quali suggestioni di trasformazione concreta essi possano offrire.

Johnny Dotti: la scuola oggi è lontana dall'educare

Quello che i due autori ci vogliono mostrare è che "se sapremo perseverare nello stupore e nella fiducia, vedremo cose meravigliose".

Ai media vaticani, il professor Johnny Dotti approfondisce l'essenza dell'educazione e invita a guardare con fiducia i giovani che chiedono a genitori e insegnanti di essere ascoltati e accompagnati, ma anche "lasciati andare" per poter crescere nella libertà e nella responsabilità, per diventare "autori della propria vita":

Don Milani e “andavamo a scuola a piedi”: al primo, sacerdote, insegnante, educatore e molto altro è dedicato il libro; la seconda frase ricorda tutto un insieme di comportamenti e di valori che sono molto cambiati.

Nell’introduzione si legge però che l’intento non è ricordare il passato.

Ci spiega che cosa significa per voi autori questi due riferimenti?

Sono un riferimento entrambi non solo di gratitudine intellettuale, ma di significato dell'educare.

Il primo, don Milani, credo che simboleggi bene cosa sia l'educare, cioè il custodire il mistero del figlio dentro di sé nel portarlo al mondo.

Io sintetizzo sempre così l'educare: non è formare, addestrare, istruire, nemmeno apprendere, tantomeno informare.

È esattamente questa attitudine interiore a portare dentro di sé l'altro che si intuisce sia proprio figlio.

Don Milani secondo me rappresenta bene questo educatore per vocazione, che è quello che manca oggi. L'espressione "andare a scuola a piedi" è in qualche modo il recupero dell'educare integrale, che non è solo legata all'intelletto ma è un'esperienza del corpo.

L'educare ha a che fare col desiderio e studiare ha a che fare col desiderare, non soltanto con un'applicazione mnemonica rispetto ai testi, e "andare a scuola a piedi" rappresenta esattamente questo desiderio dello studiare attraverso il corpo.

Educazione e libertà sono, secondo la tesi del libro, realtà strettamente connesse.

Ma voi dite che oggi questo legame non funziona, che la scuola, ad esempio, non aiuta nel metterle insieme.

“La scuola - si legge - è l'istituzione più lontana dell'educazione" e quindi probabilmente dal rendere i ragazzi liberi.

Perché?

Perché oggi vale ciò che funziona tanto è vero che la libertà oggi in Occidente viene interpretata come libertà di scegliere tra tante cose, mentre la libertà è legata all'educare e, appunto, è l'accompagnare al venire al mondo ciò che siamo, ciò che siamo chiamati ad essere.

È rendersi conto della mancanza d'essere che siamo e aiutare via via a compiere la nostra vocazione nel mondo.

Questa è la libertà.

È evidente che questo ha bisogno di appoggiarsi sul valore del senso della vita non sul funzionamento.

Se si ha in mente il funzionamento, si ha in mente l'intelligenza computazionale, la specializzazione, l'istruzione, si hanno in mente altre cose non questo.

"La nostra personale speranza è che questo libro possa contribuire a riaccendere l'entusiasmo, la ricerca, l'orgoglio, la passione di educare", voi scrivete, ma come è possibile riaccendere la passione dell'educare?

Io credo che se qualcuno dà ancora qualche peso alla speranza, di cui siamo tutti orfani, l'educazione riprenderà spazio, perché educare e sperare sono sostanzialmente la stessa cosa.

L'educazione non è nient'altro che la pedagogia della speranza, cioè l'immaginare che attraverso di me qualcun altro possa essere accompagnato a venire al mondo.

Entriamo un po' nel contenuto del libro che offre riflessioni su dieci azioni che forse potrebbero aiutare nell'impegno educativo.

La prima è ascoltare, poi benedire, custodire, condividere, generare, lasciar andare, pensare, raccontare, emancipare e imparare.

Quale di queste azioni manca di più oggi nei confronti dei ragazzi?

Lasciar andare, decisamente: lasciar andare!

Perché il lasciar andare é un simbolo di fiducia.

Bisogna avere una profonda fiducia nei figli, negli altri, nelle persone che ci sono affidate.

Questo è il segno dell'autorità che è autorizzare, rendere l'altro "autore" e che quindi è disponibile sin dall'inizio a lasciarlo andare, a prendersene cura aiutandolo a venire al mondo proprio perché rispetta la sua libertà.

