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giovedì 11 giugno 2026

VISIONE E ATTESA

 

Il rettore della Sagrada Familia: la visita del Papa ci invita ad "alzare gli occhi"Riscoprire 

il senso dell'attesa


Con l’inaugurazione della Torre di Gesù che renderà la basilica di Gaudí la più alta del mondo, si compie un gesto simbolico profetico. L’architetta Curti, esperta dell’artista: “Ha voluto creare un’arte dell'incontro, riportare la capacità di vedere il trascendente. Il lavoro che c'è dietro ci invita a gustare la pazienza con cui si costruisce l'amore”



-di Antonella Palermo - Inviata a Barcellona

Guardare in alto è più rischioso che guardarsi i piedi, ma è in questo rischio che si gioca l’esserci, in questo squilibrarsi che si avverte il brivido di un corpo che vive, che non si accomoda in posture inerti, che non guarda al proprio ombelico ma si sbilancia fuori da sé. Accade quando si entra nella Sagrada Familia, attrazione internazionale simbolo di Barcellona, 15 mila visitatori al giorno da ogni parte del mondo, patrimonio Unesco consacrata come basilica nel 2010 da Benedetto XVI. Qui si ha la possibilità di recuperare, al di là delle proprie appartenenze, la capacità di stupirsi. Qui Leone XIV presiede la celebrazione eucaristica la sera del 10 giugno, dopo aver pregato nella cripta sulla tomba di Antoni Gaudì, l’artefice di questa imponente costruzione, nel centenario della morte. E qui, dopo la Messa, inaugurerà la Torre di Gesù Cristo che la farà svettare come chiesa più alta del mondo.

Recuperare lo stupore

Sarà una bambina cieca a introdurre, dinanzi al Pontefice, il rito di benedizione della Torre. Con un plastico tra le mani sarà lei a ‘toccare’ la torre condividendo questa esperienza al Papa. Lei la vedrà con le mani. Lei si meraviglierà per prima. Un’iniziativa dal forte valore simbolico intrapresa di concerto con l’associazione Once, la più grande realtà in Spagna che si occupa di non vedenti e che collabora con la Sagrada per progetti di accessibilità dell’opera d’arte anche ai disabili. Perché entrare in questo tempio, in effetti, è compiere un percorso multisensoriale, tornare in qualche modo a percepirsi vivi, mobili, capaci di attraversare soglie, di tornare all’origine. Era ciò che animava l’architetto catalano, convinto che qui stesse l’originalità di un artista, di avvicinarsi continuamente all’origine, Dio. Una vicinanza che non allontana dagli uomini, anzi, ne rinforza il legame.

La bellezza come via, non fine a sé stessa

Alla vigilia dell’arrivo del Papa, il fiume umano che entra in questo cuore pulsante della città è ininterrotto. “Gaudí ha vissuto per creare un'opera che potesse esprimere la bellezza non fine a sé stessa, quanto invece una bellezza capace di suscitare meraviglia”, sottolinea Chiara Curti, massima esperta del genio catalano. Architetta milanese, vive e insegna a Barcellona presso l’Ateneu Sant Pacià, dove tiene corsi su Modernismo, Gaudí e architettura cristiana. Diverse le pubblicazioni dedicate al tempio dell’espiazione, tra cui “La Sagrada Família. Cattedrale della Luce” (Triangle Books, tradotto in sei lingue) e “Il mio Gaudí. La biografia scritta dai suoi amici” (Triangle Books, tradotto in quattro lingue). 

Gaudì, collaboratore della creazione divina

Quando ha finito la prima torre campanaria, si racconta che Gaudí abbia chiesto in giro come fosse venuta: l’orologiaio gli disse che era bella, che portava un'allegria del cuore e Gaudí era felice perché era andato a segno un suo desiderio profondo. “Leone è un papa sommamente attento alla bellezza – osserva Curti -, e si incontrerà con questo Gaudì che sempre si è presentato come un collaboratore del creatore, una persona che aveva ben chiaro di non possedere l’opera, che era un'opera ispirata da custodire. Lui si è proposto sempre come colui che la poteva curare la Sagrada Familìa, come un giardiniere in un grande bosco, quel bosco che tutte le cattedrali in realtà sono, grandi boschi di colonne”.

Gaudì ha voluto riportare quella capacità di vedere il trascendente, secondo il tipico atteggiamento dell'uomo medievale che quando entrava in una cattedrale si riconosceva proprio dentro un bosco: “Noi contemporanei, invece, siamo molto più razionalisti, vediamo solo delle colonne. Gaudì ha voluto riportarci questo uomo che è capace di vedere qualcosa dietro ogni realtà, di trasfigurare tutta la realtà. Sì, perché se io sono proprietario una cosa la posso anche buttare via, invece se sono il custode posso solamente farla migliorare”.

Un’opera aperta, corale, sempre nuova

Gaudì cominciò a lavorare alla facciata della Natività nell’anno in cui Leone XIII scrisse la Rerum novarum. E oggi Leone XIV, che ha appena dato alla luce la sua Magnifica humanitas, arriva qui a inaugurare il nuovo tassello della Torre di Gesù. Una sorprendente ricorrenza che Curti evidenzia mettendo in risalto le due rivoluzioni storiche di cui l’arte di Gaudì continua a parlarci: quella industriale di cui Barcellona era stata antesignana nel campo del tessile, e quella contemporanea legata all’Intelligenza Artificiale. In gioco c’è sempre un rinnovamento dell’uomo: all’epoca di Gaudì si trattava di liberare l’operaio dall’anonimato e dal logorio della catena di montaggio, dalla massificazione della società; oggi, si tratta ugualmente di ri-nascere, di ritrovare una riserva di umanità, al di là di ogni tentazione di individualismo.

