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lunedì 2 marzo 2026

PAROLE IN SOFFITTA

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LA CULTURA DELL'AUTOREFERENZA

 UNA CULTURA CHE NON AIUTA A PERCEPIRSI FIGLI, CIOE' DEBITORI ED EREDI DELLA VITA, MA SOLO PROPRIETARI


Non matura queste due azioni, gratitudine e compassione ma il loro contrario egoismo e indifferenza.  


- -di Alessandro D’Avenia

 

Nel bel film Hamnet, adattamento del romanzo ispirato a un episodio della vita di Shakespeare, c'è una scena memorabile.

Durante la rappresentazione dell'Amleto, quando l'attore nella parte del principe sta per morire, una donna del pubblico, che a quei tempi stava proprio sotto il palco, allunga la mano per consolare il moribondo, e così tutti quelli attorno a lei. Un'immagine da grande cinema, capace di mostrare che l'arte vera è lo spazio-tempo in cui sentiamo nostra la vita altrui tanto da volerla sostenere e alleviare, come scriveva Van Gogh di sé, “Voglio riconciliare gli uomini con il loro destino”, o Fitzgerald dei libri, “Parte della bellezza di tutta la letteratura è scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali, che non sei solo o separato da nessuno. Tu appartieni”. 

Questa capacità dell'arte di aprire lo spazio-tempo dell'appartenere, esperienza difficile per l'ego che abitualmente vede negli altri strumenti o ostacoli, ci fa scoprire che siamo invece “sulla stessa barca” nell'odissea della vita. La “barca” è metafora di quel livello di realtà in cui tutto è collegato e in comune, livello di cui non facciamo esperienza perché abbiamo perso la parola che lo indica: spirito. “Spirituale” oggi si dice infatti di chi è distante dalle incombenze materiali, quando significa il contrario: unito a tutto e tutti. 

Per questo Cristo diceva “Lo spirito vi condurrà alla verità tutta intera”, cioè alla vita in cui siamo uniti in noi stessi e con gli altri. Utopia o realtà? 

E' appena iniziata la Quaresima, periodo di preparazione alla Pasqua, cioè un'educazione pratica a risorgere, qualcosa che riguarda tutti a prescindere dalla fede. I riti, le feste, le ricorrenze hanno lo scopo di “fermare” il tempo, segnano infatti in quello lineare che avanza inesorabile un altro tempo, un tempo fermo perché sempre disponibile e attingibile, nella modalità del ritorno, come accade con le stagioni: le fioriture di questi giorni ci mostrano questo tempo nel tempo.  

Pensate all'effetto delle Olimpiadi o del festival di Sanremo: eventi da cui ci aspettiamo molto di più di quello che sono, perché il nostro spirito ha fame di senso e di unità con gli altri. Questi eventi aggregano infatti milioni di persone, perché sono versioni secolarizzate del sacro (il cibo dello spirito) di cui non possiamo fare a meno: le olimpiadi vengono da Olimpia, antica città greca in cui ogni quattro anni si riunivano i popoli ellenici, anche in guerra tra loro, per celebrare il culto di Zeus; festival è un termine che indicava nel latino medievale una festa religiosa. Il ciclo liturgico cristiano ha sempre fatto lo stesso: Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua danno senso al tempo lineare agganciandolo a un tempo eterno, quello in cui la morte è sconfitta grazie all'unione con Dio (comunione) e con gli altri (comunità). Nella Quaresima in particolare in che modo? Lo spiega il rito del digiuno, e rito non è regola che fa meritare un premio (sarebbe solo una dieta), visione commerciale che nulla c'entra con la fede, ma accesso al livello spirituale, dove si ritrova l'unità con sé stessi e con gli altri, proprio a partire dall'unione di corpo e spirito.  

