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domenica 25 gennaio 2026

IL SIGNORE CI PARLA

 


DOMENICA III

 DEL TEMPO

 ORDINARIO


– 25 Gennaio 2026 


Domenica della Parola

 

 Is 8,23b-9,3; Sal 26 (27); 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23


  Commento di M. Augé B. 

Il simbolismo della luce, che abbiamo già trovato nella domenica precedente nonché nella liturgia natalizia e ritroveremo in quella pasquale, esprime, nella Bibbia, la realtà della salvezza donata dal Signore per mezzo di Cristo. San Matteo, nel brano evangelico d’oggi, racconta gli inizi del ministero pubblico di Gesù che comincia dalla Galilea, dopo l’arresto di Giovanni. Gesù sceglie come punto di partenza della sua predicazione una regione religiosamente sottosviluppata, dove la religione d’Israele era a stretto contatto col paganesimo. Nel secolo VIII a. C. gli abitanti di Galilea erano stati deportati in esilio, “immersi nelle tenebre della schiavitù”. Ricordiamo che uno degli argomenti che verranno portati contro la messianicità di Gesù è appunto questo: “Il Cristo viene forse dalla Galilea?” (Gv 7,41). In questa scelta fatta da Gesù per iniziare l’annuncio del Regno di Dio e l’invito alla conversione, l’evangelista Matteo vede il compimento delle parole del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “...il popolo che cammina nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. La Galilea, terra di tenebra da dove la predicazione di Gesù inizia a irradiarsi come luce, è il simbolo del buio che avvolge la vita dell’uomo che non è stato illuminato dalla luce del Vangelo di Gesù.

 La lieta novella che Gesù reca all’uomo è un messaggio di liberazione morale e fisica, perché rinnova l’uomo. Gesù predica il vangelo del Regno e guarisce ogni malattia e infermità mettendo l’uomo in grado di individuare e percorrere la strada che lo può realizzare, che è capace di dare senso alla propria vita, come i fratelli Simone e Andrea e Giacomo e Giovanni che, lasciata ogni cosa, seguono Gesù e trovano in lui il senso della loro esistenza. San Matteo sottolinea che i primi discepoli sono fratelli nel sangue per indicare l’effetto della conversione che conduce oltre, verso la fraternità in Cristo, la sola capace di non divenire mai esclusiva, ma comprensiva di ogni uomo. Convertirsi al Regno di Dio significa quindi scoprire anche i profondi rapporti che ci uniscono gli uni gli altri. Fare di Cristo il centro della vita vuol dire spezzare ogni barriera e ogni divisione. Perciò nella comunità di coloro che sono stati illuminati dal Vangelo di Gesù non hanno senso le discordie, le divisioni. È quanto ricorda san Paolo nella seconda lettura quando esorta i fratelli della comunità di Corinto ad essere “in perfetta unione di pensiero e di sentire”. Se Cristo non può essere diviso, nemmeno la comunità di Cristo, che è vero “corpo di Cristo”, può essere divisa. Le divisioni nella Chiesa sono lacerazioni di Cristo.

 Riassumendo, possiamo affermare che negli inizi della sua predicazione Gesù annuncia la liberazione dall’oppressione in cui si trovano gli uomini che vivono nelle tenebre e nella schiavitù del peccato, perché essi, “illuminati” dalla luce che è Cristo, possano ritrovare il senso della loro esistenza nella comunione e solidarietà reciproca. Questo messaggio trova una sua realizzazione vera e paradigmatica nella partecipazione all’eucaristia, in cui per opera dello Spirito “diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito” (preghiera eucaristica III).

Pubblicato da M. Augé B. 

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martedì 6 gennaio 2026

I MAGI E L'ARTE DEL DONO

 


La visita dei magi

 è una grande 

grammatica 

del dono.

 



-di Luigino Bruni

 Uomini saggi, astronomi e astrologi, venuti da est.  Non erano pastori, erano esperti di stelle e di scienza.

Erano uomini, dei maschi, ed erano capaci di fare doni: maschio è Erode, ieri e oggi; ma maschi sono anche i magi, che ci dicono che anche i maschi sanno fare doni.

Quegli uomini si misero in cammino inseguendo «una stella», per «adorare» un bambino (Mt 2,2).

Ecco i primi due elementi di questa grammatica del dono: c’è un cammino e c’è una stella. Cammino dice impegno e dice tempo, gli ingredienti fondamentali di ogni dono.

I regali non richiedono molto tempo, ne facciamo molti in poche ore di shopping; il dono no, è diverso.

Non c’è dono senza un cammino, senza un viaggio materiale o spirituale.