LA persona

“Gaudì sempre mette l'accento sulla persona – sostiene Curti -, sembra quasi che la sua opera sia una scusa per poter creare un’arte dell'incontro, dove ogni persona che lavora con lui può introdurre dentro questa cattedrale il proprio segno creativo”. Un vero maestro che non impone il suo progetto perché altri semplicemente lo eseguano, ma un maestro che insegna una mentalità, un approccio inedito e in qualche modo sovversivo, perché l'altro sia libero di poter fare l’opera: uno dei motivi per cui le opere di Gaudì sono tutte diverse. Era lo stile di Gaudì quello di partire dalla vita e non dai preconcetti, incline come era a ribaltare l’approccio cattedratico di certi intellettuali, cosa che gli valse anche discrete antipatie. Così che alla fine la scuola che lasciò in eredità non fu un ‘gaudinismo’ di maniera ma “la scuola della carità”.

Il fascino del non-finito, dell’attesa paziente e del desiderio

Entrare nella Sagrada Familia è entrare in “un cantiere espiatorio che alimenta il senso che non finisca mai”. In fondo, “tutta la storia dell'uomo è stata questa relazione col cosmo, con Dio, con la luce, sempre è stata una relazione che non poteva iniziare e finire rapidamente, ma che si è misurata con il tempo e finalmente con l'eternità”, precisa ancora la professoressa Curti. “Non sappiamo quando la Sagrada finirà e neanche come”, e non sembra essere questo l’elemento importante. Manca tutta la facciata principale, che dovrebbe arrivare ad essere circa tre volte più grande delle altre due, quella della Natività e quella della Passione. Per costruire questa facciata è necessario demolire un edificio costruito abusivamente negli anni Settanta, dove dentro vivono quaranta famiglie. Non sarà impresa facile. “Oggi non siamo capaci dell'attesa, invece la Sagrada Familia ci chiama ad avere questa possibilità di saper desiderare ancora. Nel momento in cui io finisco una cosa, già non c'entra più niente con me; al contrario, mettendo l'accento sul costruire - ché è quello che sta facendo Papa Leone – implica che non è finita per niente, che dobbiamo impegnarci a essere noi stessi i costruttori anche delle nostre vite”.

 

Vatican News 


 

giovedì 16 ottobre 2025

PER UN PUGNO DI ALBERI

 


 Un esercizio 

per ritrovare 

la realtà (e noi stessi)

 



-di Alessandro D’Avenia

 

Ho dato questo compito ai miei studenti: fare una passeggiata senza cellulare lungo un notissimo tragitto cittadino, parco compreso.

 Dovevano trovare: tre alberi diversi, un pozzo, un mercato, delle palle di cannone, una statua... e rimanere aperti a tutto ciò che sarebbe accaduto nel frattempo. 

 È stato bello ascoltare lo stupore di chi si era accorto di quanta realtà contenga la realtà quando le diamo il tempo di accadere. E così c'è chi si è goduto la musica di un artista di strada, chi le prime caldarroste, chi la storia di un ambulante... e poi gli alberi di cui non avevano idea se non in astratto: lungo il tragitto ce ne sono almeno 30 tipi (dal tasso al ginkgo, dall'acero al liquidambar). Il concetto generico di albero si è popolato di singolarità e poi di nomi (letti sui cartelli del parco). 

 Riuscire a dare del tu alle cose è l'unico modo di custodirle: non possiamo dire amico qualcuno di cui non conosciamo il nome e le caratteristiche che lo rendono unico. La violenza comincia sempre dall'eliminare l'unicità come dice Vasilij Grossman all'inizio del suo capolavoro: «Le izbe russe sono milioni, ma non possono essercene – e non ce ne sono – due identiche. Ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali, è impensabile... E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne» (Vita e destino). Se la vita si spegne non dipende da lei ma dalla violenza, che inizia dalla disattenzione. Come uscirne?

 Dallo stupore dei miei studenti ho colto che il desiderio di connessione con il mondo è fortissimo, ma è addormentato dall'uso pervasivo degli schermi. 

 L'intelligenza artificiale dei telefoni più recenti è «visiva»: basta puntarli su qualcosa per sapere che cosa stiamo guardando. La prossima frontiera sono infatti gli occhiali a intelligenza artificiale, avremo lo sguardo «informatizzato». 

 Ma se l'informazione precede l'incontro con le cose rischiamo di perdere la connessione emotiva con la loro vita, invertendo il percorso che da millenni ha guidato il Sapiens: prima viene il rapporto vivo con il mondo, lo stupore, e poi la sua scoperta, la conoscenza. Non ci innamoriamo di qualcuno leggendone il curriculum, ma incontrandolo. 

La vita «datificata» è più fredda di quella «data». La «datificazione» del reale ne offusca il livello simbolico (di «legame», che è il significato originario della parola simbolo) cioè relazionale. Non a caso un'alunna ha raccontato del tasso, che non conosceva e che l'ha colpita perché le assomiglia: un albero fa scoprire a una quattordicenne della gen Z qualcosa di sé. Non si ama «la natura» in astratto, ma ciò che si sente come parte di sé. Un'educazione «cosmica» stringe legami (simboli) con le cose, ciò che scopro fuori di me parla a me e di me: «Il tasso mi assomiglia: piccolo rispetto ad altri alberi ma resistente a tutto e sempreverde». Non se lo dimenticherà più, ha aggiunto un nome alla realtà (il tasso fuori di lei) e a sé stessa (il tasso in lei), in un simbolo-legame che dà consistenza all'esistenza irripetibile di entrambi. Un altro ragazzo ha parlato del «bagolaro» perché è un albero meno noto, originale, come lui. Invece la bellezza dei colori già autunnali del ginkgo non poteva sfuggire ad una ragazza appassionata di armocromie e moda. 