Come? Toccando l'istinto più radicale: la fame, che ci rende tutti uguali. Sperimentare fame, più che mai in un mondo in cui si buttano tonnellate di cibo ogni giorno e c'è chi muore di fame, ci riporta alla condizione che tutti ci unisce: abbiamo ricevuto la vita, non ce la siamo data. Per questo nella preghiera cristiana per eccellenza si chiede “il pane quotidiano”: Dio è la vita, non tu. Se quel pane me lo tolgo volontariamente riaffermo, nel vissuto e non in astratto o solo mentalmente, che io sono dato a me stesso, non mi sono fatto da solo, e così chi mi sta accanto. Per questo motivo Omero usa “mangiatori di pane” come sinonimo di “mortali” a differenza degli immortali che si nutrono di “ambrosia” (letteralmente: immortalità), e Cristo dice: “Guai a voi che ora siete sazi perché avrete fame” (Lc 6), che non è una maledizione ma la descrizione dello stato spirituale di chi crede di essere la causa della vita che ha.  Chi pensa così ha fame perché gli manca realtà (senso e unità): la vita che hai è data, a te e a tutti. Solo chi conosce la fame conosce veramente l'uomo, perché sente, nella carne, che siamo compagni (da cum e panis: chi condivide il pane) di viaggio. Ecco il punto: il corpo ci porta allo spirito, e quando i due sono ben uniti ci sentiamo donati a noi stessi e legati realmente agli altri, sentiamo in ogni cosa la fatica della fragilità, e allunghiamo la mano verso l'altro perché non si senta solo, come la donna all'uomo morente sulla scena.  

Chi non sente la propria fragilità, si dimentica di sé e degli altri, chi la sente sa che è mantenuto in vita, e ne è grato, e la gratitudine genera riconoscenza, cioè capacità di restituire vita alla vita. La Quaresima è un'educazione alla realtà: “polvere sei e polvere ritornerai” non serve ad abbattersi ma ad aprirsi: gratitudine (eucarestia significa ringraziare) e compassione (patire con l'altro), che non sono sentimenti ma le due azioni alla bade della felicità, mano tesa sia per ricevere che per dare, essere da ed essere per.  

Per questo in Quaresima il digiuno si accompagna a elemosina (dal greco: avere pietà) e alla preghiera (stessa radice di precario), perché sono modi analoghi al digiuno per tornare consapevoli della propria e altrui fragilità (non si prega per convincere Dio a fare qualcosa ma per convincere noi che siamo suoi figli). Una cultura che non aiuta a percepirsi figli, cioè debitori ed eredi della vita, ma solo suoi proprietari, non matura queste due azioni, gratitudine e compassione ma il loro contrario egoismo e indifferenza.  

Per questo il cristianesimo medievale ha voluto dettagliare la gratitudine-compassione in quattordici capolavori, noti come opere di misericordia, sette corporali e sette spirituali: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire chi è nudo, accogliere i forestieri, prendersi cura dei malati, visitare i carcerati, seppellire i morti; consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire chi fa il male, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti.  Non sono comandamenti ma la forma di esistenza che nasce dal non sentirsi proprietari della vita propria e altrui, ma suoi custodi e coltivatori. Un programma sociale e politico che sintetizza l'etica in un entusiasmante e impegnativo: “Vivi e lotta perché gli altri vivano”. Così non sono separato da me stesso e dagli altri, e la carità non diventa sentimento, dovere o fastidio, ma stile di vita in cui la consapevolezza della morte (paura) è sostituita da una maggiore consapevolezza della vita (coraggio): sono chiamato a vivere di più e a far vivere di più (ecco la resurrezione della Pasqua non solo come narrazione di un evento straordinario ma come trasformazione della mia vita, oggi).  

La Quaresima, parola oggi in soffitta, serve a non accontentarsi del tempo lineare che porta alla tomba, e aprire lo spazio-tempo in cui mi sento così legato alla vita (appartenere) che diventa una gioia vivere e dare vita (risorgere), perché nulla può essere migliorato se prima non è amato. E allora privarsi di un po' di cibo o di altre cose che riteniamo essenziali fa accadere la memorabile scena del film: “Non aver paura, non sei solo: sei figlio, sei fratello”.

 Alzoglioochiversoilcielo

Corriere della Sera


sabato 14 febbraio 2026

LA QUARESIMA TEMPO DI CONVERSIONE


ASCOLTARE 

DIGIUNARE


Messaggio di Papa Leone XIV per la Quaresima 2026


 Il messaggio di Papa Leone XIV per la Quaresima 2026, dal titolo “Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione”, è stato pubblicato venerdì 13 febbraio dall'Ufficio Stampa della Santa Sede.