Ci si alza, si va a trovare quella persona che abbiamo deciso di onorare con la nostra visita e con il nostro dono.

Quasi tutto quello che volevamo dire a quella persona lo diciamo andandola a trovare.

Il primo dono dei magi fu il loro mettersi in cammino. Poi c’è la stella.

Nei doni, di certo in quelli più importanti, non si parte senza l’apparizione di una "stella" - senza una voce, un segno, una chiamata.

Ciò che siamo oggi dipende da molte cose, ma dipende soprattutto dai doni-stella che abbiamo ricevuto nella vita.

Dono chiama dono: ecco perché secondo il Vangelo (apocrifo) arabo dell’infanzia di Gesù «Maria donò loro alcune delle fasce del bambino Gesù».

I magi portano in dono «oro, incenso e mirra» (2,11).

Per dire regalità (oro), divinità (incenso), e corporeità (mirra).

La grammatica e la sintassi del dono continua a svelarsi.

In ogni incontro che nasce dal dono, ti incontro per dirti che hai la dignità di un re, che sei sacro come un Dio e che sei un essere umano, e quindi il tuo limite e la tua futura morte non sono maledizione e condanna, ma compito e destino. Questo significa onorare.

«Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono» (2,11).

C’è anche Maria nel dono dei magi, una sorpresa e una gioia aggiunte alla loro gioia che era già grandissima.

E in Maria possiamo rivedere un’altra amica biblica dei magi: la regina di Saba, che partì da lontano, con molti doni, per conoscere e onorare la sapienza.

Il dono dei magi è l’altro Magnificat dei Vangeli, e la visita di Maria ad Elisabetta è l’episodio che più gli assomiglia. Maria accolse con fiducia i magi dentro casa, li fece entrare, li riconobbe come ospiti buoni, accettò il loro dono.

E infine l’ultima nota del dono. Anche i magi, come Maria con Elisabetta, dopo aver fatto il loro dono presero la via di casa.

È questa l’ultima nota del processo del dono, che si chiude col ripartire.

Il ritorno a casa

Chi conosce quest’arte sa che «fare ritorno a casa» è il capolavoro del dono, perché dice castità, la sorella gemella della gratuità.

Chi sa donare non occupa spazi, li libera. È discreto. Sa stare senza fretta, ma poi in fretta riparte.

Non si appropria del tempo della reciprocità. E porta via con sé una "grandissima gioia".

Questo bell’augurio di Buon Cammino e di Buona Epifania di Ignazio Punzi, formatore, psicologo e psicoterapeuta familiare, presidente dell’associazione “L’aratro e la stella”

 I MAGI NON ERANO CRICETI

Il giorno dell'Epifania non si può non porsi questa domanda: quando ci si mette in cammino?

Credo che occorrano almeno tre condizioni:

- quando si intuisce che qualcosa o qualcuno di veramente importante ancora ci manca

- quando si ha la consapevolezza che questo "qualcosa o qualcuno" non si trova nei luoghi in cui si abita o si frequentano

- e quando infine, come conseguenza delle prime due, si ha il coraggio di "uscire" e osare l'incontro con il nuovo.

Ci si mette in cammino se si obbedisce ad una assenza che preme dal profondo di noi stessi e si manifesta come invito a mettersi in cammino verso il non ancora, per terre sconosciute.

Si incontra la verità solo da nomadi, da stranieri.  Facciamocene una ragione.

Se non si accetta questo cambio di status, che è spirituale, emozionale e cognitivo, il cammino nel quotidiano, seppur faticoso, è più simile a quello del criceto nella ruota.

I criceti, però, non inaugurano nuove vie, ma smaltiscono solo il grasso accumulato nella loro stanzialità.

Se si vuole tracciare diritto il proprio solco, è più saggio uscire dalle proprie ruote e dalle proprie gabbie dove tutto è garantito e mettersi finalmente in cammino per territori inediti, attaccando l'aratro ad una stella, in cerca di una verità che ci renderà liberi.

In questo giorno di Epifania, facciamo nostra l'esortazione di don Tonino Bello a metterci in cammino senza più aspettare e senza paura, per fare "straripare la speranza.

Andiamo a Betlemme!

[ ...] Per noi, disperatamente in cerca di pace, ma disorientati da sussurri e grida che annunziano salvatori da tutte le parti, e costretti ad avanzare a tentoni dentro infiniti egoismi, ogni passo verso Betlemme sembra un salto nel buio.

Andiamo fino a Betlemme. È un viaggio lungo, faticoso, difficile, lo so.

Ma questo, che dobbiamo compiere «all'indietro», è l'unico viaggio che può farci andare «avanti» sulla strada della felicità.