 La profondità delle cose è attinta solo nell'incontro tra due unicità, e questa dimensione che potrebbe sembrare solo estetica e psicologica è in realtà etica: il legame con le cose offre sempre un orientamento, una scelta, un destino. 

 Mia madre mi ha raccontato che quando piangevo metteva la carrozzina sotto un albero, il movimento delle foglie illuminate mi calmava e incantava per ore, credo venga da lì il mio amore per gli alberi e per la contemplazione. Solo lo stupore conosce: ci innamoriamo prima di sapere, ma poi vogliamo sapere di più di ciò che amiamo e quel sapere diventa amore, in un circolo virtuoso che si chiama «appartenere». 

 Oggi il mondo è disincantato per mancanza di simboli, i legami con le cose: siamo schermati e la curiosità (che viene da cura e della cura è il primo gradino) si riduce a dispersione e dopamina (la ricompensa immediata), e non diventa amore e profondità. Tutto va contro il più semplice ed efficace degli obblighi educativi: «Guarda!», l'invito con cui il genitore o il maestro accompagnano il dito che indica qualcosa di bello, là fuori, perché il bambino avverta il miracolo del mondo grazie a chi lo ha già incontrato e ne passa il testimone (lo testimonia). 

 Lo scrittore David Foster Wallace diceva infatti che scrivere è «fare il massaggio cardiaco agli elementi di umanità e di magia che ancora resistono e luccicano malgrado l'oscurità dei tempi». Cioè: «Guarda!». Ridimensionare il «sé schermato» in favore del «sé aperto» ci fa ritrovare un rapporto vitale con cose e persone: è lì che nascono le vocazioni, perché «presto attenzione» solo a ciò a cui sono legato. 

 Dell'autunno, ridotto a foto del foliage, ignoriamo chi lo indossa in stili differenti e unici: laricifrassinicastagniquerceaceri... E chi perde le differenze, diventa pian piano in-differente. Gli esseri viventi si estinguono o nascono dentro di noi prima che fuori. Siamo poveri di mondo perché ci viene consegnato da fredde astrazioni e non da unicità, da informazioni e non da narrazioni, da dati e non da stupori. Sappiamo differenziare i rifiuti ma non le cose vive. 

 Dobbiamo tornare a stare nel mondo come fine e non solo come mezzo, solo questo consentirà alla realtà di rivelarci come vuole che ci prendiamo cura di lei, perché ognuno ne è sedotto in modo diverso. Quando Ulisse, tornato dopo vent'anni a Itaca, non viene riconosciuto dal padre, gli dice: «I nomi degli alberi di questo frutteto ben coltivato io ti dirò: un tempo me li donasti e io, ancora bambino, te li chiedevo uno per uno venendoti dietro nell’orto; in mezzo ad essi andavamo e tu mi dicevi il nome di tutti; tredici peri mi desti, e dieci meli, e quaranta fichi, cinquanta filari di viti mi promettesti, che maturano in tempi diversi, e vi sono grappoli di ogni tipo, nelle stagioni di Zeus». Al sentire queste parole a Laerte «si sciolsero le ginocchia e il cuore nel riconoscere i segni sicuri che gli rivelava Odisseo». In questa scena è il figlio a restituire al padre «i segni sicuri» del «guarda!» di un tempo, e gli alberi, uno per uno, nome per nome, sono simboli (legami) della verità: «Sono io, tuo figlio». Il padre allora «vede» il figlio attraverso i nomi del mondo che gli aveva dato in eredità quando era bambino, un vissuto che nessun paio di occhiali «intelligenti» avrebbe potuto rivelare, perché apparteneva solo a loro. 

 Ho chiesto ai miei studenti perché non fanno più spesso queste camminate se sono così belle e mi hanno detto che non hanno tempo, salvo poi verificare sul minutaggio delle app che di tempo ne avrebbero in abbondanza. 

 La vita è sì scomponibile in «data» (i dati), ma è prima di tutto «data» a chi si fa trovare. Anche solo in una passeggiata...

 Corriere della Sera

Immagine


 

mercoledì 8 ottobre 2025

STUPORE E MERAVIGLIA


Come educare allo stupore 

e al senso

 di meraviglia

 



 - di Silvia Iaccarino, formatrice, psicomotricista, fondatrice di PF06

 Nelle famiglie e nei servizi educativi con cui ci confrontiamo c’è un aspetto molto interessante: il tema dello stupore desta meraviglia anche negli adulti. Genitori, educatrici, educatori, insegnanti e professionisti dell’educazione nello 06 ci chiedono suggerimenti per educare allo stupore.

Non indicate per loro una via conosciuta, ma se proprio volete, insegnate soltanto la magia della vita” suggerisce Giorgio Gaber.

Dopo aver scritto un articolo sullo stupore dei bambini e delle bambine – e dopo aver notato l’interesse suscitato – oggi proponiamo un contenuto dedicato a come educare allo stupore e rispondiamo a una domanda chiave che, come adulti, siamo invitati ad abitare ogni giorno.

Quale postura possiamo tenere e cosa possiamo fare per valorizzare il senso di stupore di bambini e bambine?

Vediamo insieme alcuni suggerimenti pratici da attivare nella quotidianità.

 Indice dell’articolo

Un possibile approccio per educare allo stupore

Educare allo stupore: sull’essere. Cosa può favorire il senso di meraviglia?

Educare allo stupore: sul fare. Cosa può favorire il senso di meraviglia?

Educare allo stupore: tips per educatrici, educatori e insegnanti

Come diventare architetti dello stupore in cinque step

I benefici dello stupore

Educare allo stupore è un compito meraviglioso

Qualche articolo utile per educare allo stupore

Bibliografia per educare allo stupore

 Un possibile approccio per educare allo stupore

Per educare allo stupore noi adulti possiamo diventare registi e “architetti dello stupore” (S. Haughley). In qualità di genitori, educatrici, educatori e insegnanti svolgiamo un ruolo fondamentale per la crescita di bambini e bambine e abbiamo l’opportunità di strutturare una vera e propria regia educativa.

