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sabato 23 agosto 2025

LA DERIVA DELLA RETE


 «Serve una svolta 

sul piano educativo»


Le norme che puniscono l’utilizzo illecito del web e dei social ci sono ma il problema resta. Non è sufficiente varare leggi severe se non si affronta a monte il nodo di una trasformazione sociale, culturale e tecnologica ormai fuori controllo


-di RUBEN RAZZANTE

Nel cuore della civiltà iperconnessa, dove ogni individuo ha potenzialmente accesso a un palcoscenico globale e ogni gesto può diventare spettacolo, si sta consumando una crisi silenziosa e drammatica: la sistematica, crescente e ormai normalizzata violazione dei diritti della personalità in Rete. Non ci si riferisce a fenomeni nascosti negli angoli oscuri del dark web, ma a eventi che si svolgono quotidianamente alla luce del sole, sotto gli occhi distratti o consenzienti di milioni di utenti, spesso in diretta streaming, accompagnati da like, commenti, cuoricini e perfino da risate.

L’ennesima dimostrazione di questa deriva è arrivata pochi giorni fa dalla Francia, dove Raphael Graven, conosciuto in Rete come Jean Pormanove, è morto durante una diretta sulla piattaforma Kick. Graven, 46 anni, era diventato noto per i suoi contenuti estremi in cui si sottoponeva regolarmente a violenze fisiche e umiliazioni da parte di altri streamer. Una specie di spettacolo sadico in diretta, seguito da centinaia di migliaia di spettatori, nel quale il dolore e la degradazione venivano trasformati in intrattenimento. Nessuna regola ha impedito questo scempio, nessun codice etico ha filtrato la follia, nessun algoritmo è intervenuto a bloccare lo streaming di una morte. Eppure, le piattaforme hanno strumenti, mezzi e capacità per prevenire queste tragedie: sono capaci di riconoscere il volto di un utente, profilare le sue abitudini, suggerire contenuti con chirurgica precisione. Ma quando si tratta di intervenire per tutelare i diritti fondamentali della persona, tutto si fa improvvisamente complesso, vago, delegato all’autoregolamentazione.

Un altro episodio recente dimostra quanto sia fragile la linea che separa la libertà d’espressione dalla violazione della dignità umana: il gruppo Facebook “Meta Mia moglie”, dove migliaia di uomini condividevano immagini intime delle proprie compagne all’insaputa di queste ultime. Un gruppo chiuso, sì, ma neppure tanto nascosto, che per mesi ha prosperato indisturbato fino all’intervento tardivo della piattaforma, che lo ha rimosso solo dopo l’indignazione pubblica. Eppure dal 2019 in Italia esiste l’articolo 612 ter del codice penale che punisce il cosiddetto revenge porn, l’utilizzo illecito di materiale pornografico senza il consenso della persona ritratta. La norma c’è, la violazione anche, la piattaforma pure, ma il problema resta. Perché? Perché non è più sufficiente limitarsi a varare leggi severe se non si affronta a monte il nodo di una trasformazione sociale, culturale e tecnologica ormai fuori controllo. La verità è che questa deriva non nasce da un vuoto normativo, ma da un collasso etico e da un’economia dell’attenzione che premia gli eccessi, amplifica la morbosità e monetizza la violenza. La legge da sola non basta quando gli strumenti che governano l’infosfera sono progettati per massimizzare il tempo di permanenza online, non per promuovere il rispetto reciproco. L’algoritmo non ha coscienza, ma chi lo costruisce sì. È per questo che la responsabilità non può più ricadere solo sull’utente o sul legislatore, ma deve investire anche le piattaforme digitali, che non possono più limitarsi a essere “ospiti neutri” del dibattito pubblico. Occorre imporre loro precisi obblighi di trasparenza e, soprattutto, di progettazione etica: gli algoritmi devono essere addestrati in funzione della tutela dei diritti fondamentali, e i criteri di selezione dei contenuti devono rispondere a logiche che non siano solo commerciali.

Serve una svolta anche sul piano dell’educazione: senza un grande investimento istituzionale nella formazione digitale, etica e civica dei cittadini fin dalla scuola dell’obbligo, ogni nuova generazione sarà più vulnerabile della precedente agli abusi, ai ricatti e alla spettacolarizzazione del dolore. Sensibilizzare è diventato urgente quanto normare: non basta sapere che esistono diritti, bisogna riconoscerli e pretendere che vengano rispettati. I luoghi della cultura, della scuola, dell’informazione devono tornare a essere spazi in cui si coltiva senso critico, empatia, rispetto.

La violazione dei diritti della personalità online non è un problema marginale, ma una questione che riguarda la salute democratica delle nostre società. Una comunità che si abitua a ridere di un uomo che muore in diretta o a spiare una donna a sua insaputa è una comunità che ha perso il senso della dignità umana. Il problema, quindi, non è solo giuridico, ma anche e soprattutto morale. Le norme esistono, e sono abbastanza aggiornate ai nuovi contesti digitali, ma non incidono se restano lettera morta o vengono applicate solo in casi eclatanti. Occorre invece una strategia integrata, che unisca legge, educazione, cultura e tecnologia per rimettere al centro il valore della persona. Altrimenti, continueremo ad assistere inermi a un’involuzione collettiva che non avviene nei meandri nascosti della Rete, ma sotto i riflettori accecanti delle nostre stesse coscienze digitali.

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mercoledì 21 maggio 2025

CONNESSIONI PERICOLOSE

 


I fili invisibili 

che 

guidano gli adolescenti in rete

 tra capitalismo 

della sorveglianza e algoritmi 


di Barbara Benedettelli (Autore)



Frequentare il web è bello, bellissimo. Però, espone l'utente all'uso manipolativo degli strumenti sempre più evoluti che il capitalismo digitale (detto della sorveglianza) utilizza per catturare la nostra attenzione. I rischi maggiori sono per i più giovani, gli adolescenti in particolare. 

Se lo sappiamo, e sappiamo come avviene questo tentativo - riuscito - di manipolazione “mentale” e con quali scopi - di lucro -, forse siamo salvi. 

Di certo, siamo almeno consapevoli che ogni nostro like, ogni nostra ricerca, ogni nostro “sospiro virtuale”, sono beni economici che producono immense ricchezze. 

Ma per chi?


🎧Quando navighi non scegli tu, sono gli algoritmi a decidere per te.”

Questa frase è il cuore di Connessioni Pericolose, il saggio che tutti dovrebbero leggere prima di aprire un'app.

🎯 Cosa influenza i tuoi pensieri? Chi decide cosa leggi, guardi, pensi?

Filter bubble. Echo chamber. Manipolazione digitale. Ne libro viene messo in evidenza come i social media, attraverso l'utilizzo degli algoritmi complessi del capitalismo della sorveglianza, possano manipolare a scopo di lucro le preferenze degli utenti e il modo in cui percepiscono il mondo, influendo sul loro comportamento.

La realtà oggettiva è contrapposta alla bolla virtuale generata dagli algoritmi, che può modificare profondamente la percezione del mondo e di sé. Le bolle di filtraggio possono frammentare la società e indebolire il dialogo, mentre il like diventa uno strumento di validazione che modella identità e comportamenti.