Quella felicità che stiamo inseguendo da una vita, e che cerchiamo di tradurre col linguaggio dei presepi, in cui la limpidezza dei ruscelli, o il verde intenso del muschio, o i fiocchi di neve sugli abeti sono divenuti frammenti simbolici che imprigionano non si sa bene se le nostre nostalgie di trasparenze perdute, o i sogni di un futuro riscattato dall'ipoteca della morte.

Andiamo fino a Betlemme, come i pastori.

L'importante è muoversi.

Per Gesù Cristo vale la pena lasciare tutto: ve lo assicuro.

E se, invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, con tutte le connotazioni della miseria, non ci venga il dubbio di aver sbagliato percorso. Perché, da quella notte, le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi della onnipotenza di Dio.

Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l'amarezza di tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo dove Egli continua a vivere in clandestinità.

A noi il compito di cercarlo.

E saremo beati se sapremo riconoscere il tempo della sua visita.

Mettiamoci in cammino, dunque, senza paura.

Il Natale di quest'anno ci fa trovare Gesù e, con Lui, il bandolo della nostra esistenza redenta, la festa di vivere, il gusto dell'essenziale, il sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell'impegno storico, lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera.

Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche quello della nostra anima sarà libero di smog, privo di segni di morte e illuminato di stelle.

E dal nostro cuore, non più pietrificato dalle delusioni, strariperà la speranza.

 Famiglia Cristiana

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lunedì 20 ottobre 2025

CHIAMATI ALLA GIOIA




 La vocazione è l'espressione individuale dell'amore per la vita, la via maestra per la gioia

 



Alessandro D’Avenia

 

«Sono contenta, perché gli insegnanti hanno tutti la vocazione». Così ha risposto una studentessa a cui avevo chiesto come stesse vivendo l'inizio delle superiori. Ha poi dettagliato: «Appassionati, capaci di spiegare e interessati a noi». 

Senza saperlo aveva descritto i tre fondamenti della didattica, senza uno solo dei quali non si dà scuola: conoscere e amare ciò che si insegna (preparazione), a chi lo si insegna (relazione) e il modo in cui insegnarlo proprio a chi lo si insegna (comunicazione). Non vale solo per l'insegnamento, lo si può dire per tutte le vocazioni: «salvano il mondo», se a «salvare» diamo il significato originario, rendere qualcosa unito e compiuto (vivo), e per «mondo» intendiamo le cose e le persone che cadono nel raggio d'azione della nostra specifica chiamata (mondo, dal greco kosmos, ordine e bellezza, in italiano è anche un aggettivo che significa infatti pulito, bello, ordinato, il contrario di immondo, immondizia). Ogni vocazione fa più mondo il mondo, «monda» il reale, cioè trasforma la paura e il caos in opera d'arte. La vocazione è l'espressione individuale dell'amore per la vita, la via maestra, personale e sociale, per la gioia: chi non vive la propria vocazione si sente insoddisfatto e presto o tardi va in crisi, e una comunità si regge sulla circolazione dei beni generati dalle singole vocazioni. Ma siamo sicuri di averla tutti? 

 Vocare

L'origine della parola vocazione la dobbiamo alla matrice giudaico-cristiana, infatti nella Genesi c'è un Dio che crea chiamando («Dio disse: “Sia la luce” e la luce fu») alla vita. Non plasma le cose, come nelle cosmogonie di altre religioni che privilegiano il modellare il mondo, ma le dice, e il fare è inglobato nel dire: le cose non sono solo cose ma sono parole. Ogni stella, pianta, animale, uomo è una parola della vita per chi sa ascoltare. 

«Vocare» significa infatti chiamare, «vocazione» è quindi scoprire la parola che ogni cosa e persona ha da dire al mondo e senza la quale la vita diventa muta. In più l'uomo, essendo «a immagine e somiglianza» del Dio che crea chiamando, ne ha la stessa essenza: è, se vuole, un con-creatore o pro-creatore, cioè non solo è chiamato a essere se stesso come le cose, ma può chiamare lui stesso alla vita altre cose e persone. 

E non finisce qui: come il Dio che alla fine della creazione «gioisce» della bellezza fatta, anche noi siamo chiamati a «goderci» la vita fatta da noi. Più c'è creazione più c'è vita più c'è gioia, come dice il filosofo Bergson, introducendo al posto di Dio un più generico e immanente concetto di «natura»: «I pensatori che hanno speculato sul significato della vita e sul destino dell'uomo non hanno notato a sufficienza che la stessa natura si è curata d'informarci al riguardo. Essa ci avverte con un segno preciso che la nostra meta è raggiunta. Questo segno è la gioia... ovunque c’è gioia, c’è creazione; più ricca è la creazione, più profonda è la gioia» (L'energia spirituale).