L’adulto diventa facilitatore, è una presenza che crea le condizioni per interrogare la mente infantile e generare curiosità e interesse. L’adulto mette a disposizione di bambini e bambine spazi, tempi e materiali adeguati a educare allo stupore.

Scrive la biologa Rachel Carson: “Se un bambino deve tenere vivo il suo senso innato di meraviglia, ha bisogno della compagnia di almeno un adulto con cui condividerla, riscoprendo in lui la gioia, l’eccitazione e il mistero del mondo in cui viviamo”.

Ti proponiamo un possibile approccio per educare allo stupore, seguendo qualche suggerimento di Simona Vigoni che, durante i suoi corsi, apre una riflessione sull’essere e una sul fare.

Educare allo stupore: sull’essere. Cosa può favorire il senso di meraviglia?

Il senso di meraviglia dei bambini e delle bambine, così come il nostro, è un muscolo: se lo alleniamo si rafforza, se lo trascuriamo si indebolisce. Impariamo a coltivare questa dimensione innanzitutto per noi stessi, noi stesse, perché noi vediamo quello che siamo e quello che sappiamo.

Possiamo rintracciare la meraviglia nei bambini e nelle bambine quando riusciamo a essere aperti, se dentro di noi nutriamo e coltiviamo la dimensione dello stupore.

Proviamo a cogliere l’intensità e la bellezza nell’ordinario, nella quotidianità, nelle piccole cose, così come sanno fare bambini e bambine.

“I luoghi familiari hanno perso ogni aura di novità. Sono ambienti che diamo per scontati e a cui abbiamo smesso di dedicare la nostra attenzione. (….). Quel che facciamo con la nostra attenzione, in poche parole, è al centro di ciò che ci rende umani» R. Walker

Sperimentiamo il gusto di perderci: hai presente la differenza tra uscire di casa con l’obiettivo di andare a fare la spesa e quello di fare una passeggiata? Quanto riusciamo a mantenere l’attenzione su ciò che c’è intorno (alberi, foglie, cielo) se siamo sempre guidate e guidati da un obiettivo?

La soluzione risiede nell’essere adulti curiosi, aperti, in ricerca e capaci di accogliere con interesse ciò che l’altro porta.

In questa cornice la natura, la vita all’aria aperta sono un grande serbatoio di meraviglia ed è quindi vitale abitare i luoghi del fuori, uscire dalle case, dalle scuole e dai servizi, stare in contatto

con la natura per sentirsi parte di qualcosa di più grande.

Qui c’è l’immensa, selvaggia, gemente madre di tutti noi, la Natura, distesa tutto intorno a noi, con tale Bellezza e tale affetto per i suoi bambini, come il leopardo; e troppo presto veniamo strappati dal suo petto per essere inseriti in società, in quella cultura che si basa esclusivamente sulle interazioni tra uomo e uomo”, scrive Henry David Thoreau.

 Educare allo stupore: sul fare. Cosa può favorire il senso di meraviglia?

Il primo suggerimento è fare da base sicura per bambini e bambine.

Prepariamo un ambiente rassicurante che possano esplorare sapendo di essere al sicuro. Porges dice che la sicurezza è il trattamento. I piccoli dovrebbero sentirsi dentro a un cerchio di sicurezza che fa da base da cui partire e porto sicuro a cui tornare.

Per educare allo stupore e alla meraviglia sono importanti i contesti, gli spazi, i materiali ma è anche fondamentale la relazione.

Coltiviamo l’attenzione ai bisogni primari ed essenziali perché solo quando sono nutriti e incontrati generano la sicurezza che offre a bambini e bambine l’opportunità di slanciarsi verso l’alto, in avanti, a esplorare e approfondire la vita fuori e dentro di loro.

È necessario considerare il serbatoio affettivo dei bambini/e: è un carburante, un’energia che tiene attivi nella scoperta del mondo che ci circonda. Se questo serbatoio affettivo si svuota, l’esplorazione, lo stupore, la profonda meraviglia non sono possibili.

Vale per gli adulti così come per i bambini e le bambine. L’esaurimento energetico non consente di vedere la bellezza del mondo perché ci concentriamo solo su fatica e difficoltà, abbiamo esaurito la nostra disponibilità.

Per educare allo stupore alimentiamo il nostro serbatoio affettivo e quello di bambini e bambine.

Noi adulti possiamo mostrare lo stupore attraverso l’esempio: il modeling è potente. Educhiamo meglio con quello che siamo rispetto a quello che diciamo o facciamo.

Noi adulti possiamo essere per primi gli esploratori del mondo, per dare l’esempio, affiancare e accompagnare i bambini e le bambine alla scoperta.

Impariamo ad agire con responsività, sensibilità e contingenza ai bisogni dei piccoli, offriamo possibilità, libertà di azione, sosteniamo l’esplorazione attiva, ascoltiamo le domande e non chiudiamo le risposte.

Poniamo domande aperte: in molti casi gli adulti scoraggiano bambini/e e ragazzi/e a porre domande, soprattutto quando non sono correlate all’argomento oggetto del dialogo. Quando emerge la divergenza e l’impertinenza, tendiamo a far tornare tutto alla convergenza, alla programmazione, all’idea dell’adulto, allo schema che abbiamo in mente, al sentiero tracciato, deciso e definito. Invece è importante accogliere e abitare l’imprevisto e offrire un tempo disteso per le ricerche e le esplorazioni.