Nel suo messaggio, il Santo Padre spiega che “la Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita”, per cui “l'itinerario quaresimale diventa un'occasione propizia per prestare l'orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme”.  In questa Quaresima, Papa Leone XIV ci invita innanzitutto a chiedere «la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi», ed a poter «lasciarsi istruire oggi da Dio ad ascoltare come Lui».

“Le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune”, sottolinea il Santo Padre.

Inoltre, il Papa ha incoraggiato a chiedere «la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro».

 “Impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”, ha scritto.

 Ascolto e digiuno

Allo stesso modo, il Santo Padre ha sottolineato l'importanza di dare spazio “alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro”.

Mentre, riferendosi al digiuno, il Papa ha spiegato che "costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio” per cui è importante "mantenere vigile la fame e la sete di giustizia… istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo”.

 Disarmare il linguaggio

Infine, il Santo Padre invita in questa Quaresima a "disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie”.

“Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace”, ha incoraggiato.

Messaggio di Papa Leone XIV per la Quaresima 2026



mercoledì 5 marzo 2025

LE TRE COLONNE DELLA QUARESIMA

       


IL PADRE TUO

 VEDE NEL SEGRETO


1In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c'è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. 2Dunque, quando fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. 

In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 3Invece, mentre tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. 5E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 

6Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. 16E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un'aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 17Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, 18perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». 

  Commento di Enzo Bianchi

 Tre “colonne” strutturavano e strutturano la vita religiosa degli ebrei: l’elemosina, la preghiera e il digiuno.

Il “giusto” ebreo le pratica con convinzione, come azioni segnate da bontà, ma resta vero che in qualsiasi comportamento religioso tutto può corrompersi: noi umani sappiamo infatti pervertire le azioni buone in azioni animate da altre intenzioni, oppure segnate da uno stile non adeguato a esse, e quindi finiamo per compiere opere perverse. 

 È significativo che in questo brano evangelico Gesù non accusa né nomina nessuno in particolare ma, in generale, quanti praticano i comandamenti di Dio con un’intenzione e uno stile assolutamente non coerenti con la volontà di Dio stesso. Anche i cristiani, anche noi, siamo preda della tentazione di agire sì secondo la legge di Dio, ma cercando che questa nostra fatica, questa nostra bontà sia vista dagli altri, magari “a fin di bene”, per “dare il buon esempio”. Così non teniamo più lo sguardo fisso su Dio ma cerchiamo lo sguardo degli altri su di noi, facciamo “scena”, religiosa ma sempre scena, e non siamo più degni di essere guardati e ricompensati da Dio. Guai a pensare di essere un modello per gli altri: è non solo mancanza di umiltà, ma anche un sentirsi giusti che impedisce al Signore, il quale è medico delle nostre anime, di incontrarci per guarirci. 

 Praticare l’elemosina

La verità delle nostre azioni apparirà solo nel giudizio, quando Dio manifesterà anche i pensieri del nostro cuore. Praticare l’elemosina, cioè, condividere i beni con sentimenti di misericordia e compassione per i bisognosi, è giustizia secondo i sapienti di Israele (cf. Sir 3,30), vale quanto i sacrifici offerti a Dio (cf. Sir 35,4), perché chiudere il cuore a chi è nel bisogno fa chiudere a Dio il cuore verso chi non vede il fratello o la sorella nella sofferenza. Fare l’elemosina – dicevano ancora i sapienti – significa ottenere da Dio la remissione dei peccati (cf. Tb 12,9). Gesù conferma questa prassi ma mette in guardia da ogni ostentazione: non c’è nessuna ragione per farsi vedere nel compiere il bene! Occorre invece più che mai la fede in un Dio che è Padre, il quale vede ciò che noi facciamo senza calcoli e nel nascondimento, e gradirà il nostro operare. 

 Pregare

Lo stesso atteggiamento Gesù lo richiede nella preghiera. C’è una preghiera pubblica per il popolo di Dio, l’assemblea liturgica, ma anche in essa c’è uno stile proprio del discepolo di Gesù.