 Una chiamata per tutti

Questa «chiamata» è per tutti e ciascuno: non c'è uomo che non abbia vocazione a fare altra vita con la propria, c'è solo chi pensa di non poterlo o volerlo fare, rinunciando, biblicamente, al divino in sé, o, alla Bergson, all'umano compiuto. Quindi la vocazione è l'ambito creativo grazie al quale la vita aumenta in e attorno a noi. Chi non cerca e vive la propria vocazione tende ad appropriarsi di quella altrui, o invidiandola, o simulandola, o distruggendola: de-crea, provoca diminuzioni di vita e di gioia, meno mondo e più immondizia. 

La gioia

Educare è in fondo educare alla gioia, perché è aiutare altri a trovare la vocazione, come narra la scrittrice Natalia Ginzburg in Le piccole virtù: «Se abbiamo una vocazione noi stessi, se non l’abbiamo tradita, se abbiamo continuato attraverso gli anni ad amarla, a servirla con passione, possiamo tener lontano dal nostro cuore, nell’amore ai nostri figli, il senso della proprietà. Se invece una vocazione non l’abbiamo, o se l’abbiamo abbandonata e tradita, per cinismo o per paura di vivere, allora ci aggrappiamo ai figli come un naufrago al tronco dell’albero, pretendiamo da loro che ci restituiscano tutto quanto gli abbiamo dato, che siano quali noi li vogliamo, che ottengano dalla vita tutto quanto a noi è mancato; finiamo col chiedere a loro tutto quanto può darci soltanto la nostra vocazione stessa: vogliamo che siano in tutto opera nostra, come se, per averli una volta procreati, potessimo continuare a procrearli lungo la vita intera. 

Ma se abbiamo noi stessi una vocazione, se non l’abbiamo rinnegata e tradita, allora possiamo lasciarli germogliare quietamente fuori di noi, circondati dell’ombra e dello spazio che richiede il germoglio d’una vocazione, il germoglio d’un essere. Questa è forse l’unica reale possibilità che abbiamo di riuscir loro di qualche aiuto nella ricerca di una vocazione, avere una vocazione noi stessi, conoscerla, amarla e servirla con passione: perché l’amore alla vita genera amore alla vita». 

La vocazione non coincide con la professione, il mestiere o il ruolo, che ne sono un'auspicabile manifestazione se il fare esprime il creare (dare vita) secondo la propria irripetibile voce. Per questo possiamo, anzi dobbiamo, coltivarla anche in altro modo: Gaugin faceva l'agente di cambio, Dickinson la casalinga, Einstein il tecnico all'ufficio brevetti, Kafka l'assicuratore, Čechov il medico, Vivian Maier la tata. Dal «fare» noi giustamente ci aspettiamo una conferma del nostro «essere», ma la vocazione, se non abbiamo la sorte di svolgere un lavoro coerente con la chiamata, sa prescindere anche dall'approvazione. 

Avere senso

Il senso viene prima del consenso che non è sicuro né necessario, ma se facciamo dipendere il senso dal consenso, faremo cose «senza senso», senza vita e senza gioia. Far coincidere vocazione e successo è infantile: è il bambino che vuole essere costantemente guardato e approvato in ciò che fa perché la sua identità dipende ancora in tutto e per tutto dallo sguardo dei genitori (e oggi più sono guardato più esisto: follower, share, like...). 

Quando mi chiedono, nel piccolo della mia esperienza, come vivo quello che oggi definiamo «successo», rispondo: «Non sono felice perché ho successo, ho successo perché sono felice, e il successo è un di più, infatti la parola stessa indica qualcosa di cui non ho il controllo: “è successo!”, invece la gioia è uno stato, ha a che fare con l'essere, avviene anche se nessuno vede». Van Gogh non smise di dipingere anche se i suoi quadri non si vendevano, perché dipingere era la sua salvezza. Leopardi delle sue poesie diceva: «Uno dei maggiori frutti che io mi propongo e spero dai miei versi è... contemplare da sé, compiacendosene, di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui» (Zibaldone). Gioire di fare una cosa bella al mondo, riconosciuta o meno dagli altri, questa è la vocazione, come il Dio che, dopo la creazione, riposa non nell'applauso ma nella bellezza del creato, come noi dopo una faticosa giornata di vita (non solo di lavoro) ben fatta. 