Pensi che i social siano “solo intrattenimento”? In realtà sono uno strumento di condizionamento psicologico.

Connessioni Pericolose esplora il potere degli algoritmi: come guidano le emozioni, polarizzano il pensiero e creano bolle su misura.


 

 


venerdì 26 luglio 2024

L'ILLUSIONE DIGITALE

 

QUANDO IL TU E' L'IO

I social network hanno trasformato il web in un grande supermercato 

Ora il profilo di una persona ha smesso di essere rappresentazione dell’essere ed è diventato un prodotto a tutti gli effetti

Si afferma la necessità di intendere la pratica psicoterapeutica nella sua inevitabile interdipendenza con il contesto sociale e anche nelle dimensioni tecnologiche

 

-        - di  EUGENIO GIANNETTA


La gamification

Sempre più spesso oggi si parla di salute mentale, si discute di differenti approcci psicoterapeutici come il cognitivo comportamentale, il sistemico-relazione, la psicoanalisi, ma si parla ancora poco di come il digitale stia influendo su queste diverse pratiche, cambiando non solo l’approccio ma il setting stesso della terapia; hanno però affrontato l’argomento in un libro uscito per Mimesis – Il narcisismo del You. Come orientarsi nella clinica digitalmente modificata (pagine 270, euro 23,00) – Riccardo Marco Scognamiglio, psicoterapeuta, membro dell’International College of Psychosomatic Medicine e della Society for Psychotherapy Research e fondatore nel 1996 dell’Istituto di Psicosomatica Integrata (che ha 30 anni di vita), Simone Matteo Russo, membro dell’Istituto e responsabile della sua équipe educativa, e Matteo Fumagalli, socio dell’Istituto e membro del Gruppo Infanzia, Adolescenza e Parentalità dell’Association Européenne de Psychopathologie de l’Enfant et de l’Adolescent, nonché formatore dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche. Il libro (che ha la prefazione di Miguel Benasayag) sostiene che il narcisismo del You non riguardi la grandiosità dell’Io e nemmeno la sua vulnerabilità, bensì l’assorbimento dell’Io nell’onnipotenza del Web. Il volume, scandito da esempi clinici, chiarisce la necessità di intendere la pratica psicoterapeutica nella sua inevitabile interdipendenza col contesto sociale. A questo proposito abbiamo dialogato con gli autori per approfondire una serie di concetti come la volontà dell’algoritmo digitale, la gamification intesa come nuova sperimentazione del reale, ma anche il tema della società dell’immagine e il passaggio dalla terza alla prima persona nei social, partendo da una frase dell’antropologo Viktor von Weizsäcker: «Niente di organico è senza senso, niente di psichico è senza corpo», ma anche dal precedente libro, sempre di Mimesis,

Adolescenti digitalmente modificati:

«Questo libro – spiega Scognamiglio – è stato costruito nel confronto tra generazioni di terapeuti, per capire il fenomeno digitale, che non nasce oggi ma circa 30 anni fa. L’idea è quella di raccontare una nuova terra tecnologica, con le fenomenologie complesse che si porta dietro».

I nuovi sviluppi, l’intelligenza artificiale, hanno infatti portato a un cambiamento radicale nella posizione del paziente, ma come è cambiato il contesto sociale, come sta influenzando le categorie diagnostiche e cliniche, come mutano i pattern cognitivi? «L’oggetto digitale – risponde Fumagalli – è un oggetto invisibile, mimetizzato, e nel libro utilizziamo il concetto di Iperoggetto del filosofo fenomenologo Timothy Morton, provando ad andare oltre al modello causa-effetto più lineare. Per esempio: vedo l’uso del cellulare ma non vedo una corrispondenza in termini psico-patologici; per noi questo è un errore epistemologico, perché il digitale lo vediamo da un punto di vista macro che ci avvolge tutti. Se non vediamo tutto questo, non vediamo gli effetti pervasivi del digitale e ci troviamo di fronte a uno strumento che non è ad uso dell’uomo, ma ha invece creato un ambiente virtuale che ha avvolto quello reale, modificando in termini netti il pensiero».

Il metapensiero

Lo sforzo, invece, è ancora quello di creare un metapensiero: «Questa – interviene Russo – era una questione che aveva già chiarito il massmediologo McLuhan nel ’64 con Gli strumenti del comunicare, quando parlava di come la tecnologia ci cambiasse dall’interno, senza che ce ne accorgessimo. Per questa ragione questo libro ha un’esigenza clinica, perché la sofferenza è già cambiata, ma il disagio è talvolta mascherato da un efficientismo tecnologico. Non è ancora così chiaro che questi siano strumenti della gestione dell’angoscia, dell’ansia, sintomi che oggi vediamo in una grossa percentuale di pazienti». La tecnologia oggi ci permette di “stare bene” senza passare dalla relazione; è questa la grande rivoluzione nella società dell’immagine? «Quando ti rivolgi a Word – spiega Scognamiglio – ti dice “bentornato”. È un esempio di marketing in cui c’è una relazione speculare Io-Tu, non voluta ma inserita in sistemi che ci parlano; però questa è una grande illusione», parte di un cambiamento epocale: «Internet – continua Fumagalli – è cambiato moltissimo. Abbiamo avuto l’illusione che il web potesse rappresentare una fratellanza universale, ma presto sono arrivate le aziende, e i social si sono trasformati in un grande supermercato. Il profilo allora ha smesso di essere una rappresentazione, ed è diventato un prodotto». Su questa linea prosegue Russo, con un’ulteriore riflessione: «L’oggetto internet che cambia è un oggetto che ha un’intelligenza che si attiva, e questo non è mai accaduto prima; nei fenomeni di dipendenza è una novità, perché internet stesso ha un suo desiderio e ci rende oggetti, per questo parliamo di clinica senza soggetti, che sono mossi dalla rete». Come se ne esce, perciò, da questi meccanismi? Risponde Scognamiglio: «Prima di tutto non deve pensare in termini di pessimismo, ma fenomenologici.

Cosa fare?

Citando Benasayag: alla domanda “cosa fare?”, dovremmo rispondere chiedendoci cosa siamo diventati, come siamo fatti, qual è la nostra sostanza. Quando diciamo che l’Io è sostituito da un You parlato dallo schermo e dall’algoritmo, avviamo una rivoluzione in termini ontologici. L’Io, che dall’Umanesimo in poi abbiamo creduto fosse al centro, non lo è più, tanto che il concetto di narcisismo conosciuto fino agli anni ’70, è mutato: nel 1971 lo psicanalista americanizzato Kohut inizia a ribaltare tutto questo, dichiarando che il cambiamento è determinato dai mutamenti sociali; l’Io, che è sempre più eroso e lui inizia a chiamare Sé, soffre di una frammentazione progressiva. Questo capovolgi-mento ci invita a pensare che questo secolo sia la fine dell’antropocene, come dice Benasayag, ma non ce ne stiamo accorgendo». Come rispondere quindi a un soggetto che non c’è più? «Il paziente va in terapia – continua – ma è come se fosse parlato, ed il ritirato sociale è il paradigma di questo svuotamento di soggettività». Per affrontare questa nuova clinica, è spiegato nel libro, si è quindi dovuta allargare l’osservazione ad aspetti prima trascurati dalla psicoterapia, come per esempio l’influenza del contesto sociale e del corpo: «Tutto questo – conclude Fumagalli – impatta con i nostri corpi, che diventano sempre più desensibilizzati, con un’attenzione costante all’esterno, al flusso, all’assorbimento del web, che non ci fa più sentire cosa proviamo, per esempio, quando siamo in relazione, sia con i dispositivi digitali, sia con le persone. In terapia, diventa allora fondamentale una domanda: cosa stai sentendo nel corpo?». Il vero cambiamento potrebbe risiedere, perciò, in un ritorno al corpo, come una sorta di risposta al tempo in cui viviamo, per cercare «la singolarità del vivente – dice Benasayag –, contro la potenza infinita della macchina», in una situazione di possibile ibridazione.

