venerdì 5 luglio 2019

MIGRAZIONI: GLI ESSERI UMANI SE NON ANNEGANO SONO ... UN PROBLEMA!

di Giuseppe Savagnone

L’arrivo di un’altra nave, questa volta italianissima, carica di 54 persone (tra cui 4 bambini e una donna incinta) raccolte al largo delle coste libiche, apre un nuovo psicodramma, dopo quello creatosi con la Sea-Watch.
Si riapre il duello tra una Ong – questa volta è «Mediterranea» – e il ministro Salvini, reduce dalla dura sconfitta subita in quello, appena concluso, con la capitana Carola Rackete, ma ancora risoluto a impedire lo sbarco dei migranti.
Anche se sta diventando sempre più evidente che siamo chiamati ad assistere a una specie di sceneggiata: ormai sappiamo – lo ha ribadito, tra gli altri, il sindaco di Lampedusa – che gli sbarchi sull’isola da tempo si sono moltiplicati e che, proprio mentre il nostro ministro degli Interni, fronteggiando la Sea-Watch, giurava che nessun migrante avrebbe messo piede in Italia, dai barconi ne arrivavano quasi ogni giorno molti di più di quelli bloccati a bordo della nave.
I migranti che arrivano e quelli che affogano
Il punto è che, come i fatti dimostrano inequivocabilmente, attribuire alle Ong la responsabilità di rendere possibili le traversate del Mediterraneo, come ha fatto ostinatamente Salvini e, sulla sua scia, il tam tam dei social – arrivando ad accusarle di essere complici degli scafisti nel traffico di esseri umani – è utile per polarizzare su un “nemico” l’ostilità dell’opinione pubblica, ma non rispecchia la realtà.
I migranti arrivano comunque. Solo che, con la diminuita presenza delle navi delle Ong, accade che una parte di loro muoiano annegati.
La tesi governativa che bloccando le Ong ci sono meno morti è smentita dai fatti. È di questi giorni la tragica notizia che un barcone con 85 persone a bordo è affondato al largo della Tunisia. Solo 5 i superstiti.
Sarebbe accaduto lo stesso, probabilmente, a quelli recuperati dalla Sea-Watch. Certo, i problemi che sono nati dopo non sarebbero mai sorti, ma per il semplice motivo che avremmo saputo da un trafiletto di cronaca dell’ennesimo naufragio senza superstiti, a cui ormai abbiamo fatto l’abitudine.
Il problema allora non sono le Ong
Quanto all’accusa di essere d’accordo con gli scafisti, proprio recentemente nella relazione fatta da Luigi Patronaggio, procuratore di Agrigento, alle commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia della Camera, si sostiene che «il legame tra Ong per i migranti e scafisti non è mai stato dimostrato».
Non sono competente per verificare la validità di una simile affermazione. Ma nessuno finora, che io sappia, l’ha smentita con delle prove.
In ogni caso, è chiaro, ormai, che il problema vero non sono le Ong (quali che possano essere le critiche a loro carico). Primo, perché, come si è detto, i migranti arrivano anche senza di esse.
Secondo, perché, anche a prescindere da esse, una legge del mare antichissima, ribadita e codificata nell’art.98 dell’ UNCLOS (acronimo del nome in inglese “United Nations Convention on the Law of the Sea”), prevede che il comandante di una nave «presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo».
La nave «Diciotti» non era di una Ong, ma della nostra marina militare. E parlare di «salvataggi illegali», come fa con indignazione qualche nostro giornale, è ridicolo. 
Gli esseri umani, se non annegano, sono un problema!
Il «Decreto sicurezza bis», appena approvato, stabilisce agli articoli 1 e 2 limiti e penali pesantissimi all’ingresso di queste navi soccorritrici nelle nostre acque territoriali. Ma degli esseri umani, una volta che non sono stati sepolti e nascosti dal mare, è difficile sbarazzarsi.
Anche la sentenza della Corte europea, che non ravvisava gli estremi di un uno stato di necessità per sbarcare quelli della Sea-Watch, obbligava però il governo italiano «a fornire tutta l’assistenza necessaria alle persone in situazione di vulnerabilità a causa dell’età o dello stato di salute che si trovano a bordo della nave».
«Porti sicuri» (parola di Salvini)
Salvini in questi mesi ha spesso ripetuto che i migranti devono essere riportati in Libia, da dove partono, e che questo Paese è «sicuro». Ma le reiterate dichiarazioni dell’Onu e del Commissario per i Diritti umani del Consiglio di Europa, sulle condizioni disumane dei campi libici – ora confermate dalla recentissima, tragica notizia del bombardamento di uno di questi campi e della morte di 44 migranti là detenuti – hanno sempre smentito questa tesi.