 Educare allo stupore: tips per educatrici, educatori e insegnanti

  • Curiamo la bellezza nei contesti educativi: quali contesti offriamo ai bambini e alle bambine? Consideriamo l’estetica: i piccoli hanno bisogno di stare nel bello.
  • Favoriamo il contatto con la natura e integriamo uno stile di vita lento per permettere alla naturale creatività di sbocciare.
  • Offriamo materiali open-ended, a bassa strutturazione, che sostengono immaginazione, creatività, pensiero divergente.
  • Evitiamo di proporre a bambini e bambine un’agenda troppo organizzata e garantiamo il tempo del gioco libero.
  • Diamo priorità alla scoperta, alla ricerca e al gioco perché è su questa base che si innestano tutti gli apprendimenti formali degli anni successivi.
  • Seguiamo le istanze interiori di bambini e bambine.
  • Mettiamoci in ascolto dei loro interessi e sosteniamoli.

 Lo stupore è un meccanismo innato nel bambino. Nasce con lui. Ma, per poter funzionare bene, deve essere circondato da un ambiente che lo rispetti”, scrive L’Ecuyer.

Proviamo ad abitare le domande, così come sono capaci di fare i bambini e le bambine quando incontrano situazioni, cose e materiali sconosciuti.

“Coltivare la capacità di concentrarsi su quello che gli altri trascurano, considerare “l’incantevole realtà” come un dono inedito e casuale è vitale per ogni processo creativo”. R. Walker

Questo atteggiamento, questo sguardo capace di tornare a vedere ciò che già si sa (come diceva Canetti) oltre a essere utile in veste di professionisti/e dell’educazione e genitori, risulta funzionale anche nella vita, perché ci può aprire alla meraviglia e allo stupore anche e soprattutto di fronte alle cose che, per la vita distratta, gli automatismi dettati dalla fretta, abbiamo smesso di guardare. Con lo stupore riceviamo un bagaglio di emozioni piacevoli che garantiscono il nutrimento emotivo.

Più sono ampie le possibilità che offriamo ai bambini, più intensa sarà la loro motivazione alla scoperta e più ricca la loro esperienza. Dobbiamo ampliare i temi e gli obiettivi, i tipi di situazioni che offriamo e il loro grado di strutturazione, le diverse combinazioni di risorse e materiali e le possibili interazioni con gli oggetti, i pari e gli adulti”, Loris Malaguzzi.

 Come diventare architetti dello stupore in cinque step

Sally Haughley – CEO e Founder del Fairy Dust Teaching – suggerisce un approccio pratico per diventare architetti dello stupore in cinque step e supportare bambini e bambine lungo il loro meraviglioso percorso di crescita.

Essere architetti dello stupore significa mantenersi aperti, come adulti, alla capacità di guardare il mondo con gli occhi dei bambini e delle bambine, come se osservassimo tutto ciò che ci circonda per la prima volta. Condividiamo questa prassi con te.

Step 1 – Risvegliare lo stupore

Noi adulti abbiamo bisogno di essere consapevoli della nostra idea implicita di bambino, bambina, e di renderla esplicita. Lavoriamo con costanza su questo concetto e manteniamo uno sguardo aperto e bambino.

Step 2 – Prepararsi allo stupore

Possiamo essere coltivatori di relazioni tra adulti e bambini, bambine, ma anche tra di loro e l’ambiente, inteso come spazio, tempo e materiali. Diventa importante coltivare le relazioni con le famiglie e il territorio per aprire la mente allo stupore come stile di vita.

Step 3- Essere testimoni dello stupore

Significa avere uno sguardo interessato, attento e in ascolto dei processi agiti da bambini e bambine. Proviamo a recuperare quel senso di meraviglia per ciò che oramai, come adulti, ci appare banale e scontato. Prendiamoci un tempo per osservare e riflettere sulle azioni di bambini e bambine e sui significati dei loro giochi: valorizziamoli senza indugio.

Step 4 – Favorire lo stupore

Dopo aver visto e ascoltato gli interessi di bambini e bambine, i loro desideri, bisogni e idee, possiamo assistere alla magia e diventare ricercatori di meraviglia. Promuoviamo il gioco dall’interno (Bondioli), rilanciamo e invitiamo bambini e bambine ad approfondire ed espandere le loro ricerche.

Questo è il momento per dialogare con loro e sollecitarli con le nostre domande, volte a far emergere le loro idee e teorie. In questa fase non svolgiamo il semplice ruolo di spettatori e osservatori ma siamo attivi co-costruttori del sapere dei bambini/e, con i bambini/e.

Step 5 – Documentare lo stupore

La documentazione foto-video e la narrazione delle indagini e delle scoperte di bambini e bambine, restituisce alle famiglie, al territorio, alla comunità e a bambini e bambine i loro processi di apprendimento, dando valore alle loro ricerche. È necessario possedere competenze osservative e documentative per cogliere quei momenti in cui i bambini/e, catturati dallo stupore e immersi nella concentrazione, apprendono.

Quando documentiamo il processo dei bambini, stiamo seguendo le tracce della meraviglia. (…) Mi piace pensare alla documentazione come alla pedagogia dell’amore”, scrive Haughley.

Per documentare lo stupore potresti organizzare questo corso nel tuo servizio educativo:

La documentazione pedagogica narrativa: raccontare l’effimero

Il bambino piccolo esiste solo se c’è un adulto accanto che gli dà voce, che valorizza le sue competenze e potenzialità. Documentare significa allora assumersi la responsabilità di dare visibilità e valore ai bambini e a chi lavora e vive con loro, in famiglia e nei servizi (…). In questa prospettiva, dare visibilità alle azioni educative attraverso la documentazione rappresenta una pratica democratica di condivisione e partecipazione per tutti i soggetti coinvolti, permette scambio e confronto, rendendo visibili, riconoscibili e valorizzabili le differenze” (L. Malavasi/B. Zoccatelli).