Innanzitutto, deve essere una preghiera semplice, sobria, convinta, seria. Non occorrono preghiere interminabili, lunghe, quasi che Dio richiedesse di essere adulato, pregato, “affaticato” come pensano e fanno i pagani. Anche la religiosità dei cristiani è giudicata dalla loro fede, che la norma e la purifica costantemente. Non bisogna dunque ostentare una propria devozione in mezzo agli altri, inginocchiandosi quando tutti stanno in piedi, o stando in piedi quando gli altri stanno seduti, e neppure mettersi a pregare in luoghi pubblici (crocicchi, angoli delle piazze), magari sgranando la corona del rosario. Così facendo, si caricatura la preghiera cristiana! Ecco allora la necessità di verificare la qualità della preghiera comune, fatta nell’assemblea liturgica, con la preghiera personale, nella propria camera, nella propria cella, nel segreto e nell’intimità del faccia a faccia con Dio. Sì, Dio vede, e questo deve bastare. 

Digiunare

Così è anche per il digiuno, una pratica essenziale alla vita spirituale, per imprimere in tutta la nostra persona, corpo e spirito, che “non di solo pane vive l’uomo” (Dt 8,3; Mt 4,4; Lc 4,4), per imparare a sottomettere bisogni e pulsioni, per esercitarsi a dire no alle tentazioni; ma se facciamo digiuno per essere ammirati nella nostra virtù, anche il buon contenuto di questa azione si corrompe. 

 La vigilanza

Inizia la quaresima, e i quaranta giorni che ci stanno davanti richiedono la pratica di queste tre esigenze spirituali. Siamo però vigilanti: se, per esempio, facciamo digiuno ma poi diventiamo nervosi, aggressivi, non più miti e gioviali con quanti ci stanno vicino, meglio non digiunare. Tutto ciò che facciamo – elemosina, preghiera, digiuno – o ci aiuta a essere più capaci di amore o, altrimenti, non va praticato, perché l’amore, la carità è il télos, lo scopo di ogni legge e disciplina. Siamo discepoli di Gesù, che praticano il comandamento nuovo e definitivo dell’amore reciproco (cf. Gv 13,34; 15,12), non discepoli di un maestro spirituale che ci ha insegnato solo discipline e metodi per una vita morale! 

 Alzogliocchiversoilcielo

venerdì 25 marzo 2022

NON STANCHIAMOCI DI FARE IL BENE !


 «Non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti» (Gal 6,9-10a) questa è la premessa al messaggio quaresimale 2022 del Papa [1]. È una esortazione rivolta a tutti, ma che ha un particolare significato per gli educatori.

- di Giovanni Perrone

L’educazione è un cammino di ricerca e di speranza che ha come scopo la costruzione "del buono, del bello, del vero" (Papa Francesco): 

 Gesù stesso scelse di peregrinare per le strade di Israele per diffondere la buona novella. Nel cammino ci si arricchisce reciprocamente, perché si esercita l’arte dell’osservare, del dialogare, del riflettere, dell’interagire con i compagni di strada e con tutti coloro che si incontrano; arte del discernere e dello scegliere, dell’accogliere, del rischiare, dell’orientarsi e dell’orientare. Maestro e allievo sono una ricchezza, l’uno per l’altro, e insieme vanno verso la comune meta.

 Il cammino quaresimale che stiamo vivendo ci invita alla preghiera, al digiuno e all’elemosina. Sono tre parole che ci insegnano molto (specialmente in questo periodo quaresimale) e ci aiutano a divenire migliori come persone, come cristiani, come educatori.

Mi soffermerò brevemente su queste parole, prestando attenzione alla loro valenza educativa, al fine di proporre alcune possibili piste operative per la rete associativa, per le comunità scolastiche e per i singoli docenti.

“La preghiera è il respiro della fede, è la sua espressione più propria. Come un grido che esce dal cuore di chi crede e si affida a Dio”.[2] San Domenico invitava a essere "Armati della preghiera anziché della spada, vestiti di umiltà invece che di belle vesti".

La preghiera è interazione, relazione, ascolto, contemplazione, scoperta del senso del limite; è un cammino dell’uomo che sa guardare lontano e in alto. Perciò è lode, gratitudine, ma anche richiesta di auto.

La dimensione relazionale è caratteristica dell’arte di educare: un mettersi in relazione per ascoltare e per dialogare. Non è il dialogo dell’oppressore, ma di colui che sa promuovere e valorizzare l’altro. E’, perciò, un dialogo arricchente e liberante, che esalta la dignità di ogni essere umano.