 Generare

La vocazione è quindi lo spazio-tempo di un fare in cui troviamo senso, gioia e generiamo altra vita, a prescindere dal consenso immediato. Non esistono persone senza vocazione, esistono persone che nell'infanzia e nell'adolescenza sono state represse e convinte di non averla o usate per realizzare quella di altri, persone che ne hanno inseguita una che non era la loro perché così facevano tutti, o persone che hanno rinunciato a cercarla per mancanza di mezzi (materiali o culturali), paura o pigrizia. Ma quelle che la vivono le riconosci subito, come è capitato alla studentessa, perché amano la vita e ne creano altra con la propria. Quelle persone sono come parole di carne: «Sia la vita, e la vita fu». 

 La vita è sì scomponibile in «data» (i dati), ma è prima di tutto «data» a chi si fa trovare.

 Anche solo in una passeggiata...

 Corriere della Sera

 

 

domenica 9 febbraio 2025

LASCIARONO LE RETI E LO SEGUIRONO

LA PESCA MIRACOLOSA




-Luigi, Comunità Kairòs

La liturgia presenta per questa domenica il brano della cosiddetta “pesca miracolosa”, ma l’eccezionalità di tale evento, una pesca in pieno giorno alla fine di una notte andata a vuoto, non è però il vero nucleo narrativo del brano evangelico.

Il centro della narrazione non è pertanto la vicenda di un miracolo, ma l’esperienza dell’incontro con il Signore, di come un uomo possa cambiare profondamente la propria vita mettendo in gioco sé stesso, il proprio tempo, le proprie certezze e i propri averi “sulla parola” di Gesù di Nazareth.

Più che il racconto straordinario della potenza divina, si tratta della storia semplice di Simon Pietro, ovvero della chiamata di un uomo che insieme ad altri compagni di viaggio si imbatte un giorno in Gesù che gli chiede di salire sulla barca della sua vita e di prendere il largo verso acque profonde.

Faceva ressa

Il brano si apre con la folla che “faceva ressa” attorno a Gesù per ascoltare la parola di Dio (v.1). Tra la gente c’è una grande sete di senso, ciò che le persone desiderano è la parola di Dio, un incontro con il Dio vivente che interpella, trasforma l’esistenza, impegna all’avventura della sequela nel cammino della vita. L’attitudine all’ascolto nell’opera dell’evangelista Luca costituisce il punto di partenza del cammino di fede. Di fronte alla folla, Gesù vede due barche da cui erano scesi i pescatori per lavare le reti, sale sulla barca che era di Simone e gli chiede di scostarsi un pò da terra: lì, stando seduto, “insegnava alle folle” (v.3). La prima richiesta del Signore è di essere accolto. Simone che finora è apparso solo intento alle sue attività lavorative e disinteressato ai discorsi di Gesù alle folle, si trova inaspettatamente faccia a faccia con Gesù stesso. Il suo primo “sì” al Signore avviene così, quasi per caso, senza troppa convinzione, senza poter minimamente prevedere il seguito. La barca, luogo del fallimento per la mancata pesca durante la notte, diviene ora il luogo da cui Gesù attrae persone all’ascolto della parola di Dio. I pescatori stanno riponendo gli arnesi di lavoro per la notte successiva, è di notte, infatti, il tempo propizio per pescare. La richiesta che Gesù fa a Simone di prendere il largo e di calare le reti per la pesca rappresenta pertanto una follia, un’assurdità dal punto di vista umano. Simone oppone a questa richiesta la sua esperienza di pescatore: “Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla” (v.5).

Getterò le reti

Ma proprio qui interviene il salto della fede: “ma sulla tua parola, getterò le reti” e Simone accetta la contraddizione che smentisce le sue competenze, facendo affidamento sulla parola del Maestro. Su questa parola si espone al rischio di mettere in discussione tutto quello in cui ha creduto fino ad ora per entrare nella sfera dell’impossibile per l’uomo e del non certo. E così entra nella sfera di quel Dio che lo ha chiamato proprio nel giorno del fallimento e nel momento di maggiore difficoltà. Questo faticoso lavoro di apertura al Signore diverrà però un’occasione di fecondità. Dopo che la rete gettata sulla parola di Gesù risale dai fondali stracolma di pesci al punto che 1 l’altra barca è chiamata a partecipare di questa grazia sovrabbondante, “e presero una grande moltitudine di pesci e le loro reti quasi si rompevano” (v.6), Simone riconosce il suo Signore. E così assistiamo al vero “miracolo”: Simone riconosce Dio in Gesù e diviene un altro. Quando Simon Pietro avverte questa vicinanza, cade alle ginocchia di Gesù chiedendogli di allontanarsi, di farsi nuovamente distante da lui che si riconosce ora peccatore: “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore” (v.8). Simone, pur avendo già una conoscenza di Gesù e della potenza della sua parola, non l’ha ancora conosciuto del tutto e, soprattutto, non ha ancora conosciuto se stesso alla luce del Signore.