Oggi questo non c'è nelle relazioni familiari, non c'è nelle relazioni istituzionali, non c'è perché i ragazzini escono di casa tardissimo - a 35 anni circa - non fanno figli, non si sposano, non assumono responsabilità.

Ma non è una loro colpa, è proprio la forma della nostra società che tende a essere fondata sulla sicurezza e sulla certezza sempre presunte e sempre progettate prima, che non permette il lasciar andare, cioè non gode della libertà dell'altro.

L'intelligenza artificiale

La scuola che è già messa alla prova dalla pesante presenza dei social nella vita dei giovani, si troverà sempre più costretta a fare i conti con lo sviluppo dell'Intelligenza Artificiale.

In che modo?

Con quale atteggiamento gli insegnanti possono affrontare tutte queste trasformazioni?

L'Intelligenza Artificiale non è che una delle tante intelligenze accanto a quella riflessiva, contemplativa, estetica, meditativa, emotiva.

Mi sembra che ci sia un accanimento eccessivo sull'IA.

Si può affrontare innanzitutto sviluppando anche altri tipi di intelligenza, poi ricordandosi che noi siamo intelligenza, spirito e corpo e la scuola non si deve dimenticare di questo: noi siamo anche corpo e siamo anche spirito, che non è solo intelligenza.

Tra l'altro, appunto, l'Intelligenza Artificiale non è che un sottoinsieme abbastanza banale perché si fonda sull'algoritmo, quindi sostanzialmente sul pensiero binario gnostico, manicheo, zero-uno, bene-male, bianco-rosso, destra-sinistra. Insomma, non dimenticandosi che l'uomo è un po' di più dell'intelligenza analitica.

Riguardo al pensare, lei dice che oggi si tende a negare il pensiero e che essere istruiti non significa essere pensanti.

Lei ne ha già accennato, ma mi sembra che questo sia il fulcro di tutto...

Eh sì, è così, se si guarda dal punto di vista dell'intelligenza il tema è il pensiero.

Sviluppare un pensiero critico

Che cosa vuol dire pensare e sviluppare un pensiero critico?

Non è semplicemente sviluppare un pensiero specialistico, ma è avere un pensiero che sa connettere, che sa mettere insieme il frammento con le diverse dimensioni della realtà.

Però per fare questo, il pensiero ha bisogno di essere esperito, di fare esperienza, e a scuola non si fa nessun tipo di esperienza, tantomeno di pensiero.

Ad esempio, la domanda è molto più importante della risposta, ma non si educa per nulla né ad ascoltare le domande, né a saperle fare.

Papa Francesco dice spesso che l'educazione deve sviluppare la testa, il cuore e le mani...

È l'antropologia tripartita: mente-corpo-spirito.

Questa è l'antropologia cristiana: noi "siamo" corpo, non "abbiamo" un corpo.

Noi siamo spirito, non abbiamo uno spirito.

Noi siamo intelletto, non abbiamo un intelletto.

Per questo il senso viene prima del funzionamento, altrimenti siamo semplicemente macchine e allora è meglio avere le macchine che l'uomo.

La macchina funziona meglio dell'uomo, un uomo non funziona quasi mai altrettanto bene.

Le cose più importanti della vita non funzionano così, mai, però quello è il senso della nostra vita.

Prendiamo in considerazione ancora due elementi: la comunità e la condivisione.

Qual è la visione che c'è dietro a questi due aspetti?

Siamo persone

È la visione classica personalista che dice che noi non siamo individui, siamo persone.

L'educazione non si può declinare dal punto di vista individuale perché l'educazione è radicalmente una relazione.

Io ho citato prima la relazione padre-figlio, potrei dire madre-figlia ecc...

Tutte le dimensioni che concorrono ai codici dell'educazione sono dimensioni di condivisione esistenziale e soprattutto di comunità intesa come munus-condiviso cioè come regalo e obbligazione morale condivisa.

La concentrazione e l'attenzione sono il più grande segno d'amore e non c'è educazione senza concentrazione e senza attenzione che vuol dire uscire dal proprio io.

La comunità educante

Nel libro si parla di comunità educante.

A scuola non esiste la comunità educante, se si assiste a un incontro tra genitori e insegnanti o ad un Consiglio di classe o un Consiglio di Istituto, beh, si vedrà che lì abbiamo lo scontro dei diritti individuali che sono un gran problema.