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martedì 10 ottobre 2023

ADOLESCENTI, GIOCO E WEB

Dipendenza da gioco (e da web) 

A rischio 330mila giovanissimi

 L’età più difficile è quella dei 15 anni, i comportamenti più pericolosi riguardano chi fa abuso di videogiochi, secondo i dati Cnr. Lo psicologo Grosso: l’altra faccia del problema è il ritiro sociale

 

-         di ILARIA SOLAINI

 Hanno trascurato gli amici o perso ore di sonno, pur di rimanere collegati online a “videogiocare”, dicono di sentirsi di cattivo umore, se non possono connettersi a Internet. Quasi 330mila studenti dai 15 ai 19 anni (pari al 14%) mostrano queste fragilità nell’utilizzo del web. «Il gaming si configura come una vera e propria dipendenza» ha spiegato Leopoldo Grosso, psicologo e presidente onorario del Gruppo Abele fondato da don Luigi Ciotti. L’età più a rischio è quella dei 15 anni, mentre i rischi si abbassano dopo i 18 anni. Sono questi alcuni dei dati emersi nell’ambito del Cybersecurity Day – all’Internet Festival 2023 di Pisa, elaborati dal Cnr, il Consiglio nazionale delle ricerche – Istituto di Fisiologia Clinica. I dati raccontano delle nuove dipendenze causate da Internet e dal gaming anche attraverso alcune installazioni di data visualization, visibili da chiunque fino a domani all’Internet festival, dove si incontrano esperti di robotica, tecnologia e innovazione, umanisti, rappresentanti delle istituzioni, artisti e personaggi del mondo della cultura e dell’arte.

 Tra gli studenti con un profilo di utilizzo di Internet “a rischio” c’è una quota maggiore di altri comportamenti potenzialmente pericolosi, come l’assunzione di sostanze psicoattive o come l’avere un profilo di gioco d’azzardo “problematico”. Al contrario, essere impegnati in attività sportive e l’amore per la lettura sembrano avere una valenza “protettiva” nello sviluppo di comportamenti di gaming problematico.

 Dal cyberbullismo alla dipendenza da social al gaming, i comportamenti a rischio legati all’utilizzo di internet hanno comunque forme e modalità diverse. «Quando il tempo speso a giocare diventa eccessivo, il gaming può risultare pericoloso, influendo negativamente sulle relazioni sociali o sul rendimento scolastico» ha sottolineato lo psicoterapeuta Grosso. Il gaming è molto più diffuso fra gli adolescenti maschi (86%) rispetto alle ragazze (49%): nel 2022 il 7% e il 13% hanno videogiocato più di 4 ore al giorno nei giorni scolastici ed extrascolastici, con percentuali triple tra i ragazzi (9% e 17%). Ma Internet è il vero problema sempre? «Sento spesso i genitori dire mio figlio sta rintanato a casa collegato a Internet: in quei casi, dobbiamo riuscire distinguere quale sia la causa dell’isolamento. 

Il Covid-19 in alcuni casi ha fatto sperimentare come positiva l’esperienza di non avere contatti sociali, e in questo senso è stato un detonatore» ha spiegato Grosso che ha messo la luce su quell’1,6% di studenti intervistati che si è autodefinito Hikikomori, ossia una persona che evita il coinvolgimento sociale, non frequenta praticamente più alcun amico e passa tantissimo tempo davanti a un monitor, isolato nella propria camera. Si stima che in Italia siano circa 38mila: «Il 32% non lascia mai la propria stanza se non per andare a scuola, un quinto esce al massimo una volta alla settimana per uscire con gli amici o praticare attività sportive» ha aggiunto il presidente onorario del Gruppo Abele. 

«Quando ci troviamo di fronte a un ritiro sociale volontario la difficoltà va ricercata nella relazione con i propri compagni di scuola, nel senso di emarginazione e discriminazione che il ragazzo prova. Ed è causa di una grandissima sofferenza» ha spiegato lo psicologo, che ha sottolineato come invece Internet, in questi casi, rimanga «una risorsa, una finestra sul mondo e non la causa diretta della sofferenza. La Rete diventa lo strumento per una socializzazione compensativa che rende più lieve questo ritiro sociale».

Quasi 55mila studenti (2,2%) si sono volontariamente isolati per un periodo di tempo superiore ai 6 mesi, ascoltando la musica (58%), stando sui social network (47%) e giocando online (44%). Il 30% degli studenti ritirati per oltre 6 mesi non ha mantenuto alcun contatto con amici o conoscenti. Tra questi, il 49% ha spiegato di sentirsi escluso o non capito dagli altri, il 44% di non aver amici stretti e il 42% di essere solo. Viene da chiedersi da adulti cosa si possa fare per aiutare i ragazzi in queste condizioni, considerando che un terzo degli Hikikomori ha raccontato che i propri genitori hanno accettato la cosa senza porsi domande. Il 17% non l’ha saputo e solo l’11% si è preoccupato e ha chiamato il medico o la scuola.

«Dietro alle assenze da scuola possono esserci situazioni di sofferenza scolastica, episodi di bullismo, non denunciati né a scuola né ai propri genitori per paura di essere derisi o trattati male » ha denunciato ancora Grosso che è convinto del ruolo centrale della scuola di fronte alle assenze prolungate. Secondo lo psicoterapeuta «è importante che i genitori abbandonino l’atteggiamento morale e moralistico che colpevolizza il ragazzo che non va a scuola. Serve comprensione per capire dove e come aiutarlo».

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venerdì 18 novembre 2022

VIOLENZE SUI MINORENNI, REATI IN CRESCITA

 IL RAPPORTO NAZIONALE SULLE VIOLENZE AI MINORENNI

 I dati della Polizia: 

in aumento i casi a scuola e sul web

 -di ALESSIA GUERRIERI

 Sono soprattutto i minorenni il bersaglio degli abusi in Italia, in particolar modo nella fascia 14-17 anni. Nel 2021 infatti i reati commessi nel nostro Paese sono aumentati del 5% rispetto all’anno precedente (36.498 delitti nel 2020 rispetto ai 38.188 del 2021), mentre nel parziale dei primi sei mesi del 2022 c’è stata una diminuzione del 10% rispetto allo tesso periodo del 2021 (dai 19.431 delitti commessi nel primo semestre 2021 si passa ai 17.475 dell’analogo periodo del 2022). Al netto di questo dato comunque “positivo”, le buone notizie finiscono qui, stando al report realizzato dal Servizio analisi criminale della Direzione centrale della Polizia criminale del ministero dell’Interno.