L’incontro diviene sconvolgimento esistenziale.

 La conoscenza del Signore è il percorso di una vita, è un cammino in divenire, e questo, per ciascun credente come per Simon Pietro, avviene spesso grazie a una crisi. Egli, che conosceva Gesù nella sua forza, ora arriva alla conoscenza di sè stesso nella propria debolezza. La risposta autentica alla chiamata è innanzitutto un andare in profondità nella conoscenza di sé e del Signore. Simon Pietro viene scelto proprio nel suo peccato e lo svelamento della sua condizione lo ha reso ancora più vicino a Gesù. Analogamente accade al profeta Isaia, colto di sorpresa da una teofania, dove l’incontro col Signore aveva provocato una medesima comprensione della propria debolezza e del proprio peccato, “uomo dalle labbra impure io sono” (Is 6,5), ma nonostante tutto Isaia aveva accettato la missione, “eccomi, manda me!” (Is 6, 7), come leggiamo nel testo della prima lettura. E succederà anche all’apostolo Paolo: “Io non sono degno di essere chiamato apostolo…per grazia di Dio, però, sono quello che sono” (I Cor, 15,9-10), dal brano della seconda lettura.

Non temere

L’invito finale di Gesù a non temere, rivolto a Simon Pietro, accorcia nuovamente le distanze, d’ora in poi sarebbe divenuto “pescatore di uomini” (v.10), impegnato nella missione dell’annuncio della Parola per salvare dal mare del non senso e dalla disperazione quanti rischiano di annegare. A quelle parole, Simon Pietro e gli altri “lasciarono tutto e lo seguirono” (v.11), segno di radicalità ed essenzialità di vita a cui si è chiamati alla sequela di Gesù di Nazareth. Un lasciare tutto e una perdita che risulterà però un guadagno: “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna” (Mt 19,29). Il ministero degli apostoli non potrà che essere in continuità con ciò che faceva Gesù: annunciare la Parola di Dio. La comunità cristiana nasce attorno all’ascolto della Parola di Dio, criterio che fonderà tutte le nuove relazioni con Gesù. Egli stesso infatti definisce qual è la sua nuova famiglia: “Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8, 21). A Gesù adesso guardano Simon Pietro e i compagni con sguardo rinnovato dalla fede all’inizio del cammino che sta per cominciare e che ripartirà sempre nuovo al termine di ogni fallimento, di ogni nottata andata a vuoto.

 Così, come Pietro, ciascun uomo e ciascuna donna sta di fronte a Dio con le sue reti vuote in attesa di prendere il largo sulla sua Parola, verso una salvezza inattesa e una fecondità di vita che si rivelerà ben più grande delle nostre aspettative.

 

Comunità Kairos

lunedì 26 febbraio 2024

UNA CHIAMATA, UN CAMMINO

 

L'IDENTITA' PERSONALE  
E IL SENSO DELL'ESISTENZA

IL DIO IN CUI CREDO



Il percorso che Gesù fa compiere ai suoi discepoli e, in particolare, agli Apostoli, inizia con una proposta personale di conversione radicale, totalizzante e sincera, nella quale non c’è spazio per una concezione dell’esistenza diversa da quella che Dio le ha assegnato.

Cristo non propone loro una conversione di parole, ma un risolutivo cambiamento della loro visione e del loro stile di vita, per rifondarli solo sui suoi insegnamenti e sul suo esempio, affinché conformassero e finalizzassero la loro esistenza alla volontà del Padre.

Essi fanno un cammino di conversione sostenuto dai potenti segni compiuti da Gesù; cammino che si rivela impegnativo, totalizzante e duro; che li distacca dalle sicurezze sulle quali essi fondavano il loro vivere quotidiano e li rende assai distanti dallo stile di vita comune dei loro conterranei.

Questo libro, seguendo la via tracciata da Gesù ed imitandone il metodo, propone un ciclo organico di riflessioni che scava nel nostro modo di credere e di essere e ne approfondisce principi e contenuti per spianare la via, e per condurre ad una conversione sempre più profonda e matura.

 

Pippo Viola, L’IDENTITA’ PERSONALE E IL SENSO DELL’ESISTENZA, ed. Amen, pagg. 215,  febbraio 2024, € 15

 

sabato 20 gennaio 2024

CONVERTIRSI


LASCIATE LE RETI, LO SEGUIRONO


 III Domenica del Tempo Ordinario 

 Vangelo : Mc 1,14-20

 

-         Commento di S. E. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme

 Il Vangelo di questa domenica (Mc 1,14-20) ci porta sulle rive del lago di Tiberiade, in Galilea, dove Gesù si reca dopo l’evento del battesimo, lungo il Giordano.