I benefici dello stupore

Educare allo stupore e preservare nei bambini e nelle bambine il loro naturale e innato senso di meraviglia per il mondo, genera innumerevoli benefici. Ecco qualche esempio.

Educare allo stupore…

  • Migliora lo sviluppo delle funzioni esecutive: autocontrollo, problem solving, flessibilità di risposta, attenzione e concentrazione, memoria di lavoro.
  • Dona un significativo senso di autoefficacia, accresce la capacità di autodeterminarsi e l’autostima.
  • Sviluppa in modo armonico ed equilibrato tutte le aree cognitive.
  • Consente un apprendimento profondo e duraturo.
  • Diminuisce le problematiche comportamentali.
  • Favorisce il pensiero critico.

 Il gioco è l’attività per eccellenza attraverso la quale i bambini possono apprendere, spinti dallo stupore”. C. L’Ecuyer

 Educare allo stupore è un compito meraviglioso

Il bambino, la bambina, che cresce nello stupore potrà diventare un adulto che:

 

  • saprà desiderare, avere dei sogni, essere grato in quanto non avrà soddisfatto ogni minima richiesta e saprà apprezzare i doni della Vita;
  • saprà meditare e riflettere in quanto ha nutrito il suo mondo interiore;
  • sarà in grado di riconoscere pregi e meriti altrui senza temere di essere sminuito, avrà una solida autostima e un solido senso del proprio valore;
  • saprà apprezzare e vedere la Bellezza anche nelle piccole cose, perché avrà uno sguardo aperto e allenato allo stupore e non sarà alla costante ricerca di nuove sensazioni intense;
  • avrà un carattere equilibrato e calmo, in quanto la sua mente non sarà sovra-stimolata e saturata;
  • sarà capace di seguire la propria strada, autodeterminarsi, automotivarsi, pensare con la propria testa in modo critico;
  • sarà aperto al mistero, perché avrà sperimentato che non tutto ha una risposta e sarà capace di apprezzare la vita in tutte le sue forme.

Elenco liberamente adattato da “Educare allo stupore” di C. L’Ecuyer.

 L’educazione sana mette lo stupore al primo posto. Quando gli esseri umani danno importanza allo stupore, possono accadere grandi cose. La mente si apre, il cuore si apre, e si può dire che si apre anche l’anima. Avviene un’espansione. Ritorna la meraviglia. Il fanciullo interiore rimane vivo e attento nel corso di tutta la vita. Apprendere diventa una realtà quotidiana. I libri non finiscono sugli scaffali e la televisione non è più in grado di dominare la nostra psiche”.

Con questo pensiero di M. Fox ti auguriamo di mantenere, da adulto, un naturale senso di meraviglia per essere pronto, pronta, a educare allo stupore con la mente, l’anima e il cuore.

 Qualche articolo utile per educare allo stupore

 Posizionamenti educativi – Il ruolo dell’adulto

 Bibliografia per educare allo stupore

 

  • VV., “Lo stupore del conoscere. I cento linguaggi dei bambini”, ed. Reggio Children
  • Dallari M., Moriggi S., “Educare bellezza e verità”, ed. Erickson
  • Fox M., “Educare alla meraviglia. Reinventare la scuola, reinventare l’umano”, ed. La Meridiana
  • Haughley S., “The Wonder based startup Guide” su www.fairydustteaching.com
  • L’Ecuyer C., “Educare allo stupore”, ed. Ultra
  • Malavasi L., Zoccatelli B., “Documentare le progettualità nei servizi e nelle scuole per l’infanzia”, ed. Junior
  • Delrio in “Lo stupore del conoscere. I cento linguaggi dei bambini”, ed. Reggio Children

 

Educare allo stupore


 

 

 


mercoledì 3 settembre 2025

SAPERSI STUPIRE

 


IL DOVERE 

DELLO STUPORE

 

Alessandro D’Avenia

 

Non sembra ma la scuola e le ferie hanno la stessa essenza: l’incontro con la meraviglia. Durante le ferie è lo stupore che cerchiamo. In montagna o al mare, in campagna o in città, in un libro, panorama, volto, vogliamo incantarci. In queste occasioni, che non a caso poi ricordiamo e raccontiamo, tratteniamo il respiro (si dice «mozzafiato»), per ricevere più vita. Quale? Quella che appunto ci ispira: ci dà più respiro. 

Per questo abbiamo un senso da cui dipendono gli altri cinque: il senso della meraviglia. Se non funziona questo senso, la realtà diventa muta, insensata, neutra. Infatti è la qualità delle relazioni che abbiamo con il mondo che orienta il nostro individuarci, cioè, scoprire in che cosa siamo unici e irripetibili. 

E proprio il senso della meraviglia detta la qualità di queste relazioni: si chiama «attenzione selettiva», un potenziamento dei nostri circuiti neurali diverso per tutti. Chi non prova stupore cerca stupefacenti: sostanze, non relazioni ma dipendenze. Pur di appartenere (sentirsi amato) sparisce nelle cose o negli altri, fino a non sapere più chi è e che cosa vuole. 

Chi invece conosce e allena il «suo» stupore trova sostanza (al singolare), cioè vita che lo sostiene, legami che lo ispirano e lo individuano, non sparisce nelle cose e negli altri ma sa stare di fronte al mondo, da protagonista. 

A scuola è difficile rendersene conto, piena com’è di grigiore e disincanto, ma in fondo la scuola finisce o comincia proprio se finisce o comincia l’incanto. Perché? 

 La scuola non è un edificio (sarebbe troppo poco) ma ogni spazio-tempo della storia in cui incontriamo ciò che ci meraviglia. Si dà scuola – a volte anche a scuola – ovunque accada lo stupore, cioè un incontro reale con il mondo. Il primo giorno di scuola non è quindi l’inizio di un susseguirsi di ore a cui resistere in vista del prossimo ponte, ma una metafora del «senso della meraviglia». Come allenarlo? 

Cominciamo con un appello in cui a ciascuno sia chiesto: per raccontare quale stupore sei venuto al mondo? A scuola possiamo dare il buon esempio raccontando l’incanto che ci ha portato a voler raccontare ad altri la gioia della chimica, della filosofia, della cucina, dell’arte, dell’elettronica, della biologia, della meccanica, della matematica e tutte quelle che possiamo definire «materie della meraviglia», «sostanza del mondo» e non sostanze senza mondo, dipendenze senza gioia. 

Così avremo un primo appello di «incanti», ogni nome associato al pezzetto di mondo verso cui sente attrazione e quindi attenzione. Conoscere come e quando un ragazzo (e in generale una persona) sente di appartenere alla vita e che la vita gli appartiene è ascoltare una profezia sul suo destino. 

Per questo amo il titolo che l’astrofisica canadese Rebecca Elson ha usato per il suo libro di poesie «A Responsibilty to Awe», responsabilità dell’incanto, perché quando veniamo toccati da qualcosa stiamo già rispondendo (da cui responsabilità) a una chiamata della vita che vuole cura da noi, alla maniera che ci è più congeniale. 

Chi non prova incanto non può provare amore verso sé stesso e verso la vita, perché non sa cosa ama e non sa cosa lo chiama. Per questo bisogna raccontare ai figli e agli studenti dove l’incanto ci ha afferrati, perché loro cercano in noi prima che una lezione una elezione: scelta, vocazione, destino, responsabilità. 

Perché avremmo mai dedicato tempo e sforzi a qualcosa purché diventasse la nostra strada? Per questo un primo appello ben fatto chiede ai ragazzi dove l’incanto li abbia già afferrati, perché dal «senso della meraviglia» nasce il loro personalissimo «sentimento della vita»: l’amore per il mondo, per gli altri e per se stessi, unica reale difesa dalle dipendenze. 

Un ragazzo «irresponsabile» è semplicemente un ragazzo che non è mai stato chiamato alla vita e dalla vita, e quindi non ha mai potuto rispondere. Per questo l’appello è il momento più importante dell’orario scolastico: tu, proprio tu, per quale pezzetto di mondo sarai insostituibile? 

E quindi: per quale stupore sei qui? In fondo quando ci siamo innamorati di qualcuno, non è stato il suo modo unico di «stare» al mondo che ci ha sedotto? Alexandra Horowitz, docente di psicologia alla Columbia University, ha scritto un libro, On looking: eleven walks with expert eyes (Sul vedere: undici passeggiate con occhi esperti), in cui descrive il medesimo ripetuto e ignorato percorso, da casa alla scuola della figlia, in undici modi diversi, semplicemente perché lo percorre ogni volta insieme a una persona con una vocazione diversa, occhi diversi: un architetto, un biologo… un cane. 

Lo stesso tragitto di sempre diventa memorabile grazie ai modi unici, stupefatti e quindi stupefacenti, di percorrerlo, cioè di stare al mondo, di prendersene cura. Come diceva Chesterton non esistono argomenti poco interessanti, ma persone poco interessate. E allora mi viene da pensare a Van Gogh che abbracciò tardi la sua vocazione e imparò a dipingere da solo, e in dieci anni il suo sguardo rivoluzionò l’arte perché nessuno come lui sapeva stare davanti a girasoli, cipressi, volti, stelle… la stessa «materia» che tutti vedevano da secoli, ma senza il suo incanto. In una lettera del giugno 1888 chiedeva al fratello Theo i soldi per comprare tele e colori: «Non è forse la sincerità della natura a guidarci? E queste emozioni sono talvolta così forti che si lavora – senza accorgersi che si sta lavorando – e talvolta le pennellate vengono in successione e con rapporti tra loro come le parole in un discorso o in una lettera. Ecco perché chiedo sfacciatamente tela e colori. Solo così sento la vita, quando lavoro a pieno ritmo» (giugno 1888). Lo stupore di un solo uomo, divenuto vocazione e opere, continua a risvegliare milioni di addormentati o di ciechi (per questo a scuola facciamo studiare Van Gogh). 

E allora facciamolo bene questo primo appello. Nome per nome, stupore per stupore, destino per destino, vocazione per vocazione. 

Chiedere «per raccontare quale stupore sei venuto al mondo?» a un adolescente è un dovere per noi, come diciamo che lo è la scuola per lui. 

 Alzogliocchiversoilcielo

martedì 25 marzo 2025

SAPERSI STUPIRE

 

DALL'HOMO ERECTUS ALL'HOMO CURVATUS



Alessandro D’Avenia

 

Salgo sulla metropolitana e mi impongo un esercizio di stupore, li faccio quando mi sento triste. Infilo il cellulare nella tasca interna del cappotto perché non sia raggiungibile dalla mano che, per una briciola di dopamina, lo cercherà senza il mio consenso. Mi impongo di fissare ogni cosa. Così torno alla mia altezza, perché i nostri occhi, a differenza di quelli dei quadrupedi indirizzati al suolo o poco più su, consentono di arrivare al cielo. Dopo millenni di evoluzione però il nostro sguardo è tornato giù, al telefono, tanto che da anni esiste una nuova patologia: la cervicale da smartphone.

 Dall'homo erectus (in piedi) a quello curvatus. Ne scorgo tanti esemplari in metropolitana. Un ragazzino di 12-13 anni seduto ride mandando messaggi con le mani appoggiate su una nota edizione di spartiti per pianoforte. Intravedo la prima lettera del compositore: C... Chopin? Scorgo la seconda: z... Chi sarà? Entrano due ragazze che saranno poco più grandi di lui. Parlano e ridono guardando il cellulare di una delle due, l'altra tira fuori una spazzola per lisciarsi i capelli, e poi la passa all'amica che fa altrettanto. Accanto a me una ragazza legge un testo sullo schermo, niente la distrae, chissà che cosa dicono quelle righe. In ognuno è in corso un desiderio, una ricerca di bellezza... Continuo il mio esercizio che sta già facendo effetto. Quale?

 Mi soffermo su chi non ha il cellulare in mano. Una coppia di anziani: parlano tra loro e quando tacciono, tacciono e basta, senza schermi. Un'altra signora ha la mano impegnata ad accarezzare la testa del suo bambino che, accoccolato sul petto, ha gli occhi spalancati su di lei. Poi c'è un uomo che guarda in basso, con i vestiti impolverati da un cantiere. Piegato dalla fatica del giorno di lavoro ogni tanto dice una parola ad alta voce: a chi? Una ragazza proprio di fronte a lui non ha invece smesso di scorrere immagini sullo schermo. Dei turisti ridono tra loro, liberi dalle incombenze del quotidiano hanno tempo solo per le cose belle di questa città. Una donna, l'unica in tutto il vagone, legge un libro. 

 Quando riemergo sulla strada una luce nuova brilla su alberi che scopro essere di ciliegio giapponese grazie alle prime fioriture: allora è vero, è primavera! La stagione, da cui cominciava l'anno dei Romani e di molte culture mediterranee, non s'arrende neanche in questa città, dove il tempo della natura, quello ciclico, è marginale, con la conseguenza che ci sentiamo solo lineari, fatti per la morte e non per la (ri-)nascita. Ma il tempo ciclico è solo nascosto dalle tonnellate di cemento e asfalto che coprono una terra sui cui maturerebbe ancora il grano. Anche qui le persone che camminano guardano quasi tutte uno schermo, i loro occhi ignorano la stagione così “già vista” che non stupisce più. Per stupirci abbiamo bisogno di stupefacenti: effetti speciali o dipendenze. Eppure, gli alberi, rinsecchiti sino a poco fa, ce lo ricordano che la bellezza è frutto di un lungo lavoro silenzioso di spoliazione, ma noi vogliamo tutto e subito: abbiamo fretta e la natura è lenta.

  Non è vero che non ci sono più le mezze stagioni, siamo noi a non esserci più, perché le sfumature e le gradazioni sono solo per chi guarda bene. Infatti “a ben vedere” su questa strada tutto è pieno di cose che, come i ciliegi, ci ricordano di tornare in vita: due ragazzi che bevono una birra sui primi tavolini all'aperto, la custodia di uno strumento sulle spalle di una ragazza, il mendicante seduto per terra con una scatola di tonno in attesa di uno sguardo e una moneta, un bambino che con il suo monopattino avanza nel qui e ora senza difese. Aveva ragione mia nipote quando alla proposta di vedere il cugino in videochiamata si ribellava: “Ma io lo voglio vivo!”. 

 Il neuroscienziato Stefano Mancuso mi ha spiegato che si può misurare lo stress di una persona dalla resistenza della pelle: più è rigida più si è in stato di allerta. Infatti, a chi entra in un bosco la pelle si ammorbidisce solo dopo cinque secondi. Io mi devo far bastare qualche albero incastrato in un'aiuola... Tornato a casa cerco: “Cz compositore”. Carl Czerny è un musicista viennese del primo '800 noto per la sua memoria prodigiosa che gli consentiva di eseguire tutte le sonate di Beethoven, di cui fu allievo. La sua vocazione alla didattica lo portò a comporre centinaia di esercizi tutt'ora indispensabili per educare le dita di generazioni di pianisti, come quelle del ragazzino della metropolitana. 

 Mentre scrivo ascolto un suo Notturno: un tipo di composizione che dimostra che basta una notte ben guardata per fare un capolavoro. Perché noi che puntiamo su Marte abbiamo perso così tanta Terra? Aspettiamo i like più delle magnolie in fiore, suoniamo i clacson più del piano, tocchiamo lo schermo più di un volto, distinguiamo le emoticon ma non un platano da una betulla. Se l'homo curvatus ha meno occhi non è colpa di un telefono, ma di un cuore che quel telefono ha trovato vuoto. Ma la vita non demorde e ci chiama dal e al suo quotidiano miracolo: uno spartito, un bambino, una spazzola, un libro, un silenzio, una risata, una città, una fioritura, un monopattino, un tavolino... e chissà quanti altri stupori per rimetterci “in piedi” quando siamo prostrati, perché solo chi è toccato dalla vita poi la ama e la cura. Infatti, Leopardi diciottenne, negli stessi anni in cui Czerny componeva per il piano, scriveva a Pietro Giordani di voler fare il poeta perché aveva “visto” una primavera: “Quando io vedo la natura in questi luoghi che veramente sono ameni (unica cosa buona che abbia la mia patria) e in questi tempi specialmente, mi sento così trasportare fuor di me stesso, che mi parrebbe di far peccato mortale a non curarmene, lasciar passare questo ardore di gioventù e aspettare per darmi alla poesia” (30 aprile 1817). 

 Solo la vita fa tornare in vita, e lui lo cantò così: “Primavera dintorno/ brilla nell’aria, e per li campi esulta, / Sì ch’a mirarla intenerisce il core”. Senza “mirare” perdiamo la tenerezza (di pelle e di cuore): niente più ci tocca, ci fa abbassare le difese e sentire amati, ma per un cuore e una pelle induriti vivere diventa solo una “dura” lotta. La morte è forse la fine della vita, ma di sicuro il suo fine è la gioia. Per questo un giorno ci alzammo in piedi. Per questo ogni giorno ci alziamo in piedi: per essere all'altezza (se all'altezza non rinunciamo per un telefono) della gioia che ci (a)spetta.

 Alzogliocchiversoilcielo

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