In particolare, nel 2021 aumentano quasi tutti i reati presi in esame, mentre subiscono una diminuzione solo quelli di adescamento di minorenni (-10%), pornografia minorile (-25%) e violazione degli obblighi di assistenza familiare (-11%) e violenza sessuale di gruppo (18%). Diverso il trend registrato da gennaio a giugno 2022, dove emerge invece una sensibile discesa di tutti i reati in esame, tranne che per le fattispecie di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina (+3%), violenza sessuale e violenza sessuale aggravata perché commessa presso istituti di istruzione, che fanno registrare un aumento del 19% nel primo caso, attestandosi a 2.196 casi in sei mesi, e del 54% nel secondo caso. E per questa ultima fattispecie, con una tendenza in salita del 58% tra le vittime. Vittime che nella maggior parte dei casi sono femmine, con un’età anagrafica intorno ai 14 anni, mentre nell’identikit tipo l’autore dei reati nei confronti dei minori è uomo in età compresa tra 35 e 64 anni (62%).

Il maggior “canale” dove avvengono i reati in Italia resta il web, dove raddoppiano le vittime di “sextortion”, il ricatto a sfondo sessuale per estorcere denaro. Nel 2021 c’è stato infatti un aumento del 94% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, su questi dati - secondo il rapporto del Viminale - potrebbe impattare anche il fatto che «la vergogna impedisce ai ragazzi di chiedere aiuto ai genitori o ai coetanei». Nel 2021 i casi sono stati un centinaio: 77 hanno riguardato la fascia 14-17 anni e 23 quella 10-13. Non meno preoccupante sono i pericoli in rete relativi al cyberbullismo e l’adescamento online; fenomeni che hanno visto un aumento costante ancor prima del 2020. In particolare, i dati sull’adescamento online nel 2021 hanno registrato una crescita del 33% rispetto all’anno precedente. In questo caso la fascia più a rischio è quella dei giovani tra 10 e 13 anni, con un aumento del 38% dei casi trattati. Sul fronte del cyberbullismo l’incremento è stato del 13% tra il 2020 e il 2021, soprattutto nella fascia di età tra i 14 e i 17 anni.

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sabato 10 settembre 2022

METAVERSO. GUERRA E PACE

 La conquista del Web ci riguarda

 Confronto senza esclusione di colpi per mettere le mani sui mondi virtuali che segneranno il nostro futuro online

È necessario estendere anche a questa forma di espressione dell’aggressività umana la nostra opzione per la concordia e contro la sopraffazione. Per non restare prigionieri di mondi creati da noi

Accanto ai violenti conflitti in corso, se ne combatte un altro senza spargimento di sangue ma con un enorme spiegamento di risorse tecnologiche ed economiche per il controllo della «nuova» Rete