 Appresa la notizia dell’arresto del Battista, Gesù lascia la Giudea e ritorna nei luoghi dove è cresciuto.

 Qui inizia la sua missione pubblica, e l’evangelista Marco ci racconta che questo inizio si compie in due modi: innanzitutto Gesù annuncia che il tempo è compiuto e che il regno di Dio è vicino (Mc 1,15); poi, passando lungo le rive del lago, chiama quattro uomini, che erano lì a lavorare, e li invita a seguirlo (Mc 1,16-20).

 Per entrare in questo brano, vorrei fermarmi innanzitutto su una delle prime parole pronunciate da Gesù. Dopo aver detto che un tempo nuovo sta iniziando, Gesù invita tutti alla conversione: “Convertitevi” (Mc 1,15).

 Può accadere di pensare che convertirsi significhi mettere in atto atteggiamenti diversi, un radicale cambiamento di vita da ottenere con un notevole sforzo personale. Oppure che una conversione dipenda necessariamente da eventi eclatanti, come quella di san Paolo sulla via di Damasco.

 E siccome non siamo capaci di grandi sforzi, e poiché grandi eventi a noi non accadono, pensiamo che la conversione non sia una cosa per noi.

 In realtà la buona notizia del Vangelo di oggi è un’altra.

 Convertirsi dice qualcosa di noi, di ogni uomo, qualcosa di molto importante.

 Dice che nessuno è destinato a rimanere sempre uguale, sempre prigioniero degli stessi schemi, degli stessi pensieri, degli stessi atteggiamenti.

 Dice che ognuno, sempre, può cambiare, può ricominciare, può essere nuovo.

 Convertirsi, prima che essere una fatica, è una possibilità, ed è ciò che dà speranza alla vita.

 Allora Gesù inizia a dare compimento alla sua missione annunciando questo, che è possibile per tutti una vita nuova, che c’è un passaggio a cui tutti siamo chiamati e che ciascuno può fare; e per far questo non è necessario sforzarsi più di quanto si abbia fatto finora, ma semplicemente arrendersi all’incontro con il Signore Gesù.

 Convertirsi è anche uno sguardo sull’altro, su chi mi sta accanto: perché neppure l’altro è condannato a ripetere lo stesso schema di vita, anche per l’altro la novità è possibile, come per me.

 La seconda parte del brano (Mc 1,16-20) ci racconta plasticamente come avvenga tutto questo.

 Degli uomini, due coppie di fratelli, stanno lavorando sul lago, perché sono pescatori.

 Gesù passa accanto a loro, li vede e li sceglie come suoi amici, suoi discepoli.

 E loro lasciano la loro vita di prima e, seguendo Gesù, ne iniziano una nuova.

 I discepoli scelgono di accogliere la scelta di Dio, e accettano che questo implichi un lasciare qualcosa a cui prima tenevano molto. Accettano soprattutto di lasciare un’immagine di sé che si erano giustamente costruiti, con il loro lavoro, con le loro cose, e accettano di pensarsi in un modo nuovo, come capaci di altro: “Vi farò diventare pescatori di uomini” (Mc 1,17)

 Allora possiamo dire che la conversione è questo, è un lasciarsi scegliere dal Signore, è vivere come persone che il Signore ha scelto.

 Perché l’amore è fondamentalmente una scelta, è scegliere di legarsi a qualcuno e rimanere in questo legame.

 Il Signore sceglie di legarsi con la vita di ciascuno di noi e chiede che noi facciamo altrettanto.

 Tutto quello che succederà dopo, lungo le vie della Galilea e della Giudea, lungo le pagine del Vangelo, sarà in fondo l’accadere di questa parola dentro la vita singola di tante altre persone: tanti che si lasciano alle spalle un passato senza speranza e si lasciano rimettere in cammino dall’incontro con il Signore.

 Malati, lebbrosi, peccatori, ma anche osservanti della legge, persone oneste, persone che cercano Dio: la vita nuova è vita per tutti.

  +Pierbattista

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domenica 26 giugno 2022

APERTI ALL'AVVENTURA

La vocazione viene da Dio. L'avventura di Dio è grande e inconcepibile da parte dell'uomo.

 Mantenendoci uniti a Dio noi ci manteniamo aperti all'avventura.

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Dal Vangelo di Luca (Lc 9, 51-62)

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

Commento di don Oreste Benzi

Cristo non si è messo a discutere, ha detto soltanto ai suoi: «Vieni e seguimi!», perché la vocazione viene da Dio. Lo ripeterà poi il Signore con forza: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16).

Quando noi perderemo questo concetto di "avventura" del cristianesimo, intesa nel senso di adventus, di venuta di Dio, avremo spento lo Spirito.