Oggi, purtroppo, anche nei percorsi educativi, c’è poco spazio per l’ascolto, per i silenzi contemplativi, per il senso del mistero, per la riflessione, per la ricerca comune. Siamo, infatti, frastornati da mille rumori, dai cellulari sempre accesi, dalle soventi inutili chiacchere dei talk show, ove prevale la voce del più forte o del più arrogante o del più appariscente. Purtroppo, quel che conta è farsi notare, meravigliare, abbagliare per disorientare e ingannare l’altro! Anche nei percorsi scolastici si è spesso tentati dal parlare molto, osservare poco, riflettere raramente. Si resta chiusi nelle aule, oppure la periodica uscita dall’edificio scolastico si riduce ad una estemporanea “alienazione”. Papa Francesco sovente ci invita ad uscire all’aperto per ascoltare, riflettere, interagire. operare.

Noam Chomsky diceva che “la manipolazione dei media fa più danni della bomba atomica, perché distrugge i cervelli”. Einstein evidenziava che “emozione, contemplazione e mistero sono il seme di ogni arte, di ogni vera scienza”. Papa Francesco nella “Laudato sì” ci invita ad avere una “sguardo contemplativo”. Allora, perché non ripensare al nostro modo di essere e fare scuola?

Perché non prendere esempio dallo stile di Cristo lungo i sentieri della Palestina?

Parlare di digiuno è oggi una cosa strana. C’è tanta gente che muore di fame e c’è chi muore per eccesso di cibo. Viviamo in una società che si contraddice continuamente. La pandemia ha, purtroppo, aggravato la situazione. I pochi ricchi sono diventati sempre più ricchi e i molti poveri sono diventati più poveri. La mancanza del senso del limite fa diventare molti giovani, e anche adulti, vittime di sé stessi.

La Quaresima è tempo privilegiato di penitenza e di digiuno. Ma quale penitenza e quale digiuno vuole dall’uomo il Signore? Il rischio, infatti, è di «truccare» una pratica virtuosa, di essere «incoerenti». E non si tratta solo di “scelte alimentari”, ci dice Papa Francesco[3], ma di stili di vita per i quali si deve avere l’«umiltà» e la «coerenza» di riconoscere e correggere i propri peccati.

Il digiuno ci invita a praticare l’arte del discernimento, per scegliere quel che conta veramente, per dare priorità a ciò che ha valore, per selezionare il bene dal male, non solo fisico ma anche spirituale. L’esperienza del pellegrino e quella del deserto, vissuta dallo stesso Gesù, costringe a metter da parte tutto ciò che sovrabbonda e fa zavorra, per trovare quella leggerezza che favorisce il cammino e fa anche volare in alto.

Oggi è difficile, pure nelle istituzioni educative e nelle attività progettuali, fare selezione, essere essenziali. Eccesso di informazioni, saperi spesso frammentati, superficialità, sprazzi di notizie talora contrastanti, carenza di riflessività … provocano sovente appesantimenti, abbagliamenti e disorientamenti, anche valoriali.

Ecco, dunque, la necessità di rivedere i percorsi, gli stili e i tempi della formazione, di educarci ed educare all’essenzialità, di trovare (anche nel quotidiano) spazi di riflessione e di contemplazione, perché nel silenzio Dio parla.[4]

Papa Francesco, nel recente messaggio quaresimale[5] ci invita a praticare l’elemosina: “Non stanchiamoci di fare il bene nella carità operosa verso il prossimo. Durante questa Quaresima, pratichiamo l’elemosina donando con gioia. Dio «che dà il seme al seminatore e il pane per il nutrimento» provvede per ciascuno di noi non solo affinché possiamo avere di che nutrirci, bensì affinché possiamo essere generosi nell’operare il bene verso gli altri. Se è vero che tutta la nostra vita è tempo per seminare il bene, approfittiamo in modo particolare di questa Quaresima per prenderci cura di chi ci è vicino, per farci prossimi a quei fratelli e a quelle sorelle che sono feriti sulla strada della vita. La Quaresima è tempo propizio per cercare, non trascurando chi è nel bisogno …… Mettiamo in pratica l’appello a operare il bene verso tutti, prendendoci il tempo per amare i più piccoli e indifesi, gli abbandonati e disprezzati, chi è discriminato ed emarginato” [6] .