- di ADRIANO  FABRIS

Viviamo tempi di guerra. C’è la guerra in Ucraina: una guerra vicina, situata all’interno dell’Europa. È una guerra di stampo antico, finalizzata a distruggere fisicamente il nemico con l’uso sempre più massiccio di armi. È una guerra crudele, che non risparmia civili, innocenti, bambini. Ci sono poi le guerre dimenticate, altrettanto crudeli, anche se non sono sotto l’attenzione dei media. Le ricorda infatti, il più delle volte, solo questo giornale. Pensiamo a ciò che accade nello Yemen. Pensiamo alla Siria e all’Iraq, dove il conflitto in certe regioni è tutt’altro che concluso. Pensiamo al Tigrai. Pensiamo a ciò che avviene nel nord della Nigeria. Ci sono ancora le cosiddette guerre a bassa intensità, in cui ogni tanto le tensioni riesplodono provocando nuove vittime. Mi riferisco al conflitto israelo-palestinese o a quello fra Pakistan e India per il Kashmir. Ci sono infine le guerre minacciate. La minaccia riguarda un attacco armato, fortunatamente non ancora compiuto. Ma non per questo le guerre potenziali non fanno vittime. Uccidono con altri mezzi: bloccano l’economia, i commerci, gli approvvigionamenti. È ciò che si sta verificando, ad esempio, fra Cina e Taiwan. Tutte queste guerre hanno spesso motivi che vanno al di là dei semplici interessi nazionali. In ogni caso le loro conseguenze si ripercuotono a livello globale. Se la regola della violenza è che questa richiama sempre altra violenza, in un’escalation che termina solo quando uno dei contendenti – o entrambi – sono distrutti, la logica della guerra è che finiamo per pagarne le conseguenze tutti quanti. Per questo, anche razionalmente, la ricerca della pace è l’opzione più saggia e doverosa. T uttavia, accanto a queste guerre fin troppo reali, vi è in corso negli ultimi decenni un’altra guerra, tuttora aspramente combattuta. È una guerra subdola, perché non risulta immediatamente visibile nella realtà concreta. È una guerra che non fa uso di armi convenzionali e che non produce spargimenti di sangue, almeno in maniera diretta. Ma non per questo è meno vicina a noi e meno crudele, visto che anch’essa c’interessa tutti quanti. Sto parlando del conflitto per la conquista e il controllo degli ambienti digitali. Non mi riferisco alle guerre combattute in un videogioco: parlo proprio dell’instaurazione di quei nuovi ambienti di vita che sono creati o aperti dagli sviluppi tecnologici (in particolare dalle Ict, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione), e delle conseguenze che tutto ciò ha comportato e comporta. Certo: chi ha dato inizialmente la possibilità di vivere questi ambienti online, grazie alla rete, non lo ha fatto per promuoverne un uso commerciale. Penso per esempio a Tim Berners- Lee, l’inventore nel 1989 del World Wide Web. Ben presto, però, tale opportunità è stata colta e ha prodotto la corsa allo sfruttamento del Web concepito come un vero e proprio “nuovo mondo” da colonizzare, un’avventura simile a quella che si verificò nel XVI secolo dopo la cosiddetta “scoperta” dell’America. Anche in questo caso, come nelle vicende che hanno riguardato il continente americano, lo scopo è stato anzitutto di accaparrarsi il controllo delle rotte e dei territori che rendono possibile l’acquisizione delle nuove risorse. Tutto ciò ha prodotto una serie di conflitti che hanno portato, in ultimo, ad attribuire il monopolio di tale sfruttamento commerciale ad alcune grandi compagnie “tech”. Si tratta, come sappiamo, soprattutto di Amazon, Google, Facebook, Apple e Microsoft. Adesso è partita un’altra campagna di conquista: si tratta della conquista di uno spazio diverso, anch’esso inventato. Perché questa è l’intelligenza dell’operazione, conforme alla logica del marketing. Anzitutto si riconosce un bisogno, poi s’inventa una dimensione all’interno della quale può venire soddisfatto, successivamente si pongono le condizioni per tale soddisfacimento, ottenuto attraverso una contropartita commerciale o commercializzabile, e infine si cerca di alimentare e consolidare, attraverso campagne di pubblicità mirate, quel desiderio che ci spinge ad accedere, sempre e di nuovo, all’ambiente online: quello che è stato appunto inventato e di cui si ha il monopolio. Mark Zuckerberg, dopo aver compiuto con successo quest’operazione inventando e gestendo un social network come Facebook, ora – dato che la produttività di questa rete sociale sembra esaurita, anche a seguito di alcuni scandali riguardanti lo sfruttamento improprio di dati personali – compie un’operazione analoga promuovendo e cercando di monopolizzare un altro ambiente: quello che viene chiamato “metaverso”. Come viene detto sul sito di Meta – la nuova azienda di Zuckerberg –, il “metaverso” è «un set di spazi virtuali nei quali puoi creare ed esplorare, insieme ad altre persone che non stanno nel tuo stesso spazio fisico. Sarai in grado di frequentare amici, lavorare, giocare, imparare acquistare, creare, e molto di più. Non si tratta necessariamente di passare più tempo online: si tratta di far sì che il tempo che tu passi online abbia più senso». Ciò viene compiuto permettendo di accedere ad ambienti virtuali, mediante per esempio dispositivi come visori e sensori, allo scopo di vivere non tanto in una realtà aumentata quanto in una realtà davvero “altra”. Non è propriamente di una novità: nel sito viene detto chiaramente. È piuttosto un modo di sviluppare e rendere condiviso un determinato uso della rete. Qui in effetti sta il punto. Nuovo non è l’uso del Web, ma – come nel caso di Facebook – è il modo che ci viene offerto di collocarci in esso. Nell’Arte della guerra di Sun Tzu, il famoso trattato cinese, è scritto che la strategia migliore per vincere le battaglie è quella che raggiunge l’obiettivo senza dover combattere. Un modo per ottenere questo risultato è far sì che la battaglia si combatta sul proprio terreno. Il modo più facile per far sì che un terreno sia il proprio è quello di crearselo. È ciò che cerca di fare Meta. Ma ci sono altri competitor che da tempo si sono annunciati e che stanno seguendo strategie diverse per conquistare gli ambienti virtuali. Uno è Microsoft. Microsoft non punta, per la commercializzazione della realtà virtuale, sulla sua assoluta novità, ma sulla continuità rispetto ad altre esperienze che abbiamo fatto usando le piattaforme, soprattutto nel corso della pandemia. Viene sviluppata una versione di Teams, ad esempio, in cui saranno i nostri avatar a interagire, così come, nella versione attualmente diffusa, interagiamo attraverso le nostre immagini in video. Un’altra strategia è quella di Google, che cerca di fare come la Gran Bretagna nei confronti di chi voleva uscire dal Mediterraneo per andare nell’Atlantico: ha acquisito il possesso dello Stretto di Gibilterra. Google cerca di avere il primato nella produzione dei visori che danno accesso al metaverso. N on possiamo sapere come andrà a finire questa guerra. Non sappiamo, soprattutto, se il metaverso, una volta conquistato, avrà davvero valore. Altri progetti in passato – analoghi, ma meno tecnologicamente sviluppati, come Second Life – dopo un po’ sono stati abbandonati. In ogni caso, anche se non porta evidenti spargimenti di sangue, anche se si cercherà di vincerla prima di combatterla, questa è pur sempre una guerra: una guerra di conquista per ottenere il controllo di ciò che prima non c’era e che ora diventa accessibile a fronte di una contropartita commerciale o commercializzabile. È una guerra che si combatte sia offline che online, e che in ogni caso, come tutte le guerre, avrà ripercussioni forti nella nostra vita quotidiana. Ecco perché è necessario estendere anche a questo caso, anche a questa diversa forma di espressione dell’aggressività umana, la nostra opzione per la pace. Altrimenti ci troveremo a non avere scampo: neppure nei mondi virtuali da noi creati.

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lunedì 16 maggio 2022

COCAWEB - UNA GENERAZIONE DA SALVARE

UNA VITA TRASCORSA TRA SOCIAL, VIDEO, CHAT E VIDEOGIOCHI FA BENE AL CERVELLO E ALLA CRESCITA?

UNA RECENTE INDAGINE EVIDENZIA NUMEROSI PROBLEMI.

 Per la prima volta nella storia dell’umanità, le nuove generazioni mostrano un quoziente di intelligenza inferiore a quello delle generazioni che le hanno precedute. 

Calano le facoltà mentali dei più giovani, aumenta il loro disagio psicologico. Ansia, stress, depressione, disturbi alimentari, autolesionismo, aggressività…

I dati fanno paura e sono in crescita costante. È l’effetto di una vita trascorsa usando social, video, chat e videogiochi. Un uso che, stimolando il cervello a rilasciare il neurotrasmettitore della sensazione del piacere, non può che degenerare in abuso.

 Il Web come la cocaina, appunto. Non lo dicono le vecchie zie, lo dicono gli esperti ascoltati dalla commissione Istruzione del Senato nell’ambito di un’indagine conoscitiva sul rapporto tra la tecnologia digitale e gli studenti. Forti dei propri studi e della propria esperienza diretta, psicologi, neurologi, psicoterapeuti, pedagogisti, sociologi, grafologi, linguisti ed esponenti delle forze dell’ordine hanno composto un puzzle allarmante: l’immagine di una generazione perduta. Sta a noi salvarla.

 Una relazione redatta utilizzando gli atti raccolti in questo volumetto è stata votata all’unanimità dalla VII Commissione del Senato. È un inizio, ma è anche un monito.

Che nessuno possa dire, un giorno: «Io non sapevo». Con testi di Manfred Spitzer, Lamberto Maffei, Alessandra Venturelli, Raffaele Mantegazza, Mariangela Treglia, Pier Cesare Rivoltella, Andrea Marino, Angela Biscaldi, Paolo Moderato, Annunziata Ciardi.

 - Andrea Cangini, CocaWeb. Una generazione da salvare Minerva Edizioni - 2022

sabato 27 febbraio 2021

ATTENTI AL "CIUKINISMO" !


 Fa discutere il fenomeno del cosiddetto “ciukinismo”, emerso la scorsa estate.