È il Signore che chiama e a colui che viene chiamato non occorrono molti ragionamenti. Una persona non andrà avanti perché aveva previsto tutto. La certezza che Dio ti ha chiamato ti porta via da quel melenso piangere su te stesso nel dire: «Io non sono adatto; io non sono capace; a me manca questo, a me manca quello».

L'avventura di Dio è grande e inconcepibile da parte dell'uomo, per cui tu sai che cominci con Dio ma non sai dove vai a finire; se tu non ti tieni a contatto con lui, non fai altro che gradatamente spegnere tutto e troverai mille motivi per difendere un accomodamento nel quale ti sei posto e che ormai è diventato comodo. Mantenendoci uniti a Dio noi ci manteniamo aperti all'avventura.

Sempre News

 

venerdì 6 maggio 2022

CHIAMATI AD EDIFICARE LA FAMIGLIA UMAMA

 


Giornata per le vocazioni.

 Il Papa: no a preti protagonisti e laici esecutori

Nel Messaggio per la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, Francesco ribadisce che ogni           battezzato è soggetto di evangelizzazione.                                   

                La chiamata come una scultura.       

-                                                                                                                                                                                                               -                                                           di Riccardo Maccioni

 

Tutti battezzati sono soggetti attivi dell’evangelizzazione. E «bisogna guardarsi dalla mentalità che separa preti e laici, considerando protagonisti i primi ed esecutori i secondi, e portare avanti la missione cristiana come unico popolo di Dio, laici e pastori insieme». Parte da questa sottolineatura la riflessione del Papa nel Messaggio per la 59ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni che sarà celebrata domenica prossima.

“Chiamati a edificare la famiglia umana”, il tema dell’appuntamento e dell’intervento di Francesco che ribadisce come la parola “vocazione” non vada riferita «solo a coloro che seguono il Signore sulla via di una particolare consacrazione», perché «ogni persona umana, prima ancora di vivere l’incontro con Cristo e abbracciare la fede cristiana, riceve con il dono della vita una chiamata fondamentale: ciascuno di noi è una creatura voluta e amata da Dio, per la quale Egli ha avuto un pensiero unico e speciale». E questa scintilla divina va sviluppata nel corso della vita «contribuendo a far crescere un’umanità animata dall’amore e dall’accoglienza reciproca».

Cioè «siamo chiamati a essere custodi gli uni degli altri, a costruire legami di concordia e di condivisione, a curare le ferite del creato perché non venga distrutta la sua bellezza». A diventare un’unica famiglia nella meravigliosa casa comune del creato, nell’armonica varietà dei suoi elementi. In questa grande vocazione comune poi si inserisce la chiamata più particolare «che Dio ci rivolge raggiungendo la nostra esistenza con il suo amore e orientandola alla sua meta ultima». È lo sguardo del Signore che ci raggiunge, che ci chiama, aggiunge il Papa. Si tratta di accogliere quello sguardo. Se lo facciamo la nostra vita cambia. E tutto diventa «dialogo vocazionale, tra noi e il Signore, ma anche tra noi e gli altri».

 Un dialogo che, vissuto in profondità, «ci fa diventare sempre più quelli che siamo: «nella vocazione al sacerdozio ordinato, per essere strumento della grazia e della misericordia di Cristo; nella vocazione alla vita consacrata, per essere lode di Dio e profezia di nuova umanità; nella vocazione al matrimonio, per essere dono reciproco e generatori ed educatori della vita. In generale, in ogni vocazione e ministero nella Chiesa, che ci chiama a guardare gli altri e il mondo con gli occhi di Dio, per servire il bene e diffondere l’amore, con le opere e con le parole».

Quando parliamo di “vocazione”, dunque, aggiunge il Papa – «si tratta non solo di scegliere questa o quella forma di vita, di votare la propria esistenza a un determinato ministero o di seguire il fascino del carisma di una famiglia religiosa o di un movimento o di una comunità ecclesiale; si tratta di realizzare il sogno di Dio, il grande disegno della fraternità che Gesù aveva nel cuore quando ha pregato il Padre: «Che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Ogni vocazione nella Chiesa, e in senso ampio anche nella società, concorre a un obiettivo comune: far risuonare tra gli uomini e le donne quell’armonia dei molti e differenti doni che solo lo Spirito Santo sa realizzare».

Occorre però consentire a Dio di lavorare su di noi, di far emergere il seme di santità che portiamo dentro. Come diceva Michelangelo Buonarroti a proposito delle sculture: «Ogni blocco di pietra ha al suo interno una statua, ed è compito dello scultore scoprirla».

 www.avvenire.it

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO