giovedì 6 febbraio 2020

STUPORE, MERAVIGLIA, CONTEMPLAZIONE, EDUCAZIONE

“Sospetto che il bambino colga il suo primo fiore con una percezione della sua bellezza e del suo significato che il futuro botanico non conserverà mai più”.  (Henry D. Thoreau)

Così annotava nel suo diario, il 5 febbraio 1852, lo scrittore americano Henry David Thoreau. Devo confessare di essere sempre conquistato dal modo di giocare di un bambino: prima che sia pervertito dalla playstation e dai giochi elettronici, egli si accosta a un oggetto con una sorprendente girandola di gesti, di movimenti, di sguardi. Egli compie veramente l'atto primordiale dell'affacciarsi sul mondo con meraviglia per scoprirne le meraviglie («Il mondo perirà per mancanza di meraviglia, non di meraviglie» osservava acutamente lo scrittore inglese Chesterton). È ciò che noi, frettolosi consumatori di tecnologia, non proviamo più. Siamo forse capaci di «vedere un mondo in un granello di sabbia, e un cielo in un fiore selvaggio, l'infinito in un palmo di mano e l'eternità in un'ora?», come cantava il poeta inglese William Blake?
Il botanico non ha più nulla dello stupore del bambino davanti al fiore, alla sua corolla, ai suoi colori. Egli classifica, cataloga, noto-mizza, disseziona, verifica, esamina, ma non riesce più a godere il fascino della bellezza. Il poeta irlandese contemporaneo - sono i veri poeti i grandi maestri della contemplazione - Seamus Heaney, Nobel 1995, ha intitolato una sua raccolta Seeing Things. Sì, abbiamo bisogno di ritornare a «vedere le cose», anzi - come sottintende l'espressione inglese - ad «avere la visione» profonda della realtà, dei volti, degli oggetti, dei segni, dei colori, della vita. E per far questo bisogna sapersi fermare, sostare, stare in silenzio, contemplare.

(G. Ravasi, Breviario laico)




mercoledì 5 febbraio 2020

CURRICOLO DI STORIA, CURRICOLO DELLA MEMORIA

LA MEMORIA PERDUTA

Quello che stupisce è che ci si meravigli che il passaggio dal Curricolo di Storia al Curricolo della Memoria non sempre avvenga e che l’incedere idealista dello “svolgimento della storia che cade nel tempo” non sia poi il modo migliore perché tutti imparino cosa è accaduto realmente nel passato, perché è accaduto e – soprattutto – cosa sarebbe meglio non accadesse più

di Stefano Stefanel

In questi ultimi tempi c’è stata un’accelerazione imprevista di comportamenti e segnali molto preoccupanti per chi ritiene che alcune verità storiche non possano più essere revisionate, ma debbano soltanto essere insegnate dentro un sistema naturale di civiltà. Molto spesso, poi, accade che dal mondo accademico o scolastico si chieda di smetterla con competenze e curricoli e si torni a conoscenze e programmi. E così i segnali peggiori vengono ignorati e abbandonati al loro destino senza avere il coraggio di andare a vedere da che cosa nasce tutta questa confusione revisionistica su un passato piuttosto recente e incontrovertibile (Shoah, leggi razziali, alleanza tra Hitler e Mussolini, antisemitismo). Il vecchio mantra di destra “ma Mussolini ha fatto anche cose buone” si è evoluto, purtroppo, in un incredibile crescendo di follie interpretative.
​Assemblo alcuni fatti a cui ci stiamo assuefacendo e che sono il sintomo di un mutamento drammaticamente duraturo: l’insegnante che in classe denigra Liliana Segre dicendo che cerca solo visibilità; il Comune che attribuisce la cittadinanza onoraria alla Segre, deportata in quanto ebrea, e poi dedica una via ad Almirante che aveva firmato il “Manifesto della razza” che ha dato origine alle leggi razziali che hanno fatto deportare la Segre;un aumento di italiani (qualcuno ha detto che sono il 15%) che nega la Shoah; il saluto fascista ridiventato segno di distinzione; le scritte antisemite sulle porte delle case degli ebrei e sui muti delle città; il richiamo al comunismo ogni volta che si nomina il nazismo; il negazionismo su quanto avvenuto nei campi di sterminio. Questo museo degli orrori è sì un museo “storico” degli orrori, ma questo uso distorto della storia sta entrando nelle coscienze civiche, alterando il concetto stesso di civismo che non può svilupparsi dentro queste atroci falsità.
​La prima banalità che balza agli occhi è che tutte queste persone hanno frequentato le scuole pubbliche italiane in cui si insegna, ormai da più di 70, anni in forma antifascista e antirazzista la storia del Novecento. La scuola esecra, ma non si interroga sul perché ciò sia potuto accadere. La scuola italiana ritiene che la storia si possa insegnare solo in forma storicistica, cioè seguendo nella linea del tempo l’evolversi degli avvenimenti, dei motivi e delle cause. E così la storia del Novecento si affronta in terza media (secondaria di primo grado) e in quinta superiore (secondaria di secondo grado), cioè senza alcuna connessione temporale e verticale (a 14 anni si studia la storia del Novecento e a 15 quella dei greci e dei romani: e tutto questo viene ancora definito logico!), per poi ritornare a studiare il Novecento a 18-19 anni. La battaglia sul compito di italiano con una traccia di tipo storico continua a pretendere questa partizione di tipo storico. E la drammatica assenza di verticalità tra i due ciclo oltre a produrre dispersione, ora mi pare produca anche revisionismo.
​Tutto questo cozza contro la banale considerazione che l’evoluzione mentale dei ragazzi si evolve più velocemente di un tempo, anche perché messi a contatto con un mare di nozioni e notizie rinvenibili senza sforzo critico sul web. Così può accadere (ed è accaduto) che uno studente faccia un approfondito studio sul passato di suo bisnonno, internato nei campi di concentramento dai nazisti durante la seconda guerra mondiale e contemporaneamente sia segretario provinciale di Casa Pound. Non comprendo perché a nessuno venga in mente che l’insegnamento storicistico della storia (parto dall’uomo di Neanderthal e arrivo fino a Donald Trump se ci arrivo) sia un elemento cardine della trasformazione del sapere storico in un semplice film del passato dove tutto si confonde (la Resistenza come Lepanto, la Prima Guerra Mondiale come la Guerra dei Trent’anni). E tutto questo avvenga mentre cresce e si sviluppa il pensiero dello studente e le ideologie si sedimentano e non sono più scalfibili. Così accade che se un ragazzo tra i 15 e i 18 anni diventa fascista poi quando in quinta superiore studia la storia non la collega con la propria ideologia e può al tempo stesso studiare la Shoah e negarla. Cosa avvenga poi dopo la fine degli studi è sotto gli occhi di tutti. Quando un’ideologia si è formata – qualunque essa sia – è difficile da scalfire: e a 18 anni è quasi sempre già formata.
​A me pare evidente che la storia del Novecento si dovrebbe studiare in prima superiore legandosi strettamente a quanto si è studiato in terza media, prima cioè che la corsa verso l’ideologia (sia di destra sia di sinistra, sia antifascista sia revisionista) inizi la sua “fuga” irreversibile. Ma poiché questa evidenza appare solo a me e l’Università, gli intellettuali, il Miur, gli studiosi si battono per la Storia del Novecento in terza media e in quinta superiore assistendo, attoniti, al drammatico fatto per cui tutti quelli che hanno studiato nelle scuole pubbliche italiane (statali e private) possano acquisire quanto appreso o negarlo senza poterci fare nulla. Credo che allora l’unica cosa da fare sia quella di separare il Curricolo di Storia (che continuerà nel suo incedere storicista, per cui se prima non si è studiata la Seconda Guerra d’Indipendenza non si può studiare la Seconda Guerra Mondiale) dal Curricolo della Memoria. Erodoto non la pensava così e neppure Tito Livio, ma allora la Storia raccontava i vincitori e non aveva altre pretese. Noi invece abbiamo attuato una pedagogia scolastica dell’antifascismo per sentirci poi dire da troppi che Fascismo e Antifascismo sono solo due modi di pensare e tutti e due leciti. 
​Potrebbe allora accadere che il Curricolo di Storia produca le amate conoscenze dentro i sempre applauditi Programmi, il Curricolo della Memoria, invece, sviluppi dentro un suo percorso, slegato da rigide partiture annuali, le Competenze Civiche e di Cittadinanza dove i valori del sapere e quelli del civismo coincidono. Prima che sia troppo tardi spero nello sdoppiamento, così che il Curricolo della Memoria aiuti dai dieci ai vent’anni lo studente a crescere culturalmente su quanto si deve ricordare mentre sviluppa la sua ideologia, fermando così alcune derive revisioniste, antisemite e naziste che si annidano nella mente dei giovani mentre sono spinti a studiare il Medioevo e il Rinascimento.
​Il passato non è ordinato e il suo ordine dentro in manuali è spesso spaventoso, con la storia della Cina ridotta a  qualche paragrafo e quella dell’Islam messa qua e là. Ma questo Novecento messo alla fine dei due cicli, senza neppure farsi sfiorare dal dubbio che il passaggio dallo studio della Seconda Guerra Mondiale (terza media) allo studio di Pericle (prima superiore) non sia così logico come sembra in uno sviluppo armonico e organico dell’apprendimento. 
​Quello che stupisce è, allora, che ci si stupisca che il passaggio dal Curricolo di Storia al Curricolo della Memoria non sempre avvenga e che l’incedere idealista dello “svolgimento della storia che cade nel tempo” non sia poi il modo migliore perché tutti imparino cosa è accaduto realmente nel passato, perché è accaduto e – soprattutto – cosa sarebbe meglio non accadesse più.



martedì 4 febbraio 2020

EDUCAZIONE, IL FELICE INTRECCIO DELL'UOMO E DEL CRISTIANO

L'educazione come asse attorno al quale costruire il futuro pastorale della Chiesa. 

L'invito di mons. Pennisi: 
"Non sia accantonata"

di mons. Michele Pennisi * 

        Quest’anno si conclude il decennio 2010-2020 nel quale la Cei ha individuato il tema dell'educazione come l'asse intorno a cui costruire il futuro cammino pastorale della Chiesa in Italia con il documento “Educare alla vita buona del Vangelo". Ci auguriamo che, passato questo decennio, l’educazione non sia accantonata fra le priorità pastorali delle comunità cristiane. L’educazione vista nel suo aspetto globale e positivo non è volta a imporre dei doveri da rispettare, ma ad aiutare la gente a realizzarsi, scoprendo il senso della propria vita. La sfida dell'educazione, deve continuare a tradursi in una vera passione per le giovani generazioni, alle quali va sempre nuovamente offerta la proposta del Vangelo come risposta alle attese della ragione e del cuore in un felice intreccio tra educazione dell'uomo e del cittadino ed educazione del cristiano.
Il primo soggetto educativo è la famiglia, che resta la prima e indispensabile comunità educante. Per i genitori, l’educazione è un dovere essenziale, che non può essere delegato né surrogato. Educare in famiglia è oggi un’arte davvero difficile. Molti genitori soffrono, infatti, un senso di solitudine, d’inadeguatezza e, addirittura, d’impotenza. Si tratta di un isolamento anzitutto sociale, perché la società avvantaggia gli individui e non considera la famiglia come sua cellula fondamentale. Padri e madri faticano a proporre con passione ragioni profonde per vivere e, soprattutto, a dire dei “no” con l’autorevolezza necessaria. Il legame con i figli rischia di oscillare tra la scarsa cura che delega l’educazione dei figli alla scuola, alla parrocchia o ai nuovi educatori elettronici e atteggiamenti possessivi che tendono a soffocarne la creatività e a perpetuarne la dipendenza. La famiglia non può rispondere da sola al compito dell'educazione. Ha bisogno di essere aiutata da una comunità più grande.
C’è bisogno di una “città educativa”. I genitori hanno bisogno di qualcuno che li confermi come educatori adeguati al loro compito; devono poter guardare ai loro figli nella certezza che possono essere in grado di aiutarli ad affrontare la realtà. Il documento dei vescovi italiani afferma che: "La complessità dell’azione educativa sollecita i cristiani ad adoperarsi in ogni modo affinché si realizzi 'un’alleanza educativa tra tutti quelli che hanno responsabilità in questo delicato ambito della vita sociale ed ecclesiale'". Famiglia e scuola, ormai disorientate dalle tante sollecitazioni e pseudo forme educative di una società sempre più complessa ed egoista, nella quale hanno sempre più peso il divertimento, il potere, il denaro, il futile sono in crisi; l'unità familiare, la moralità, l'impegno, lo sforzo, il sacrificio, la responsabilità e la dedizione hanno un ruolo marginale. Più volte, in tempi diversi e con modi differenti, sono stati osservati ed analizzati gli aspetti più significativi e problematici di bambini, fanciulli e adolescenti. Il progressivo aumento di situazioni di disagio profondo, di solitudine, di mancanza di ascolto, di aggressività verso cose e persone, di una sempre più crescente volontà a non rispettare le regole, fa emergere la necessità di una rinnovata attenzione per l’educazione in genere e per l'educazione morale in particolare.
V'è, in pratica, un diffuso analfabetismo etico, sia nel senso di assenza di precipui valori di riferimento, sia per distorte forme di percezione delle argomentazioni di carattere etico.  Ogni processo educativo, oltre a svolgere una fondamentale funzione di servizio a riscoprire il senso della vita, deve favorire le relazioni sane, il libero scambio delle opinioni, l'assunzione di atteggiamenti e comportamenti prudenti, giusti e amorevoli. La prudenza aiuta ad affrontare serenamente i problemi connessi alla responsabilità educativa. La giustizia favorisce il pieno esercizio delle libertà, rende più disponibili alla relazione costruttiva in ambito relazionale. L'amorevolezza, raccomandata da san Giovanni Bosco, rende più buoni, più aperti al dialogo e alimenta lo sforzo quotidiano di progredire insieme con l'altro verso la realizzazione piena della propria umanità. 
La Chiesa deve riscoprire la sua missione di “madre e maestra” non solo attraverso la pubblicazione di documenti, che spesso sono ignorati, ma attraverso un impegno costante e quotidiano in campo educativo. La Chiesa intesa come comunità di fedeli in tutte le sue articolazioni deve impegnarsi a sostenere i genitori nel loro ruolo di educatori, promuovendone la competenza mediante corsi di formazione, incontri, gruppi di confronto e di mutuo sostegno, scuole per genitori.

*Arcivescovo di Monreale





lunedì 3 febbraio 2020

MINORI INVISIBILI. DOVE VANNO A FINIRE?

-  5 mila 
piccoli migranti scomparsi in Italia  - 


Che fine fanno i minori migranti non accompagnati che giungono in Italia? Sono oltre 6 mila quelli censiti ufficialmente a fine 2019 dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, inseriti in programmi di assistenza. 
Altri 5 mila sono però svaniti nel nulla. Appello di Save the Children: chi arriva in Italia arriva in Europa.

di Roberta Gisotti – Città del Vaticano

Li vediamo scendere dalle navi, che li hanno soccorsi in mare, altri arrivano su barconi di fortuna che approdano di notte in luoghi nascosti delle coste italiane, altri ancora sfuggono ai controlli delle frontiere terrestri: migliaia di minori non accompagnati, in massima parte ragazzi adolescenti, ma ci sono tra loro anche ragazzine e bambini. E’ la fotografia inquietante dei piccoli e giovanissimi migranti lasciati soli ad affrontare le intemperie fisiche e psichiche della vita, ad orientarsi nel mondo degli adulti.
Seimila minori stranieri non accompagnati
Ogni mese il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, attraverso la Direzione generale dell’immigrazione e delle politiche dell’integrazione, presenta un report sui minori stranieri non accompagnati (msna) in Italia. Al 31 dicembre quelli presenti e censiti risultavano 6.054, quasi il 95% maschi, di cui 5.740 di età compresa tra i 15 e 17 anni, oltre a 270 bambini tra 7 e 14 anni e 44 sotto i 6 anni. Sono numeri solo indicativi, che variano continuamente, frutto di attività di monitoraggio sul territorio, passibili quindi di stime in difetto.
Paesi di maggiore provenienza: Albania, Egitto, Pakistan
Riguardo la provenienza, in cima alla lista dei 35 Paesi con maggiori presenze è l’Albania con 1.676 minori, seguita da Egitto 531 e Pakistan 501 e poi molti altri Stati africani (Costa d’Avorio, Tunisia, Gambia, Senegal, Guinea, Mali, Nigeria, Marocco, Somalia, Eritrea, Ghana, Sudan, Camerun, Sierra Leone, Guinea Bissau, Burkina Faso, Etiopia, Benin, Repubblica democratica del Congo, Ciad, Algeria, Guinea equatoriale) ma anche asiatici (Bangladesh, Afghanistan, Iraq, India, Siria) ed europei (Kosovo, Ucraina e Moldova), oltre che Turchia e Perù.
Cinquemila risultano irreperibili
Il report ministeriale registra anche i minori arrivati da soli in territorio italiano, che si sono poi resi irreperibili alle autorità: a fine 2019 questi erano 5.383, scomparsi nel nulla nel corso degli anni.
Ma qual è l’iter di questi giovanissimi migranti, una volta che vengono registrati dalla autorità competenti e quale sorte può essere toccata a quelli svaniti nel nulla? Raffaella Milano, direttrice del programma Italia-Europa dell’organizzazione umanitaria Save the Children, lancia un appello perché sia attivata una rete europea di protezione per tutti questi minori.
R. - I minori non accompagnati, che sono registrati ufficialmente nel nostro Paese, hanno la possibilità per la legge italiana di essere accolti e di essere accompagnati fino alla maggiore età. Una delle preoccupazioni che noi come Save the Children abbiamo e che abbiamo espresso anche alle istituzioni è di fare in modo che però anche al passaggio alla maggiore età questo investimento, anche di educazione a scuola e d’inserimento professionale che si è fatto, non venga perso e che quindi le procedure per consentire ad un neomaggiorenne di rimanere legalmente in Italia siano procedure effettive, efficaci perché sono dei percorsi di crescita che vanno custoditi. La legge Zampa che riguarda  i minori stranieri non accompagnati ha previsto una figura, quella del tutore volontario, cioè un adulto di riferimento, che accompagna il minore nella sua crescita. E c'è da registrare positivamente, che più di 3 mila persone in Italia si sono formate per essere tutori volontari, quindi diventare quell’adulto di riferimento che possa accompagnare un ragazzo, un adolescente, una ragazza nelle proprie scelte e nel costruire il proprio futuro. Si tratta infatti di minori che dobbiamo in qualche modo accompagnare a ricostruire le dimensioni di un futuro in un Paese che non hanno scelto, dopo esperienze spesso drammatiche come quelle di cui abbiamo avuto testimonianza anche nel recente sbarco dalla Ocean Viking e che però possono essere per il nostro Paese davvero una risorsa e non un problema.
C’è un aspetto ancora più inquietante: sappiamo che ci sono migliaia di minori che entrano- come dire - in zone d’ombra e spariscono per sempre dai radar.
R. – E’ assolutamente vero ed è una delle preoccupazioni principali che dobbiamo avere, perché c’è un numero, che ogni anno è di diverse migliaia di minori cosiddetti irreperibili, che si allontanano dal circuito di accoglienza. In molti casi succede perché non esiste ancora un meccanismo europeo di ricollocamento di questi ragazzi, che arrivano in Italia solo come una tappa del loro viaggio. Noi come Save the Children siamo presenti anche alla frontiera nord, a Ventimiglia, e vediamo ogni giorno purtroppo come ragazzi e ragazze - che già hanno fatto un viaggio terribile nelle mani dei trafficanti - siano costretti a riprendere il loro viaggio in condizioni non protette per ricongiungersi con i familiari e raggiungere le loro comunità in altri Paesi europei. 
Come Save the Children chiediamo e continuiamo a chiedere con forza che l'Europa tutta attivi un meccanismo di relocation, così si chiama tecnicamente, che consenta ai minori di non doversi rendere irreperibili per continuare poi illegalmente il viaggio, con tutti i rischi che questo significa per un adolescente, ma abbiano la possibilità di farlo in modo sicuro, sapendo che chi arriva in Italia arriva in Europa, non arriva solo in Italia. Accanto a questo c'è poi il fenomeno delle minorenni e dei minorenni che spariscono perché vittime di tratta, vittime di sfruttamento sessuale, di sfruttamento lavorativo. Anche qui purtroppo sappiamo che gli adolescenti sono i più vulnerabili. Hanno talvolta contratto dei debiti di viaggio, devono mandare dei soldi in patria, spesso sono anche ricattati e ricattabili e questo li porta a diventare facili prede di sfruttamento. Anche su questo è necessario fare di più: fare di più per garantire a tutti i minori che toccano terra in Italia, in Europa, la possibilità, il diritto di essere effettivamente protetti.





GLI ORATORI? UNA RISORSA PER TUTTI


-    "Vitali e in evoluzione", 
la realtà degli oratori nel rapporto Eurispes  -

Luoghi di "vitalità rinnovata" capaci di "creare una comunità di riferimento". Lo afferma il 32mo Rapporto Italia presentato di recente a Roma dall'Istituto di Ricerca Eurispes. Ne abbiamo parlato con don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale di Pastorale giovanile della Cei

di Emanuela Campanile 

"L’oratorio, come dice la parola, è un luogo dove si prega, ma anche dove si sta insieme nella gioia della fede, si fa catechesi, si gioca, si organizzano attività di servizio e di altro genere, si impara a vivere, direi". La frase di Papa Benedetto XVI ai ragazzi e alle ragazze della cresima, incontrati durante la Visita pastorale all'Arcidiocesci di Milano nel 2012, viene riportata nell'introduzione alla scheda, dedicata proprio agli oratori, del Rapporto Italia 2020. Una "realtà vitale - si legge - multiforme, dinamica e operosa, che ogni giorno si prodiga per andare incontro ai giovani". Ma per comprenderne a fondo il senso e coglierne l'impatto sociale sul territorio, abbiamo chiesto l'aiuto di don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale di Pastorale giovanile della Cei:
R.- Nell’immaginario di tutti noi, l'oratorio è fatto da alcune aule per il catechismo, quindi la primissima esigenza è anche quella di istruire i ragazzi. Pensiamo a San Filippo Neri a Roma: quasi subito l’oratorio diventa un luogo dove si fa altro. Quindi, la musica, Il canto, il teatro sono i primi strumenti - ne verranno altri  -  che hanno l’obiettivo di fondo di fare comunità, cioè, l’esperienza educativa di crescita della persona - questa è la convinzione del sistema oratorio - passa attraverso la vita comune, la condivisione di esperienze. Lì ci si forma, nelle relazioni e quindi l'oratorio ha assunto nel tempo forme diverse. Diciamo che una serie di strumenti sono serviti a definire questo unico obiettivo, che è quello di non lasciare sole le persone nei loro percorsi di crescita. Penso per esempio - un esempio clamoroso - a quello che fa San Giovanni Bosco a metà dell'800. In una Torino sovraffollata di orfani che non sanno né leggere né scrivere, comincia a fare oratorio non facendo catechismo, ma aprendo delle attività di scuola e di lavoro.
Nella sezione dedicata appunto alla realtà degli oratori, è messa anche in evidenza “la fioritura di nuovi oratori in molte regioni d'Italia”. Significa forse che prima c’è stata una crisi della loro sul territorio?
R. - La crisi non è in sé dell’oratorio, bisogna essere bravi a leggere questa cosa. Cioè, la crisi nasce dal fatto che siamo in una società sempre più secolarizzata. Quale è la conseguenza? Che il discorso religioso interessa di meno però, tutto quello che permette alle persone di stare, di rimanere in relazione, è qualche cosa che comunque continua ad attrarre a tenere insieme. Faccio un altro esempio per passare dall'800 di Don Bosco, agli anni che stiamo vivendo. Oggi l'esperienza che sta mostrando il valore delle dell'oratorio è l'estate. E l’estate, la cosiddetta estate-ragazzi nasce da un bisogno molto concreto: chiusa la scuola, le famiglie non sanno a chi affidare i figli e mentre un tempo stare sulla strada non era un problema, oggi lo è, molto. Allora, il fatto che la parrocchia, la comunità cristiana si inventi delle attività riconoscendo che il tempo libero dalla scuola non è un tempo inutile ma può essere un tempo interessante per vivere delle esperienze che fanno crescere insieme, porta alla nascita - non automaticamente di oratori intesi come strutture, ma di esperienze e, quindi, alla trasformazione dell'oratorio. Perché? Perché innanzitutto questo è un meccanismo che c'è fin dalle origini: prima l'esperienza poi muri. Non nasce prima l’ oratorio come struttura e poi si decide cosa farci dentro. No, prima facciamo qualcosa, poi organizziamo gli spazi.
Seconda cosa, questi spazi rispondono a bisogni legati anche al tempo che si vive. Ho fatto l'esempio dell'estate, ma non è l'unico. Penso agli spazi-compiti lungo l'anno, a quelli per l'integrazione con gli stranieri, penso all'attività sportiva. In tutto questo l'oratorio riesce, nel territorio, a recitare una parte interessante proprio perché si adatta al bisogno di comunità che comunque rimane.
C'è la possibilità che anche l'oratorio, come altri luoghi di aggregazione tipicamente giovanili, sia considerato un luogo a rischio per la possbilità di abusi? 
R.- Fatto salvo il principio che un solo caso è sempre troppo, io credo che bisogna essere onesti su una cosa: l'oratorio è un luogo e un sistema educativo che prevede un'azione di comunità. Quindi, l'oratorio normalmente è un luogo molto affollato. È un luogo che ha, per definizione, tutta una serie di telecamere, di controlli che sono gli occhi delle persone. Quindi, dipingere l'oratorio come un luogo da film dell'orrore è scorretto perché le cronache non ci consegnano questo. Non significa che qualche caso isolato non sia accaduto ma, in realtà, quando si va a vedere questa cosa è poi avvenuta sotto altre forme e in altre situazioni. L'oratorio non è perfetto in sé da questo punto di vista. L'oratorio, però, ha tutta una serie di deterrenti che, almeno questo - santo cielo - permette che non lo si descriva come un luogo abitato da mostri. Ecco, questa era una prima cosa che mi sento di dire. In oratorio, veramente e normalmente, ci sono porte aperte, c’è gente che gira ovunque e quindi questo non lo rende un sistema educativo così esposto.
Sempre dal Rapporto Eurispes, si legge che gli oratori sono anche “punto di ritrovo per persone di tutte le età, etnia, lingua o religione”…
R.- Sì, perché ciò che magari agli occhi di alcuni può sembrare un grande limite è, a mio parere, la grande forza all'oratorio. L’oratorio ha alcune attività che sono il core business, come si dice oggi in linguaggio aziendale, come, appunto, le attività di culto e religione - la catechesi e la preghiera - ma non si entra in oratorio solo se si è cristiani e battezzati. Se si è cristiani e battezzati si frequenta il percorso di formazione ai sacramenti ma in oratorio entrano ragazzi anche di altre culture e religioni, che giocano nel cortile che fanno attività espressiva, che fanno sport che frequentano quegli spazi perché l'oratorio offre un servizio alla persona legata all'estate-ragazzi, per esempio. Aggiungerei, in riferimento agli adulti che si impegnano nel sostenere la vita dell'oratorio, che alla fine scoprono il valore della dedizione e della cura in un mondo dove l'inno imperante è che ognuno impari davvero a farsi gli affari suoi.




sabato 1 febbraio 2020

I MIEI OCCHI HANNO VISTO LA TUA SALVEZZA

-  Un figlio appartiene a Dio, 
non ai genitori  - 

I miei occhi hanno visto la tua salvezza.



Dal Vangelo secondo Luca - 
Lc 2, 22-40

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore-  come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. 
Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Padre Ermes Ronchi commenta il brano del Vangelo di domenica 2 febbraio 2020.

Maria e Giuseppe portarono il Bambino a Gerusalemme, per presentarlo al Signore. 
Una giovanissima coppia, col suo primo bambino, arriva portando la povera offerta dei poveri, due tortore, e il più prezioso dono del mondo: un bambino. Sulla soglia, due anziani in attesa, Simeone e Anna. Che attendevano, dice Luca, «perché le cose più importanti del mondo non vanno cercate, vanno attese» (Simone Weil).
Perché quando il discepolo è pronto, il maestro arriva. Non sono i sacerdoti ad accogliere il bambino, ma due laici, che non ricoprono nessun ruolo ufficiale, ma sono due innamorati di Dio, occhi velati dalla vecchiaia ma ancora accesi dal desiderio. E lei, Anna, è la terza profetessa del Nuovo Testamento, dopo Elisabetta e Maria. Perché Gesù non appartiene all’istituzione, non è dei sacerdoti, ma dell’umanità. È Dio che si incarna nelle creature, nella vita che finisce e in quella che fiorisce. «È nostro, di tutti gli uomini e di tutte le donne. Appartiene agli assetati, ai sognatori, come Simeone; a quelli che sanno vedere oltre, come Anna; a quelli capaci di incantarsi davanti a un neonato, perché sentono Dio come futuro e come vita» (M. Marcolini).
Simeone pronuncia una profezia di parole immense su Maria, tre parole che attraversano i secoli e raggiungono ciascuno di noi: il bambino è qui come caduta e risurrezione, come segno di contraddizione perché siano svelati i cuori. Caduta, è la prima parola. «Cristo, mia dolce rovina» canta padre Turoldo, che rovini non l’uomo ma le sue ombre, la vita insufficiente, la vita morente, il mio mondo di maschere e di bugie, che rovini la vita illusa. Segno di contraddizione, la seconda. Lui che contraddice le nostre vie con le sue vie, i nostri pensieri con i suoi pensieri, la falsa immagine che nutriamo di Dio con il volto inedito di un abbà dalle grandi braccia e dal cuore di luce, contraddizione di tutto ciò che contraddice l’amore.
Egli è qui per la risurrezione, è la terza parola: per lui nessuno è dato per perduto, nessuno finito per sempre, è possibile ricominciare ed essere nuovi. Sarà una mano che ti prende per mano, che ripeterà a ogni alba ciò che ha detto alla figlia di Giairo: talità kum, bambina alzati! Giovane vita, alzati, levati, sorgi, risplendi, riprendi la strada e la lotta. Tre parole che danno respiro alla vita. Festa della presentazione. Il bambino Gesù è portato al tempio, davanti a Dio, perché non è semplicemente il figlio di Giuseppe e Maria: «i figli non sono nostri» (Kalil Gibran), appartengono a Dio, al mondo, al futuro, alla loro vocazione e ai loro sogni, sono la freschezza di una profezia “biologica”.
A noi spetta salvare, come Simeone ed Anna, almeno lo stupore.







EURISPES. RAPPORTO CHOC: GLI ITALIANI E LA SHOAH

 Il 15,6 per cento degli italiani nega l'Olocausto !

Fulvio Fulvi 

Nel 2004 erano il 2,7%. Il 16,1% ritiene che nei campi di sterminio le vittime siano state molte meno di quelle di cui parlano i libri di storia. L'Eurispes: più a sinistra che a destra

Una percentuale che fa venire i brividi: il 15,6% degli italiani nega la Shoah. Crede cioè che lo sterminio degli ebrei ad opera dei nazisti non sia mai avvenuto. A questi cittadini "scettici" che vorrebbero cancellare pagine di storia documentata anche da testimoni che hanno vissuto personalmente la tragedia dei lager, vanno aggiunti quelli che sostengono che l'Olocausto non avrebbe prodotto diciassette milioni di vittime ma molte meno: è il 16,1% degli intervistati a sostenerlo. I dati, allarmanti, emergono dal rapporto Eurispes 2020 sul nostro Paese.
Ma le risposte ad altri quesiti sullo stesso tema mostrano anche elementi in apparente controtendenza rispetto a quelli sulla veridicità della "soluzione finale" voluta da Hitler: l'affermazione secondo la quale gli ebrei controllerebbero il potere economico e finanziario, prosegue l'indagine Eurispes, raccoglie infatti il generale disaccordo degli italiani (76%); non manca però chi sostiene questa idea (23,9%). Gli ebrei controllerebbero i mezzi d'informazione a detta di più di un quinto degli intervistati (22,2%), mentre i contrari arrivano al 77,7%.
Dal 2004 a oggi gli italiani che negano la Shoah sono cresciuti dunque dal 2,7 al 15%. Un segnale del clima di odio e pregiudizio razziale che si sta diffondendo nella Penisola, come dimostrano i recenti episodi di minacce, scritte antisemite sui muri, e anche insulti a stranieri. "Il negazionismo continua a infangare la memoria di questa tragedia - commenta il viceministro agli Interni, Matteo Mauri -, dobbiamo fare di più affinché le teorie negazioniste non trovino nuovo consenso". "È responsabilità di tutti noi - prosegue Mauri - non sottovalutare questi dati che rendono evidente come razzismo e antisemitismo siano ancora presenti in Italia. Dobbiamo tenere vivo quel doloroso ricordo, in modo che soprattutto le giovani generazioni possano conservare e trasmettere la nostra memoria storica. Gli atti intimidatori di questi giorni, che spesso vengono relegati a 'ragazzate' o poco più, sono gravi e inammissibili. Nessuno deve sottovalutare la loro pericolosità. Per questo motivo il governo - conclude il vice ministro - tiene alta la guardia ed è al lavoro per contrastare con fermezza qualsiasi deriva estremista".
Il rapporto Eurispes riserva qualche sorpresa riguardo alla colorazione politica di chi nega l'Olocausto. «La credenza che la Shoah non abbia mai avuto luogo - si legge - vede il picco di intervistati “molto” d’accordo tra chi si riconosce politicamente nel Movimento 5 Stelle (8,2%), concordi complessivamente nel 18,2% dei casi; la più alta percentuale di soggetti concordi (abbastanza o molto) si registra però tra gli elettori di centrosinistra (23,5%). I revisionisti risultano più numerosi della media a sinistra – per il 23,3% l’Olocausto degli ebrei è avvenuto realmente, ma ha prodotto meno vittime di quanto si afferma di solito – ed al centro (23%), meno a destra (8,8%)».