Lo psicoterapeuta Lavenia: «In Rete esplodono rabbia e violenza, genitori ed educatori intervengano con responsabilità e vigilanza»

 

-         di DANILO POGGIO

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Il nome richiama gli asinelli nei giochi innocenti dei bambini, ma il cosiddetto 'ciukinismo' (o 'chukinismo') è, in realtà, uno dei fenomeni più crudeli del web degli ultimi anni. Ha avuto origine in Italia ed è emerso pubblicamente durante la scorsa estate, quando un tal Ciukino, su Telegram, incitava alla più feroce spietatezza e alla violenza sessuale nei confronti delle donne. La procura dei minori di Lecce aveva aperto un’inchiesta e le indagini, delegate al compartimento della polizia postale, hanno portato all’identificazione, pochi giorni fa, di un minorenne residente nel Salento. La pagina è stata oscurata ma si teme che il fenomeno possa, in un modo o nel-l’altro, continuare. 'Discrimina, minaccia, massacra, accoltella, spara. Zero pietà' oppure 'Le donne servono solo al piacere e a niente altro' erano gli audio messaggi che questo personaggio condivideva con tutti i suoi interlocutori all’interno di una chat. Le frasi erano pronunciate da una misteriosa voce metallica perché Ciukino (probabilmente un minorenne) si nascondeva dietro un bot, una sorta di robot programmato da qualcuno per interagire nelle chat. Il metodo era sempre più o meno lo stesso. Raccoglieva sugli altri social network foto di ragazzine minorenni o appena maggiorenni e le condivideva nei gruppi tematici che aveva creato, frequentati anche da giovani e giovanissimi. Spesso proponeva anche dei 'sondaggi' per decidere, in base ai 'voti' dei membri del gruppo, quale fosse la ragazzina da prendere di mira. Oppure c’era un vero e proprio scambio di fotografie, accompagnate da commenti aggressivi a dir poco disumani. «Tutto questo – spiega lo psicoterapeuta Giuseppe Lavenia, presidente dell’associazione nazionale Di.Te. (Dipendenze Tecnologiche) – è semplicemente un’altra faccia, ancora più violenta, dell’ormai noto cyberbullismo. Da molto tempo su Telegram esistono delle chat in cui si prendono di mira e si insultano ragazzine e ragazzini. Persino la didattica a distanza ha alimentato, involontariamente, il fenomeno. Durante le lezioni si scattano degli screenshot quando un compagno assume un’espressione buffa e poi si crea un gruppo per prenderlo in giro in modo spietato a sua insaputa». Il ciukinismo è emerso la scorsa estate in tutta la sua crudeltà soltanto in seguito alle segnalazioni delle stesse ragazzine, che hanno visto le proprie fotografie dove mai le avevano postate, ritrovandosi improvvisamente coinvolte in un vortice di insulti e minacce. Quando una di loro si è rivoltamente direttamente al profilo di Ciukino, la risposta ricevuta è stata eloquente: «Io picchio le donne e butto l’acido in faccia, le donne sono peggio degli oggetti, non hanno valore. Se una donna è pari ad un uomo, può essere picchiata».

«Il rischio è che queste immagini diventino virali – avverte Lavenia – perché vengono create delle vere catene che promettono addirittura ricariche del telefono in cambio della condivisione delle fotografie. Nell’ultimo periodo l’esplosione dell’utilizzo della tecnologia e l’iperconnessione alla rete hanno alimentato questo trend, portando i ragazzi a riversare tutta la propria rabbia e la propria frustrazione sul web. Il cyberbullismo è triplicato in un anno e l’autolesionismo online è raddoppiato, spesso legandosi a challenge (sfide, ndr) pericolose, come hanno dimostrato molti fatti di cronaca». E le vittime sono sempre più giovani. Secondo ricerche dell’associazione DiTe, il 27% dei minori tra gli 11 e i 13 anni ha inviato proprie foto o video intimi su chat e sui social, il 43% ne ha ricevuti e il 30% ha registrato vocali intimi o personali per condividerli in qualche chat. «È necessario lavorare sull’educazione al digitale dei ragazzi – conclude Lavenia – ma anche sulla formazione dei genitori e degli educatori. La legge vieta l’uso dei social ai minori di 13 anni e ciascun genitore è comunque responsabile della condotta del figlio minorenne, online e offline. Non esistono questioni legate alla privacy, non usiamola come scusa per deresponsabilizzarci come adulti».

 

www.avvenire.it

 

 

venerdì 29 gennaio 2021

IL DECLINO DEI MAESTRI .....


 ....E L'ASCESA DEGLI INFLUENCER


-         Giuseppe Savagnone*

Il lato oscuro di un fenomeno

La denuncia per “istigazione al suicidio” dell’influencer di Siracusa che, su TikTok, ha lanciato una serie di “sfide estreme” – l’ultima, coprendosi il viso con un nastro adesivo trasparente, col rischio di soffocamento –, arriva dopo la tragica morte di due bambini, una di dieci anni, uno di nove, vittime di analoghi “giochi”, e porta alla luce ciò che di ambiguo è presente nel fenomeno di questi “persuasori” che, con il potente mezzo della rete, condizionano sempre più il nostro modo di pensare, di sentire e di vivere. Riscuotendo un seguito impressionante: la potenziale “istigatrice al suicidio” aveva 731.000 followers! E, soprattutto, un’adesione cieca. Un messaggio rinvenuto sul suo profilo diceva: «Ciao, se mi saluti giuro mi lancio dalla finestra».

Luci ed ombre

Per fortuna non tutti gli influencer sono così. Molti in realtà esercitano la propria influenza in forme assolutamente lecite, dando consigli riguardanti l’abbigliamento, proponendo ricette di cucina, offrendo una conversazione piacevole e spiritosa… Occasionalmente, promuovono anche iniziative filantropiche: Chiara Ferragni, per esempio, ha usato il suo fascino mediatico per raccogliere soldi in favore di ospedali e per l’emergenza Covid. Ce ne sono anche alcuni che lanciano messaggi più profondi e costruttivi, ricchi di spunti culturali e esistenziali, trovando anche a questo livello una risposta significativa (pur se, in termini numerici, meno vasta).

Un successo senza eguali

Al di là degli esiti, siamo comunque davanti a una figura nuova, che merita la nostra attenzione per il ruolo che ormai ha assunto nella nostra società. Come scrive Monica Monnis sulla rivista «Elle» del 21 dicembre 2020, «sono famosi, hanno milioni di seguaci che pendono dalle loro labbra, ogni loro singola parola vale oro (…), con un semplice post sono in grado di indirizzare l’opinione pubblica, fare scalpore e/o polemica, conquistare titoli di giornali ed eclissare notizie almeno sulla carta più importanti (una pandemia, così per dirne una)».

Forse il ritratto qui tracciato pecca di eccessiva enfasi. Ma qualcosa di vero esso sicuramente contiene. Lo dicono le proporzioni del seguito che questi influencer ottengono. La già citata Chiara Ferragni, ha 22 milioni e duecentomila followers e 55 milioni e mezzo di interazioni, cioè di like, commenti e condivisioni su Facebook, Instagram, Twitter e YouTube! Ed è solo la prima di una lista di uomini e donne che, sia pure in misura minore, riscuotono un’attenzione che nessun rappresentante del mondo della cultura “ufficiale” – docenti, giornalisti, scienziati – può sognarsi.

Un’adesione senza riserve critiche

A preoccupare, però, è lo stile del rapporto che lega la maggior parte degli influencer ai loro followers. C’è qualcosa che accomuna il frequentatore di TikTok che si diceva disposto a lanciarsi dalla finestra, per un saluto da parte dell’influencer siracusana, e i milioni di persone – molti sono giovani – che «pendono dalle labbra» dei suoi più noti e per fortuna assai più innocui colleghi. Siamo davanti a una ammirazione e a un’adesione che spesso tendono a non passare attraverso una reale verifica critica, anche perché rafforzate dalla logica delle mode della società neocapitalista di massa, che già di suo favorisce i meccanismi di passiva imitazione e di omologazione.

Il pericolo del vuoto

È vero, qui, non c’è il rischio della violenza che in altri casi una simile adesione può suscitare, come nel caso dei fondamentalismi religiosi plasmi la mente i cuori con verità unilaterali e aggressive. Perché questi “nuovi maestri”, alla cui scuola crescono i nostri ragazzi, non vogliono trasmettere nessuna verità, anzi, nella maggior parte dei casi, le relativizzano tutte in nome dei gusti e delle preferenze. E tuttavia, bisogna chiedersi se non siano pericolosi in qualche misura anche loro, nella misura in cui risultano funzionali al mantenimento di un vuoto intellettuale e spirituale che essi non creano, ma almeno alimentano, soprattutto nei più giovani, e i cui effetti sono riscontrabili in tutte le manifestazioni della nostra vita privata e pubblica. In questo vuoto si possono verificare episodi estremi e devastanti – come quelli dei suicidi infantili che hanno impressionato l’opinione pubblica –, oppure, più semplicemente, la quotidiana celebrazione dei riti consumistici, sullo sfondo di una rinunzia a prendere sul serio i “grandi problemi” che dovrebbero determinare il senso della vita.

Le dimissioni dei “maestri”

Quel che è certo è che il crescente influsso degli influencer corrisponde – al tempo stesso come effetto e come causa – al tramonto dei “maestri”, di quelli veri, che insegnavano a porseli, questi problemi, e ad affrontarli con spirito critico, senza «pendere dalle labbra» di nessuno, proponendo non consigli sull’abbigliamento o sulle ricette di cucina, ma le domande di fondo decisive per le scelte pubbliche e private. E non si parla qui solo dei grandi intellettuali che un tempo orientavano la cultura della nostra società. Il processo che ha portato gli adulti a dare le dimissioni dal loro compito, di educatori ha colpito, prima di tutto, genitori e insegnanti. Sia nelle famiglie – sempre meno in grado di trasmettere ai loro figli un patrimonio convincente di valori –, sia nella scuola, sempre più concentrata (quando va bene) sulla mera “trasmissione dei saperi” – la capacità dei “maestri” di proporre ai giovani messaggi significativi è oggi immensamente inferiore a quella di qualunque influencer.

Il dialogo assente…

Proprio la pandemia ci sta mettendo di fronte alle conseguenze di questa crisi educativa, esasperando le tensioni di rapporti in cui il grande assente era, già da tempo, il dialogo, condizione imprescindibile per educare. Impossibile in un rapporto frettoloso di convivenza, come quello che spesso caratterizzava la vita familiare prima del Covid; superfluo a scuola per un mera trasmissione di conoscenze, il dialogo, in questa emergenza, si è rivelato indispensabile proprio nell’esasperazione della sua assenza.

Senza dialogo, il rapporto genitori-figli si liofilizza in un repertorio di frasi fatte e i ragazzi, sequestrati in casa e lasciati soli, cercano sullo smartphone o nel computer i possibili interlocutori, col rischio di trovarvi quelli sbagliati. Così come, senza dialogo, diventa problematico un rapporto scolastico puramente virtuale, che dovrebbe avere la sua linfa in una comunicazione umana e che invece continua a fondarsi su lezioni frontali ispirate al vecchio schema unidirezionale.

…E l’occasione per riscoprirlo, prima di tutto nell’ascolto

Eppure, proprio questo emergere con maggior evidenza di un disagio covato già da tempo, può costringere genitori e insegnanti a ripensare il loro ruolo educativo e a rendersi conto, una buona volta, che proprio loro – non gli influencer! – devono essere i “maestri” dei loro figli e dei loro alunni, instaurando con essi una comunicazione degna di questo nome. Compito impegnativo, perché il dialogo richiede l’ascolto e l’ascolto, a sua volta, disponibilità di tempo e di attenzione. Se vogliamo che le nuove generazioni non siano allevate dagli influencer nella “fiera delle vanità” della società massificata, bisogna che noi adulti riscopriamo il volto dei singoli e impariamo di nuovo ad ascoltare i loro problemi, le loro angosce, i loro desideri. Che usciamo dalla logica perversa del negoziato sui “sì” e sui “no”, a cui spesso si è ridotto il rapporto in famiglia, o dei programmi e delle interrogazioni, a scuola, e ritroviamo il gusto di parlare davvero.

Il clima concentrazionario creatosi in certe case, o l’aridità estenuante della Dat in certe classi, potrebbero essere sconfitti da genitori e insegnanti che si sforzino di capire di più i problemi dei loro figli e dei loro alunni, le loro angosce, i loro desideri e imparino, attraverso questo ascolto, ad essere più creativi e attrattivi degli influencer.

Un nuovo rapporto con i mezzi tecnici

Ciò comporterebbe un nuovo rapporto con gli strumenti di comunicazione. Invece di “posteggiare” il figlio, fin da piccolo, davanti al tablet, per “farlo stare buono”, i genitori dovrebbero giocare con lui. Invece di regalargli lo smartphone quando ha undici anni (o forse meno), dovrebbero dedicargli del tempo per ascoltarlo. E poi dovrebbero stargli accanto e seguirlo, non con un controllo fiscale, ma puntando su una partecipazione alle sue esperienze che suppone la condivisione dei suoi interessi. Aiutandolo a decodificare e a selezionare i messaggi che da ogni parte ormai ci inondano sulla rete. Così anche la scuola non può illudersi che la digitalizzazione risolva da sé i problemi. È l’uso che le persone fanno di questi mezzi a renderli umani oppure no. E i mezzi più perfezionati possono favorire, non sostituire il clima di ascolto reciproco che permette alla relazione educativa di instaurarsi e di svilupparsi.

Per cambiare le strutture, cominciamo dalle persone

Probabilmente la pandemia, purtroppo, avrà ancora tempi lunghi. Sufficienti a raccogliere la sua sfida, se si vorrà farlo. O a generare altre catastrofi, se non lo si vorrà. Certo, il cambiamento della società non può dipendere solo dall’impegno dei singoli. C’è un quadro politico, sociale, economico, in cui l’attuale crisi educativa si inserisce e in cui va collocato anche il fenomeno degli influencer. Ma, alla fine, anche le condizioni strutturali possono essere cambiate solo se le persone saranno diverse. Perciò vale la pena di cominciare da loro.

 *Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 

www.tuttavia.eu



 

MINORI E INTERNET: . COME EVITARE PERICOLI PER I RAGAZZI


Navigazione 

sicura e consapevole 

dei minori su internet

 La Polizia Postale e delle Comunicazioni ha partecipato alla stesura del Codice di autoregolamentazione “Internet e Minori”, in collaborazione con il Ministero delle Comunicazioni, dell’Innovazione e le Tecnologie e le Associazioni degli Internet Service Providers. ll Codice nasce per aiutare adulti, minori e famiglie nell’uso corretto e consapevole di Internet, fornendo consigli e suggerimenti.