Come educatori non ci limitiamo soltanto a donare qualcosa (il superfluo) a chi si trova nel bisogno. Siamo chiamati ad esercitare la “carità della competenza”, a trovare tempi e modi opportuni per aiutare i più fragili a far meglio, i più emarginati a superare le difficoltà di apprendimento, i più svantaggiati a realizzarsi pienamente, gli scoraggiati a ritrovare forza e coraggio. Questo è il tempo opportuno per incoraggiare ed educare ciascuno, specialmente chi può o ha di più, a farsi dono a coloro che hanno bisogno di sostegno nello studio o in altro, in maniera che il donarsi divenga stile di vita.

La carità è relazione, è scoperta dei beni relazionali, quei beni intangibili che generano la vita buona. “Il bene relazionale è l’effetto emergente di una relazione soggetto-soggetto, non soggetto-cosa[7]”. Esso si basa sul principio di reciprocità positiva. Le attuali terribili guerre guerra in Ucraina e in altre parti del mondo ci invitano ad essere “artigiani di pace” anzitutto nell’ambiente ove operiamo.

Quindi, Quaresima come tempo per riflettere sulle relazioni interne ed esterne delle nostre istituzioni (scuole, associazioni … ) e di coloro che vi fanno parte. Essa è anche tempo privilegiato per ridar forza alle pratiche e ai percorsi di gratuità. Abbiamo, infatti, un grande bisogno di gratuità e dono, per generare una nuova e duratura socialità. La gratuità segue l’imperativo dell’amore oblativo, un amore che non cerca la conquista dall’altro ma la gioia di farsi dono all’altro.

In tal modo l’educatore cristiano diviene testimone delle beatitudini; un testimone che non cerca di apparire e fare rumore per illudersi di essere, un artigiano di pace che, grazie al suo esempio e con la sua interazione coi colleghi, con l’aiuto dello Spirito, diviene guida sicura per coloro coi quali condivide il cammino ed è luce e sale per tutti. Ogni comunità di docenti cristiani diviene visibile e credibile comunità di fratelli animata dai valori del Vangelo, al servizio del prossimo; spazio di formazione continua e di elevata competenza.

In questo anno la Chiesa ci invita ad operare insieme sul Global Compact on Education [8]. Le parole del Santo Padre e il materiale preparato dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica ci offrono ottimi spunti per riflettere sulle complesse problematiche educative odierne e per unire i nostri sforzi in “un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna[9].

Anche noi siamo chiamati a fare del nostro meglio!

Martin Luther King diceva sovente: “Cercate ardentemente di scoprire che cosa siete chiamati a fare, e poi mettetevi a farlo appassionatamente. Siate comunque sempre il meglio di qualsiasi cosa siate”.

Questo è il fraterno augurio che faccio a tutti noi, cari colleghi e amici.

 ________________________

[2] Francesco, 6 maggio 2020

[3] Papa Francesco, 16 febbraio 2018

[4]  1Re 19,11-13

[5] Papa Francesco, Messaggio Quaresima 2022

[6] Enc. Fratelli tutti, 193

[7] P. Donati, Scoprire I beni relazionali, ed. Rubbettino, 2019, pag. 56

[8] Congregazione per l’Educazione cattolica, Educazione tra crisi e speranza, ed, Libreria Vaticana,2021

[9] Francesco, 12 settembre 2019

venerdì 6 settembre 2013

7 settembre - UNA CATENA DI IMPEGNO PER LA PACE UNISCA TUTTI GLI UOMINI E LE DONNE DI BUONA VOLONTÀ'

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Quest’oggi, cari fratelli e sorelle, vorrei farmi interprete del grido che sale da ogni parte della terra, da ogni popolo, dal cuore di ognuno, dall'unica grande famiglia che è l’umanità, con angoscia crescente: è il grido della pace! E’ il grido che dice con forza: vogliamo un mondo di pace, vogliamo essere uomini e donne di pace, vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace; mai più la guerra! Mai più la guerra! La pace è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato.
Vivo con particolare sofferenza e preoccupazione le tante situazioni di conflitto che ci sono in questa nostra terra, ma, in questi giorni, il mio cuore è profondamente ferito da quello che sta accadendo in Siria e angosciato per i drammatici sviluppi che si prospettano.
Rivolgo un forte Appello per la pace, un Appello che nasce dall'intimo di me stesso! Quanta sofferenza, quanta devastazione, quanto dolore ha portato e porta l’uso delle armi in quel martoriato Paese, specialmente tra la popolazione civile e inerme! Pensiamo: quanti bambini non potranno vedere la luce del futuro! Con particolare fermezza condanno l’uso delle armi chimiche! Vi dico che ho ancora fisse nella mente e nel cuore le terribili immagini dei giorni scorsi! C’è un giudizio di Dio e anche un giudizio della storia sulle nostre azioni a cui non si può sfuggire! Non è mai l’uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza!
Con tutta la mia forza, chiedo alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all'altro come ad un fratello e di intraprendere con coraggio e con decisione la via dell’incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione. Con altrettanta forza esorto anche la Comunità Internazionale a fare ogni sforzo per promuovere, senza ulteriore indugio, iniziative chiare per la pace in quella Nazione, basate sul dialogo e sul negoziato, per il bene dell’intera popolazione siriana.
Non sia risparmiato alcuno sforzo per garantire assistenza umanitaria a chi è colpito da questo terribile conflitto, in particolare agli sfollati nel Paese e ai numerosi profughi nei Paesi vicini. Agli operatori umanitari, impegnati ad alleviare le sofferenze della popolazione, sia assicurata la possibilità di prestare il necessario aiuto.
Che cosa possiamo fare noi per la pace nel mondo? Come diceva Papa Giovanni: a tutti spetta il compito di ricomporre i rapporti di convivenza  nella giustizia e nell'amore (cfr Lett. enc. Pacem in terris [11 aprile 1963]: AAS 55 [1963], 301-302).
Una catena di impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà! E’ un forte e pressante invito che rivolgo all'intera Chiesa Cattolica, ma che estendo a tutti i cristiani di altre Confessioni, agli uomini e donne di ogni Religione e anche a quei fratelli e sorelle che non credono: la pace è un bene che supera ogni barriera, perché è un bene di tutta l’umanità.
Ripeto a voce alta: non è la cultura dello scontro, la cultura del conflitto quella che costruisce la convivenza nei popoli e tra i popoli, ma questa: la cultura dell’incontro, la cultura del dialogo; questa è l’unica strada per la pace.
Il grido della pace si levi alto perché giunga al cuore di tutti e tutti depongano le armi e si lascino guidare dall'anelito di pace.
Per questo, fratelli e sorelle, ho deciso di indire per tutta la Chiesa, il 7 settembre prossimo, vigilia della ricorrenza della Natività di Maria, Regina della Pace, una giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente, e nel mondo intero, e anche invito ad unirsi a questa iniziativa, nel modo che riterranno più opportuno, i fratelli cristiani non cattolici, gli appartenenti alle altre Religioni e gli uomini di buona volontà.
Il 7 settembre in Piazza San Pietro - qui - dalle ore 19.00 alle ore 24.00, ci riuniremo in preghiera e in spirito di penitenza per invocare da Dio questo grande dono per l’amata Nazione siriana e per tutte le situazioni di conflitto e di violenza nel mondo. L’umanità ha bisogno di vedere gesti di pace e di sentire parole di speranza e di pace! Chiedo a tutte le Chiese particolari che, oltre a vivere questo giorno di digiuno, organizzino qualche atto liturgico secondo questa intenzione.
A Maria chiediamo di aiutarci a rispondere alla violenza, al conflitto e alla guerra, con la forza del dialogo, della riconciliazione e dell’amore. Lei è madre: che Lei ci aiuti a trovare la pace; tutti noi siamo i suoi figli! Aiutaci, Maria, a superare questo difficile momento e ad impegnarci a costruire ogni giorno e in ogni ambiente un’autentica cultura dell’incontro e della pace.

LA VEGLIA PER LA PACE   (il libretto della veglia con il Santo Padre)

IL DIGIUNO CI INSEGNA QUEL CHE VALE DAVVERO