L'educazione ha bisogno di diritti personali, cioè di rapporto tra pronomi personali: non c'è io senza tu, non c'è tu senza egli, non c'è egli senza noi, non c'è noi senza voi, non c'è voi senza loro.

Questa è la questione della comunità. Così torniamo all'inizio.

Perché non si va più a scuola a piedi?

Perché nessuno si fida più degli altri e ci si immagina tutti individui, atomi, che vanno a prendere un servizio erogato da un'istituzione per conto di sé.

E questo proprio non va bene, infatti i risultati si vedono.

La scuola di don Milani era una scuola comunitaria, era una scuola dove tutti apprendevano e insegnavano.

Una scuola fondata sull'esperienza

Era una scuola fondata sull'esperienza, una scuola che teneva conto del corpo, dello spirito e dell'intelletto.

Ricordo che i ragazzi di don Milani andavano all'estero a 12, 13 anni e che aggiustavano la strada che saliva alla scuola e mettevano a posto la biblioteca.

E soprattutto stavano a scuola 14 ore, compreso il sabato e la domenica.

Sicuramente un insegnante, leggendo il vostro libro, può sentirsi ispirato a qualche cambiamento, ma che cosa può fare un solo insegnante in un istituto, in un sistema?

Ha la possibilità di cambiare qualcosa?

Certo che è possibile, con la propria fragilità e debolezza può cominciare a mettersi con altri per far nascere piccole cose.

Dalle piccole cose nascono le esperienze che diventano esperienze istituenti che cambiano le istituzioni.

Questo è il percorso del senso: se si ha in mente l'idea domanda/risposta, oppure funziona/non funziona, allora non succederà mai niente.

Cioè verremo dominati dalle macchine che è quel che sta succedendo di fatto in Occidente. 

Le cose più importanti della mia vita, non le ho imparate né all'università, né ai master, né facendo il professore, le ho imparate da mia nonna che aveva fatto la terza elementare.


www.avvenire.it




sabato 11 novembre 2023

A PROPOSITO DI MERITOCRAZIA


 “Il paradigma meritocratico non è riformabile: va sostituito”

 Intervista a Enrico Mauro

 

-di Rocco Gumina

 

Dall’unità d’Italia in poi, il meridione d’Italia si è configurata come una terra gravida tanto di problemi e arretratezza quanto di profeti. Fra questi bisogna annoverare don Tonino Bello, vescovo di Molfetta in Puglia, che oltre ad avanzare un pensiero volto al rinnovamento della Chiesa si è impegnato per una riforma della società. Di questa straordinaria figura parliamo con Enrico Mauro. Ricercatore di Diritto amministrativo presso l’Università del Salento, Mauro ha da poco pubblicato con le edizioni San Paolo il volume intitolato “Contro la società del sorpasso. Il pensiero antimeritocratico”.

 – Professore Mauro, quali sono stati i fattori che l’hanno condotta a scrivere un libro su don Tonino Bello?

Come scrivo nel libro, l’interesse è nato da due direzioni. Da un lato, sono nato e ho sempre vissuto nei luoghi leccesi di don Tonino (Alessano, Ugento, Tricase, Santa Maria di Leuca, Gagliano del Capo), per cui la mia biografia, sia pure indirettamente, incrocia in più punti la sua. Dall’altro lato, studio dal 2014 i disastri della visione meritocratica della società e della vita e don Tonino mi ha dato, pur senza mai usare «meritocrazia», tanti spunti su cui riflettere.

 – La nostra società pare costruita esclusivamente su dinamiche di accumulo, di conquista, di visibilità e di presunta meritocrazia. Per quali motivi urge criticare e riformare questo paradigma?

«Meritocrazia» significa competizione, egoismo, individualismo, per cui la società esposta alla meritocrazia si fa liquida, si sbriciola. E chi fa le spese di ciò è chi ha più bisogno di aiuto, di solidarietà, di prossimità, di legami. Gli altri, i ricchi, i credenti nella religione del successo possono fare quasi tutto con il denaro. Il paradigma meritocratico, cioè plutocratico-castale, non è riformabile perché è il paradigma della guerra di tutti contro tutti: c’è poco da riformare. Va sostituito: qualunque riforma farebbe restare all’interno del paradigma.

 – Nel suo volume, lei definisce la proposta di don Tonino Bello come antimeritocratica. Quali sono le caratteristiche principali del pensiero del vescovo pugliese sulla società tardocapitalistica?

Partendo dalla Bibbia, in particolare dalla logica delle beatitudini, da san Francesco (era terziario francescano) e dal Concilio, don Tonino è un critico radicale, con l’esempio ancor più che con le parole, della società utilitaristica, edonistica, materialistica, consumistica, economicistica, esibizionistica, affaristica, efficientistica, darwinistica, in breve meritocratica. Nel libro mi sono soffermato su ognuno di questi aspetti e su altri affini, ma non è il caso di riassumere il lavoro: non solo per ragioni di spazio, ma perché il lettore ha diritto a una percentuale di sorpresa che un’intervista o una recensione non deve intaccare.

 – Quest’anno ricorre il centenario della nascita di don Lorenzo Milani. Cosa accomuna il pensiero e l’azione del priore di Barbiana a quelle del vescovo di Molfetta?

Sto leggendo tutte le opere di don Milani, dopo aver letto asistematicamente le principali negli anni scorsi. E sto preparando, per un convegno su don Tonino, una relazione in cui tento di segnalare e commentare tutte le citazioni esplicite di don Milani nell’opera di don Tonino.

 Ma non posso rispondere in un’intervista a una domanda che meriterebbe come risposta un altro libro, anche perché il confronto tra le due figure mi pare agli inizi: conosco pochissimi articoli di rivista che affiancano le due figure; nessuno studio serio, documentato. Comunque, semplificando fino all’inverosimile, posso dire, per cominciare, che don Milani e don Tonino erano caratterialmente molto diversi e che venivano da contesti familiari incomparabili: don Tonino, come Gesù, nacque povero e dovette imparare a restare povero; don Milani, come Francesco, nacque ricco e dovette imparare a venti anni a essere povero. Un punto su cui i due non sono d’accordo è il valore educativo dello sport agonistico.

 Don Milani si liberò abbastanza presto da questa convinzione (ben prima di Barbiana «gli arnesi del ping-pong […] volarono in fondo al pozzo» e del pallone non parliamo). Don Tonino, invece, restò di quest’idea fino alla fine o quasi: solo nel periodo della malattia, forse, ci ripensò, ma non scrisse mai un testo in cui lo ammise. Però al suo medico di base e amico negli ultimissimi tempi disse, tra l’altro: «Non considerare le cose del mondo in termini di vittoria o di sconfitta: è inutile. […]».

 Tante volte, peraltro, negli anni precedenti aveva richiamato l’esortazione di Paolo (Lettera ai Romani) a gareggiare solo nello stimarsi a vicenda. Quindi, forse, si contraddiceva considerando lo stadio o il campetto una scuola di valori evangelici e costituzionali. I principali punti di contatto fra i due mi sembrano: la centralità dello studio, della scuola; il primato dei poveri; il primato dell’interiorità, che non è intimismo.

 A proposito di questo terzo punto mi pare importante dire che ci sono innumerevoli passi di don Tonino che sembrano richiamare Esperienze pastorali di don Milani: processioni, feste, sacramenti non hanno nulla di cristiano se sono fatti esteriori e non prima di tutto spirituali; quindi moltissimi che pensano di essere cristiani sono solo materialisti che frequentano la chiesa, consumatori di sacro. I cristiani dovrebbero pensare e vivere da cristiani. Non basta essere battezzati.

 – Oltre a rappresentare un argine avverso alle derive distruttive di una certa cultura capitalistica, a partire dalla nostra Costituzione si può tornare ad avanzare un progetto alternativo alle dinamiche turbocapitalistiche?

La Costituzione è un catalogo di bisognosi, di fragili, di vulnerabili. Quindi, anche se in più disposizioni richiama «merito» e concetti affini (negli articoli in cui parla di esami, concorsi, senatori a vita ecc.), è una Costituzione decisamente antimeritocratica: i principi fondamentali della società disegnata dalla Costituzione sono solidarietà, riduzione delle diseguaglianze e partecipazione, non agonismo, efficientismo, carrierismo. Poi, evidentemente, la Costituzione è rimasta prigioniera di spinte, interne, europee e globali, che vanno in altre direzioni e che non le si possono imputare.