Consigli per i genitori

·         Insegnate ai bambini più piccoli l’importanza di non rivelare in Rete la loro identità. Spiegategli che è importante per la loro sicurezza e per quella di tutta la famiglia non fornire dati personali (nome, cognome, età, indirizzo, numero di telefono, nome e orari della scuola, nome degli amici).

·         Spiegate ai vostri figli come navigare sicuri anche se sapete che vostro figlio non sembra interessato a Internet. A scuola, a casa dell´amico del cuore, in un internet cafè potrebbe comunque avere voglia di navigare sulla Rete ed è bene che sia al corrente di quali semplici e importanti regole deve seguire per essere sicuro e protetto mentre si diverte.

·         Controllate i più piccoli affiancandoli nella navigazione in modo da capire quali sono i loro interessi e dando consigli sui siti da evitare e su quelli da visitare.

·         Collocate il computer in una stanza centrale della casa piuttosto che nella camera dei ragazzi. Vi consentirà di dare anche solo una fugace occhiata ai siti visitati senza che vostro figlio si senta “sotto controllo”.

·         Impostate la “cronologia” in modo che mantenga traccia per qualche giorno dei siti visitati. Controllate periodicamente il contenuto dell´hard disk del computer.

·         Insegnate ai vostri figli preadolescenti e adolescenti a non accettare mai di incontrarsi personalmente, magari di nascosto, con chi hanno conosciuto in Rete. Spiegate come un computer collegato a Internet sia per alcune persone male intenzionate il modo migliore per nascondere propositi criminali dietro bugie e false identità, a volte molto attraenti.

·         Spiegate ai vostri figli, soprattutto in età preadolescenziale, che la propria intimità sessuale non va condivisa sulla rete in nessun modo, in quanto la pubblicazione di foto e video a contenuto esplicitamente sessuale sul web crea soltanto disagio fino ad arrivare alle conseguenze più gravi con risvolti penali.  La trasformazione del proprio corpo va vissuta in maniera serena senza strumentalizzazioni di alcun tipo, cercando di estrinsecare i propri dubbi in tal senso con fiducia e con riflessione agli adulti di riferimento".

·         Leggete le e-mail con i bambini più piccoli controllando ogni allegato al messaggio. Se non conoscete il mittente non aprite l´e-mail, né eventuali allegati: possono contenere virus, troiani o spyware in grado di alterare il funzionamento del vostro computer. Date le stesse indicazioni ai ragazzi più grandi.

·         Tenete aggiornato un buon antivirus e un firewall che proteggano continuamente il vostro pc e chi lo utilizza.

·         Dite ai bambini di non rispondere quando ricevono messaggi di posta elettronica di tipo volgare, offensivo e, allo stesso tempo, invitarli a non usare un linguaggio scurrile o inappropriato e a comportarsi correttamente in rete.

·         Spiegate ai bambini che può essere pericoloso compilare moduli on line e dite loro di farlo solo dopo avervi consultato.

·         Cercate di stare vicino ai bambini quando creano profili legati ad un nickname per usare programmi di chat.

·         Non lasciate troppe ore i bambini e i ragazzi da soli in Rete. Stabilite quanto tempo possono passare navigando su Internet: limitare il tempo che possono trascorrere on-line significa limitare di fatto l´esposizione ai rischi della Rete.

·         Usate software "filtri" con un elenco predefinito di siti da evitare. É opportuno però verificare periodicamente che funzionino in modo corretto e tenere segreta la parola chiave

Stabilite quanto tempo possono passare navigando su Internet.

La migliore garanzia di tutela per i minori, in generale, è non lasciarli soli in un ambiente popolato da adulti come la Rete.

Come equipaggiare il proprio computer e usarlo in sicurezza

·         Garantitevi una preparazione informatica quantomeno analoga a quella dei vostri figli per rispondere alle loro domande e predisporre le opportune misure di protezione del computer.

·         Fate regolari backup dei dati più importanti.

·         Collocate il computer in una stanza centrale della casa piuttosto che nella camera dei ragazzi. Vi consentirà di dare anche solo una fugace occhiata ai siti visitati senza che vostro figlio si senta “sotto controllo”.

·         Installate un buon antivirus. Aggiornate e scaricate le nuove versioni dei programmi per rendere permanente la protezione del computer.

·         Usate un firewall come “gatekeeper” tra il vostro computer e Internet.

·         I Firewall sono essenziali per chi ha una connessione ADSL o via cavo, ma sono preziosi anche per chi utilizza la connessione telefonica.

·         Impostate la “cronologia” di navigazione in modo che mantenga traccia per qualche giorno dei siti visitati da vostro figlio.

·         Controllare periodicamente il contenuto dell’hard disk del computer.

·         Usare software “filtri” con un elenco predefinito di siti da evitare.

·         Verificate periodicamente che funzionino in modo corretto e tenete segreta la parola chiave.

·         Leggere le e-mail con i bambini più piccoli controllando ogni allegato al messaggio. Se non conoscete il mittente non aprite l’e-mail, né eventuali allegati: possono contenere virus o spyware in grado di alterare il funzionamento del computer. Date le stesse indicazioni ai ragazzi più grandi.

·         Non tenete il computer allacciato alla Rete quando non lo usate: È consigliato piuttosto disconnettere il computer, se necessario, anche fisicamente.

·         Non aprite gli allegati delle e-mail provenienti da sconosciuti e verificate prima il nome dei mittenti e l’oggetto.

·         Siate sospettosi anche di allegati inaspettati ricevuti da chi conoscete perché possono essere spediti da una macchina infettata senza che l’utilizzatore ne sia a conoscenza.

·         Scaricate regolarmente le “security patches” (modifiche per incrementare la sicurezza dei software) dal vostro fornitore di software.

I comportamenti allarme

Potrebbe essere tutt’altra l’origine del turbamento di vostro figlio, alcuni comportamenti non vanno sempre ascritti a situazioni di abuso o molestie, soprattutto se sta attraversando un momento evolutivo particolare (preadolescenza, adolescenza, separazioni o cambiamenti familiari). Tuttavia, se questi comportamenti riguardano l’uso del computer o del telefonino, vale la pena cercare di comprendere cosa sta realmente accadendo.

Ecco i casi in cui prestare attenzione:

se tuo figlio modifica improvvisamente l’uso del telefonino o del computer e passa molto tempo a scrivere sms, a effettuare o ricevere chiamate, anche in tarda serata, e rimane connesso per molte ore al PC;

·         quando si allontana e si apparta ogni volta che riceve o effettua una chiamata con il telefonino o si connette a Internet;

·         se mostra ansia o rifiuta categoricamente di farti vedere il suo telefonino o lo schermo del computer mentre naviga o è connesso;

·         se consuma molto velocemente il credito telefonico e non ti dà spiegazioni circa i suoi consumi;

·         se mostra ansia e preoccupazione quando squilla il telefonino o mentre è connesso senza spiegarne spontaneamente il perché;

·         quando modifica i ritmi sonno-veglia (dorme troppo, dorme poco, ha incubi) o il comportamento alimentare e il rendimento scolastico.

 

Polizia postale