Ora il ministro degli Interni parla della Tunisia. Ma la Convenzione di Amburgo – ratificata dall’Italia e che nel nostro ordinamento ha valore di legge, anzi, per l’art. 117 della Costituzione, superiore alla legge (quindi anche al “Decreto sicurezza») – stabilisce che il soccorso si conclude solo con lo sbarco delle persone in un porto sicuro, dove i diritti umani fondamentali dei migranti sono loro garantiti.
Ora, come conferma l’odissea della nave bloccata al largo delle coste tunisine con 75 naufraghi, la Tunisia, pur essendo firmataria degli accordi di Ginevra, non è affatto un «porto sicuro» perché non ha mai fatto una legge che attui effettivamente questo principio e che permetta di chiedere protezione umanitaria.
Resterebbe tra gli approdi vicini, Malta, che però è un’isola più piccola della città di Milano e già ha una percentuale di 18,3 rifugiati ogni mille abitanti, a fronte dei 2,4 dell’Italia. Può darsi che in qualche caso il ricorso ad essa possa essere una via d’uscita diplomaticamente utile, ma è assurdo immaginarla come una soluzione al problema delle migrazioni nel loro complesso.
Forse è meglio cercarla, la collaborazione con l’Europa…
E allora? Allora forse il ministro degli Interni farebbe meglio a partecipare alle riunioni dei suoi colleghi europei, invece di disertarle, come ha fatto in sette occasioni su otto, per impegni elettorali.
In questo modo, invece di girare per le piazze a dire ai suoi sostenitori che l’Europa non ci ascolta, potrebbe farsi ascoltare e rendere possibile quella collaborazione di cui a gran voce ha sempre denunziato l’assenza, salvo poi schierarsi sistematicamente con i Paesi sovranisti di Visegrad, che questa collaborazione non la vogliono affatto.
L’abbandono dell’illusione sovranista, coltivata finora dal nostro governo, sembra l’unica soluzione possibile, al di là degli spettacolari duelli muscolari con la Ong di turno, buoni forse per far aumentare i consensi elettorali, ma assolutamente sterili ai fini di una soluzione reale del problema migratorio.
Del resto, le elezioni europee e il nuovo assetto dell’UE hanno totalmente smentito i bellicosi e trionfali proclami che davano per certa la “cacciata” della “casta” franco-tedesca e l’avvento al potere, sulla scena europea, dei partiti populisti. Il solo guadagno dell’Italia, in seguito a questa linea, è stato un totale isolamento e la perdita di rappresentatività.
Al di là del “buonismo” e del “cinismo”
Non basta, però, un vero accordo con l’Europa. È in Italia che deve avvenire una svolta. La contrapposizione tra “buonisti” di “sinistra” e “cinici” di “destra” ha ormai mostrato tutti i suoi limiti.
La difesa dei diritti umani, sostenuta come priorità dai primi, così come la realistica considerazione che non possiamo accogliere tutti i poveri dell’Africa, fatta valere dai secondi, non sono necessariamente incompatibili.
Si tratta di prendere sul serio, dall’una e dall’altra parte, il principio, ribadito spesso da papa Francesco, che un’accoglienza non è praticabile se non garantendo una reale integrazione.
Quella operata dai governi di “sinistra” è stata una falsa accoglienza, che ha creato marginalità e ha indignato e allarmato gli italiani, preparando il terreno alla reazione, altrettanto unilaterale, di chi ha eliminato anche quel po’ di integrazione che si faceva, giustificando in questo modo il rifiuto drastico dell’accoglienza.
Se il Pd finalmente smettesse di vivere, parassitariamente, della critica puramente negativa di quanto fa il governo ed elaborasse una seria proposta per regolamentare i flussi migratori in rapporto alle nostre possibilità di integrazione; e se la Lega, da parte sua, prendesse atto che l’interesse degli italiani non è l’esclusione degli stranieri (gli ultimi dati demografici dimostrano che fra poco senza di loro non potranno funzionare né il nostro sistema previdenziale né la nostra scuola, per non parlare del mercato del lavoro, specialmente nel settore delle badanti), ma l’eliminazione delle disfunzioni che facilitano sfruttamento e criminalità – forse usciremmo finalmente dallo sterile batti e ribatti polemico che ha dominato in questi ultimi anni.
Per essere più umani
L’Italia ha bisogno di questo salto di qualità della sua classe politica. Ma è un salto che deve avvenire, prima ancora, sui giornali, nell’opinione pubblica, nella gente che scrive sui social, che fa le manifestazioni.
Il livello di faziosità e di imbarbarimento del linguaggio e degli atteggiamenti pubblici mi ha fatto ricordare che Platone, in un suo dialogo, indica il pudore come una fondamentale virtù del cittadino.

Forse dobbiamo riscoprire questa capacità di vergognarsi. Non solo per affrontare meglio il problema delle migrazioni, ma per essere noi più umani.





giovedì 4 luglio 2019

UNA PAROLA GENTILE PUO' CAMBIARE IL MONDO


  • Le parole sono macigni, specialmente in rete! Bambini e ragazzi approcciano il mondo del web e la comunicazione online sempre prima, ma senza aver ricevuto una formazione specifica, tale da tutelarli dai rischi della comunicazione. Comunicare, infatti, ci espone ad una serie di piccoli e grandi rischi, dei quali spesso non siamo consapevoli. Possiamo ferire le persone, incrinare una relazione o danneggiare la nostra credibilità e la nostra immagine.
L’Associazione Parole Ostili, nata a Trieste nel 2017, ha pubblicato un Manifesto della comunicazione non ostile, utile proprio come vademecum per ricordare ai ragazzi i principali effetti delle loro parole e per dirigerle in modo costruttivo. Leggiamolo insieme:
MANIFESTO DELLA COMUNICAZIONE NON OSTILE
  1. Virtuale è reale
    Dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona.
  2. Si è ciò che si comunica
    Le parole che scelgo raccontano la persona che sono: mi rappresentano.
  3. Le parole danno forma al pensiero
    Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere al meglio quel che penso.
  4. Prima di parlare bisogna ascoltare
    Nessuno ha sempre ragione, neanche io. Ascolto con onestà e apertura.
  5. Le parole sono un ponte
    Scelgo le parole per comprendere, farmi capire, avvicinarmi agli altri.
  6. Le parole hanno conseguenze
    So che ogni mia parola può avere conseguenze, piccole o grandi.
  7. Condividere è una responsabilità
    Condivido testi e immagini solo dopo averli letti, valutati, compresi.
  8. Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare
    Non trasformo chi sostiene opinioni che non condivido in un nemico da annientare.
  9. Gli insulti non sono argomenti
    Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi.
  10. Anche il silenzio comunica
    Quando la scelta migliore è tacere, taccio.



sabato 29 giugno 2019

CHI METTE MANO ALL'ARATRO ....

XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

Vangelo: Lc 9,51-62 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )
 
Visualizza Lc 9,51-62

Commento di p. Ermes Ronchi
È la svolta decisiva del Vangelo di Luca. Il volto trasfigurato sul Tabor, il volto bello diventa il volto forte di Gesù, in cammino verso Gerusalemme. «E indurì il suo volto» è scritto letteralmente, lo rese forte, deciso, risoluto.
Con il volto bello del Tabor termina la catechesi dell'ascolto: “ascoltate Lui” aveva detto la voce dalla nube, con il volto in cammino inizia la catechesi della sequela: “tu, seguimi”.
E per dieci capitoli Luca racconterà il grande viaggio di Gesù verso la Croce. Il primo tratto del volto in cammino lo delinea dietro la storia di un villaggio di Samaria che rifiuta di accoglierlo. Allora Giacomo e Giovanni, i migliori, i più vicini, scelti a vedere il volto bello del Tabor: «Vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li bruci tutti?» C'è qui in gioco qualcosa di molto importante. Gesù spalanca le menti dei suoi amici: mostra che non ha nulla da spartire con chi invoca fuoco e fiamme sugli altri, fossero pure eretici o nemici, che Dio non si vendica mai.
È l'icona della libertà, difende perfino quella di chi non la pensa come lui. Difende quel villaggio per difenderci tutti. Per lui l'uomo viene prima della sua fede, l'uomo conta più delle sue idee. È l'uomo, e guai se ci fosse un aggettivo: samaritano o giudeo, giusto o ingiusto; il suo obiettivo è l'uomo, ogni uomo (Turoldo).
«Andiamo in un altro villaggio!». Ha il mondo davanti, Lui pellegrino senza frontiere, un mondo di incontri; alla svolta di ogni sentiero di Samaria c'è sempre una creatura da ascoltare, una casa cui augurare pace; ancora un cieco da guarire, un altro peccatore da perdonare, un cuore da fasciare, un povero cui annunciare che è il principe del Regno di Dio. Il volto in cammino fa trasparire la sua fiducia totale, indomabile nella creatura umana; se non qui, appena oltre, un cuore è pronto per il sogno di Dio.
Nella seconda parte del vangelo entrano in scena tre personaggi che ci rappresentano tutti. Le volpi hanno tane, gli uccelli nidi, ma io non ho dove posare il capo. Eppure non era esattamente così. Gesù aveva cento case di amici e amiche felici di accoglierlo a condividere pane e sogni. Con la metafora delle volpi e degli uccelli traccia il ritratto della sua esistenza minacciata dall'istituzione, esposta. Chi vuole vivere tranquillo e in pace nel suo nido non potrà essere suo discepolo.
Chi ha messo mano all'aratro... Un aratore è ciascun discepolo, chiamato a dissodare una minima porzione di terra, a non guardare sempre a se stesso ma ai grandi campi del mondo. Traccia un solco e nient'altro, forse perfino poco profondo, forse poco diritto, ma sa che poi passerà il Signore a seminare di vita i campi della vita.

PIETRO E PAOLO: UNA DIVERSITA' CHE SI FA DONO E RICCHEZZA PER CIASCUNO E PER LA COMUNITA'

Papa Francesco: " ...... La mia Chiesa. Non lo diciamo con un senso di appartenenza esclusivo, ma con un amore inclusivo. Non per differenziarci dagli altri, ma per imparare la bellezza di stare con gli altri, perché Gesù ci vuole uniti e aperti. La Chiesa, infatti, non è “mia” perché risponde al mio io, alle mie voglie, ma perché io vi riversi il mio affetto. 
È mia perché me ne prenda cura, perché, come gli Apostoli nell’icona, anch’io la sorregga. Come? Con l’amore fraterno. Col nostro amore fraterno possiamo dire: la mia Chiesa.

In un’icona i Santi Pietro e Paolo sono ritratti mentre si stringono a vicenda in un abbraccio. Fra loro erano molto diversi: un pescatore e un fariseo con esperienze di vita, caratteri, modi di fare e sensibilità alquanto differenti. Non mancarono tra loro opinioni contrastanti e dibattiti franchi (cfr Gal 2,11 ss.). 
Ma quello che li univa era infinitamente più grande: Gesù era il Signore di entrambi, insieme dicevano “mio Signore” a Colui che dice “mia Chiesa”. Fratelli nella fede, ci invitano a riscoprire la gioia di essere fratelli e sorelle nella Chiesa. In questa festa, che unisce due Apostoli tanto diversi, sarebbe bello che anche ognuno di noi dica: “Grazie, Signore, per quella persona diversa da me: è un dono per la mia Chiesa”. 
Siamo diversi ma questo ci arricchisce, è la fratellanza. Fa bene apprezzare le qualità altrui, riconoscere i doni degli altri senza malignità e senza invidie. 
L’invidia! L’invidia provoca amarezza dentro, è aceto sul cuore. Gli invidiosi hanno uno sguardo amaro. Tante volte, quando uno trova un invidioso, viene voglia di domandare: ma con che ha fatto colazione oggi, col caffelatte o con l’aceto? Perché l’invidia è amara. Rende amara la vita. 
Quant’è bello invece sapere che ci apparteniamo a vicenda, perché condividiamo la stessa fede, lo stesso amore, la stessa speranza, lo stesso Signore. 
Ci apparteniamo gli uni gli altri e questo è splendido, dire: la nostra Chiesa! Fratellanza..... "



venerdì 28 giugno 2019

AIMC - IL MAESTRO - maggio-giugno 2019

 Leggi: IL MAESTRO


UN SORRISO PER SALVARE IL MONDO ... e se stessi !

«Essere felici è una scelta, ma nessuno può esserlo da solo, se non puo dire grazie a qualcuno o se non può donarsi gratuitamente a qualcuno 
La vita felice è svegliarsi con una missione da compiere. 
È vivere ogni giorno non come se fosse l’ultimo ma come se fosse il primo di una vita spalancata sull’eternità»

 di ANTONIO GIULIANO

il cruccio dell’uomo da sempre: la ricerca della felicità. Non a caso si sono arrovellati tutti i grandi pensatori dell’antichità, da Aristotele a Seneca, da Agostino a Tommaso d’Aquino. Ma è una questione che tiene banco anche oggi. Basta guardare solo ai tanti (decisamente troppi) volumi che invadono le librerie promettendo un benessere fai da te, vago ed effimero, in cui spesso la felicità fa rima con banalità. Di taglio nettamente diverso sono due saggi, Ti penso positivo. #lafelicità è una scelta (Paoline, pagine 320, euro 16) e l’ultimo, Un sorriso prima di tutto. 101 idee per illuminare la nostra vita (San Paolo, pagine 144, euro 14) scritti da Mimmo Armiento, appassionato psicologo e psicoterapeuta. Sono testi che, pur dietro un’apparente leggerezza, nascondono un lavoro di recupero della grande tradizione della Chiesa in merito all’introspezione dell’animo umano. Esponente della psicologia positiva in Italia, Armiento è anche tra i promotori del Laboratorio di psicologia cristiana che si tiene ogni anno ad Assisi.
Eppure lei si rivolge soprattutto a chi non crede.
Avere Dio come riferimento è necessario per la nostra felicità. Ed è una felicità a cui anche il non credente può aspirare, riconoscendo che Dio è in ogni cosa che reputa vera e buona. La nostra ragione se non viene offuscata da pregiudizi porta al Creatore. Già restare incantati davanti a ciò che esiste significa affermare Dio. È un’esperienza che facciamo sin da bambini.
In che senso?
A cinque-sei anni capisci che non sei al mondo come un pezzo del corpo di tua madre o di tuo padre. Quando dici “io” ti accorgi che questo io precede quello dei tuoi genitori. E puoi avere l’intuizione che se esisti è perché qualcuno ti ha voluto, percepisci la tua esistenza come dono e non come casualità.
È un orizzonte negato anche dalla sua disciplina, tant’è che lei sostiene come sia sempre più necessario passare da una psicologia positivista a una positiva.
La psicologia positivista ha ridotto l’uomo a organismo animale, evolutosi per caso e necessità. Mentre la psicologia positiva, fondata venti anni fa negli Stati Uniti da Martin Seligman, non esclude in modo aprioristico la dimensione morale e spirituale. Prevale una visione della felicità così come era definita dai Greci: eudaimonia, cioè seguire il proprio “angelo” buono, la propria voce buona dentro la coscienza. E quando parliamo di coscienza non intendiamo solo la coscienza che abbiamo degli altri, ma anche la coscienza di un Altro da cui proveniamo.
Che cosa rende felici le persone secondo la psicologia positiva?
Il giudizio di felicità sulla propria vita non viene solo da fattori edonistici come per esempio quanto è stata piacevole la giornata, ma anche se ha avuto senso, se ho fatto qualcosa di buono o se ho fatto il mio dovere. L’eudaimonia è una bene-dizione che sento dentro. Se io sono gentile con qualcuno e quella persona mi ringrazia io interiorizzo la sua bene-dizione, mi sento contento. Se ho fatto il mio dovere, ho lavorato tanto e torno a casa, mi sento dentro una benedizione perché è come se avessi rispettato quell’indicazione di bene che avvertivo nella coscienza.
È un discorso che tira in ballo le virtù.
Certo, la virtù rende felici. Non a caso Socrate diceva che è più felice chi subisce un’ingiustizia rispetto a chi la fa, perché chi la subisce non perde una benedizio-È ne interiore mentre chi la fa ha la disapprovazione della propria coscienza. E questo è coerente con la preghiera perché quando entri in contatto con l’assoluto ti senti benedetto dentro. La preghiera ci rende felici proprio perché interiorizziamo una benedizione.
Sembra tutto facile. Eppure non basta un clic per essere felici.
Infatti la felicità è qualcosa di semplice ma non facile. È una scelta, spesso coraggiosa. A volte eroica, come la felicità di chi fa il proprio dovere magari entrando nelle fiamme per salvare qualcuno. O semplicemente scegliendo, non sempre di cambiare lavoro, ma sicuramente di cambiare il modo in cui lo si vive. Accorgendoti del bene che fai intorno a te facendo col cuore il tuo lavoro.
Dal time-out per evitare che una discussione degeneri alla serata cinema in famiglia: il suo libro è una dispensa di semplici suggerimenti per essere felici. Ma si intuisce che uno dei segreti per vivere con gioia è essere grati per ciò che siamo.
Le ricerche di Robert Emmons confermano che le persone con un atteggiamento di gratitudine sono anche quelle che si dichiarano più felici. Gratitudine non solo verso gli altri o verso sé stessi, ma anche nei confronti degli eventi della vita. Ma essere grati presuppone Qualcuno verso cui essere riconoscente.
All’origine di tutto per lei c’è un sorriso.
Nasciamo tutti da un sorriso. Quello con cui mamma e papà si sono incontrati. Se siamo qui ora è perché un uomo e una donna, si sono sorrisi e ci hanno sorriso! E quanto più è stato autentico il loro sorriso, tanto più è luminoso il sorriso che ci portiamo dentro. Felice è l’uomo che intuisce di non essere più solo figlio del sorriso dei suoi genitori, ma anche del sorriso più bello, quello di Dio.
Nei suoi libri felicità è sinonimo di nuzialità. Con sua moglie ha fondato un’associazione, Ingannevole come l’amore, con cui gira l’Italia per testimoniare la bellezza del matrimonio.
Nessuno è felice se non può dire grazie a qualcuno o se non può donarsi gratuitamente a qualcuno. Nessuno può essere felice da solo. Anche se vinco al Superenalotto non sarei davvero contento se non avessi qualcuno con cui condividere questa gioia. La felicità poi è sempre un incontro nuziale. Con mia moglie e altre coppie di sposi da otto anni portiamo avanti degli incontri formazione per single o sposati. Un’iniziativa che solo grazie al passaparola ci ha permesso di incontrare migliaia di persone. Vogliamo solo condividere una bellezza che spesso non si vede: la felicità in famiglia. Oggi “amore” è la parola più ingannevole. In questa cultura relativista presumiamo già di sapere cosa sia. Ma l’amore ha le sue leggi. Se le rispetti diventa gioia, altrimenti hai chiamato amore qualche altra cosa, una trasgressione o una dipendenza. Nell’amore di un uomo e una donna c’è il senso vero dell’amore: passione, appartenenza, scelta dell’altro nella sua insostituibilità, rispetto della sua unicità.
Uno dei cardini della sua psicologia è «vivere la vita come una missione».
Nessuno cammina perché ha le gambe e nessuno mangia semplicemente perché ha fame, ma se ha una ragione per camminare e per mangiare. La psicologia positiva ci conferma che è felice chi trascende se stesso verso qualcosa più grande di lui, chi riconosce nella propria vita un senso, una mission da compiere, un donarsi a un bene più grande anche nel realizzare i propri talenti.
Perché la felicità di cui parla è qualcosa che non finirà?
Perfino Nietzsche ha ammesso che un piacere per essere gustato ha bisogno d’eternità. Come possiamo godere davvero di un bene se abbiamo paura che ci sfugga tra le mani come il tempo? Per gustare davvero un attimo di bene abbiamo bisogno di sapere che il Bene è eterno. La vita felice è sentirsi svegliati da una mission da compiere. È vivere questo giorno, il mio giorno, non come se fosse l’ultimo ma come se fosse il primo di una vita spalancata sull’eternità.
«Essere felici è una scelta, ma nessuno può esserlo da solo, se non puo dire grazie a qualcuno o se non può donarsi gratuitamente a qualcuno La vita felice è svegliarsi con una missione da compiere. È vivere ogni giorno non come se fosse l’ultimo ma come se fosse il primo di una vita spalancata sull’eternità»





giovedì 27 giugno 2019

PRENDERSI CURA DI SE' PER FARE FIORIRE LA VITA

I saggi di Luigina Mortari e degli autori giapponesi Kishimi e Koga aprono lo sguardo sulla necessità di alimentare l’interiorità

 di LISA GINZBURG

«La condizione umana è dedicarsi a qualcosa di essenziale che sempre manca: la cura di sé», scrive Luigina Mortari (Aver cura di sé; Cortina, pagine 192, euro 17). Prendersi cura di quel che “fa fiorire” la vita, medicare così «le ferite che accadono nel tempo», perché è prestando cura a noi stessi che più omaggiamo il nostro stare al mondo, gli diamo un senso. Infonde benessere la lettura del saggio di Mortari: una ricognizione, la sua, che di per se stessa cura.
Sul filo di percorsi filosofici diversi ma tutti incentrati sul tema della cura di sé, è libro fruibile anche per chi di filosofia sia digiuno, e in virtù di questa capacità divulgativa, benefico. Merito di Foucault avere riacceso interesse per il prendersi cura, ma c’è il socratismo, alla base. Quei dialoghi di Platone ( Apologia di Socrate, Cratilo, Fedone, Alcibiade) nei quali Socrate offre una definizione di cura di sé molto vicina non solo a quella di amor proprio, anche di amore altruista. Maieutica e pedagogia socratica convergono: educare è orientare l’altro conducendolo a miglior cura di se stesso. Per farsi del bene, occorre liberarsi dell’inessenziale. Individuare quel che non è necessario all’anima, avere il coraggio di lasciarlo andare. Sgombrare, fare spazio. In caccia e in cerca di nozioni e stimoli vitali non mediocri: cose che animano e fanno sentire vivi. Lì dove si avverte consistenza, spessore, vero stimolo, lì e non altrove sostare con il pensiero. Perfar questo, conoscersi a fondo.
Prendere le misure della propria persona e personalità. Scavalcando secoli e sterzando in direzione di tutt’altre prospettive teoretiche, il socratismo si interseca con la fenomenologia.
Quel che più alimenta la vita dell’anima, e la cura e la guarisce, è «una conoscenza riflessiva della nostra interiorità»: così Heidegger in Essere e tempo. Procedere interi, centrati, «con un’anima completamente impiantata su se stessa», nelle parole di Edith Stein.
Affinare la vita interiore sino a renderla bussola, antenna per orientarsi, agire.
Evitare così ogni distruttività. L’intuito si fa conoscenza, e forte delle verità comprese realizza quell’«uso pragmatico dell’introspezione» predicato da Pierre Hadot nei suoi studi sugli esercizi spirituali. Cura di sé come massima attenzione. Vigilanza ininterrotta: pensare i pensieri, pensare il proprio sentire. Evitare il maleficio delle illusioni,
quegli scompensi che provoca «il lavoro sradicante dell’immaginazione».
Togliere, scartare il dannoso. Prender tempo, per riconquistarlo. Cessata la stanchezza della dispersione, tornare alle acque sorgive della propria intima, individuale energia. Nella fretta, rallentare. Re-incontrare il silenzio.
Avere la forza di abitare il vuoto. Sopportare mancanza di conferme del mondo, acquietare ogni ansia di venire riconosciuti e legittimati dagli sguardi altrui. Nel frattempo, fare del proprio uscire di scena una “politica del quotidiano”. Questo è cura. Quanto ai rapporti umani, la buona qualità del tessuto delle nostre relazioni che Socrate nell’Apologia raccomanda, forma anche quella di cura, talvolta operare un taglio con le aspettative del mondo è la migliore medicina. In Giappone ha venduto quattro milioni di copie un libro scritto a due mani da Ichiro Kishimi e Fumitake Koga, filosofo divulgatore di pensiero psicoanalitico il primo, autore di manuali di business il secondo. Si intitola Il coraggio di non piacere (De Agostini, pagine 284, euro 16,90): costruito in forma di dialogo tra un maestro e un giovane discepolo, propone una visione a-storica del trauma, sposando le istanze del pensiero di Adolf Adler in opposizione alla teoria della nevrosi di Freud, “eziologica” perché tutta vincolata al tempo. Nell’universo giapponese dominato dal trauma di Hiroshima, non sorprende il successo di un pensiero che nega le tracce mnestiche ancorandosi a un’idea di cura di sé tutta imperniata sul momento presente.
Liberarsi dei ricordi e non solo: anche del peso di nodi gordiani dati da relazioni complesse.
Farlo rispettando se stessi, i propri limiti.
Delegare, saper dirsi: «Ho fatto quanto dovevo, da qui in poi non è più compito mio». Per poter camminare sulle proprie gambe, tale divisione di compiti è esiziale, il maestro dice allo sconcertato discepolo. Fluidificare l’osmosi con il mondo esterno lasciando ad esso spazio di agire, non solo reagire ai nostri gesti. Smettere di ossessionarsi con le pretese che la realtà avanza su di noi, di cercare approvazione. Semplicemente essere, quel che davvero si sente di volere. Questo anche è autonomia. Libertà. Cura di se stessi.