 Quindi la Costituzione non deve tornare ad avanzare alcun progetto antiturbocapitalistico perché non dipende dalla Costituzione se ha perso forza propulsiva, sia pur conservando tutto il suo spessore ideale. Il suo spessore ideale nel tempo, cioè a causa del peggioramento dei problemi sociali e ambientali globali, mi sembra persino aumentato. Ma la sua forza propulsiva è estrinseca, cioè dipende da tutti coloro che dovrebbero attuarla. Il diritto comunitario, invece, ruotando tutto intorno al ‘valore’ della competizione, spinge in direzione crudamente meritocratica.

 La Costituzione economica italiana, cioè la parte economica della Costituzione, è rimasta soffocata dal diritto comunitario. La Costituzione, che non esclude le pubblicizzazioni di imprese (art. 43), incarica i pubblici poteri di indirizzare e coordinare le attività economiche pubbliche e private a fini sociali (art. 41.3). Il diritto comunitario, esattamente al contrario, incarica i pubblici poteri di garantire la concorrenza.

 Il che fa sì che i pesci grossi mangino i piccoli e che non ci sia nessun indirizzo e coordinamento delle attività imprenditoriali a fini sociali. Tutto è interesse privato, secondo quella becera tradizione di economia politica (Mandeville, Smith) per cui, se tutti pensano solo a sé stessi, ai propri affari, qualcosa di buono ne verrà anche per la società: dai vizi privati le virtù pubbliche, dagli egoismi privati il benessere collettivo. Invece le virtù pubbliche nascono solo dalle virtù private, non dalla competizione, non dall’agonismo, non dall’amore di sé.

 

www.tuttavia.eu

 

mercoledì 2 agosto 2023

UN PROFETA DELLA CHIESA, DELL'EDUCAZIONE E DELLA SCUOLA


DON MILANI CI INTERROGA ANCORA

 P. Giuseppe Oddone, assistente ecclesiastico dell’Aimc e dell’Uciim, 

ripercorre la vita e il pensiero del priore di Barbiana

“Le scelte di Don Milani sono ancora attuali, prima nella realtà ecclesiale, poi nel mondo della scuola ed indicano un ideale per gli insegnanti e per gli alunni: I care, mi prendo a cuore i problemi della mia scuola e della società, cerco di dare la padronanza della lingua e la conoscenza delle lingue straniere, di rendere il ragazzo “sovrano”, perché così vuole la nostra Costituzione, di includere tutti ma sempre puntando in alto e mai al ribasso, di uscire insieme e non individualmente dai vari problemi (questa è la vera politica), di amare concretamente gli alunni, di interagire positivamente con le famiglie, di infondere la voglia di imparare e di servire gli altri, di conoscere e praticare i valori civili della Costituzione”.

Così afferma p. Giuseppe Oddone, assistente ecclesiastico dell’AIMC e consulente ecclesiastico dell’UCIIM, nel testo allegato, preparato in occasione del centenario della nascita di don Lorenzo Milani. Nel suo contributo, p. Oddone ripercorre la vita e il pensiero del priore di Barbiana, concludendo che “Don Milani, profeta e rivoluzionario nella Chiesa e nella scuola, possa ancora insegnarci molto, anche se alcune provocazioni, per cui ebbe molto a soffrire, sono legate al suo carattere, alla sua vicenda personale ed ai suoi conflitti sociali ed ecclesiali”.

In allegato il testo integrale.

 DON MILANI, UN PROFETA


 

giovedì 20 aprile 2023

DON MILANI. LA FORMAZIONE DELLE COSCIENZE


- di don Luigi Ciotti

Suona perfino scontato – a oltre mezzo secolo dalla morte – parlare di attualità di don Milani. In questi anni le ingiustizie e le povertà non sono certo diminuite, e la Barbiana di allora, così come apparve a don Lorenzo il 7 dicembre 1954, si riflette nelle tante Barbiane del nostro tempo: quelle dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, quelle delle zone di guerra e del Mediterraneo, dove il mare inghiotte o depone sulle spiagge i corpi delle vittime della fame, della schiavitù e dell’ingiustizia globale.

Come nelle Barbiane di chi all’altra riva è approdato, senza però trovare lavoro e dignità: quelle delle baraccopoli e dei quartieri ghetto, delle case sovraffollate e dei rifugi di fortuna, quelle di chi cade in mano alle mafie del caporalato, del narcotraffico, della prostituzione.

 Ma don Milani è nostro contemporaneo anche per quello che è forse il cuore, il nucleo pulsante della sua opera: la scuola. C’è, irrisolta, una grande questione educativa. Perché se è vero che nel nostro Paese – ma il discorso può essere esteso ad altre democrazie “avanzate” – la povertà assoluta e relativa opprime milioni di persone, è anche vero che ci troviamo di fronte a un diffuso analfabetismo di ritorno, e che l’Italia è tra i primi posti in Europa per dispersione scolastica.

 Don Milani ci ha insegnato che non si può combattere la povertà materiale senza una formazione delle coscienze, senza un’educazione alla ricerca. A Barbiana, dove pure il priore si comportava da maestro severo ed esigente, era sempre l’alunno che fa più fatica a dettare il ritmo di marcia e guidare di fatto il progetto comune. Resta un’intuizione preziosa, perché solo così la scuola diventa la base di una società prospera, la cui forza si misura dalla capacità di includere e valorizzare i più fragili, così come la tenuta di un ponte dipende dal concorso di tutti i piloni a sorreggerne il peso. «Se si perde loro – è scritto nella Lettera a una professoressa – la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati». Questo vuoto culturale si riflette infine nel decadimento del linguaggio, un decadimento che si manifesta anche come corruzione e prostituzione della parola. Nella “società della comunicazione”, le parole tendono sempre più a diventare strumenti di potere invece che segnavia della ricerca di verità. E don Milani, che nella parola umana come strumento di conoscenza e di dignità avvertiva lo stesso eco liberante della parola di Dio, non avrebbe certo taciuto di fronte allo scempio linguistico dei discorsi che etichettano, che diffamano, che manipolano la realtà e nascondono la verità.

 Ecco allora che opportunamente Michele Gesualdi mette in guardia dal rischio di una memoria deferente e d’occasione, o peggio di strumentalizzazioni o appropriazioni indebite della sua eredità intellettuale e spirituale. Don Milani non va celebrato ma vissuto, così come «Barbiana era molto più di una scuola, era un vivere in comune». Non può esistere un “don Milani in pillole”, citato a seconda di circostanze e convenienze, così come il famoso passo dell’obbedienza che non è più una virtù, non deve essere interpretato come un generico invito alla ribellione, ma come un’esortazione a seguire la voce della propria coscienza, che non è mai accomodante, che sempre ci chiama a quelle responsabilità che proprio il conformismo e l’obbedienza acritica permettono di eludere. Essere consapevoli significa essere responsabili, significa mettere la nostra libertà al servizio di chi libero non è. È di questa libertà che don Milani è stato maestro. A noi spetta il compito di esserne, almeno, testimoni credibili.

 

www.avvenire.it

 

giovedì 23 febbraio 2023

DON MILANI. EDUCAZIONE ALLA LEGALITA' E ALLA POLITICA


Educazione alla legalità e educazione politica nella scuola, 

nella Lettera ai Giudici 

di don Milani

 

- di Luciano Corradini *

 

La "lezione" fatta ai suoi ragazzi e scritta con loro, indirizzandola a "una professoressa", si dilata e assume un vasto respiro etico e civile nella Lettera ai Giudici e nella Risposta ai cappellani militari toscani, raccolte sotto il Titolo L'obbedienza non è più una virtù. Documenti del processo di don Milani (1965). Si tratta di un testo, in tutto un'ottantina di pagine, di grande valore etico, religioso, storico, civico, giuridico e politico, concentrato in un dialogo a distanza, nel corso di un'azione giudiziaria, con i cappellani militari e con i giudici, scritto, per la sua parte, da un giovane gravemente ammalato, che argomenta la sua difesa come maestro e come sacerdote.

Viene spontaneo accostarlo a Socrate. Oltre che per la drammaticità della situazione e la lucidità dell'argomentazione, questi sintetici e densi discorsi sono esemplari per la loro chiarezza metodologica. Basti pensare alla famosa distinzione fatta nella LG: “La scuola è diversa dal tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il passato e l’avvenire e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè di senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione)". (….) "E allora il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i 'segni dei tempi', indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso”. (pp.36-37)

E’ qui individuato con chiarezza il sottile confine fra l’educazione civica e l’educazione politica, come in altri passi fra l'educazione etica, l'educazione storica e quella giuridica; e fra la deontologia professionale e la profezia. La quale profezia non è vaneggiamento o pretesa di aver tutta la verità in tasca e di conoscere il futuro. Don Milani ammette che gli insegnanti vedono “solo in confuso” le cose belle che i ragazzi vedranno domani: e crede che gli insegnanti queste belle cose debbano “indovinarle negli occhi dei ragazzi”. Riconosce i suoi limiti, non insulta chi lo ritiene un vile, ma rivendica il diritto al rispetto e alla libertà d'insegnamento di ciò ritiene la verità, alla luce dei fatti, del Vangelo e della Costituzione.

Il leit motiv e l’incipit di queste certezze si trovano espresse in frasi come queste: "Cercasi un fine. Bisogna che sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo null’altro che d’essere uomo. Cioè che vada bene per credenti e atei. Io lo conosco. Il priore me l’ha imposto fin da quando avevo 11 anni e ne ringrazio Dio. Ho risparmiato tanto tempo. Ho saputo minuto per minuto perché studiavo” (p.94). “Per esempio, ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. (LP,p.14)

Pensiamo alla crisi di motivazione dei giovani d’oggi e al coraggio di scrivere che un prete “impone” un fine elevato ad un ragazzo di 11 anni, e questo poi ringrazia Dio per questa imposizione, che gli ha aperto la mente. Woody Allen potrebbe chiedergli: e qual è il fine del prossimo? E che cosa hanno fatto i posteri per me? La risposta di Barbina è chiara e forte. I care, me ne importa.

"Ma questo, conclude don Milani, è solo il fine ultimo, da ricordare ogni tanto. Quello immediato, da ricordare minuto per minuto, è d'intendere gli altri e di farsi intendere".  Condizione per cessare il fuoco e far la pace. Più attuale di così…

Luciano Corradini è professore emerito di Pedagogia generale nell’Università di Roma Tre. È stato docente nelle scuole secondarie, nel­le Università di Cosenza, Milano Statale, Bre­scia Cattolica e Roma La Sapienza, presiden­te dell’IRRSAE Lombardia, vicepresidente del CNPI (Consiglio nazionale della P.I.), con sette successivi ministri, sottosegretario alla P.I. nel Governo Dini, presidente dell’ARDeP, associazio­ne per la riduzione del debito pubblico, dell’AIDU (docenti universitari), dell’UCIIM (docenti medi).

 

giovedì 6 maggio 2021

A SCUOLA DAI MAESTRI


 La pedagogia di Dolci, Freire, Manzi e don Milani

L'istruzione è un crocevia di sfide complesse, in cui gli insegnanti maturano una serie di competenze ed operano diverse forme di mediazione, attingendo ad un bagaglio personale e professionale e lasciandosi guidare da orientamenti pedagogici significativi, che restano spesso latenti.

Ripercorrendo il pensiero di grandi maestri pedagogisti quali Danilo Dolci, Paolo Freire, Alberto Manzi e don Lorenzo Milani si intende offrire una cornice pedagogica grazie alla quale rileggere le esperienze di accompagnamento scolastico attraverso cui vengono approfondite conoscenze specifiche, sperimentati metodi che rinnovano la pratica didattica e trovati principi ispiratori comuni che orientino le scelte pedagogiche.

Insegnanti, dirigenti, educatori, pedagogisti potranno trovare in queste pagine contenuti significativi e stimoli preziosi per ripensare la scuola oggi nella direzione della tutela dei diritti e della giustizia, della rilettura di scenari in cambiamento, della promozione dell'umano, attraverso l'uso della parola e l'affinamento della conoscenza.

A SCUOLA DAI MAESTRI

La pedagogia di Dolci, Freire, Manzi e don Milani

Contributi
Caterina Benelli, Antonio Cuciniello, Roberto Farné, Isabella Pescarmona, Piergiorgio Reggio, Domenico Simeone, Pierpaolo Triani
Livello
Testi per insegnanti, operatori sociali e sanitari

Dati
pp. 126,      1a edizione  2020   (Codice editore 1108.1.37)

€ 15



sabato 11 luglio 2020

CONTEMPLAZIONE E WEB NON SEMPRE VANNO D'ACCORDO

TORNARE A CONTEMPLARE PER VIVERE MEGLIO

di SIMONE PALIAGA

Tornare a contemplare, potrebbe suonare così il motto della battaglia culturale dei prossimi anni. Iscritto da tempo, dai sostenitori del determinismo tecnologico, sotto l’insegna della infosfera, dell’innovazione dei dispositivi smart, dell’intelligenza artificiale, all’uomo si prescrive sempre più di attivarsi, di essere social e di partecipare. Ma non più di contemplare. Eppure la contemplazione potrebbe benissimo essere il proprio dell’umano. Quel proprio da riattivare e promuovere per riconoscere la posizione dell’uomo nel mondo e preservare il suo essere in relazione con la realtà. Anche in tempi in cui a dettare legge sono le nuove tecnologie della comunicazione.
La moda tecnologica preferisce l’interattività alla contemplazione, allo sguardo il tattile, alla distanza l’immersione, una deriva che rischia di compromettere l’umanità dell’uomo. «Leggere e contemplare sono invece elementi fondamentali per contrastare l’atrofia mentale del mondo umano attuale. Internet e intelligenza artificiale hanno creato patologie accertate dell’attenzione, con perdita notevole delle capacità di concentrazione e d’intuizione» ammonisce Raffaele Milani nel suo ultimo libro per il Mulino, Albe di un nuovo sentire. La condizione neocontemplativa (pagine 222, euro 17). «Internet sembra piuttosto ostacolare o impedire la condizione contemplativa, la messa a punto interiore del rapporto con l’oggetto - continua il filosofo dell’università di Bologna -. Difficile umanizzare l’informatica. 
Il web è la struttura dell’intrattenimento, dell’informazione, della comunicazione: raro trovare un’etica dell’intelligenza e della realtà artificiale, almeno in questi tempi e con queste realizzazioni. L’intelligenza artificiale disattende la mediazione umana, nonostante le vie seduttive della comunicazione facciano sembrare il contrario». Con la loro diffusione e con l’imporsi della realtà virtuale e della realtà aumentata cambia il modo di relazionarsi dell’uomo agli oggetti e all’altro da sé. Ne segue il deteriorarsi della possibilità di contemplare, di figurarseli, di immaginare. «La dimensione virtuale in realtà - incalza Milani - ha creato un pervertimento dello spirito della contemplazione, ha falsificato il tentativo di un contatto autentico con la natura o almeno ha separato il sentire dalla potenza illusoria degli strumenti tecnici; unione questa, del sentire e dell’illusione, comunque storicamente necessaria all’evoluzione della mente rappresentativa, sin dalla pittura rupestre come dalla nascita del mito». 
Dall’adulterazione del rapporto con l’oggetto e con la natura che proviene dal gusto dell’immergersi nella realtà virtuale nasce quella che Milani definisce epoca neocontemplativa. Essa si regge su una cattiva relazione tra sentire e rappresentare, in cui la distanza è assorbita dal contatto e dallo sprofondare in realtà parallele illusorie. Infatti lo sviluppo delle tecnologie touch screen e la virtual reality experience non avviene senza conseguenza. Il successo della dimensione tattile, l’esaltazione del partecipare seppure nella dimensione social, l’entusiasmo dell’immergersi nelle situazioni portano al declino del guardare,
dell’ammirare e del contemplare. Al pathos della distanza subentra così l’epoca dell’immersione che va a detrimento del rappresentare.
L’uomo si trova a volteggiare in una realtà simulata tridimensionale che con l’affinamento delle tecnologie diventa vieppiù realistica. Con smart glasses, guanti e tute intelligenti è in grado di vivere la realtà illusoria del virtuale come se fosse autentica. Ma anziché un progresso, il crescente approssimarsi del virtuale al reale rende la situazione immersiva pericolosa. La sua verosimiglianza rischia di compromettere la relazione tra l’uomo e la realtà. «Un sistema trasformativo dell’ambiente in senso ludico o falsamente partecipativo - spiega Milani - depista l’elemento estetico conoscitivo e il protagonismo del soggetto agente. Il soggetto si trova come prigioniero, non potendo essere protagonista della messa in scena del mondo. Gli ambienti come risultato della simulazione si sostituiscono agli ambienti reali in un dissolvimento dell’esperire e dell’immaginare» e in questo modo la contemplazione diventa impossibile. 
Occorre recuperare, attraverso la contemplazione, l’armonia con la realtà. «Contemplazione e armonia - conclude Raffaele Milani - si fondono alla ricerca di una migliore condizione dell’umanità». Insieme permettono di riconoscere il valore della vita come frutto della contemplazione del cielo, del sole, della luna e della realtà tutta mettendo in luce la relazione necessaria del sentire con l’ordine della natura oggi eclissata dalle realtà immersive.

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